lunedì 30 gennaio 2012

Camminare una domenica con te al mio fianco....

Il racconto di una vita parte dall'inverno e chiude il cerchio con l'attesa della neve che verrà.
Così questo nostro narrare, procedendo da una stagione all'altra, vi cammina a fianco
tanto da poter calzare con il piede l'orma già impressa in una neve che ha memoria di altre nevi e di ricordi ancora vivi.


Camminare è la nostra capacità di restare sempre in attesa,
dando nulla per scontato ne di quello che abbiamo ne di quello che siamo.
Camminare è sapere interpretare i segni, le ombre e la luce che fa chiare le cose e lievi i corpi, indicandoci sempre la via anche quando il buio sembra avvolgere la nostra vita senza lasciarci alcuna speranza.

Camminare è sedersi per un attimo tra l'erba secca ed arida dal gelo dell'inverno per sentire il calore del tuo corpo che si avvicina al mio mischiandosi all'odore dell'erba, della neve, del bosco e di tutte le vite segrete della montagna.
Camminare è carpire i profumi di un tramonto, specchio di transitorietà mentre l'inverno cresce pacato e lento sulle ceneri di questo sapersi tutti e due fragili.

Camminare per riuscire a riconoscere le orme del passato, sopravvivendo al gelo, alle bufere.
Alla nostalgia, anche.
Perché non è possibile tornare indietro, ma neppure dimenticare.
Certi giorni eravamo felici e forse non lo sapevamo.

Camminare con il mio passo che ti segue ovunque dove non sei, dove non sai di essere, dove nemmeno senti che ci sono a custodire quel che di te posso.


giovedì 26 gennaio 2012

Strada armentaria romana "Saliso"

Poca neve e insolita mitezza accomunano, per ora, gran parte delle regioni del Nord Italia in questa strana. Sembra quasi che l'inverno non sia mai arrivato, ma che, a parte le temperature basse della scorsa settimana, questi mesi siano la continuazione dell'autunno secco e arido appena passato.

E allora, dal momento che non riesco a programmare delle nuove ciaspolate, decido di ripiegare per una uscita sulle colline ai piedi dell'Altopiano di Asiago alla scoperta di inusuali ed insoliti sentieri.
Non senza qualche difficoltà riesco a parcheggiare l'auto tra il Municipio e la Chiesa di Crosara, frazione di Marostica posta sulle colline a 422 mt slm.

Subito la strada sale ripida fino ad una curva dove è ben evidente il cippo in marmo con lapide di dedica che indica l'inizio dell'antica strada armentaria romana chiamata in seguito " el saliso" in quanto la strada si presenta ancora oggi per tutta la sua lunghezza completamente selciata.

Fino a cinquant'anni fa era una strada molto percorsa dai carri e dagli abitanti di Conco che dovevano scendere a Marostica. Ma la sua costruzione si fa risalire probabilmente al I° secolo dopo Cristo. Studi recenti infatti ci indicano trattarsi di una strada armentaria romana e come tutte le strade armentarie costruite dai romani serviva per portare gli armenti dalla pianura ai pascoli dell'Altopiano, ma anche a fare transitare le merci dell'attività armentaria estiva (il formaggio, la ricotta, ma soprattutto la carosa...)verso la città di Padova (Patavium).

Infatti Padova, pur essendo già dal 49 a.C. un municipium romano, è solamente durante l'epoca imperiale che divenne uno dei centri più ricchi e importanti grazie alla lavorazione delle lane provenienti dai pascoli dell'altopiano di Asiago.

Di questa antica strada rimangono ancor oggi alcuni tratti percorribili e uno di questi è quello che porta dalla frazione di Crosara a quella di Gomarolo.

Sarà la luce fievole del sole in questo tardo pomeriggio d'inverno, sarà la consapevolezza di camminare sul selciato di questa antica strada, certo è che le sensazioni e i pensieri che in modo concitante scaturiscono dalla mia mente mi costringono a rallentare il passo.

La pendenza è costante per tutto il primo tratto che sfocia tra le case di contrada Cassoni a quota 520 mt. Un gruppo di case dove il tempo sembra essersi fermato e che risveglia in me ricordi ormai sopiti. Si ode solamente il gracchiare di una vecchia radio che sta trasmettendo alcune notizie, null'altro. Manca il vociare continuo dei bambini, e ci sono solo pochi vecchi costretti dentro casa dalla pausa obbligata dei lavori dei campi.

Ora la strada spiana leggermente ed entra in un bosco aperto di faggi e carpini che costeggiando ad ovest monte Alto va ad incrociare la strada asfaltata che porta a Gomarolo.
A questo punto decido di evitare la strada e di svoltare a destra per salire lungo una strada forestale che con discreta pendenza mi porta alla frazione più alta: contrada Boffi con case e fienili completamente ristrutturate.

