giovedì 24 dicembre 2009

Natale: il silenzio della montagna

Questa notte è una notte particolare, per molti motivi, ma anche perché regala il dono del silenzio.
Il misterioso, magico ed estatico silenzio.
E' una delle poche cose che ho compreso appieno in questa vita; e cioè che nel mondo moderno il silenzio ha una rilevanza notevole!
La nostra vita, il nostro tempo sta diventando fin troppo assordante e raramente ce ne accorgiamo così presi come siamo dal rincorrere le cose che dobbiamo fare.
E, spesso anche quando siamo soli e senza alcun "obbligo di fare" non riusciamo a creare uno spazio attorno a noi in cui vi sia il silenzio.
La cosa che ci sembra naturale è quella di accendere la TV o la Radio.
Siamo così abituati al "rumore" delle nostre giornate lavorative che quando siamo soli e restiamo per un attimo in silenzio ci prende quasi una crisi di panico.



Parlo spesso di silenzio e, se osserviamo bene, è piuttosto strano il fatto di dover sprecare tante parole per descrivere una dimensione priva di parole, una dimensione dove le parole non hanno ragione di esistere.
Tuttavia se ne parlo è solo perché mi piacerebbe che lo sperimentassero tutti; che ognuno di noi riuscisse a viverlo in modo pieno almeno una volta.
E l'angolo più bello per cercarlo ed assaporarlo è la vetta di una montagna.
Quando sei lassù nel silenzio tutto si acquieta, la nebbia si dissipa e inizia a sorgere la luce della consapevolezza.
Ed è allora che ti accorgi che non puoi più farne a meno.
E allora ti rendi conto che "E' la montagna che chiama" come titolano il loro libro Simon Kehrer e Walter Nones, o come racconta Marco Confortola.
Sì è la montagna che chiama attraverso un "silenzio perfetto" e da quel richiamo non puoi più sottrarti.

Il 28 giugno Karl Unterkircher scriveva dal campo base: «Siamo nati e un giorno moriremo. In mezzo c'è la vita. Io la chiamo il mistero, del quale nessuno di noi ha la chiave. Siamo nelle mani di Dio... e se ci chiama... dobbiamo andare. Sono cosciente che l'opinione pubblica non è del mio parere, poiché se veramente non dovessimo più ritornare, sarebbero in tanti a dire: "Cosa sono andati a cercare là? ... Ma chi glielo ha fatto fare?". Una sola cosa è certa, chi non vive la montagna, non lo saprà mai!».



Buon Natale

lunedì 21 dicembre 2009

Cornetto di Folgaria

Partenza: Pizzeria Keizel loc. costa di Folgaria 1.280 m.
Arrivo: Cornetto di Folgaria 2.060 m.
Dislivello complessivo: 780 m.
Tempo di salita: 2 ore e 40 circa (anche meno, dipende dalle soste).
Difficoltà: nessuna.


In località Costa di Folgaria m 1280, nei pressi della pizzeria Keizel di Port Vincenzo con ampio parcheggio (che serviva agli impianti di risalita ormai in disuso) si mettono le ciaspole e si comincia a salire seguendo la vecchia pista da sci.

Dopo una curva a sinistra e il successivo tornante a destra si sale ripidamente fino a sbucare nelle vicinanze di un vecchio edificio un tempo adibito a ristorante.
Siamo fuori dal bosco ed ora la pista diventa più ampia e ripida.
Si sale con fatica e con frequenti soste brevi per riprendere fiato.
Raggiunta la stazione a monte si incrocia il segnavia cai che ci indica la nuova direzione. Il cartello dichiara 1h e 30' alla cima del Cornetto, ma realmente il tempo che si impiega è molto meno (1h circa anche con numerose soste).
Ci si inoltra a sinistra nel bosco con una traversata in obliquo che ci raccorda nuovamente, in uscita dal bosco, con la vecchia pista, mentre alla nostra sinistra osserviamo i piloni del vecchio skilift in disuso.

In breve si raggiunge la spalla nei pressi dei ruderi della stazione di arrivo dello skilift dove la vista si apre sulla Valsugana e sul Lago di Caldonazzo.
Ora ci attende l’ultimo tratto.
A sinistra si risale la dorsale fra mughi coperti in parte dalla neve fino a raggiungere la vetta (dopo un breve passaggio in cresta) del Cornetto (m 2.060).

