mercoledì 30 maggio 2012

Osteria Dal Pupi a Treporti

Lo scorso anno di ritorno dall'escursione a Saccagnana e alle Mesole che sono le altre due isole attorno cui si formò un insediamento stabile che portò alla creazione del paese di Treporti, scrissi queste parole:
"Arriviamo in Saccagnana quando oramai le luci della sera hanno lasciato il passo al buio della notte illuminata dai pochi lampioni delle case.

Decidiamo di fermarci all' Osteria dal Pupi all'incrocio tra la via del Prà e via Saccagnana.
L'atmosfera è quella delle tipiche osterie della laguna, punto di ritrovo per i locali e punto di sosta per chi in bici vuole arrivare a Lio Piccolo. Il menù è quasi esclusivamente di pesce; dal risotto di pesce al forno, alla pasta con carciofi e capesante, al tortino di alici, ecc..

Purtroppo non ci sono posti disponibili poiché è già tutto prenotato.
Peccato, ma ci ritorneremo; questa è una promessa."

Così sabato ci sono ritornato e, anche se pure questa volta i posti nella saletta interna dell'Osteria erano tutti occupati, sono riuscito a mangiare accomodandomi sotto la veranda all'aperto, circondato da un nugolo di zanzare che mi hanno tenuto compagnia mentre aspettavo che le mie ordinazioni arrivassero.

A parte questo inconveniente, peraltro abbastanza tipico di questa parte della laguna, la cucina mi è sembrata abbastanza buona e mai banale, con porzioni giuste e non minuscole o ristrette (come  molti ristoranti della zona che occhieggiano ad una cucina creativa).
Perfettamente in linea con queste aspettative è arrivato il primo piatto che avevo ordinato: Lasagna di mazzancolle e botoli.
Abbondante, buono ma sicuramente anonimo sia nella presentazione che nel gusto.
Avrei preferito, al posto della classica lasagna bolognese, una pasta a sfoglia aperta.

Ma poi, se devo essere sincero, mi sono veramente entusiasmato per il secondo piatto: Coda di rospo con asparagi di Bassano, bacon e chips riso al nero.
Un piatto che per la sua composizione, per la delicatezza degli ingredienti e per gli accostamenti avrebbe figurato bene anche nel ristorante da Cracco.

La salsa che legava il tutto aveva un sentore di liquirizia che si sposava molto bene con gli altri ingredienti.
Piatto piacevolissimo e consigliatissimo,
come la successiva passeggiata lungo il canale di Portosecco per gustarci l'ennesimo ed indimenticabile tramonto e l' ora blu sulla Laguna nord di Venezia.

martedì 29 maggio 2012

Itinerari in bicicletta: Eraclea e la Laguna del Mort

Questa lunga tappa prende sempre avvio dall'Hotel Righetto a Cavallino Treporti, ove alloggio ogni qualvolta mi prendo qualche giorno di riposo dal lavoro tra maggio e giugno, e si sviluppa sulle strade che costeggiano la laguna e i canali navigabili, tra il Sile e il Piave.


Questi sono i canali che formavano la Litoranea Veneta, l’antica via d’acqua che collegava Comacchio con Grado. Una volta arrivati alle Porte del Cavallino sul canale Casson incontriamo la Conca di Navigazione del 1632 ad opera del fiammingo Daniel Nijs. Sulla facciata del casello daziale una lapide originale riporta ancora gli importi di pedaggio per ciascun tipo di imbarcazione.

Risalendo le sinuose anse del Sile si arriva alla Chiesa di S. Giovanni Battista, la più antica del Basso Piave, attorno alla quale si è sviluppato il centro storico di Jesolo. La spiaggia del Righetto oramai dista da qui 14 chilometrì.
Il percorso ora prosegue con direzione verso il Piave, costeggiando la sinistra del canale Cavetta, che, una volta raggiunta Cortellazzo, sfocia in mare.

Nel XVII secolo il corso del fiume Piave fu deviato in mare aperto dalla Serenissima Repubblica per evitare l’interramento della laguna.
Svoltiamo a sinistra fino ad un caratteristico ponte di barche che consente, a pagamento, di superare il fiume in un punto dove è frequente incontrare anche le pittoresche reti da pesca a bilanciere.

