venerdì 22 gennaio 2010

QUERIDO PERU’: le molte meraviglie della Cordillera Blanca



Per la rassegna di viaggi e incontri " Senza Orario Senza Bandiera" si è svolto ieri sera a Pianezze un incontro con Bruno Bruni, presidente della sezione CAI di Recoaro Terme, e la partecipazione di Sabina Bollori e Goretta Traverso.
La serata è stata dedicata all’apertura del nuovo Centro di Andinismo “Renato Casarotto” nelle Ande Peruviane - realizzato con il sostegno delle Sezioni Vicentine del Club Alpino Italiano – e alla bellezza della Cordillera Blanca.

La Cordillera Blanca del Perù, lunga in linea d'aria 180 km e culminante in una trentina di 6000 e un centinaio di 5000, è una delle catene di roccia e neve di più abbagliante bellezza dell'America Latina.
Sulla Cordillera Blanca, da trent'anni un movimento vastissimo di volontari partito dall'Italia, attraverso l'Operazione Mato Grosso, sta cercando di dare non solo un esempio della gratuità, ma anche di formare giovani andini in vari arti e mestieri. Sono stati fondati e fatti funzionare laboratori artistici e artigiani, scuole, ospedali, centri di forestazione, bellissimi rifugi d'alta quota e case attorno a cui si sviluppano innumerevoli attività che danno lavoro e sostegno a migliaia di persone del luogo.
In questo modo si vuole tentare di interrompere l'esodo dei campesinos dalla montagna verso la capitale Lima.

Ragazzi e ragazze campesinos che nelle scuole imparano un mestiere che permette loro di cambiare vita.
Così avviene anche nella nuovissima Escuela (scuola) de Alta Montaña don Bosco intitolata a " Renato Casarotto" di Marcarà, dove gli allievi si preparano a diventare guide andine.
La scuola è nata nel lontano 1999 e grazie all’impegno di tante persone e volontari, vi si iniziò un corso di tre anni per guide andine al quale parteciparono ragazzi poveri ma dotati per la montagna.
Oggi alcuni di loro,superato l’esame per diventare guide Uiagm, lavorano come guide alpine.Sono alpinisticamente preparati, allegri ed entusiasti e soprattutto disponibili e pazienti.



Il corso è una parte di un vasto progetto di solidarietà che ha visto la realizzazione di tre rifugi: il Perù, l’Ishinca, e il Huascaran, nei pressi dei rispettivi campi base. Migliaia di ragazzi volontari degli oratori italiani e peruviani hanno unito le loro forze partecipando ai campi di lavoro, raccogliendo finanziamenti e facendo lavori il cui ricavato veniva e viene ancora oggi destinato all’Omg. L’abitudine al lavoro durissimo dei giovani campesinos ha reso possibile quello che sembrava impossibile: una catena umana che dalla Valle ha trasportato il materiale in quota e ha permesso la realizzazione dei rifugi: rifugi belli, comodi, attrezzati, con i pannelli solari, l’acqua calda nei servizi igienici, i letti a castello puliti e confortevoli, insomma con uno standard qualitativo sicuramente migliore rispetto a molti rifugi delle nostre dolomiti.



I rifugi sono oggi utilizzati dalle spedizioni alpinistiche di tutto il mondo, ma
anche per trekking d'alta quota.Trekking e spedizioni che diventano in questo modo oltre che un'avventura turistica anche un’esperienza umana e di partecipazione ad un progetto di riscatto.
Siamo in tanti oggi a cominciare a pensare che l’ingiustizia di questo mondo, che vede da una parte troppa richezza e consumismo e dall’altra una povertà assurda, non può continuare.
Siamo in tanti ad aver voglia di incominciare a fare qualcosa: si può cominciare anche così, andando a fare il ”turista” sui sentieri delle Ande coi ragazzi di Marcarà, invece che con le Agenzie specializzate.