Dalla cima si gode un panorama stupendo che ripaga ampiamente della fatica fatta.
Sotto di noi uno strapiombo mozzafiato conduce lo sguardo nella Vallagarina ancora immersa nella nebbia.

Ad est le cime innevate dell'Altopiano (ben visibile la parete del Portule), del Lagorai e delle Dolomiti (visibilissima l'inconfondibile parete sud della Marmolada, Le Pale di San Martino e Cima D'Asta) e le lontane Alpi Austriache.

L'unico spicchio di orizzonte che ci e' precluso e quello a nord dalle ripidi pareti del bellissimo Becco di Filadonna, proprio di fronte a me.
Infine ad ovest si riconoscono perfettamente tutte le cime del gruppo del Brenta e alla sua sinistra il ghiacciaio della Presanella.

L'assenza di vento e il tepore del sole inducono a restare ancora un pò.
Gli ultimi scialpinisti sono scesi da una mezz'ora e sono rimasto solo quassù, e mi ritornano alla mente le parole di Cristina Castagna:
 "Sulla Cima di un 8000 cè solo il Silenzio.
Un Silenzio che lascia spazio solamente al battito del tuo cuore, al respiro affannoso, a te stesso.
Il mondo rumoroso è distante, il cielo è solo ad un passo."


Un po' di controvoglia prendo la via del ritorno. La discesa e' velocissima: in breve sono al sentiero Gentilini e poi alla pista che scende nel bosco.
Rientro con calma alla 'base' non senza una sosta alla pizzeria per la classica birra da Vincenzo.

Marco Confortola: un pestaneve sul K2


"Il primo agosto ho coronato uno dei miei grandi sogni, salire la vetta del K2. Purtroppo la salita del K2 mi ha tolto tanto: 11 amici e colleghi di spedizione, una semiamputazione di tutte le dita dei piedi, mi ha regalato tante nuove amicizie e soprattutto il dono più grande che abbiamo. La vita."

Marco C.


Questo è il K2.
La montagna probabilmente più pericolosa al mondo, ma che che fa sognare ed appassionare da sempre gli spiriti liberi aveva voluto ancora una volta il più alto dei tributi.
Marco ha sempre detto che il grande amore della sua vita è l’alta quota. E negli ultimi cinque anni ha messo a segno, una dopo l’altra, delle pregevoli ascensioni oltre gli 8 mila fino a raggiungere il primo agosto del 2008 la vetta del K2.
E tra il 1° e il 2 agosto di un anno fa, sulla parete sud del K2, si è consumata una delle più grandi tragedie della storia dell’alpinismo. Una serie di fatalità e il crollo di un seracco all’altezza del Collo di bottiglia, il canalone di roccia e ghiaccio che porta alla vetta, hanno dato il via a una imprevedibile catena di eventi che ha causato la morte di undici alpinisti.


Quella che doveva essere un’impresa sportiva si è trasformata, durante la discesa, in una lotta per la sopravvivenza nella «zona della morte» costringendo Marco a misurarsi con i propri limiti psicofisici.
Giorni di ghiaccio è la cronaca di quelle terribili ore di paura, disperazione, dolore, fatica; ma è anche la testimonianza della forza, del coraggio, della generosità di alcuni protagonisti di quella drammatica vicenda.
Un racconto didascalico ma vibrante dove trovano poco spazio le emozioni, forse proprio per cercare di dare meglio un’idea di quanto è realmente accaduto.
Perché, in questi casi, forse solo la mera cronaca di quella tragedia, può e riesce a farlo.




"Ogni montagna diversa dalle altre, ognuna una vita diversa che hai vissuto. Arrivi in cima dopo aver rinunciato a tutto quello che credevi necessario alla sopravvivenza e ti trovi solo con la tua anima. In quel vuoto puoi esaminare, in un'ottica diversa, te stesso e tutti i rapporti e gli oggetti che fanno parte del mondo normale."
Anatolij Bukreev

lunedì 7 dicembre 2009

Monte Fior


Escursione mista, di un certo impegno, che nella parte iniziale prevede una dura, anche se breve, salita.
Dalla valle di Campomulo si sale dapprima alle Melette e poi, dopo la discesa alla malga Slapeur, si risale lungo le trincee del lato nord fino alla sommità del Monte Fior, teatro di sanguinose battaglie tra il giugno del 1916 e il novembre del 1917, e dove il panorama è semplicemente eccezionale.

