lunedì 31 marzo 2008

La realizzazione dei desideri: ovvero il ritorno dalle "terre estreme"

Secondo le filosofie orientali il desiderio è un ostacolo alla nostra evoluzione spirituale: bramare qualcosa ci lega alla dimensione terrena e condiziona tutto il nostro operare.
D'altra parte possiamo dire che la nostra vita è tutta un desiderio, anche se questo anelito lo riserviamo spesso a raggiungere l'acquisizione di beni materiali (come non ricordare le parole di Cris ai suoi genitori durante il pranzo per festeggiare la sua laurea " ...non voglio una macchina nuova, non voglio cose, …..sempre cose !!").Cercare di ottenere qualcosa è la spinta che ci muove e che ci rende vivi, il più delle volte partendo da uno stato di insoddisfazione: ci ritroviamo così a rincorrere cose che non arrivano mai, procurandoci enormi frustrazioni e dolori.
Le parole della voce narrante della sorella di Cris in questo senso sono alquanto eloquenti " E' passato quasi un anno dalla scomparsa di Chris e la rabbia dei miei genitori, la disperazione, il loro senso di colpa stanno cedendo il passo al dolore. Un dolore che sembra presagire la minaccia di una perdita così assoluta e irrevocabile che la mente vacilla a misurarla."

L'insoddisfazione rispetto alla realtà è il motore che guida ciascuno di noi, come Cris, a cercare altro: se siamo persone materiali rincorreremo solamente beni e cose, se siamo, o cerchiamo di essere anche spirituali saremo alla continua ricerca di individui, luoghi o conoscenze che possano aiutarci a capire la nostra strada, formulando dei piccoli desideri e lasciando che l'Universo o Dio lavori per noi il più possibile.
Carol S. Person, nel suo libro Risvegliare l'eroe dentro di noi, dice che cercare di "vivere l'archetipo del Mago ci da la sensazione di andare con la corrente e quello che vogliamo ci viene spontaneamente incontro".
Un proverbio dice: " Piove sempre sul bagnato". Questo significa che difficilmente vedremo esaudita una nostra richiesta se la formuleremo in uno stato di necessità, mentre se riusciremo a trovare la consapevolezza del" nostro divino" riusciremo alla fine ad essere i protagonisti appagati e felici della nostra storia.

mercoledì 26 marzo 2008

Percorso della Pace


Era marzo del 1919 quando arrivò il permesso che permetteva di ritornare alla loro casa ad Asiago.
Prima di rimettersi in viaggio erano andati tutti assieme al cimitero di Calvene a pregare sulla tomba della piccola Orsola perché proteggesse il loro ritorno.
Lì una piccola croce di legno e una targhetta di lamiera indicava il luogo ed il nome come per la tomba di un soldato.
Matteo quel giorno volle ritornarci da solo per portare un saluto a Caterina, anche lei come Orsola morta a causa della "spagnola".

La prima guerra mondiale, appena terminata, aveva ucciso dieci milioni di persone, quasi esclusivamente militari. In sei mesi, tra la fine dell'ottobre 1918 e l'aprile 1919, l'influenza spagnola portata dai militari americani che vennero a combattere in Francia, colpì un miliardo di persone uccidendone almeno 50 milioni.

Lungo le siepi aveva raccolto un mazzetto di viole azzurre e profumate, le prime, e lo divise sulle tombe delle due ragazze. Era una bella sera, dolce, e i prati incominciavano appena a rinverdire e le robinie gonfiavano le gemme, i passeri in amore si rincorrevano lungo le file dei gelsi, le campane suonavano e giù, lontano verso il mare, il cielo aveva un colore come riflettesse l'acqua.

Sentiva malinconia e speranza premergli il petto mentre usciva dal piccolo cimitero posto sulla collina, si appoggiò al capitello in pietra e mandò un ultimo ciao con la mano.
Dopo aver salutato i contadini e le persone delle varie contrade caricarono tutto sul mulo grigio e, in fila indiana, si incamminarono per la strada militare che dalla contrada portava al Monte di Calvene e al Cavalletto, da lì lungo la Barental alla conca di Asiago. Si fermarono al fontanello del Vanzo per fare riposare il mulo che ansimava per la salita ma anche per dare ancora uno sguardo laggiù, nella radura prativa circondata dal bosco, dove rosseggiavano i coppi della casa del Prà del Giglio.

Matteo e suo padre avevano già visto come la guerra era passata e cosa aveva provocato in paese perché erano già stati in avanscoperta qualche mese prima, ma il vecchio quando davanti a lui si presentò la conca dove tutto era stato più volte distrutto non seppe trattenere una bestemmia e una violenta imprecazione contro l'Austria e l'Italia e i loro governanti.
Matteo e suo padre si voltarono a guardarlo, ma videro che
anche Nina e la madre piangevano in silenzio, abbracciate strette.

La strada che attraversava il paese era stata sgombrata dalle macerie e ora potevano transitare persino i camion; le pietre delle case erano state ammucchiate ai lati della via. Negli orti senza più recinti crescevano le ortiche, i susini e i ciliegi erano senza gemme rinsecchiti ed uccisi dalle schegge delle bombe.
La famiglia di Matteo proseguiva in fila attraversando questo paese morto, il loro paese, e nessuno più parlava. Con gli occhi e con la memoria cercavano di collocare in quello spazio distrutto case e famiglie di conoscenti, botteghe e negozi, osterie e luoghi di incontro. In silenzio arrivarono alla loro contrada e alla loro casa che non c'era più e scaricarono i loro fardelli e il carico del mulo sopra le macerie come a riprenderne nuovamente possesso.
Era ritornato il silenzio, un grande silenzio come d'inverno quando nevica e quasi pareva che tra quelle macerie potesse ritornare ancora una volta la vita.


L'altro ieri, camminando tra la neve di primavera ho ritrovato quel silenzio quasi irreale che Matteo aveva vissuto in quel mese di marzo di tanti anni fa. E mi sono venute alla mente le parole con cui M.R. Stern raccontava gli anni della Grande Guerra attraverso gli occhi di Tonle e di Matteo.
Ora lentamente il tempo ha fatto ricrescere il bosco sul sangue di migliaia di soldati e non solo italiani.
Ora dalle radici questi abeti trasmettono al cielo un lieve sussurro .......di pace. Pace. Pace.


il corsivo è tratto da L' anno della vittoria di M.R. Stern, Einaudi ed.