giovedì 25 dicembre 2014

BUON NATALE

" E l'ebbrezza di quell'ora passata lassù
isolati dal mondo, nella gloria
delle vette e delle cime,
potrebbe essere sufficiente a giustificare
qualunque nostra follia per arrivarci "

G. Gervasutti


" Lo sguardo si allunga e scruta
quello che dalla pianura non si può vedere,
abbacinato dai colori del tramonto,
lentamente raggiunge l'infinito 
mentre il cuore accelera il suo passo"



domenica 14 dicembre 2014

The Last Day

E’ domenica mattina.
Il buio della notte è andato via lasciando il posto ai colori smorti di una tipica giornata di fine autunno in pianura.
Il meteo non è un granché: informi nuvole grigie sovrastano il cielo, rendendo la giornata piatta e malinconica come la pioggia leggera di ieri.



He was searching
Blindly behind the days
This life and my, no more 
.......
And on the last day 
He walked out in the sun 
He only just discovered the sun 
On the last day 
And on the last day 
When all these was done 
He only just discovered the sun 
On the last day
 .........
In his final breath
It's at the dark and gray
.........


testo tratto da "The Last Day" di Moby

martedì 9 dicembre 2014

Alle Melette per il sentiero delle "Puche"

Con il nome generico di Melette si intende quel gruppo di rilievi montuosi tondeggianti e per la maggior parte prativi, situati nella parte nord orientale dell'Altopiano di Asiago e paralleli alla dorsale del Monte Fior.
Questi rilievi, la cui altezza varia dai 1.400 ai 1.800 mt., sono caratterizzati da formazioni rocciose molto particolari.

Lungo la strada che da Gallio porta a Foza, una volta giunti alla contrada Sambugari (nei pressi di un'isola ecologica dove si può parcheggiare l'auto) parte una strada forestale, ben visibile nella foto a lato, che consente di salire alla malga di Meletta Davanti creando un giro ad anello con il nuovo sentiero delle "Puche".

Infatti una volta arrivati in prossimità di un lariceto, invece di proseguire dritti verso est, si svolta a sinistra verso nord  per incrociare a quota 1.400 mt circa i primi cartelli segnaletici del nuovo sentiero delle "Puche", grandi faggi che hanno assunto una conformazione particolare a seguito di potature che venivano effettuate neisecoli scorsi.

Puche è un termine che deriva dal dialetto cimbro "Buche = Faggio" e sono una specificità nel panorama della silvicultura del Veneto.
La particolarità della loro forma, simile in molti casi a quella di enormi candelabri, è dovuta alla pratica della capitozzatura. Questa tecnica, ora completamente abbandonata, consisteva nel taglio del tronco all'altezza di 2-3 metri per stimolare la pianta all'emissione di nuove fronde e polloni.

Il risultato era, in pratica, un ceduo aereo adatto alla produzione di foglia per l'alimentazione del bestiame, protetto dal morso degli animali pascolanti trovandosi ad una altezza sicura dal terreno. Nella zona era infatti largamente diffuso nei secoli scorsi la pratica dei prati-pascoli alberati, ovvero pascoli in cui si trovavano piccoli raggrupamenti di faggio che costituiva l'essenza arborea dominante.

Alcuni recenti studi hanno dimostrato come questa pratica permettesse una maggior abbondanza di specie foraggere nei pascoli alberati piuttosto che nei vicini pascoli aperti. Questo consentiva ai pastori dell'epoca di avere a disposizione una maggior quantità e miglior qualità di foraggio verde (frasche) e fieno per il proprio bestiame (in prevalenza pecore e capre) condotto in montagna dalla pianura durante i mesi estivi, secondo l'antico rito della transumanza.

Negli anni scorsi sono stati realizzati interventi finalizzati all'eliminazione di alcune piante di abete rosso che creavano troppo ombreggiamento ed ostacolo alle "Puche" al fine di preservare queste ultimi spettacolari esempi di archeologia ambientale. Inoltre è stato realizzato un sentiero (variante Le Puche 858b) che collega la strada forestale che sale dalla frazione Sambugari a questo interessante luogo.