Da Gallio si entra nella valle di Campomulo, e prima di raggiungere i nuovi impianti di risalita delle Melette, si parcheggia e si cerca sulla dx, poco prima della casetta di partenza dei vecchi e dismessi impianti di risalita del “Salto degli Alpini” a quota 1400 m, una carrareccia con divieto di transito per veicoli motorizzati).
Si attraversa subito un bosco di abeti rossi e ci si dirige verso la pista di discesa in direzione Est. Mantanendosi sul lato destro della pista si risale la sua parte più ripida denominata "salto degli alpini" che in breve ci porta fuori dal bosco a quota 1.577.


Ora lo spazio aperto ci permette di scegliere la via di risalita che riteniamo più idonea.
Alcuni scorci sulla cresta contro il cielo delle Melette e gli evidenti impianti di risalita delle medesime alla nostra sinistra accompagnano questa lunga e faticosa salita che ci porta alla stazione a monte dei nuovi impianti.

Abbiamo raggiunto, dopo un'ora circa dalla partenza quota 1.735 e il nostro sguardo può iniziare a spaziare a nord e a est cercando di riconoscere le varie cime in un susseguirsi di splendidi panorami.
Dopo questa pausa ristoratrice, dobbiamo scendere, perdendo circa 150 m di quota,  verso Bocchetta Slapeur e l’omonima Malga posta a 1.628 m.


La Malga Slapeur è posta tra le Melette di Gallio e il Monte Fior in un passo naturale che mette in comunicazione la Val Miela e la Piana di Marcesina. Nel 1986 furono reperiti in loco alcuni manufatti in selce attribuibili al Paleolitico medio.
Questo darebbe adito all'ipotesi che cacciatori-raccoglitori possano aver raggiunto la Piana di Marcesina da Sud, seguendo la direttrice Vai Frenzela-Val Miela, per scopi di caccia.


Poco prima di essa, nei pressi di una lapide commemorativa, un paletto con segnavia indica la direzione verso il bosco di abeti da un lato e dall’altro rocce e roccioni che formano colonne di rosso ammonitico e che hanno indotto a denominare il sito “Città di roccia”, e dove possiamo scoprire gallerie e caverne di ricovero e altre curiose formazioni rocciose, dette Karren.

Dopo questo tratto usciamo in prato aperto, tra trincee e avallamenti provocati dalle granate dei mortai, e con una seconda e più lunga salita lungo la dorsale nord in prossimità della selletta Stringa,che divide la dorsale nord del Monte Fior dal M. Castelgomberto, abbiamo la possibilità di vedere in tutto il loro splendore bianco le Pale di San Martino, e sotto di noi la piana di Marcesina.
E poi per la cresta sommitale arriviamo finalmente, a quota 1.824 m, al punto sommitale del Monte Fior.

Su queste balze infernali ha combattuto ed è morta la 'mejo' gioventù europea.
Testimone di quei tragici avvenimenti fu Emilio Lussu che nel suo libro 'Un anno sull'Altipiano', ci ha lasciato memoria di quei drammatici avvenimenti , e dal quale Francecso Rosi ha tratto ispirazione per il suo film “Uomini Contro “.

Il panorama è uno di quelli che non si dimentica tanto facilmente.
Lo sguardo spazia sulla pianura e, in giornate limpide, arriva a Venezia, la laguna fino alle coste istriane.
Il massiccio del Grappa sembra così vicino da poterlo toccare con mano, ancora ad est le prealpi Feltrine con la Schiara ed il Pavione in primo piano, più a nord il gruppo delle Pale di San Martino, Cima D’Asta, e il Lagorai.

Infine tutta la catena nord dell'Altopiano con l’Ortigara, cima Dodici, lo spallone est del Portule, e ad ovest il Pasubio, il gruppo del Carega e i Lessini.

