domenica 17 luglio 2011

Alpe di Siusi e di Tires

Alcune volte non riesco fare a meno di stupirmi di me stesso.
In genere mi reputo abbastanza previdente nella valutazione di un itinerario cercando di ridurre al minimo il rischio meteorologico. Stavolta però ho sbagliato e la lezione è puntualmente arrivata. Ma come mi dice sempre Enrico: questa è la montagna e anche a luglio può risultare imprevedibile.

Ma andiamo con ordine.
Venerdì controllo costantemente le previsioni del tempo per il giorno seguente in prospettiva di scegliere un itinerario che risulti il meno esposto alle variabili temporalesche di questo strano periodo.
Alla fine decido per una escursione sull'Alpe di Siusi con salita al rifugio Bolzano, lunga traversata fino al rifugio Alpe di Tires e ritorno per la forcella dei denti di Terrarossa (Rosszahn Pass).

Così ieri mattina partiamo dalla stazione a monte della seggiovia che ci porta al Panorama dalla località Compatsch, arrivando in quota a circa 2000 metri.
Il bigliettaio della seggiovia ci guarda stupito, unici avventori dei luoghi. Forse tre minuti prima stava pensando se chiudere tutto e tornarsene a casa. Il cielo è coperto, le nuvole corrono veloci e le valli su Castelrotto e Ortisei sono immerse in bianche nubi. Comunque non piove e lo spettacolo dell’Alpe di Siusi, anche in queste condizioni è magnifico. Il gruppo del Sassolungo è coperto per metà della sua altezza e lo Sciliar con le sue misteriose guglie fa capolino tra le nebbie.

Da qui seguiamo una strada sterrata che, in leggera discesa, ci porta, attraversando la valle che si affaccia ai piedi dello Sciliar, alla baita Saltner (1.850 mt) che risulta il punto, con la quota più bassa, da cui inizia la salita che ci porterà al rifugio Bolzano-Monte Pez.
A questo punto prendiamo il sentiero numero 1 che sale inizialmente con progressione dolce lungo un bosco rado di abeti e larici, per poi “arrampicarsi” per un ampio mugheto con tratti scavati nella roccia, mentre in altri troviamo anche qualche panchina in legno che ci permette una breve sosta e soprattutto di osservare il panorama che si apre sull'intero altipiano di Siusi......

...si continua a salire con tornanti sempre più stretti mentre gli alberi sono sempre meno, e di conseguenza anche l'ombra, mentre i passaggi più impegnativi sono superati grazie anche a delle scalinate in legno. Forse proprio per queste sue facilitazioni il sentiero viene anche chiamato "dei turisti".

Poi anche i pini mughi scompaiono del tutto e la salita avviene tra erba e rocce, con la soddisfazione di vedere le prime stelle alpine dell'anno.
Arrivati in cima lo spettacolo vale il prezzo della fatica. Si spalanca un meraviglioso panorama sulle dolomiti quasi a 360°.

Raggiungiamo, dopo un'altra mezz’ora di cammino lungo il piano, il bellissimo rifugio Bolzano che sta a significare una pausa ristoratrice.(2 ore e 45'dalla partenza)
Mi distendo nel prato sopra al rifugio. E intanto non piove. Tutto attorno a noi prati, qualche vecchia baita, qualche mucca grigio alpina al pascolo, il tutto accompagnato dai fischi delle marmotte a guardia delle tane.

Nonostante il tempo cupo riesco a scattare qualche foto. Siamo completamente soli e assaporiamo per un po’ questo momento provando ad immaginare le visioni e i panorami con il sole ma le dolomiti oggi sono coperte. Ridiscendiamo perdendo un centinaio di metri di quota per proseguire poi lungo il sentiero n. 4 che, con una lunga traversata in salita, ci porta a 2.550 mt dove ha inizio la ferrata "Maximilian"

Preferiamo continuare per il sentiero normale, visto che il tempo si è fatto decisamente più cupo e le nuvole basse permettono una visibilità appena sufficiente per individuare il sentiero. Non facciamo in tempo ad indossare la giacca “rain tech” che siamo colpiti da un temporale che trasforma tutto in una tempesta di grandine e vento.

