giovedì 24 dicembre 2009

Natale: il silenzio della montagna

Questa notte è una notte particolare, per molti motivi, ma anche perché regala il dono del silenzio.
Il misterioso, magico ed estatico silenzio.
E' una delle poche cose che ho compreso appieno in questa vita; e cioè che nel mondo moderno il silenzio ha una rilevanza notevole!
La nostra vita, il nostro tempo sta diventando fin troppo assordante e raramente ce ne accorgiamo così presi come siamo dal rincorrere le cose che dobbiamo fare.
E, spesso anche quando siamo soli e senza alcun "obbligo di fare" non riusciamo a creare uno spazio attorno a noi in cui vi sia il silenzio.
La cosa che ci sembra naturale è quella di accendere la TV o la Radio.
Siamo così abituati al "rumore" delle nostre giornate lavorative che quando siamo soli e restiamo per un attimo in silenzio ci prende quasi una crisi di panico.



Parlo spesso di silenzio e, se osserviamo bene, è piuttosto strano il fatto di dover sprecare tante parole per descrivere una dimensione priva di parole, una dimensione dove le parole non hanno ragione di esistere.
Tuttavia se ne parlo è solo perché mi piacerebbe che lo sperimentassero tutti; che ognuno di noi riuscisse a viverlo in modo pieno almeno una volta.
E l'angolo più bello per cercarlo ed assaporarlo è la vetta di una montagna.
Quando sei lassù nel silenzio tutto si acquieta, la nebbia si dissipa e inizia a sorgere la luce della consapevolezza.
Ed è allora che ti accorgi che non puoi più farne a meno.
E allora ti rendi conto che "E' la montagna che chiama" come titolano il loro libro Simon Kehrer e Walter Nones, o come racconta Marco Confortola.
Sì è la montagna che chiama attraverso un "silenzio perfetto" e da quel richiamo non puoi più sottrarti.

Il 28 giugno Karl Unterkircher scriveva dal campo base: «Siamo nati e un giorno moriremo. In mezzo c'è la vita. Io la chiamo il mistero, del quale nessuno di noi ha la chiave. Siamo nelle mani di Dio... e se ci chiama... dobbiamo andare. Sono cosciente che l'opinione pubblica non è del mio parere, poiché se veramente non dovessimo più ritornare, sarebbero in tanti a dire: "Cosa sono andati a cercare là? ... Ma chi glielo ha fatto fare?". Una sola cosa è certa, chi non vive la montagna, non lo saprà mai!».



Buon Natale

lunedì 21 dicembre 2009

Cornetto di Folgaria

Partenza: Pizzeria Keizel loc. costa di Folgaria 1.280 m.
Arrivo: Cornetto di Folgaria 2.060 m.
Dislivello complessivo: 780 m.
Tempo di salita: 2 ore e 40 circa (anche meno, dipende dalle soste).
Difficoltà: nessuna.


In località Costa di Folgaria m 1280, nei pressi della pizzeria Keizel di Port Vincenzo con ampio parcheggio (che serviva agli impianti di risalita ormai in disuso) si mettono le ciaspole e si comincia a salire seguendo la vecchia pista da sci.

Dopo una curva a sinistra e il successivo tornante a destra si sale ripidamente fino a sbucare nelle vicinanze di un vecchio edificio un tempo adibito a ristorante.
Siamo fuori dal bosco ed ora la pista diventa più ampia e ripida.
Si sale con fatica e con frequenti soste brevi per riprendere fiato.
Raggiunta la stazione a monte si incrocia il segnavia cai che ci indica la nuova direzione. Il cartello dichiara 1h e 30' alla cima del Cornetto, ma realmente il tempo che si impiega è molto meno (1h circa anche con numerose soste).
Ci si inoltra a sinistra nel bosco con una traversata in obliquo che ci raccorda nuovamente, in uscita dal bosco, con la vecchia pista, mentre alla nostra sinistra osserviamo i piloni del vecchio skilift in disuso.

In breve si raggiunge la spalla nei pressi dei ruderi della stazione di arrivo dello skilift dove la vista si apre sulla Valsugana e sul Lago di Caldonazzo.
Ora ci attende l’ultimo tratto.
A sinistra si risale la dorsale fra mughi coperti in parte dalla neve fino a raggiungere la vetta (dopo un breve passaggio in cresta) del Cornetto (m 2.060).