Semplicemente stupendo!

venerdì 20 novembre 2009

Altopiano di Asiago.... e la prima neve

In montagna con l'alternarsi delle stagioni si incontrano diversi tipi di neve.
Mario Rigoni Stern fa un celebre elenco di nomi perduti, un tempo dati dalle sue parti.
"Brüskalan; la prima neve.
Nevicava, anche a ottobre e a novembre, ma la neve autunnale è una neve fiacca, flaccida, che si attacca agli scarponi. Ma quando brüskalanava era diverso. Il terreno dopo l’estate di San Martino era ben gelato e risuonava sotto le nostre scarpe chiodate con brocche e giazzini. Lo si sentiva nell’aria l’odore della prima neve: un odore pulito, leggero; più buono e grato di quello della nebbia."

Tratto da  Sentieri sotto la neve  di M. Rigono Stern

Come ogni stagione, anche ogni neve ha il suo nome.
Quella che abbiamo ora in Altopiano, non è la brüskalan, ma la neve d'autunno.
Ma poco importa.

Anche se la neve sembra tutto mortificare, nella nuova luce del bosco si riprende a vivere.
Oggi mentre camminavo immerso in quel bianco di luce propria, tra gli alti tronchi muschiati d'argento, pure il tempo mi sembrava irreale e mi sembrava di vivere in un mondo metafisico, come dentro un sogno.

Sentivo il mio corpo non aver più peso, e diventarmi leggero il passo.
Camminavo vagando di pensiero in pensiero, in un infinito tra gli alberi innevati anche le cose più "brutte" della vita mi sembravano più chiare.


Il sole si avviava oramai al tramonto; il momento più freddo della giornata.
Poco prima uno sciatore solitario era passato lungo la stradina ed era sceso verso il parcheggio.
Certamente era uno che non amava le piste affollate e gli impianti di risalita.
Un solitario, come me, che amava il suo inverno con i ricordi e i pensieri chiari.

Camminare sulla neve non è uno sport ricco di emozioni come lo scialpinismo, ma è un'arte povera, un far niente pieno di cose.

Così pensavo mentre, salito sulla cresta, davanti a me sulla mia sinistra mi sono apparse le Pale di San Martino.
La luce del meriggio donava alle vette il colore dolomitico per cui sono famose.
Camminare sulla neve non è ecclattante come una scalata in parete, ma è semplicemente accarezzare un sentiero per uscirne dalla traccia senza impegno, per fermarsi prima,
per decidere di cambiare percorso,
per rincorrere un'altra idea,
..per inseguire un bosco o una montagna che ti sono cari.............

Camminare sulla neve non è esaltante come skyrunning, ma è un modo per rallentare il ritmo e per un istante fare posto ai ricordi, alla memoria di persone perse e da cui la vita ci ha separati.

Camminare sulla neve non è assordante come una pista da sci, ma ....................
E solo allora ci rendiamo conto che, spesso, i silenzi sono importanti quanto i suoni. Proprio come in una di quelle conversazioni che ci mettono in gioco, quando le pause contano come o addirittura più delle parole, perché ci danno il tempo di mettere meglio a fuoco i pensieri, riorganizzare le emozioni e suturare certe ferite.

Camminare sulla neve dove ogni passo diventa un respiro che muove il passo successivo e ogni respiro alimenta il nostro cuore.

E quando il cammino diventa sicuro e il passo delicato,allora mi piace pensare che sicuramente esiste quella invisibile via che unisce la terra al cielo.

Camminare non serve per tenersi in forma, ma a dare forma alla vita.

martedì 10 novembre 2009

Il fascino assoluto della montagna


Questa sera alle 20.30 al cinema Verdi di Breganze, per "Senza orario senza bandiera", assente Simon Kehrer, si è parlato di alpinismo con Walter Nones.
Il loro libro "È la montagna che chiama" è un omaggio alla memoria di Karl Unterkircher.

Il racconto dei due superstiti Simon Kehrer e Walter Nones fa rivivere tutta la bellezza, la fatica e l'intensità di quei giorni di luglio di un anno fa passati nel tentativo di scalare il Nanga Parbat attraverso l'apertura di una nuova via.
"È la montagna che chiama", edito da Mondadori, diventa un inno di amore per le vette, per la vita, per l'essenza delle cose e delle persone.

A colpire è l'atteggiamento di devozione dei due alpinisti verso la montagna, il cui richiamo è sirena irresistibile: una volta che arriva alle orecchie e soprattutto al cuore nulla più può fermare chi ne è investito.
Non certo la paura, non certo il pensiero della morte.