Una volta usciti dal bosco un lungo traverso ci conduce verso est fino ad incrociare il sentiero cai 858 che sale dalla Contrada Campanella. Da questo punto si prosegue verso nord, tra l'erba  con un paesaggio che si apre sempre di più permettendoci di ammirare uno straordinario panorama di tutto l'Altopiano di Asiago.


Un centinaio di metri di dislivello ci portano al cippo commemorativo della Grande Guerra situato nei pressi della casara Meletta Davanti  a 1.703 mt che è il punto d'arrivo della nostra escursione.
Volendo si potrebbe proseguire verso il punto più alto della dorsale delle Melette, dove c'è l'arrivo di una delle seggiovie degli impienti invernali, ma il panorama che si gode dal cippo è sufficientemente ampio da comprendere a est Cima d'Asta con una parte del Lagorai, il gruppo delle Pale di San Martino, la dorsale del Monte Fior e il Grappa.

 
Mentre a ovest possiamo osservare i Lessini, il Carega e il Pasubio, il monte Verena, uno squarcio sul gruppo del Brenta, il Fravort e il Lagorai, il Portule e cima Dodici, e l'Altopiano in tutta la sua estensione.


Partenza: Contrada Sambugari 1.050 mt
Arrivo: Meletta Davanti - cippo 1.704 mt
Ascens acc.: 700 m
Distanza con alt: 10 km
Tempo: 4 ore
Energia: 1075 kcal
In colore verde la traccia di salita, mentre in rosso è evidenziata quella di discesa.   

lunedì 1 dicembre 2014

Monte Fior e Castelgomberto

Due vette vicine tra loro, vicine a tante altre, eppure unite come non mai da un’unica storia: la prima battaglia delle Melette nella Grande Guerra dove sono assunte a simbolo del sacrificio e dell’abnegazione. Per entrambi gli schieramenti italiano e austroungarico queste cime divennero esempi di abnegazione che, ci auguriamo, le persone, soprattutto quelle delle nuove generazioni, ricordino e imparino a non ripetere.

Attacchi sfiancanti, difese logoranti, bombardamenti ininterrotti, mitragliamenti, ripiegamenti: un vero calvario. Sull’onda dell’entusiasmo per il facile successo nella parte iniziale della Strafexpedition, sul finire del maggio 1916, le truppe austriache si riversarono in massa alla conquista del massiccio delle Melette (Meletta di Gallio, Meletta di Foza e Meletta Davanti), e le cime del Monte Fior e Castelgomberto.

Ed è qui che le forze austroungariche non si aspettavano di trovare la più tenace resistenza che gli italiani avessero mai posto. In quell’area, fresca di schieramento si trovava la Brigata Sassari, richiamata dalle sponde dell’Isonzo, dove si trovava sin dall’inizio della guerra, e trasferita in quota in tutta fretta per supportare la scarna difesa regia proprio su queste montagne investite dall’impeto dell’attacco.

Da qui la vista spazia su tutto l’antico fronte; a nord le vette dell’altopiano, a est la piana di Marcesina e poco distante la vallata di Feltre, le cime del Nevegal e le alpi bellunesi; a ovest le cime che diverranno il nuovo fronte dopo l’assalto iniziale e a sud, girando la testa dal nemico, la Valsugana che accompagna il fiume Brenta fino a Bassano. Da Bassano finalmente alla pianura; poi Padova e Venezia, quindi la Vittoria!

Eroismo, follia bellica, ma anche pietà, umanità e senso di abnegazione. Ai piedi del Monte Fior, sui “roversi” della Meletta di Gallio, c’è Malga Slapeur; qui il comando bosniaco aveva preparato il cimitero prima ancora dell’assalto ed un’iscrizione dice tutto: “freund und feind” ovvero “per gli amici e i nemici”. Chi non veniva recuperato dal campo di battaglia dai “suoi” veniva seppellito dagli “altri”, magari gli stessi che lo avevano ucciso poche ore prima.