Dopo aver incrociato la statale si svolta a destra per una strada bianca con divieto di transito per le auto verso la Valle Ossi fino ad arrivare alla Laguna del Mort,una preziosa oasi naturalistica che si estende fino al circolo nautico e al campeggio di Eraclea Mare. (25 km - 2 ore circa)

Area naturalistica di grande suggestione, la Laguna del Mort è nata dalla rottura dell'argine destro del Piave il 5 ottobre 1935, a seguito di una grande piena, che andò a modificare in modo definitivo l'ultimo tratto del proprio alveo.
Fino a quel giorno, infatti, la Laguna del Mort non era altro che l'ultimo tratto del fiume e la sua foce.

All'epoca infatti il Piave correva perpendicolare alla linea di costa fino a poche centinaia di metri dal mare Adriatico. Giunto in prossimità della località di Cortellazzo, il fiume svoltava a gomito alla propria sinistra e fluiva parallelo al mare per circa 3 chilometri, a quel punto si gettava in Adriatico.

Il Mort, così viene localmente indicata la laguna, si estende tra Eraclea Mare e la foce del Piave ed essendo alimentata solo dai flussi delle maree, è una laguna di mare. La lunghezza della laguna è di circa 3 km. e risulta una piacevole passeggiata, da fare anche in bicicletta, su comodi sentieri, tra pineta e vegetazione mediterranea caratterizzata da acque basse con fondali sabbiosi, in un ambiente di grande importanza naturalistica.

Poco conosciuta perchè turisticamente non aveva mai avuto un battage promozionale, la Laguna del Mort è ascesa inaspettatamente alla ribalta delle cronache nazionali (ne ha parlato anche la Littizzetto da Fabio Fazio e l'ex ministro Brambilla) lo scorso anno quando, con un'ordinanza del Sindaco, è divenuta ufficialmente una spiaggia naturista.

sabato 12 maggio 2012

Mojito Happy Hour

Fare l’aperitivo è un’usanza che risale a molti secoli fa.
Sembra infatti che già nell’Antica Roma ci fosse l’abitudine di bere qualcosa di aromatico, spesso alcolico prima di iniziare a mangiare, per solleticare l’appetito. La parola aperitivo deriva infatti proprio dal latino aperire, che significa aprire e quindi iniziare.

Sembra però che il padre del moderno aperitivo sia Antonio Benedetto Carpano che nel 1876 ebbe l’idea di aromatizzare del vino con erbe e spezie, battezzandolo vermouth, dal tedesco wermut, cioè assenzio.
Qualche anno dopo, giunto alle labbra dei Savoia, divenne bevenda regale. Dopo questo successo Martini iniziò la produzione di una bevanda alcolica a base di Moscato, il Martini Bianco, a cui si affiancò presto il Martini dry, a base di vini secchi. A Milano qualche anno dopo, il signor Campari inventò un alcolico amaro, il celebre Bitter Campari.
Presto si iniziò a servire insieme a questi drink qualche oliva, e con il passare del tempo si arricchirono sia la lista delle bevande che quella degli stuzzichini, fino ad arrivare a quel fenomeno sociale che è un pezzo della nostra tradizione: l’Happy Hour.

L'origine della bevanda è cubana e sarebbe dovuta ad Angelo Martínez, un famoso barman che gestiva il bar "La Bodeguita del Medio" a L'Avana.
Il Mojito originale non è mai troppo alcolico poichè i cubani veri amano berlo dal mattino alla sera e il caldo estivo non consente loro di ubriacarsi. Il cocktail quindi deve risultare una bevanda dissetante creata con ingredienti semplici. Vediamo allora insieme come si prepara.

Innanzitutto procuratevi un lime, dello zucchero di canna raffinato (claro), soda (o acqua gassata), rum bianco e naturalmente la hierba buena che possiamo tranquillamente sostituire con della menta fresca e dolce considerato che la hierba buena cresce solamente a Cuba.
In un bicchiere tumbler alto posizionate le vostre foglie di menta (in genere 7/10 foglie), spremetegli sopra un lime e aggiungete due cucchiaini da caffé di zucchero di canna claro. Con un pestello esercitate una leggerissima pressione in modo da amalgamare il tutto stando attenti a non lacerare le foglie di menta (la lacerazione della menta porta la fuoriuscita di oli leggermente amari (e in questo modo il cocktail si trasformerebbe in un julep), riempite il bicchiere con del ghiaccio spezzato (o tritato) e a questo punto potete aggiungere il rum bianco in una dose che va dai 3 cl ai 6 cl a seconda dei gusti per poi completare il tutto con la soda (o acqua gassata).
Mentre adagerete la cannuccia, mescolate leggermente il vostro cocktail stando attenti a non sgasare la soda. Come decorazione potete aggiungere sul ghiaccio una fetta di lime e una cima di menta. Il vostro Mojito è pronto per essere bevuto.