I capitoli  brevi  sono scritti a due mani con la naturalezza e leggerezza di un «canto» anche là dove si racconta di paure, pericoli, valanghe e morte.
Ora narra Simon  ora Walter, in un alternarsi di note tecniche (poche) , impressioni di viaggio, emozioni dell’attesa, gioie improvvise, stanchezza fisica, nostalgie di casa, sofferenza e resurrezione,  spirito di sopravvivenza, ma soprattutto silenzi e bellezze primordiali.
«L’alba è il momento più freddo della notte. Le montagne intorno a noi assumono sfumature stupende, mentre nasce il nuovo giorno. Ma il silenzio è la cosa più impressionante. Sembra di assistere alla creazione del mondo.»
Queste righe di una bellezza ascetica e rivelatrice descrivono il sorgere di un giorno, il 15 luglio 2008, promettente infinito e, purtroppo, anche eternità: il silenzio del meriggio avrà l’eco tragico e improvviso della morte.
E' la montagna che, come una sirena, ha chiamato a se l'amico e compagno Kurt Unterkircher.
Dopo un passaggio sotto un seracco, improvvisamente, senza dire una parola, Unterkircher scompare dentro un crepaccio nascosto dalla neve fresca. Un volo di quindici metri, silenzioso, mortale.
"Alla fine mi rialzo e mi preparo a uscire dal crepaccio. Ma abbandonare così un compagno mi fa sentire in colpa. Mi giro e provo l'impulso di parlargli. 'Karl, vieni, andiamo via' mormoro quasi senza volere. Mi trattengo ancora un istante, come se mi aspettassi un impossibile miracolo. No, bisogna guardare in faccia la realtà. Karl è morto, e niente potrà più cambiare questo fatto."
Nones e Kehrer reagiscono nell'unico modo consentito a chi affronta i pericoli della montagna estrema: continuano la scalata dopo essersi calati nel crepaccio per un ultimo saluto all'amico Karl e aver piantato la piccozza di Unterkircher nel punto della tragedia.
Questa avventura svela che ciò che spinge gli uomini verso le vette delle montagne è la risposta a un richiamo profondo e ancestrale, che può anche trasformarsi in un canto di morte.


le foto sono tratte dal sito di Karl Unterkircher 

Ciocogioco in due mosse: pasta al cioccolato

Potrebbe sembrare una provocazione parlare di cacao in cucina, ma ormai la tendenza è quella di confondere, sino quasi a smarrire, i confini tra il mondo dolce e il mondo salato. In fondo non abbiamo inventato niente di nuovo. Cacao e cioccolato giungono sulle tavole europee in un periodo molto favorevole per la gastronomia "creativa". I nobili del diciassettesimo e diciottesimo secolo gareggiano anche per lo splendore dei loro pranzi, e i cuochi non disdegnano gli ingredienti più strani ed esotici per stupire i commensali. Ecco perché anche le ricette di primi piatti e di pietanze finiscono per essere spesso aromatizzate con zucchero, uvetta, canditi, spezie.... e ovviamente cioccolato. In Italia è la "pasta nera" a prendere subito un posto importante tra le ricette illustri, assieme ad altri primi ed innumerevoli piatti di carne e cacciagione.
Il cioccolato, che da sempre ci ha nutrito culturalmente anche per le sue capacità di sublimare le nostre esigenze psicosensoriali, può talune volte regalare abbinamenti al limite della perfezione, altre volte variazioni sul tema in alcune delle più importanti ricette della tradizione gastronomica italiana o infine contrapposizioni di profumi, sapori e retrogusti piacevoli e provocanti. Cucinare il cioccolato consente di viverlo intensamente; è un ingrediente che, se dosato con parsimonia ed intelligenza, regala un
risultato di fine equilibrio.

Perché “Ciocogioco”?

Perché l’autunno mi mette malinconia…., allora mi piace stare in cucina a giocare con i colori e i sapori. Che cosa c’è di più adatto del cioccolato, della zucca, delle noci per riprendere i colori dell’autunno?