La vista che si ha sulla pianura veneta è a dir poco stupefacente anche se siamo solamente ad un'altezza di 724 mt. Da qui seguendo un tratturo scendo lungo un bel bosco di castagno e roverella fino a ritrovare la strada asfaltata proveniente da Cassoni.
Quando giungo nuovamente in contrada il sole sta oramai scomparendo dietro le cime delle piccole dolomiti.
  

quota partenza: 422 mt
quota arrivo: 725 mt
distanza percorsa: 8 km
tempo in movimento: 1 h e 40'
energia spesa: 720 Kcal

martedì 24 gennaio 2012

Scorze di arancia candite

Nel fine settimana ero raffreddato e stanco, certamente non una situazione ottimale per un'uscita tra le cime oramai completamente senza neve.
La cosa migliore era restare a casa davanti al fuoco della stufa a legna con un buon libro da leggere e una tazza di tisana agli agrumi e spezie alternata con qualche bicchiere di spremuta di arance.


Dopo un pò il profumo di arancia si era diffuso per casa, e con esso i ricordi del Natale di quando ero piccolo e anche di tombola. Certo perchè le sere che precedevano e seguivano il Natale erano contrassegnate dal gioco della tombola o da interminabili partite a carte (scopa).

Ricordo come un flash il cesto di frutta secca sul tavolo della cucina insieme alle arance e ai mandarini, e il panettone che mio padre apriva pieno di canditi colorati, mentre io, e mio cugino stavamo davanti alla stufa appoggiando le scorze degli agrumi sopra alla piastra calda per "fare profumo".

Questa atmosfera piena di profumi e di ricordi mi ha indotto a tentare di provare una ricetta di mio fratello: le scorze di arancia candite.

Ho tagliato a pezzetti e a striscioline le bucce spesse delle arance non trattate che avevo precedentemente spremuto, e le ho pesate.
Ho messo a parte la stessa quantità di zucchero del peso delle scorze, dopodiché le ho messe in una pentola ricoprendole completamente di acqua fredda. Portate a bollore le ho fatte bollire per 3 minuti ed ho spento il fuoco.
Dopo averle lasciate raffreddare, le ho scolate e buttato l‘acqua della bollitura.
Ho riempito la pentola nuovamente con acqua fredda ed ho ripetuto l’operazione per altre 2 volte, al fine di togliere l’amaro delle bucce.

Finita la terza bollitura, ho scolato l’acqua  e una volta buttata ho lasciato asciugare per bene le scorze.
Ho messo 1/3 dello zucchero pesato in una padella antiaderente assieme ad un mezzo bicchere di acqua calda. Ho lasciato sciogliere lo zucchero e poi ho aggiunto e le ho fatte sobollire piano piano per un paio d'ore a fuoco basso (in quanto lo zucchero non deve mai scurirsi e caramellare ma solamnte addensarsi).

Una volta che lo sciroppo di zucchero è stato tutto assorbito dalle bucce, ho spento il fuoco e lasciato riposare il tutto per altre due ore. Poi ho aggiunto un altro terzo dello zucchero pesato assieme a mezzo bicchiere di acqua calda e ho ripreso la cottura, sempre a fuoco basso fino a quando lo zucchero è stato nuovamente assorbito tutto.
Terminata la cottura, ho messo le bucce ad asciugare in un foglio di carta da forno per quattro giorni, finchè non erano completamente asciutte.

Alla fine ne è uscito un dessert:
mousse di ribes e mirtilli rossi  
con scorzette di arance candite
bicchierino di grappa al pino mugo e miele

venerdì 20 gennaio 2012

Scalare se stessi

“Da quassù il mondo degli uomini altro non sembra che follia,  grigiore racchiuso dentro se stesso.
E pensare che lo si reputa vivo soltanto perché è caotico e rumoroso.”

Walter Bonatti



"L'uomo vive in città mangia senza fame beve senza sete si stanca senza fare fatica.
Rincorre il proprio tempo senza raggiungerlo mai, è un essere imprigionato, una prigione senza confini da cui è quasi impossibile fuggire
Alcuni esseri umani hanno bisogno di riprendere la proprie vite.

Non tutti ci provano e pochi ci riescono
Una delle vie maestre è quella che conduce alle montagna
C'è tanta bellezza, fatica, solitudine e silenzio in questo mondo arrampicato
Tutti valori poco alla moda ma che aiutano a vivere e a conoscere se stessi"

Walter Bonatti - Scalare se stessi


venerdì 6 gennaio 2012

Prima neve in Altopiano

Negli ultimi giorni dell'anno appena passato il calo termico è puntualmente avvenuto, a seguito dell'ingresso delle correnti più fredde. L'instabilità generata dall'aria più fredda ha provocato le prime nevicate stagionali a quote finalmente più interessanti. Così nei boschi dell'Altopiano, in cui l'unica nevicata sino ad allora era stata quella degli aghi di larice, d'improvviso una coltre nevosa anche se non significativa come quella dello scorso inverno cancellava ogni traccia d'autunno.