Per chi volesse provare una vacanza diversa, un'esperienza alpinistica indimenticabile, un trekking d'alta quota senza dover assumersi tutti i disagi organizzativi di una spedizione, a prezzi concorrenziali,
può contattare la Società delle Guide Andine don Bosco


domenica 17 gennaio 2010

Alpinismo o Arrampicata ?

Estendi i tuoi limiti, innalza il tuo spirito e punta alla cima.




Il viaggio sulla montagna per un alpinista è soprattutto un viaggio dentro se stesso. All'alpinista interessa spesso l'ascesi fisica quanto quella spirituale e si proietta verso l'alto come per volare, alla ricerca del cielo, del sogno……… forse consciamente o inconsciamente spinto dalla ricerca dell'ascesi mistica.



La vita che facciamo chiusa fra le quattro pareti delle nostre abitazioni, dei nostri uffici, delle nostre città non fa altro che indebolirci svuotandoci della nostra capacità di sopravvivere. Siamo fragili e facili al turbamento.
Giorno per giorno sappiamo solo recitare quel buffo teatrino nel quale siamo solo goffe marionette ammaestrate. Passiamo lungo i sentieri della vita senza riuscire a comprendere assolutamente nulla di noi stessi e dei nostri limiti, come diceva K. Unterkircher nell'intervista rilasciata a Sky Sport(1).



Allora la montagna vissuta nella suo aspetto più selvaggio, con un approccio diverso da quello dell'Arrampicata può rappresentare per chiunque l'occasione di iniziare quel viaggio che nella vita di tutti i giorni non sempre è facile intraprendere.
Alpinismo e Arrampicata stanno diventando, sempre di più, modi diversi di intendere la montagna.
L'ipotesi prospettata dall'Accademia del CAI, e direi oramai da tutti accettata, è che Alpinismo e Arrampicata siano due attività diverse (vedi La Rivista del C.A.I. nel numero di marzo-aprile 2009.

"Arrampicare è un gesto fisico, anzi una sequenza appropriata di gesti che permettono ad un individuo, attraverso il coordinato movimento dei quattro arti, di salire in alto superando ostacoli, dislivelli, asperità vincendo la forza stessa di gravità.
Questa sequenza di gesti costituisce l'essenza stessa dell'arrampicata e permette a soggetti allenati il superamento di pareti sempre più difficili." (2)
Arrampicare, in questo senso, diventa allora una tecnica sportiva e come tale prevede delle gare e delle sfide con vincitori e perdenti.


L'Alpinismo, al contrario, non è e non sarà mai uno sport.
Può avere in comune con l'Arrampicata alcuni gesti fisici, forse la tecnica, ma possiede una prospettiva sia individuale sia progettuale molto più ampia.
Una scalata alpinistica nasce da un pensiero, un'ideazione, una spinta che non comprendono solo l'elevazione fisica, ma anche una ricerca interiore, una conoscenza dell'ambiente e un'avventura.
Come giustamente scrive Reinold Messner:
"In montagna non c'è nulla da conquistare. Quel che dobbiamo conquistare sono gli angoli remoti della nostra anima. Come essere imperfetto, l'uomo diventerà consapevole della propria limitatezza solo quando si scontrerà con le proprie debolezze psicofisiche.
Le montagne come mezzo, come percorsi per la conoscenza di sé." (3)

Credo allora che si possa definire l'Alpinismo come una ricerca e insieme un'avventura fisica e spirituale che ci porta, attraverso dubbi e domande, a trovare risposte e certezze che ci aiutano a vincere le nostre paure.
 E questa diventa anche la bellissima utupia dell'Alpinismo: aiutarci a conoscere noi stessi per migliorarci e migliorare il mondo in cui viviamo.





(1) Intervista a Karl Unterkircher
(2) La Rivista del CAI - marzo aprile 2009
(3) Montagne - Immagini e pensieri - Reinhold Messner - DeAgostini (2002)
Le foto sono dell'amico Matteo F.

sabato 16 gennaio 2010

Cima Fradusta: alpinismo o arrampicata ?