Questo tempo purtroppo ci accompagnerà per tutto il tragitto fino al rifugio Alpe di Tires permettendoci solamente una brevissima pausa, giusto il tempo per una foto del rifugio in lontananza e dei dirupi scoscesi che si aprono sotto di noi nel Barenloch (Buco dell'Orso) dove un sentiero scende verso la bellissima Val Ciamin a Bagni di Lavina Bianca di Tires.

Al rifugio facciamo un'altra pausa, per poter riscaldarci e per poter ingoiare qualcosa di caldo. Non dimentichiamoci che in montagna c'è sempre il pericolo di ipotermia, quando, come in questo caso, la temperatura dell'aria si è abbassata di più di 15 gradi, l’acqua ci ha inzuppato i pantaloni e il forte vento può causare un pericoloso fenomeno di raffreddamento (effetto wind chill).
Riprendiamo la salita fino alla forcella dei Denti di Terrarossa ma neppure ora abbiamo la fortuna di osservare da vicino il Rosengarten coperto ancora da una cappa di nubi.

Solamente la Val Duron, una delle valli più suggestive ed ancora intatte di tutto l'arco dolomitico, si mostra nella sua interezza con i prati in alta quota segnati dalla recente grandinata.
Arrivati alla forcella scendiamo con ripidi tornati verso l'Alpe e la seggiovia.

Appena scesi dai ghiaioni ed entrati nella zona dei pascoli con continui cancelletti in legno da superare ricomincia nuovamente a piovere, ma non forte. Non so perché ma il tutto mi sembra ugualmente romantico. Tutto attorno a noi prati, baite, vecchi fienili, qualche cavallo che appena ci vede cerca di avvicinarsi a noi, e molte mucche al pascolo.

Nonostante il tempo cupo riesco a scattare un'ultima foto, prima di salire sulla seggiovia. Guardo verso lo Sciliar e adesso mi sembra un animale preistorico appoggiato sul dorso e le nubi bianche e basse che salgono velocemente, avvolgendo il sentiero dei Turisti, sembrano eruttate dalla bocca di un drago come per la magia di un mago.

giovedì 14 luglio 2011

Nigritella nigra: il fiore di cioccolato

La nigritella è una piccola orchidea che cresce nei prati delle alpi tra i 1500 e i 2500 m. Il nome scientifico di questo strano fiore è nigritella nigra, ma viene chiamata semplicemente nigritella, vanillina o anche morettina. Questo perché il fiore emana un delicato, gradevolissimo profumo di vaniglia e anche di cioccolato.

Il nome del genere deriva dal latino niger = nero e fa riferimento al colore rosso scuro, quasi nero, della specie più diffusa. I fiori sono formati da numerose infiorescenze che vanno dal rosso scuro fino al nerastro ed emanano il gradevole profumo.
Ogni singolo minuto fiore, di cui è formata l'infiorescenza, presenta i tepali più esterni a forma di stella; fra i più interni uno è un po' più grande e costituisce il labello.

Come le altre orchidee alpine è un fiore protetto, dal momento che si è adattato a ristrette condizioni ambientali; infatti queste piante vivono solamente in stretta simbiosi con alcuni funghi per poter germogliare e di alcune farfalle per poter essere impollinate.
La nigra è quindi una specie stenoecia; significa che il minimo, l’optimum e il massimo per la propria conservazione sono molto vicini.

E' un fiore piuttosto piccolo che non si fa notare molto dal camminatore distratto; occorre fermarsi e chinarsi per coglierne sia la bellezza che il profumo.
Quando fiorisce in alta quota, ad inizio estate, è uno spettacolo puro, difficile da descrivere con le sole parole.
Ma quando contemporaneamente si ha di fronte uno splendido cielo azzurro, il verde delle praterie di altitudine e migliaia di orchidee di uno splendido rosso scuro, profumate intensamente di cioccolato alla vaniglia, ci si rende conto della magnificenza e della serenità che la natura riesce a trasmetterci anche nelle terre alte.

domenica 10 luglio 2011

Latzfons kreus e cima di San Cassiano

All'uscita autostradale di Chiusa prendiamo la strada che ci porta dapprima a Velturno e poi a Latzfons, per poi continuare sui molti tornanti oltre S. Pietro, Mühlbach e lo sparso villaggio di Rungallen fino al posteggio auto di Kaseregg-Jochalm (1959 mt.)
La strada è asfaltata fino a Kaseregg e durante la salita non si corre il rischio di sbagliare grazie alla continua ed opportuna segnaletica presente negli incroci, ma certamente il tempo per salire sembra quasi interminabile per le continue curve, le forti pendenza e un sedime stradale alquanto stretto che ci costringe ad una velocità molto ridotta..