Stasera per fortuna non ha grandinato.
Solo una leggera pioggia fine, insistente. 
A quest'ora se ne sono andati tutti con il loro carico di risate ed allegria che ha riempito la festa appena terminata. 
Ora le luci si sono spente e il paesaggio ritorna freddo e malinconico. 
E il silenzio riempie di nuovo gli spazi attorno e dentro di me.
Cammino tra le stanze, senza meta, e m'affaccio ora all'una ora all'altra porta nella speranza di scorgere qualcuno che… 

Magari anche soltanto un trillo del telefono che mi avverta di un msg in arrivo che rischiari questo vuoto che mi sta diventando opprimente.
Invece la realtà è sempre diversa dai sogni.

Mi odio quando sono così.
Quando tutto quello che ritenevo essenziale ed insostituibile diventa - d'un tratto - una cosa senza più alcuna importanza, una cosa che posso lasciare andare senza più lottare.
Mi spaventa questo mio sentire, e mi tormenta…
Sono questi i momenti nei quali serro le porte al mondo e più non sono. 
E, in questi momenti stranianti, a nulla servono i ricordi (degli errori) del passato… 
Se non come parole scritte sulla sabbia.
Il tempo di un'onda e tutto sembra cancellato.

venerdì 11 maggio 2012

Fai bei sogni di M. Gramellini

Preferiamo ignorare la verità.
Per non soffrire. Per non guarire. 
Perchè altrimenti diventeremmo quello 
che abbiamo paura di essere: 
completamente vivi.

Così anche noi proviamo a dire la nostra verità: alla prima lettura ci si chiede se era davvero il caso di rendere pubblico un dolore così personale. Inoltre, soprattutto all'inizio, si ha l'impressione di essere davanti alla TV a guardare "Che Tempo Che Fa" di F. Fazio.
Poi, riprendendo in mano il libro a distanza di qualche giorno, si capisce che per M. Gramellini averlo messo nero su bianco, oltre a regalarci duecento pagine di altissima scrittura, è anche un modo per aiutare tutti coloro che lottano ancora contro il fantasma di Belfagor (così l'autore chiama le paure prodotte da un lutto, da una separazione).
Così, dopo aver terminato di leggerlo per la seconda volta, si capisce come per Gramellini sia stato liberatorio offrirsi agli altri per quello che lui è.
Il suo sfogo psicologico finisce in questo bel libro che commuove e nello stesso tempo aiuta a riflettere su quanto sia importante la figura di un genitore (o di una persona che ci ami o ci ha amato veramente), soprattutto quando non c’è più.


Ammisi con me stesso che la mamma se n'era andata per sempre 
e che nessuno mi avrebbe più amato, 
accettato e protetto con lei.
Il viso schiacciato contro il cuscino del sofà, 

piansi finalmente per la sua sorte. 
E per la mia.

"Fai bei sogni" è la storia di un segreto celato in una busta per quarant'anni. 
Una storia che segue un filo narrativo lineare e, come nella gran parte delle autobiografie, viene raccontata in prima persona seguendo un preciso ordine cronologico che parte dall'incipit: Massimo, bambino di nove anni, si sveglia orfano la mattina della vigilia di Capodanno.
Il lettore poi segue la su vita fase dopo fase e lo vede crescere anche se solo esteriormente, perché il cuore del protagonista è ormai ferito, grondante ancora di sangue e costantemente in cerca dell'affetto che solo una persona che ama può dare. Fino all'epilogo finale dove il protagonista diviene consapevole che nella vita bisogna appartenere  a qualcuno (sentirsi parte dell'altro) per essere veramente felici.


Non essere mai amati è una sofferenza grande,
però non la più grande.
La più grande è non essere amati più.