La neve non è stata molta, saranno 15-30 cm, ma sufficente a coprire i prati, imbiancare gli alberi, e creare una vera atmosfera invernale.
La coltre bianca che ricopre qualsiasi traccia delle passate stagioni, gli alberi incrostati di neve e ghiaccio come se sigillassero il bosco,........ e con la neve arriva anche il silenzio.

La neve in montagna ha il dono di ricreare un silenzio quasi assoluto, totale.

Un silenzio che aiuta a rigenerarsi, a ritrovarsi, a uscire da una malattia o da un dolore. E quando si ha la fortuna di avere tutto questo in un angolo di paradiso incontaminato a due passi da casa perché non approfittarne ?
Così decido per una escursione insolita. Parto alle 3 del pomeriggio con l'obiettivo si salire in Altopiano ad osservare il tramonto del sole da un balcone privilegiato: il Monte Baldo lungo la dorsale delle malghe di Longara (o l'Ongara).

Dopo aver parcheggiato l'auto presso la Baita Sporting Club da dove partono gli impianti di risalita per le Melette, mi preparo e sono subito pronto per imboccare la strada forestale che, lungo la val Krauslava, mi porta in breve alla croce di Ongara.
Volgo lo sguardo verso nord e mi accorgo che la collina dove sorge la Casara Ongara di dietro, poco prima della cima è stata raggiunta dai primi raggi colorati del sole al tramonto.

I colori caldi del tramonto riescono a raggiungere ed illuminare dalla parte opposta, a nord-est, anche il gruppo di cima d'Asta e le Pale di San Martino rivestendo le pareti di una fiocca luce calda che dona alla roccia il colore dell' enrosadira.


Sono completamente solo, nessun rumore, solo il fruscio dei miei passi sulla neve ed il soffio del mio respiro.
All'improvviso il vento.
Un vento termico di valle inizia a soffiare sollevando, appena sopra la superficie, i fiocchi di neve non trasformata e rendendola vaporosa ed impalpabile come i sogni delle prime ore della notte.

Mi fermo per coprirmi  e proteggermi dalla sensazione di freddo prodotta dalla perdita di calore corporeo dovuta al vento (Wind Chill) e quando riparto mi accorgo che il vento ha coperto tutte le tracce rendendo il paesaggio ancora più irreale e fantastico.



 E, mentre mille pensieri tengono compagnia ai miei passi, il silenzio attorno a me è ora ancora più pregnante, più immanente e si esalta in modo naturale nella dimensione di questa totale solitudine.

E in questo momento mi tornano alla mente le parole di Mario Rigoni Stern che, raccontando l'inverno, scriveva " ........anche il tempo diventa irreale e ti sembra di vivere in un mondo metafisico come dentro un sogno: non ha più peso il tuo corpo anche se il tuo passo è fatica e cammini vagando da pensiero a pensiero"

Il domani si é fermato sulla soglia dei ricordi 
coi nostri occhi puntati al cielo, 
piovono fiocchi di neve leggeri.  

Finalmente respiro gioia.


lunedì 2 gennaio 2012

Mi è stata chiesta la provenienza del primo brano della nuova "Playlist".

Questo brano è inserito nel primo album della collana "Aria" edita da Café del Mar ancora nel 1997, ed è tratto dalla penultima opera verdiana: l'Otello.

Essa venne rappresentata per la prima volta al teatro alla Scala di Milano nel 1887, quando il musicista aveva più di 70 anni. Il libretto gli venne proposto da Arrigo Boito, compositore, scrittore e librettista legato a Verdi da profonda stima e amicizia e che influenzò moltissimo il compositore nelle creazioni musicali della vecchiaia.
L'opera è divisa in quattro atti ed è la storia di Otello, generale della Repubblica di Venezia e governatore moro di Cipro nonché marito di Desdemona.

Le parole del brano che ascoltiamo si trova all'inizio del quarto atto. Desdemona è nella sua camera da letto, si prepara per andare a dormire e confida le sue angosce a Emilia, la sua governante e moglie di Jago (alfiere di Otello e orditore della trama).
In preda a mesti pensieri, intona una melodia molto triste, la Canzone del salice, che ricorda di aver sentito cantare dall'ancella di sua madre.






Otello e Desdemona a Venezia
dipinto di Théodore Chassériau



"Piangea cantando
nell' erma landa
piangea la mesta.
O salce! Salce! Salce!

Sedea chinando
sul sen la testa!
O salce! Salce! Salce!

Cantiamo! 
Il salce funebre
sarà la mia ghirlanda."