Dal parcheggio, dopo aver cercato le indicazioni, tra le tante, per Latzfons kreus con segnavia n. 15, attraversiamo prati punteggiati da malghe e baite e contornati da estese zone ricoperte di pino mugo o boschi di pino cembro.

Attraversiamo così tutto il rilievo della montagna puntando dritti a nord fino a giungere ad un crocefisso (ore 1 e 30')che segna l'incrocio con il sentiero n. 1 che seguiremo fino al rifugio.
Dopo una breve sosta riprendiamo il cammino in discesa e poi per liberi pendii fino al Rifugio S. Croce di Lazfons (2311 mt.2 ore) che si trova sul roccioso crinale del massiccio Ritzlar.


Da qui lo sguardo spazia su gran parte dell'arco dolomitico dalla Plose, al Putia, alle Odle, al gruppo del Sella e del Sassolungo con il Sassopiatto e la Marmolada in bella evidenza e giù fino allo Sciliar al Catinaccio e al Latemar.

La chiesetta, accanto al rifugio, costruita nel 1860 sulle rovine di una piccola cappella è il più alto luogo di pellegrinaggio d'Europa ed ospita in estate il "Schwarzen Herrgott" (il Gesù Cristo nero), un'icona cristiana molto amata, che tutela i contadini e gli escursionisti dalle bizze del tempo durante il periodo estivo.

Nella penultima domenica di giugno essa viene portata dal paese alla chiesetta con una processione e riportata nuovamente a valle in autunno. 
L’equilibrio armonico che si percepisce quando si entra nella piccola chiesa riesce a procurarci dei brividi ed un'emozione fortissima. Molti i ricordi e le immagini che quell'ambiente suscita in noi così che ci viene spontaneo tradurre tutto questo in poche parole che lasciamo scritte nel libro che si trova in prossimità dell'altare.

Uscendo dalla chiesa, riprendiamo il sentiero n. 17  in silenzio, quasi in difficoltà ad allontanarci dal fascino che quel luogo di preghiera e spiritualità ha esercitato su di noi.
Camminiamo verso un grande crocefisso e poi a destra per un ripido tratto fra detriti e massi ci portiamo ad una terrazza che accoglie il piccolo ed incantevole Kassiansee.

Ora il passo diviene ancora più rallentato, vuoi perché il sentiero si fa molto erto, vuoi anche perché la fatica e il caldo in quota a quest'ora si fanno maggiormente sentire.
Superato l'ultimo e alquanto ripido tratto arriviamo alla dorsale erbosa che ci porta alla croce di vetta. (2.581 m)

Arrivati, restiamo subito affascinati da un panorama mozzafiato che spazia dalle Dolomiti, fino alla zona dell'Ortles, dalle alpi dello Zillertal, fino alle cime della val Aurina e oltre....
Purtroppo i tempi sono stretti e, a malincuore, dobbiamo ridiscendere al rifugio, non prima però di aver tolto gli scarponi e di aver fatto godere ai piedi l'acqua fresca del lago di san Cassiano.

Poi in meno di mezz'ora arriviamo al crocefisso votivo e proseguiamo lungo il sentiero n° 1 in direzione Stöfflhütte. Lo sguardo ora spazia su tutta l'estensione dell'alpe di Villandro punteggiata da decine di baite, alcune delle quali rimodernate e ristrutturate per renderle adatte a trascorrere tutto il periodo estivo in alta quota.
Non incontriamo nessuno, ci fanno compagnia solo piccoli gruppi di splendidi cavalli di Hafling o Avelignesi.

Scendiamo leggermente dalla Gfoleralm in direzione sud verso la conosciutissima Stöfflhütte a 2057 mt.(1 ora e 30'). La Stöfflhütte è una baita ben costruita in ottima posizione; da qui si gode di un'incredibile panoramica verso le Dolomiti e le malghe di Villandro che si estendono a sud.