"Fai bei sogni" è dedicato a quelli che nella vita hanno perso un amore.
E rifiutandosi di accettare la realtà, finiscono per smarrire se stessi.
Come il protagonista di questo romanzo che cammina sulle punte dei piedi e a testa bassa perché il cielo lo spaventa, e anche la terra. Immergendosi nella sofferenza e superandola, Gramellini ci ricorda come sia sempre possibile buttarsi alle spalle la sfiducia per andare al di là dei nostri limiti. Una lotta incessante contro la solitudine, l'inadeguatezza e il senso di abbandono, raccontata con passione e delicata ironia. Il sofferto traguardo sarà la conquista dell'amore e di un'esistenza piena e autentica, che consentirà finalmente al protagonista di tenere i piedi per terra senza smettere di alzare gli occhi al cielo.

giovedì 10 maggio 2012

M. Portule dai Larici

La salita al compatto e austero bastione del monte Portule è, meritatamente, una delle escursioni più frequentate e remunerative dell'altopiano di Asiago e degli altipiani trentini.
Di poco più basso della vicina Cima XII, il Portule si pone geograficamente al centro tra l'altopiano di Asiago, quello di Vezzena e la grande depressione della Valsugana.

Proprio per la sua struttura ad imponente roccaforte e la posizione dominante ancor più del vicino Verena, durante la grande guerra divenne uno dei punti strategici dopo la fase successiva alla 'spedizione di primavera' (Strafexpedition), dall'estate 1916 fino al ritiro italiano dalle linee avanzate a seguito della disfatta di Caporetto.

Il giro del Portule permette di comprendere il succedersi di quegli avvenimenti e degli inutili massacri che ne conseguirono (morirono complessivamente 35.000 soldati da entrambi le parti). In auto da Camporovere per la strada della Val d’Assa al bivio per il Rifugio Larici dove svoltiamo a dx per la strada asfaltata e breve tratto di strada bianca fino alla Malga Larici.


Dal parcheggio in curva di malga Larici di Sotto (m.1610, agriturismo in stagione) si segue il segnavia n° 826 che passa vicino alla malga, poi per la Eugenstrasse, che fatti alcuni tornanti, sale dolcemente fino ad una grande ansa verso dx dove troviamo le tabelle con indicazioni per Porta Renzola che si vede in alto ( 1.780 mt - ore 0.35).

Dopo 5 minuti, nei pressi del primo vallone che scende dal Portule (usato nei mesi invernali per la salita e discesa dagli scialpinisti)lasciamo la Eugenstrasse e saliamo per traccia evidente la ripida salita (500 mt di dislivello senza nessuna tregua).

Il panorama di vetta è notevolissimo e permette di cogliere l'intera fisionomia degli altipiani.
Dopo la pausa proseguiamo per il sentiero che, tra grandi distese di mughi e macereti di grossi massi, scende verso la grande piattaforma del Filon di Portule e i Cornetti di Bocchetta Portule.

Il paesaggio è racchiuso entro un tipico vallone poco pronunciato, mostra tutte le caratteristiche carsiche con numerose doline e grandi sassaie, oltre a spaventosi inghiottitoi carsici, che lo rendono angosciante, seppur molto affascinante.

Una volta arrivati a Bocchetta Portule (1.935 mt 3 h e 30'), l'ampia insellatura che si affaccia sul grandioso vallone della val Trentin, si ritorna a seguire la Eugenstrasse che in 6 kilometri ci riporta al parcheggio di malga Larici.

sabato 5 maggio 2012

La luna


"Dolce e chiara è la notte e senza vento,
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna
"

Giacomo Leopardi
La Sera del Dì di Festa

mercoledì 2 maggio 2012

Tortino di patate con crudità di gamberi e asparagi su crema bianca

Ingredienti:
4 patate lessate con la buccia
12 asparagi
12 gamberi sgusciati e puliti
1 scalogno
10 cl di crema di latte
(50 gr di mandorle a lamelle - opzionali)
un limone
parmigiano
olio extravergine di oliva della Pedemontana
sale e pepe q.b.

Lessate le patate con tutta la buccia in acqua salata.
Mentre le patate cuociono, pulite gli asparagi togliendo la parte esterna, poi lavateli e tagliateli a tocchetti (2 cm circa) mettendo da parte le punte.
In una casseruola mettete un filo d'olio e lo scalogno tritato. Una volta appassito cuocetevi i pezzetti di asparagi a fuoco moderato per 10 minuti.
Aggiungete la crema di latte e continuate la cottura per altri 10 minuti.
Passate tutto al mixer ed aggiustate di sale.
Tenete al caldo la salsa così ottenuta.