Dalla cima si gode un panorama stupendo che ripaga ampiamente della fatica fatta.
Sotto di noi uno strapiombo mozzafiato conduce lo sguardo nella Vallagarina ancora immersa nella nebbia.

Ad est le cime innevate dell'Altopiano (ben visibile la parete del Portule), del Lagorai e delle Dolomiti (visibilissima l'inconfondibile parete sud della Marmolada, Le Pale di San Martino e Cima D'Asta) e le lontane Alpi Austriache.

L'unico spicchio di orizzonte che ci e' precluso e quello a nord dalle ripidi pareti del bellissimo Becco di Filadonna, proprio di fronte a me.
Infine ad ovest si riconoscono perfettamente tutte le cime del gruppo del Brenta e alla sua sinistra il ghiacciaio della Presanella.

L'assenza di vento e il tepore del sole inducono a restare ancora un pò.
Gli ultimi scialpinisti sono scesi da una mezz'ora e sono rimasto solo quassù, e mi ritornano alla mente le parole di Cristina Castagna:
 "Sulla Cima di un 8000 cè solo il Silenzio.
Un Silenzio che lascia spazio solamente al battito del tuo cuore, al respiro affannoso, a te stesso.
Il mondo rumoroso è distante, il cielo è solo ad un passo."


Un po' di controvoglia prendo la via del ritorno. La discesa e' velocissima: in breve sono al sentiero Gentilini e poi alla pista che scende nel bosco.
Rientro con calma alla 'base' non senza una sosta alla pizzeria per la classica birra da Vincenzo.

Marco Confortola: un pestaneve sul K2


"Il primo agosto ho coronato uno dei miei grandi sogni, salire la vetta del K2. Purtroppo la salita del K2 mi ha tolto tanto: 11 amici e colleghi di spedizione, una semiamputazione di tutte le dita dei piedi, mi ha regalato tante nuove amicizie e soprattutto il dono più grande che abbiamo. La vita."

Marco C.


Questo è il K2.
La montagna probabilmente più pericolosa al mondo, ma che che fa sognare ed appassionare da sempre gli spiriti liberi aveva voluto ancora una volta il più alto dei tributi.
Marco ha sempre detto che il grande amore della sua vita è l’alta quota. E negli ultimi cinque anni ha messo a segno, una dopo l’altra, delle pregevoli ascensioni oltre gli 8 mila fino a raggiungere il primo agosto del 2008 la vetta del K2.
E tra il 1° e il 2 agosto di un anno fa, sulla parete sud del K2, si è consumata una delle più grandi tragedie della storia dell’alpinismo. Una serie di fatalità e il crollo di un seracco all’altezza del Collo di bottiglia, il canalone di roccia e ghiaccio che porta alla vetta, hanno dato il via a una imprevedibile catena di eventi che ha causato la morte di undici alpinisti.


Quella che doveva essere un’impresa sportiva si è trasformata, durante la discesa, in una lotta per la sopravvivenza nella «zona della morte» costringendo Marco a misurarsi con i propri limiti psicofisici.
Giorni di ghiaccio è la cronaca di quelle terribili ore di paura, disperazione, dolore, fatica; ma è anche la testimonianza della forza, del coraggio, della generosità di alcuni protagonisti di quella drammatica vicenda.
Un racconto didascalico ma vibrante dove trovano poco spazio le emozioni, forse proprio per cercare di dare meglio un’idea di quanto è realmente accaduto.
Perché, in questi casi, forse solo la mera cronaca di quella tragedia, può e riesce a farlo.




"Ogni montagna diversa dalle altre, ognuna una vita diversa che hai vissuto. Arrivi in cima dopo aver rinunciato a tutto quello che credevi necessario alla sopravvivenza e ti trovi solo con la tua anima. In quel vuoto puoi esaminare, in un'ottica diversa, te stesso e tutti i rapporti e gli oggetti che fanno parte del mondo normale."
Anatolij Bukreev

lunedì 7 dicembre 2009

Monte Fior


Escursione mista, di un certo impegno, che nella parte iniziale prevede una dura, anche se breve, salita.
Dalla valle di Campomulo si sale dapprima alle Melette e poi, dopo la discesa alla malga Slapeur, si risale lungo le trincee del lato nord fino alla sommità del Monte Fior, teatro di sanguinose battaglie tra il giugno del 1916 e il novembre del 1917, e dove il panorama è semplicemente eccezionale.