Dopo esserci rifocillati con una straordinaria torta di grano saraceno e una radler, proseguiamo lungo il sentiero che, tra prati, baite, pascoli ed infine boschi di pino cembro ci riporta in 45' al parcheggio kaseregg.

giovedì 7 luglio 2011

Altfasstal, laghi di Seefeld e croce di vetta


La Valle di Altafossa (Altfasstal), noto gioiello paesaggistico del Sud Tirolo si trova in località Maranza frazione montana di Rio Pusteria, paesino a pochi chilometri dall'uscita autostradale di Brixen lungo la statale della Val Pusteria.



Le caratteristiche culturali e paesaggistiche intatte e lo scenario delle montagne circostanti conferiscono a questa lunga valle alpina un particolare valore naturalistico.
 La Valle di Altafossa non è perennemente abitata e il fascino che esercita è dovuto proprio a questa sua condizione d'isolamento, tipica delle Terre Alte.

Inoltre i tre laghi (SeefeldSeen) che si trovano nella parte alta della valle, oltre ad essere dei veri gioiellini incastonati in una conca alpina tra pareti scoscese e piccoli prati d'alpeggio, rappresentano una forte attrattiva per una suggestiva e avventurosa escursione.

La partenza avviene comodamente sui sedili della nuova cabinovia che sale da Maranza (1400 mt.) ai 2107 mt. della stazione a monte, usufruendo del servizio Almencard,una tessera che permette l'utilizzo gratuito degli impianti di risalita ai clienti degli alberghi del comprensorio.

Seguiamo il comodo sentiero erboso che, in circa venti minuti, ci porta in leggera discesa alla malga ristorante Zasslerhutte, per poi risalire con uno strappo finale ancora verso nord fino ai pascoli della vicina Weiss Alm, una baita isolata e disabitata ma con le tendine ricamate alle finestre (ore 1,00).

Seguiamo ora il sentiero segnavia nr. 6 e iniziamo la traversata dello Schellerberg, panoramico sentiero sulla sottostante Valle di Altafossa. Inizialmente in piano, la traccia si apre tra tappeti di cespugli d'erica carnea dai fiori color lilla, dai cespugli di rododendri che stanno sfiorendo e numerose nigritella nigra, una piccola orchidea d'alta quota dal delicato profumo di cioccolata e vaniglia.

Il sentiero resta sempre esposto su ripidi pendii avendo nei suoi tratti più pericolosi delle corde fisse a cui attaccarsi e per poi sbucare sopra il bacino lacustre dal lato destro inoltrandosi in prati alpini brucati nei mesi estivi da mucche al pascolo.

Arrivati sopra al primo dei tre laghi denominato Lago Grande, m. 2340, (ore 1,10), proseguiamo con modesta salita verso il Lago di Mezzo ed il Lago Piccolo mt. 2520. Sopra di noi si intravede la croce della vetta del Seefeld. Risaliamo il sentiero sul crinale erboso destro mentre ad ogni passo l'orizzonte lascia intravvedere sempre di più a sud le cime dolomitiche (Sasso Piatto e Sassolungo, Catinaccio, Sass Rigais, Latemar,...) e a nord le vette innevate delle Alpi austriache con i loro ghiacciai perenni.

Ancora pochi passi e siamo in vetta a 2715 mt. (ore 1 e 30 - totale 3.40)

Siamo soli, in quel silenzio assoluto che accompagna da sempre quel minuscolo spazio delle montagne più vicino al cielo: la vetta



Ridiscendiamo dal lato sinistro fino ai laghi superiori per poi puntare dritto, seguendo il sentiero attraverso una piccola gola, verso il Lago Grande.


L'azzurro del cielo si rispecchia nelle sue acque dando colore e sfumature diverse ad ogni passo e quando iniziamo a costeggiarlo lungo la sponda ovest ci accorgiamo che ha iniziato a nevicare. La luce del sole illumina le piccole faville di una neve estiva che rende il paesaggio ancora più affascinante.


Una volta scattate le immancabili foto, riprendiamo il sentiero in ripida discesa, che dai 2270 metri del Groβer Seefeldsee ci guida attraverso molti zig zag al termine della Valle di Altafossa a quota 1850 metri di altitudine.


Incontriamo una prima malga, Wieser Hütte, dove dietro agli steccati spuntano alcuni cavalli Aflinger. Pochi passi più in là un secondo posto di ristoro, la malga Pranter Stadel Hütte, dove questa volta finalmente ci fermiamo a mangiare e godere di un meritato riposo.(ore 2,10 )
Ne abbiamo veramente bisogno!