Una volta che le patate sono giunte a cottura pelatele e schiacciatele. Insaporite le patate con sale e pepe e una grattatina della scorza del limone ed un cucchiaio formaggio parmigiano.
Con un coppa pasta (8/9 cm di diametro) formate un tortino a cui aggiungerete i gamberi sgusciati e tagliati a pezzetti, due cucchiai d’olio e ancora un po' di sale e pepe.
Dopo aver livellato il composto infornate per 6 -8 minuti a 180°.
Componete il piatto sformando il tortino, decorando con le punte di asparagi messe da parte e qualche fogliolina di prezzemolo (eventualmente qualche scaglia di mandorla).

martedì 1 maggio 2012

Esercizi D'Amore di Alain de Botton

Non è un romanzo recente, anzi, a dire il vero è uscito in Italia la prima volta nel lontano 1993. Tuttavia, "scoperto" da poco grazie ad un regalo, credo sia molto interessante così che mi sento di consigliarne la lettura anche se non è un libro di montagna o di racconti delle Terre Alte.
Esercizi d'amore, scritto da Alain de Botton - filosofo svizzero di formazione inglese-, analizza con deliziosa ironia il sentimento amoroso ricostruendone la genesi, lo sviluppo, e la sua fine.

Una riflessione brillante sul tema amoroso.
Mai banale. Mai superficiale, ad esclusione forse degli ultimi 5 capitoli che sembrano scritti solo con l'intenzione di trovare un modo per chiudere e riaprire il tema.
Serio ma non serioso. Anzi, molto spesso l'autore ci conduce in situazioni al limite del surreale, mostrando una sottile ironia.
Il tutto condito da illuminate riflessioni filosofiche intorno ai concetti fondamentali dell'amore, della quotidianità, dell'esperienza e della conoscenza. Ciò non appesantisce affatto l'opera, in quanto tali disquisizioni non assumono mai toni scolastici o didattici, ma hanno solo funzione chiarificatrice, in un contesto di generale leggerezza.
In questo senso il capitolo XIII "Intimità" è molto esplicativo.
Certo non è un libro che si può leggere tutto d'un fiato come fosse uno di quei romanzi con una storia sdolcinata e mielosa, oppure uno di avventura alla Wilbur Smith.

Leggere questa storia d'amore, unica eppure esemplare, è al tempo stesso piacevole ed illuminante: l'autore si diverte a portare allo scoperto quelli che sono anche i nostri pensieri più riposti, quelli che cerchiamo di nascondere a noi stessi quando siamo innamorati.
Qual è il vero motivo per cui ci innamoriamo?
Cosa rende la persona amata così speciale ai nostri occhi?
Le sue doti incomparabili, il nostro innato bisogno di condividere la vita con qualcuno o forse il desiderio di ravvisare in un'altra persona la perfezione che non troviamo in noi stessi? (cap. VI  "Marxismo")
Perché tendiamo ad idealizzare l'oggetto dei nostri desideri ?  (cap. XI  " Cosa trovi in lei?")

Questi sono alcuni degli interrogativi cui cerca di rispondere il protagonista, che rimane anonimo e racconta in prima persona la sua storia d'amore con Chloe iniziata sul volo da Parigi a Londra.
Dai primi timidi approcci, alla conoscenza profonda della giovane donna e del suo vissuto.
Dall'iniziale entusiasmo ("morbin") di cui sono preda gli innamorati nei primi momenti della nuova storia d'amore, ai tentativi di preservare l'amore dal tempo e dalla volubilità dell'animo umano.
Dalla certezza di essere nati l'uno per l'altra, alle schermaglie della seduzione nel consolidarsi del rapporto.
Dalla sensazione che tutto sia nato per un volere del destino fino alla presa di coscienza del fatto che è impossibile amare qualcuno e costringerlo a volerci ancora, attraverso un "Terrorismo romantico" (cap. XVIII).

Di per sé l'idea è interessante. Ed è bello e piacevole vedere come queste opposte sensazioni si manifestino nella vita di chi ha avuto la fortuna di innamorarsi almeno una volta. Ed è anche molto bella (e moooolto plausibile) la narrazione della storia d'amore tra i due, che ne sottolinea anche gli aspetti meno edificanti, le cose che infastidiscono entrambi, i piccoli e grandi compromessi che devono essere fatti per poter stare insieme alla persona amata. Così come racconta bene quel senso di impotenza che si percepisce di fronte al logoramento che spesso (ma per fortuna non sempre!) subiscono le storie d'amore.

Nella convinzione che l'amore ci restituisce la nostra immagine primordiale e che amare qualcuno significa avere nei suoi riguardi un interesse profondo, e portarlo così alla consapevolezza di ciò che fa e dice, oltre a ciò che è realmente.