Nelle vibranti e libere ascensioni sulle rocce tormentate,
nei muti e lunghi colloqui con il sole, con il vento, con l'azzurro,
nella dolcezza un pò stanca dei delicati tramonti,
ritrovavo la serenità e la tranquillità.

E l'ebrezza di quelle ore passate lassù,
isolato dal mondo, nella gloria delle altezze,
potrebbe essere sufficiente a giustificare qualunque follia.

Giusto Gervasutti, alpinista

Maestose ed eleganti cattedrali di pietra che svettano nel cielo, il gruppo delle Pale di San Martino è il più esteso delle Dolomiti, con circa 240 kmq di estensione, ed è situato in parte nel Trentino ed in parte nel Veneto.
La loro bellezza ha attirato fin dall’800 viaggiatori ed alpinisti, sia italiani che stranieri.
Ma la particolarità di questo splendido gruppo montuoso è nella presenza di un altopiano: un tavolato di pietra sospeso a oltre 2000 metri di quota.
Un luogo lunare, per certi aspetti misterioso, situato nella parte centrale del Gruppo e chiuso a sud dalla Fradusta con il suo ghiacciaio.
La cima Fradusta, che con la sua altezza di 2939 m è una delle più alte cime del Gruppo, è caratterizzata da una imponente parete sud che precipita verticale nella valle delle Lede ma soprattutto dalla presenza dell’omonimo ghiacciaio, ubicato nel suo versante nord.
Il piccolo ghiacciaio della Fradusta, uno dei pochissimi residui glaciali ed è considerato il secondo ghiacciaio delle Dolomiti per estensione, dopo quello della Marmolada. Purtroppo, il progressivo ritiro dei ghiacciai alpini ha portato nella torrida estate del 2003 alla rottura del ghiacciaio in due parti.

In questo periodo dell'anno la salita alla cima della Fradusta riserva momenti di grande intensità emotiva e di felicità spirituale.
Da un alto perché l'altopiano completamente innevato risulta essere così unico nell'ambiente dolomitico da renderlo quasi simile all'altopiano del Tibet.
Dall'altro perché nel periodo invernale capita spesso di poter percorrere i sentieri dell'altopiano delle Pale in completa solitudine.

E tutto questo può rende questa escursione unica e grandiosa.

Così ieri mattina ci siamo alzati di buon'ora per poter essere a San Martino di Castrozza in tempo per le prime corse della funivia che in due tronconi porta in prossimità del rifugio Rosetta, a quota 2.630 metri.
Il cielo è perfettamente pulito e fa freddo.
Silenzio totale, solo il rumore dei nostri passi. Dietro di noi, lontano, osservo (un po’ nascosto) il Cimon della Pala, la bianca Valle dei Cantoni, la Vezzana, i Bureloni e il Focobon.

Camminiamo lentamente perché la neve scesa qualche giorno fa non è ancora assestata e dobbiamo alternarci per battere traccia dal momento che nei giorni scorsi nessuno si è avventurato sull'Altopiano.
Così impieghiamo più di due ore per arrivare al Passo Pradidali Basso dove ci fermiamo per una breve sosta e per pianificare la salita alla cima.
Purtroppo attraversare il ghiacciaio senza traccia è troppo pericoloso e così decidiamo di aggirarlo.

Per salire alla cima dobbiamo compiere un ampio giro passando per il passo della Fradusta e quindi per la Forcella Alta del Ghiacciaio.
Questo è il sentiero estivo che, aggirando tutto il ghiacciaio, consente di risalire agevolmente e senza alcuna difficoltà il dislivello di circa 250 m che c’è tra l’altopiano e la Fradusta.
Questo è un tratto che consente di ammirare l’altipiano in tutta la sua vastità e maestosità, ma che purtroppo allunga di molto i tempi di risalita, costringendoci alla resa.
A meno di 200 metri dalla vetta dobbiamo a malincuore tornare sui nostri passi per rientrare in tempo per l'ultima corsa di discesa della funivia.