Da Gallio si entra nella valle di Campomulo, e prima di raggiungere i nuovi impianti di risalita delle Melette, si parcheggia e si cerca sulla dx, poco prima della casetta di partenza dei vecchi e dismessi impianti di risalita del “Salto degli Alpini” a quota 1400 m, una carrareccia con divieto di transito per veicoli motorizzati).
Si attraversa subito un bosco di abeti rossi e ci si dirige verso la pista di discesa in direzione Est. Mantanendosi sul lato destro della pista si risale la sua parte più ripida denominata "salto degli alpini" che in breve ci porta fuori dal bosco a quota 1.577.


Ora lo spazio aperto ci permette di scegliere la via di risalita che riteniamo più idonea.
Alcuni scorci sulla cresta contro il cielo delle Melette e gli evidenti impianti di risalita delle medesime alla nostra sinistra accompagnano questa lunga e faticosa salita che ci porta alla stazione a monte dei nuovi impianti.

Abbiamo raggiunto, dopo un'ora circa dalla partenza quota 1.735 e il nostro sguardo può iniziare a spaziare a nord e a est cercando di riconoscere le varie cime in un susseguirsi di splendidi panorami.
Dopo questa pausa ristoratrice, dobbiamo scendere, perdendo circa 150 m di quota,  verso Bocchetta Slapeur e l’omonima Malga posta a 1.628 m.


La Malga Slapeur è posta tra le Melette di Gallio e il Monte Fior in un passo naturale che mette in comunicazione la Val Miela e la Piana di Marcesina. Nel 1986 furono reperiti in loco alcuni manufatti in selce attribuibili al Paleolitico medio.
Questo darebbe adito all'ipotesi che cacciatori-raccoglitori possano aver raggiunto la Piana di Marcesina da Sud, seguendo la direttrice Vai Frenzela-Val Miela, per scopi di caccia.


Poco prima di essa, nei pressi di una lapide commemorativa, un paletto con segnavia indica la direzione verso il bosco di abeti da un lato e dall’altro rocce e roccioni che formano colonne di rosso ammonitico e che hanno indotto a denominare il sito “Città di roccia”, e dove possiamo scoprire gallerie e caverne di ricovero e altre curiose formazioni rocciose, dette Karren.

Dopo questo tratto usciamo in prato aperto, tra trincee e avallamenti provocati dalle granate dei mortai, e con una seconda e più lunga salita lungo la dorsale nord in prossimità della selletta Stringa,che divide la dorsale nord del Monte Fior dal M. Castelgomberto, abbiamo la possibilità di vedere in tutto il loro splendore bianco le Pale di San Martino, e sotto di noi la piana di Marcesina.
E poi per la cresta sommitale arriviamo finalmente, a quota 1.824 m, al punto sommitale del Monte Fior.

Su queste balze infernali ha combattuto ed è morta la 'mejo' gioventù europea.
Testimone di quei tragici avvenimenti fu Emilio Lussu che nel suo libro 'Un anno sull'Altipiano', ci ha lasciato memoria di quei drammatici avvenimenti , e dal quale Francecso Rosi ha tratto ispirazione per il suo film “Uomini Contro “.

Il panorama è uno di quelli che non si dimentica tanto facilmente.
Lo sguardo spazia sulla pianura e, in giornate limpide, arriva a Venezia, la laguna fino alle coste istriane.
Il massiccio del Grappa sembra così vicino da poterlo toccare con mano, ancora ad est le prealpi Feltrine con la Schiara ed il Pavione in primo piano, più a nord il gruppo delle Pale di San Martino, Cima D’Asta, e il Lagorai.

Infine tutta la catena nord dell'Altopiano con l’Ortigara, cima Dodici, lo spallone est del Portule, e ad ovest il Pasubio, il gruppo del Carega e i Lessini.

Semplicemente stupendo!