A camminarci oggi sembra incredibile che queste montagne abbiano potuto ospitare un evento di tale inumana vastità. La selletta Stringa collega il Castelgomberto al Fior. Una segnaletica molto ben realizzata e conservata accompagna la visita di questi luoghi sin dai primi passi. Pannelli ben pensati riportano spezzoni delle opere letterarie di chi quei momenti ha vissuto, soprattutto dal libro di Lussu, Un anno sull’altipiano, che così bene ha descritto questi luoghi e quei momenti tragici.

Dalla selletta si risale, costeggiando la trincea originale, sino alla vetta del Monte Fior ed alla galleria che ne buca l'anticima e che permetteva in un attimo di passare dal versante est a quello ovest, opera di ingegneria militare che garantiva il collegamento diretto ed invisibile tra la prima e la seconda linea. Conquistata la vetta a quota m. 1.824 si comprende il perché dell’entusiasmo austriaco nei primi momenti della battaglia: la vista è spettacolare.

Ancor più incredibile è come avessero fatto a raggiungere quella cima sotto il fuoco nemico, per salite ripidissime, sotto il sole. Commuove il sapere che entro quella stessa giornata del 7 giugno vennero ricacciati sulle posizioni iniziali e che, di li a poco, avrebbero perso anche quelle per poi doverle riconquistare a caro prezzo un anno dopo. Un continuo passaggio di mano, tragico e cruento, ma si sa, la guerra è così.

Ben tre volte il comando austriaco tentò di sfondare le linee italiane su questi monti, e ogni volta che ci riuscì dovette poi ripiegare; nel giugno '16, nel novembre '17 con le montagne imbiancate, ed ancora nel giugno del '18.  Come ben descrive Fritz Weber nel suo libro Tappe della disfatta, le battaglie che si combatterono su questi monti non produssero nessuna "vittoria" ma solo morti.

Queste vette oggi portano ancora i segni di quella tragedia, della carneficina e del tributo di vite umane che quella guerra ha preteso: migliaia di uomini in armi, bombardamenti, cannoneggiamenti, mitragliamenti, assalti, contrattacchi, ritirate, sortite, e ancora fame, sete, dolore, morte. Passeggiando per questi luoghi si rivive tutto, si viene pervasi da queste sensazioni, diventano parte di noi e, a meno che non si abbia un pezzetto di granito al posto del cuore, non ci lasciano più.



La scheda è di Stefano Turrini

mercoledì 19 novembre 2014

La prima neve

Mi alzo con lentezza, la mattinata lo merita.
Gli orari di lavoro e di scuola sono stati modificati e nel trambusto che ne è conseguito mi sono ritrovato con il mercoledì mattina libero dagli impegni lavorativi.
Lunedì ha nevicato sulle montagne dietro casa e allora decido che è giunto il momento di andare a calpestare la prima neve.

Lo zaino è già pronto dalla sera precedente.
Metto il brico con la solita tisana invernale sul fuoco e nel frattempo controllo di aver caricato gli scarponi, le ghette e....... le ciaspe. Improvvisamente cambio idea e decido di lasciare queste ultime a casa perché ritengo che la neve non sia più alta di una decina di centimetri e il rumore dei passi sulla neve è più armonico con gli scarponi.
Riempio il thermos con la tisana, metto tutto in auto e via.

Passo a prendere l'Elfo curioso, mio compagno d'avventura, e poi ancora la strada che ci avvicina lentamente alla meta.
I paesi dell'Altopiano sembrano più assonnati di me, nubi cupe ci sovrastano, nessuno in giro alle 9 e 30, ma poi finalmente una bottega aperta: 1 panino e di nuovo in auto per raggiungere la neve.  Mentre salgo su in mezzo alle nebbie e alle nuvole là in alto una schiarita che ci fa intravvedere parte del gruppo di Rava e Cima d'Asta imbiancate mentre tutto intorno a noi il paesaggio cambia colore: al verde dei prati e ai colori autunnali di un melo ancora carico di frutti si sostituisce lentamente il bianco della neve.