Ma non voglio perdermi lo spettacolo che mi offre in questo momento la montagna. E così per un istante mi siedo ad ammirare comodamente lo scenario, chiuso dentro al mio pile. Il sole scalda un po’ l’aria ma fa ancora freddo.
Una leggera brezza di vento mi sfiora la pelle del viso, così mi sistemo il frontino del cappuccio e chiudo gli occhi.
Questa notte ho dormito poco; forse è per questo motivo che inizio ad assopirmi.  In uno stato di dormiveglia irreale mi sembra di essere sospeso nel nulla e i pensieri iniziano a volare senza confini.

Ed è proprio in questo momento che mi rendo conto della differenza sostanziale tra Alpinismo ed Arrampicata.
L'Alpinismo ammette e accetta la rinuncia alla cima rendendo ancora plausibile il valore dell'impresa (escursione), l'arrampicata ammetterebbe la rinuncia alla vetta solamente come una sconfitta.

Le voci dei miei compagni d'avventura mi richiamano alla realtà e alla dura fatica del percorso di ritorno che abbiamo deciso di compiere con un giro ad anello passando nei pressi del lago di Manna.
Arriviamo alla funivia quando le ultime luci del giorno colorano con sfumature tenue e delicate il paesaggio, riempendoci il cuore di malinconia, ma anche di serenità e tranquillità per la giornata trascorsa quassù, isolati dal mondo tra la gloria di queste altezze dove, per un tempo indeterminato, ci è sembrato di essere stati realmente più vicini al cielo che non alla terra.


le fotografie sono dell'amico Matteo F. 

domenica 10 gennaio 2010

Alpinismo o Turismo ?

Nella tragedia di cui ho raccontato nel precedente post, pubblicando l'intervento di Agostino Da Polenza, mi ritrovo sempre di più nelle parole espresse da chi del Soccorso Alpino ha partecipato a quella tragedia riuscendo a scampare alla morte per un miracolo.
Intervistati Martin Riz e Sergio Valentino, due dei sette esperti operatori del Soccorso Alpino che la sera del 27 dicembre scorso si sono diretti verso la Val Lasties dove erano dispersi due alpinisti friulani, hanno così commentato quello che è successo:


" È duro accettare quello che è successo. Ma non è stata un’i mprudenza partire l’altra sera. Un nostro collega era sceso dalla val Lasties nel pomeriggio. Quando ci hanno chiamato per l’i ntervento di soccorso a due escursionisti travolti da una valanga erano da poco passate le sei.
Quando arriva una chiamata per andare a soccorrere qualcuno c’è sempre un’incertezza, la proviamo ogni volta. Ma poi lo spirito di soccorso ti fa partire. L’anno scorso abbiamo fatto un intervento nello stesso posto in condizioni ancora più difficili.
Quando siamo arrivati all’imbocco della val Lasties abbiamo valutato insieme la situazione, eravamo tutti e sette gente esperta del posto. Questa montagna la conosciamo da quando siamo bambini. Ma la montagna, per quanti calcoli e valutazioni tu possa fare, ha sempre in sè qualcosa di imponderabile. Non puoi annullare quel minimo margine di rischio, non puoi.
Così ora posso dire che contro la furia di quella neve salvarsi era impossibile, se non per un miracolo. Era un fronte troppo grande. Ci ha travolti tutti, e per alcuni di noi non c’è stato scampo. Mentre scendevamo per il pendio, con la coda dell’occhio ho fatto in tempo a vedere la neve che si staccava alla mia sinistra. Io ero con il toboga, ho sentito la spinta fortissima della neve che mi buttava in avanti. Sono rimasto sotto e ho rotolato, rotolato non so per quanto. Poi la forza della valanga mi ha sbalzato fuori, e improvvisamente ho sentito che ero in superficie.
Ero vivo. Mi sono liberato dalla neve, ho gridato. C’era solo buio attorno, vedevo solo le luci delle pile. Ho sentito che Roberto mi rispondeva, era vivo anche lui, era poco sopra di me. Non so com’è stato possibile, ma è successo. Abbiamo dato l’allarme e poi abbiamo iniziato a cercare i nostri compagni.
"