Per i tagliolini e i ravioli di pasta al cioccolato, impastare sulla spianatoia 200gr di farina, 25 gr di cacao amaro naturale di buona qualità (io ho usato un cacao equador del mercato equo-solidale), 2 uova e un goccio di olio extravergine. Otterrete una pasta molto elastica e asciutta che lascerete a riposare una ventina di minuti.
Nel frattempo preparate il ripieno dei ravioli: in una ciotola amalgamare circa 100 gr di ricotta di malga molto asciutta con 50 gr di formaggio asiago stravecchio.
Stendere metà impasto in 2 sfoglie non troppo sottili, disporre il ripieno in 12 mucchietti sulla prima sfoglia, coprire con l’altra sfoglia e, con l’aiuto di un coppapasta del diametro di 5cm ritagliare i 12 ravioli. I ravioli andranno cotti in acqua bollente per 6/7 minuti e conditi con burro di malga fuso in un pentolino e aromatizzato con rametti di timo, salvia, un pizzico di cannella, un pizzico di chiodi di garofano macinati e una grattugiata di noce moscata. A lato del piatto aggiungere un filo di miele di castagno e una spolverata di noci.
Con i ritagli dei ravioli e la restante pasta si otterranno i tagliolini.


In questo piatto è fondamentale la scelta e la cottura della zucca, che deve essere ben matura e dolce per contrastare piacevolmente con il gusto leggermente amaro della pasta. La zucca va pulita , sbucciata, tagliata a fettine sottili. In una teglia da forno preparare uno strato di cipolla rossa di Tropea, alcune foglie di alloro, alcuni rametti di timo, le fettine di zucca, sale pepe e una spolverata di zenzero. Condire con olio extravergine e procedere con un altro strato sino a terminare gli ingredienti. Per 6 persone sono sufficienti una cipolla e 300gr di zucca.
Cuocere in forno a 180° per una mezz’ora sino a che la zucca prenda una leggera doratura; Con la zucca così preparata si andranno a condire i tagliolini, senza utilizzare altro condimento, se non una generosa spolverata di formaggio Asiago stravecchio o Vezzena fatto cadere a lamella sulla pasta.

Amaranto (Elena  R.)

lunedì 9 novembre 2009

I funghi autunnali in tavola

Domenica 8 novembre si è concluso con il secondo appuntamento che abbiamo intitolato "Dei boscaioli e dei cacciatori", il ciclo di incontri sui funghi in tavola.
Sembra strano ma dal Rinascimento all’Unità d’Italia a farla da padroni sulle mense regali e pontificie furono sempre i funghi di primavera, più che gli autunnali:spugnole, prugnoli, marzuoli erano i grandi funghi da cucina.
Ma è l’autunno la vera stagione dei funghi.

Così, questo squisito complemento a menu importanti, pregiato piatto di mezzo, ricercato contorno si presenta in tavola nel mentre l’autunno mostra i suoi colori, fra il giallo ed il rosso delle vigne e dei boschi.
Ed ecco, fra i tanti miracoli della natura, proprio quando ci si sta preparando all’inverno, l’abbondanza dei funghi, questa “carne del bosco”, ricchissima di proteine, dieteticamente eccezionale per le pochissime calorie, che ignora completamente i grassi.

Funghi preziosi ed umili, che tendono ad occultarsi, a vivere nel silenzio magico del bosco, che quasi impaurisce con le sue ombre ed i suoi fruscii, o sui verdi prati al confine del verde, a mostrarsi solo all’ultimo istante, a dare il senso di una conquista che è insostituibile.
Prezioso ed umile si presta ad una gamma sconfinata di usi e consumi.
Profuma le salse ed i condimenti, gli intingoli di tutte le preparazioni, si unisce ai piatti di alta aristocrazia o a quelli popolari come zuppe e minestre o selvaggi spezzatini.

Con quest'ultimo appuntamento abbiamo cercato di proporre alcune specie di preziosi funghi autunnali in un incontro di gusto, cultura e piacere della tavola.
Sono stati presentati alcuni piatti con finferli (Cantharellus cibarius), ovuli (amanita caesarea), punicea (hygrocybe punicea), porcini (Boletus edulis, aestivalis ed aereus), e infine chiodini (Armillaria mellea).