Ci incamminiamo lenti e, passo dopo passo, guadagnamo quota e iniziamo a respirare la neve, lasciamo il bivio per il rifugio e riprendiamo a salire……..Ora è evidente che ha nevicato e sotto i nostri piedi la neve scrocchia con dolcezza, è una neve leggera e cristallina che si è attacata al paesaggio con determinazione.  Avremmo voluto arrivare su una cresta per vedere aldilà ma il tempo è tiranno e ci impone di fare dietrofront.

Lungo un pendio assolato, dove la neve si è già completamente sciolta l'Elfo riesce a trovare l'ultimo porcino della stagione, mentre io devo accontentarmi di fotografare una A. muscaria che dona all'ambiente l'ultimo colore prima dell'imminente inverno.
Lungo la strada del ritorno ci fermiamo più volte per fotografare un paesaggio mutevole e fugace. Oggi la prima neve meritava di essere calpestata.

lunedì 17 novembre 2014

Sade

Pochissimi artisti possono permettersi di pubblicare un disco ogni dieci anni, e di rimanere lo stesso nel cuore della gente, come fossero fiumi carsici della nostra memoria.
Ebbene, tra questi pochi eletti, vi è sicuramente Sade, l’anglo-nigeriana dalla voce immensa eppur mai aggressiva, la premonitrice del soul soffice degli anni '80 impregnati di musica dance ed elettronica.

Con una raffinata mistura di rhythm'n'blues, jazz e pop plasmata dal suo gruppo, Sade, ponendo persino le basi per il moderno trip-hop, si è guadagnata per sempre il titolo che le assegnò il Time negli anni Ottanta: Queen Of Cool

Schiva, riservata, mai generosa con i giornalisti (rarissime le interviste in carnet), questa è Sade.
«Quella str... canta solo quando vuole» firmò un anonimo (e frustrato) appassionato su un cartellone che annunciava un suo concerto a New York due anni orsono.
Meno male, aggiungiamo noi, se queste pause bibliche ce la restituiscono ogni volta migliore della precedente.
Delle sue ultime apparizioni ricordo con molto piacere l'intervista di due anni fa concessa al  Corriere della Sera e integralmente pubblicata sull'inserto Io Donna. Di questa rara intervista sulla sua vita personale riporto quì nel Blog due passaggi significativi che ci aiutano a conoscere meglio Sade.
  

Un tour ogni due decenni. 
Perché si concede così poco? 
 
Perché Bring me home mi ha portato per nove mesi via da casa. Certo, i miei stavano spesso con me.  E sono stati loro a insistere perché facessi il tour.  Ma non ha senso fare un album, scrivere le canzoni, registrarle, se poi non incontri il pubblico a cui stai parlando. Non avrei mai potuto stare nove mesi senza mai vedere la mia famiglia.  E non avrei potuto lasciare la mia vita se non fossi stata certa che tutto era in ordine.


Ora lo è? 
Forse è pronta per scrivere una canzone di pura gioia e di amore appagato. 

 "La malinconia è sempre lì, è parte della mia storia, le mie cicatrici sono lì, anche se non le guardo ogni momento, anche se ho imparato a dimenticarle. 
E poi, se sei una persona sensibile, non puoi mai essere sempre completamente felice,  perché non puoi non pensare alle tue ferite e a quelle degli altri, di chi ami e anche di chi non conosci. La vita è questo, calma e tempesta insieme. "


  
Questa è solo una parte dell'intervista di Sade e pubblicata su  Io Donna

lunedì 27 ottobre 2014

camminare in montagna rende felici

Chi frequenta la montagna già lo sapeva per esperienza diretta, ma ora anche la comunità scientifica scopre questo assioma e pubblica su importanti riviste alcuni studi che ne documentano il valore scientifico.
Leggo questo articolo a firma di Claudio Gervasoni su sportoutdoor24 il cui testo © riporto integralmente (mentre le foto sono mie):