Ma la montagna, per quanti calcoli e valutazioni tu possa fare, ha sempre in sè qualcosa di imponderabile. Non puoi annullare quel minimo margine di rischio, non puoi.
Chi sale in montagna sa benissimo che, al di là delle normali e corrette precauzioni che bisogna sempre prendere prima di partire, c'è sempre un rischio, un fattore imponderabile che la montagna riserva a se.
Qualsiasi montagna; dal K2 alle Dolomiti, dall'Everest alle Alpi, dal Nanga Parbat al vicino Pasubio.
E se vogliamo salire in montagna da alpinisti questo rischio bisogna accettarlo e viverlo imparando a calcolare i nostri limiti e a conoscere in maniera profonda la montagna che abbiamo deciso di incontrare.



Se invece vogliamo salire la montagna in tutta sicurezza da turisti, allora dovremmo fare come nell'Everest, dove è stata completamente attrezzata con corde fisse e scale tutta la salita in modo che tutti possano accedervi in sicurezza.
Gli zaini sono portati dagli sherpa e lungo il percorso ci sono dei bivacchi attrezzati di tutto punto con cucina, viveri e bombole di ossigeno a disposizione.
Il Ministero del Turismo Pakistano ha inoltre diffuso le nuove tariffe agevolate e scontate (anche del 50%) per l'anno 2010. Così per salire l'Everest bastano ora solamente 6.000 dollari per un gruppo di 7 persone.
Di questo passo si farà la fila per salire la montagna più alta al mondo come davanti ad uno skilift.


* le foto sono tratte dal sito di M. Confortola

venerdì 1 gennaio 2010

Montagna pericolosa e assassina ?

Vi riporto quello che ha detto Agostino Da Polenza, esperto alpinista ed ora presidente del comitato EvK2Cnr, sulla tragedia accaduta in Val Lastie (laterale della Val di Fassa)il 26 dicembre scorso.


Ha ragione da vendere Bertolaso quando afferma che non vuole più perdere uomini per l’incoscienza e l’irresponsabilità altrui. Ha ragione anche chi del Soccorso dice che bisogna rispondere a tutte le chiamate, anche a quelle degli incoscienti che si sono messi nei guai. Ma ha in parte torto chi anche del “Soccorso” obbietta che comunque di fronte chiamata di pronto intervento si deve sempre intervenire, subito.

Certo è più che comprensibile sul piano umano questa presa di posizione, ma non è vero che bisogna sempre partire a qualunque costo e prezzo, anche se è difficilissimo dire no, aspettare condizioni e situazioni meno critiche. Ma deve prevalere la logica del soccorritore (ancorché volontario e straordinariamente generoso) che valuta con estrema professionalità, freddezza, determinazione e attenzione la situazione, il rischio e i pericoli. Che non si lascia condizionare da pressioni esterne dei famigliari delle vittime. Se il rischio era troppo elevato per due sprovveduti, colpevoli di aver ignorato ogni allerta e di essersi avventurati verso la Val Lasties, risalendo pendii instabili con il livello di rischio 4 su 5, ma lì, che con quelle caratteristiche del terreno era ancor più elevato, lo era di certo anche per i 7 soccorritori, per quanto esperti fossero.