Se, arrivati alla malga Pranter, siete in ritardo sulla tabella di marcia c'è la possibilità di noleggiare una mtb e comodamente ridiscendere in tutta tranquillità la Valle di Altafossa fino a Maranza dove potete riconsegnare la bici al Bar Igloo vicino al parcheggio della cabinovia. Scelta che vi consiglio per vivere l'emozione di una lunga ed appagante discesa (10 km).

martedì 5 luglio 2011

La fienagione.....alla sera

Per velocizzare l’essiccazione l’erba appena tagliata veniva radunata in mucchi, così da far asciugare il terreno e permettere al foraggio di essiccare più rapidamente una volta sparso.
Si doveva infatti provvedere ad “aprire” con la forca i mucchi di erba tagliata mentre quelli messi a seccare nei giorni precedenti venivano rigirati dopo pranzo, con il rastrello o con la forca, per iniziare a raccoglierli nel pomeriggio.

Dato che raramente l’erba essiccava in sol giorno, e nella maggior parte dei casi necessitava di essere lasciata ad asciugare per due o tre giorni, alla sera bisognava metterla al riparo dalla rugiada della mattina, per stenderla nuovamente l'indomani.

Il momento più importante dell’intera giornata era nel pomeriggio quando, dopo la consueta mungitura, tutti quanti (adulti e bambini) ci riunivamo nuovamente per portare a casa il carro carico del fieno secco dei giorni precedenti.
Alle sera poi era consuetudine ritrovarsi per cenare assieme. Era un'occasione particolare per noi cugini per mangiare tutti assieme e per sentire raccontare dai nostri genitori storie ed aneddoti che riuscivano a tenerci svegli fino a tardi, seppure stanchi dal lavoro nei campi, e ad alimentare le fantasie e i sogni della notte.

lunedì 4 luglio 2011

La fienagione.... all'alba

Nel suo insieme la fienagione costituiva un tempo il lavoro più impegnativo e fisicamente gravoso dell'intero anno, poiché la falciatura lenta e laboriosa si doveva compiere a mano senza poter ricorrere all’aiuto degli animali che servivano solo, almeno in pianura, per trainare il carro, e perché il taglio del fieno andava ripetuto per tre volte nel corso della stagione: il primo verso la fine di maggio madègo, il secondo, l’ardìva, nella prima quindicina di luglio,
mentre il terzo, tersejìna avveniva verso la fine di agosto.
Questa lunga e laboriosa lavorazione cominciava quando l’erba giungeva a maturazione, quando la maggioranza delle erbe era in fiore ma i gambi non avevano ancora iniziato a seccare.

I due tagli più duri erano sicuramente i primi: quello di maggio perché l’erba era molta ed ogni colpo di falce doveva essere dato con energia e il secondo perché nel pieno dell'estate il caldo si faceva maggiormente sentire e così pure la fatica.
Si cominciava di buon mattino, solitamente verso le cinque, quando iniziava appena ad albeggiare; allora zio Luigi, una volta controllato che il cielo non avesse interrotto il lavoro con qualche acquazzone estivo, veniva a svegliarmi piano piano per lasciare che mamma e papà dormissero ancora un altro po'.

La scuola era finita già da tempo e mi avevo fatto promettere che, quando avesse fatto "l'ardìva", mi avrebbe portato con lui. Il mio compito era quello di controllare che tra l'erba alta non ci fosse qualche nido di quaglia o di fagiano con i piccoli che rischiavano di perire sotto la falce.
Si iniziava prima del sorgere del sole, quando l'umidità della notte e la rugiada rendevano l'erba più tenera agevolando in questo modo il duro lavoro.

Si continuava a falciare fino a quando, da casa, non giungeva la zia con la merenda. Appena aprivo il foglio di carta con cui era incartato, venivo avvolto dal profumo intenso del pane appena sfornato, e quando lo addentavo, sentivo la fragranza e crocantezza della crosta mescolarsi con la dolcezza e la morbidezza della sopressa o dell'ossocollo fatto in casa.
Era questo un momento magico che ha segnato le mie estati da ragazzo e il cui ricordo al momento è così vivo da rendermi quelle sensazioni come reali ancora oggi.