Avete presente quella sensazione goduriosa di quando arrivate al rifugio, o in vetta ad ammirare il panorama, e vi sentite davvero bene, soddisfatti, in pace con voi stessi e con il mondo e insomma, in una parola, felici? Be’, se pensavate che fosse un vostro privilegio vi sbagliate di grosso: un paio di ricerche scientifiche hanno dimostrato dati alla mano che camminare nella natura abbassa lo stress, stimola la produzione di endorfine, responsabili della sensazione di benessere, e insomma sì, rende felici. 
Le ricerche sono state condotte dalla University of Michigan e dalla inglese Edge Hill University prendendo in considerazione circa 2000 delle oltre 70mila persone coinvolte nel Walking for Health Program britannico e hanno appurato che camminare in un ambiente naturale riduce gli influssi negativi dello stress e stimola sensazioni positive di benessere e ottimismo. Gli studi sono stati pubblicati sul numero di settembre della rivista scientifica Ecopsychology


Un’altra ricerca condotta dal Social, Economic, and Geographical Sciences Research Group presso il James Hutton Institute di Aberdeen ha poi dimostrato come i benefici maggiori derivino dalla pratica regolare del camminare nella natura: per abbattere i livelli di stress e godere dei primi benefici effetti basterebbero anche piccole passeggiate almeno 3 volte la settimana, purché in un ambiente verde e naturale.

domenica 19 ottobre 2014

Agritur malga Corno - Hornalm

Ci sono boschi o montagne, più antropizzati di altri. Per "antropizzati" non intendo che pullulino di gente. Intendo che storicamente l'uomo li ha vissuti, ci ha costruito sentieri, baite, canali per l'esbosco, stue, trincee e stoi. Vuoi per la loro vicinanza ai centri abitati, per l’industria mineraria, vuoi per la Grande Guerra. Il versante solatio della val di Cembra è sicuramente uno di questi.

I paesi sono a mezzacosta, scendendo ripidamente verso il greto dell’Avisio qualche maso, pressoché abbandonato: troppa fatica e troppa poca insolazione. Salendo dai paesi, la morfologia dolce fa si che i rilievi boscosi, di buona accessibilità, siano stati "coltivati" nei secoli per l'esbosco di legname da ardere e da costruzione, e per le cave di miniera. Ora sono intensamente coltivati a vite sul pendii terrazzati.

Siamo in quel di Capriana, cerniera fra Cembra, Fiemme ed il mondo sudtirolese: boschi folti e un intrico di strade forestali. Tante baite e tanti sentieri usati da uomini e animali nei secoli. Aggiungete che è terra di confine: ciò significa che in alcuni punti c'è la segnaletica SAT o AVS; in altri ancora la segnaletica è doppia mentre in certi posti...proprio non c'è, ma per raggiungere l'Agritur malga Corno la segnaletica è molto buona e precisa.



La malga Corno, situata a 1715 mt di altezza, è una piccola malga di proprietà della Magnifica Comunità di Fiemme, situata sullo spartiacque che separa la Provincia di Trento da quella di Bolzano cioè tra la Val di Cembra e la Valle di Fiemme.

La malga, gestita dall' "Interessenza di pascolo Comunione agraria di Trodena", è raggiungibile attraverso una strada forestale che parte dall'abitato di Capriana, o dal nuovo parcheggio di Pra del Manz (strada asfaltata di recente), oppure dal Comune di Anterivo (BZ), o da Gfrill-Caurìa di Salorno a piedi in meno di 2 ore.


Una volta arrivati alla malga, il paesaggio aperto offrirà una visuale su tutta la Val di Fiemme, dalla diga artificiale di Stramentizzo e la Catena del Lagorai al completo fino alle Pale di San Martino dando uno scorcio sul Corno Bianco, il Corno Nero e il Latemar. Nelle belle giornate potrete vedere tra il Corno Bianco e quello Nero le vette e le cime del gruppo del Catinaccio mentre sulla vostra sinistra sarà evidente la piatta dorsale dello Sciliar.