Fare il pompiere, il soccorritore della protezione civile nelle pianure alluvionate o nelle città terremotate o del soccorso alpino è un mestiere duro e pericoloso, ma anche estremamente specializzato. Lo slancio umano generoso e irrefrenabile per portare aiuto e soccorso a persone in difficoltà, aumenta di sicuro il livello di accettazione del rischio da parte del soccorritore, ma mai e poi mai deve diventare accettabile l’infilarsi in situazioni di pericolo oggettivo dove la probabilità di cavarsela è veramente troppo sotto il livello di guardia. Anche se come dice il mio amico Gnaro Mondinelli: “Quando fai una salita non dai mai il 100 per cento, quando fai un soccorso sì”. Forse la misura sta nel non andare oltre. Simone Moro in queste ore si arrabbia molto con la legislazione italiana che impedisce il volo notturno con l’elicottero. E probabilmente ha ragione. Ma se tutto questo è vero, e se l’elicottero era l’unico mezzo abbastanza sicuro di fare una ricognizione, perché non si è aspettato il mattino?

Non so se questa tragedia sia ascrivile a questi ragionamenti indotti dalla sensazione che mi deriva dalla lettura delle cronache, ma so che questa casistica di incidenti e interventi va valutata, profondamente e studiata, deve diventare esperienza. Anche se , bisogna riconoscerlo, il sistema dell’emergenza in Italia, anche sulle montagne, è tra i migliori al mondo.


Da anni mi batto per far passare l’accettazione di un’etica della vita in montagna tra gli alpinisti più bravi e quelli meno, tra i neofiti , ma anche tra coloro che sono chiamati a lavorare e operare in quota. Esemplare ciò che il padre dell’alpinismo Riccardo Cassin , centenario proprio in questo 2009, ci diceva spesso : “il miglior alpinista è quello che torna a casa vivo”.

Altra questione riguarda i due giovani alpinisti che armati di “ciaspole” si sono avventurati verso il proprio suicidio. Assolutamente impossibile capire cosa sia loro passato per la testa. Un’azione colposa verso se stessi e verso i loro soccorritori quella che hanno messo in atto, scambiandola per una gioiosa ascensione in cerca di cascate di ghiaccio da salire.

Questi comportamenti vanno scoraggiati con la cultura e con campagne d’informazione e poi perseguiti con le leggi attuali e se necessario inasprendo specifiche norme. Nessuno può dire ormai “ non sapevo del pericolo”. Televisione, giornali, internet, enti locali e loro mezzi di comunicazione, ci informano ora per ora, con dovizia di particolari sullo stato di sicurezza della montagna. Chi trasgredisce colpevolmente spesso viene punito troppo duramente dalla montagna e da se stesso, ma se la fa franca, almeno una punizione dagli uomini dovrebbe assaggiarla.

Come fare per ovviare a tutto questo? Non lo so nello specifico dei singoli casi. So però che se è accettabile e nella vita anche auspicabile prendersi dei rischi perché serve a crescere , so anche che in alpinismo abbiamo superato il limite e dobbiamo fare un passo indietro. Troppi incidenti e morti anche tra gente molto brava. C’è una tendenza a mettersi in gioco e mettere in gioco la propria incolumità infilandosi in situazioni di pericolo incontrollabili. Non è chiaro se per rincorrere eroismi e riconoscimenti personali e privati o semplicemente per fare i “fenomeni” al bar, per gli sfigati, sulla grande stampa e in TV, per pochi altri. E mi vien persino il sospetto che qualcuno cerchi di fare il “fenomeno” perché gli incidenti danno notorietà. E’ questo in ogni caso un gioco mortale per se stessi, che abbassa in continuazione il livello di percezione e accettazione generale del pericolo.

Di questo dovremmo continuare a preoccuparci per tentare di invertire la rotta. Se non lo faremo, all’aumento degli incidenti, si sommerà un effetto allarme e allora, come per l’alcol, il rischio sarà quello di indurre il legislatore e le istituzioni ad adottare norme restrittive e punitive che forse metteranno un freno alle tragedie, ma di certo toglieranno il gusto della libertà a chi frequenta le montagne.

Agostino Da Polenza

tratto da Montagna TV