Ed ecco il menù proposto:

I° SERVIZIO

II° SERVIZIO
Crema di finferli, ovuli e punicea
con crostini al lardo

III° SERVIZIO: di cucina

IV° SERVIZIO: dal focolare
Bocconcini di cervo al mirto con guazzetto di chiodini
su letto di crema di mais


PRIMA Di LASCIARE LA TAVOLA 
Semifreddo di marroni
con salsa di cachi e scaglie di cioccolato
Amaranto e Mario
Aziende e prodotti del territorio negli ingredienti del menù:

• Il Riso Vialone Nano IGP dell’Az. Agricola Melotti Giuseppe - Isola della Scala (VR)

• Fagioli di Lamon IGP di Maccagnon Riccardo – Lamon (BL)

• Az. Agricola “Aidi” – Marano Vicentino (VI) con il caprino

• Az. Vitivinicola Bonollo Giuseppe – Fara Vicentino con
Rosato di Alteo, Marzemino e"Torcolato 2007" 
premiati e segnalati dalla guida Espresso 2010

• Pellizzari Felice olivicoltore - Pove (VI)
con l’olio extravergine pluripremiato

• Malga Biscotto in Vezzena – Levico
con il formaggio Vezzena (18 mesi)

domenica 1 novembre 2009

Novembre: ... come le foglie d' autunno i ricordi

Avevo solo dieci anni quando ci siamo trasferiti nella nuova casa ai piedi delle colline ad est del paese, ma due cose le avevo già comprese nel mio cuore: che mio padre adorava la caccia e che io adoravo mio padre.
Ci vedevamo troppo poco, per i miei gusti. Avrei dato qualunque cosa per stare più tempo con lui.
Non ci ho messo molto tempo a capire che la soluzione a questo problema passava attraverso le sue uscite di caccia.


Sono passati oramai tanti anni eppure ripensando alla mia infanzia e più precisamente a quel determinato periodo della mia vita niente mi è più nitido, seppure ora velato di malinconia, di quei momenti in cui la caccia è rimasta viva nella mia mente ed ancor più nel mio cuore.
Una caccia fatta di sensazioni straordinarie che ancora oggi a distanza di tanto tempo mi danno la consapevolezza di aver vissuto con mio padre momenti indimenticabili.

Questo era il tempo in cui quasi tutte le sere dopo cena in un silenzio quasi religioso si preparavano le cartucce per i giorni a seguire. Ricordo i bossoli in cartone che a furia di sparare e calibrare diventavano sempre più corti, i pallini ed infine il cartoncino con il numero che identificava la dimensione dei pallini, e che era mio compito inserire prima che la cartuccia venisse ribattuta per l'orlatura finale con la macchinetta.
Inutile nascondere che nella mia mente di bambino erano tutti gesti che assumevano per me un significato iniziatico e che riempivano il mio cuore di un'infinita gioia.
E non c’era fine settimana ( scuola permettendo) in cui non seguivo mio padre a caccia.


Si partiva prima dell’alba per raggiungere a piedi i posti migliori per aspettare tordi,allodole o qualche beccaccia alla posta (allora era consentito); un’emozione straordinaria con un adrenalina che cresceva insieme alla speranza che l’arcera spuntasse da levante e con la sua inimitabile sagoma raggiungesse la nostra postazione lassù in Val Masiera *.

Poi sono arrivati i primi segni della malattia e con essa qualche imprevisto e piccolo incidente. E allora mia madre lo convinse a farlo per tante ragioni, anche valide, anche necessarie; la famiglia, gli anni che passavano, la paura di eventi imprevedibili, il timore di conseguenze negative per la salute...
Fatto sta che alla fine, a malincuore, aveva deciso di appendere al chiodo il fucile.

E così si era trasformato in un cercatore di funghi, perché l’ansia della ricerca non si era affatto sopita in lui. Il profumo dei boschi ancor umidi di rugiada o intrisi di pioggia autunnale lo richiamavano, ne aveva bisogno, gli colmavano il vuoto che si sentiva dentro quando giungeva la stagione, quella vera, quella di un tempo.

E allora andava a funghi, col suo cestino sottobraccio, il suo bastone, la sua vecchia cacciatora, usata ed ancora odorosa di selvaggina e cartucce sparate benché lavata e rilavata.
Forse sentiva quell’odore penetrante di un tempo quando il colpo partiva dalla prima canna, o forse solo perché era ancora nella sua immaginazione.
Forse!



* così chiamata perché gran parte delle pendici della valle era coltivata a terrazze con muri costruiti a secco. Masiera infatti deriva dal latino "maceries" che significa "mucchi di pietra", muri a secco, come appunto sono molti dei manufatti che si trovano sulle nostre montagne.