Niente male direi, il tutto unito ad un tipico paesaggio di malga, un assortimento di piatti tipici sia trentini che dell'Alto Adige e bevande che vi sapranno sicuramente soddisfare.
Sicuramente il minestrone, ma ancora di più il piatto "nannolo": doppio tuorlo d'uovo su letto di patate arrosto con sopra lo speck croccante.....

domenica 12 ottobre 2014

Diritto di Memoria di Andrea Nicolussi Golo

" Zeno butta giù a grandi sorsi il suo caffè d'orzo; per intiepidirlo e berlo più in fretta lo ha mescolato con il vino, un rimedio universale per generazioni di abitatori delle terre alte, tiene la kikkera con entrambe le mani e un piede lo ha già fuori dalla porta nella luce di ametista di quell'alba, che resterà incisa per sempre negli anelli del suo tronco".

Quando Andrea Nicolussi Golo tratteggia nel libro alcuni momenti della vita di Zeno è come un pittore impressionista; non scrive un dettaglio, non sviluppa un racconto, ma dipinge un'emozione, pennella un ricordo. Tracce impercettibili di un sentiero di memoria comune.
Infatti lui non chiama mai Luserna con il suo nome ma la denomina come "un piccolo paese di montagna", perchè Diritto di Memoria non è esclusivo di un paese, di un luogo, di alcune persone, ma di tutti quelli che hanno vissuto gli anni dell'ultimo dopoguerra, quando, da bambini, avevamo l'idea, che era anche consapevolezza, che tutto dovesse ancora succedere.

In uno stile assolutamente originale, Diritto di Memoria racconta infatti una storia generazionale che nasce nel cuore della comunità cimbra di cui fa parte, ma che riguarda un’intera nazione. Da quella terra agli inizi del secolo scorso Andrea Nicolussi Golo parte idealmente insieme a Zeno per raccontare la storia di una comunità in cammino. Pennellando e tratteggiando quadri di vita in cui i ricordi fanno emergere tutta la memoria emozionale della propria vita, lo scrittore mette insieme la microstoria di Zeno per raccontare l’esodo generazionale degli italiani costretti a migrare per raggiungere "Le Meriche" in cerca di fortuna e dignità, in fuga dalla casa paterna per lasciarsi alle spalle la povertà e le ristrettezze della vita in montagna . L’autore viaggia nella memoria tenendo sempre insieme la piccola storia che accade a ognuno di noi con la grande storia.

Dopo questo romanzo  possiamo sicuramente annoverare Andrea Nicolussi Golo tra i grandi narratori emozionali del nostro tempo come lo è stato Mario Rigoni Stern.  Con  Diritto di Memoria ci consegna una storia potente e emozionante in cui voci intrise di piccole storie personali si incontrano con la grande Storia di un Novecento martoriato da guerre, terrorismo e da una società endonista, dedita solo al profitto e al denaro, che ci ha negato quel futuro che avevamo sognato e immaginato negli anni sessanta.

Come nella sua prima opera, anche in questo Diritto di Memoria, Andrea Nicolussi Golo ci ricorda quanto dura sia stata per i nostri padri abitare la vita, come ancora oggi  “in un tempo dimenticato dal signore, uomini e tonni sono a lottare per la stessa vita o solo per una morte meno indegna, aggrappati alle stesse reti”. E che “occorre saltare oltre per continuare a vivere”, fino all’arrivo di una notte, di una sorte, in cui ci si possa finalmente augurare “guata nacht!”, se mai potrà essere buona la notte che accompagna con le lacrime agli occhi la lettura delle ultime parole di questo straordinario libro. 

Andrea Nicolussi Golo, Diritto di Memoria

6 giugno 2014   C. Perer   -   Intervista a Andrea Nicolussi Golo



Cosa intendi per "Diritto di Memoria" ?
"Vi sono fenomeni come le guerre, come le migrazioni di interi popoli, che vengono sempre visti come fenomeni di massa, in questo modo il dolore di ognuno conta poco e niente, nella Prima Guerra Mondiale si dice  ci siano stati quasi dieci milioni di morti è una cifra così assurda che il dolore di una madre che vede morire la figlia il secondo giorno di guerra scompare, e così con i migranti sembra quasi scontato che qualcuno finisca in fondo al mare, del dolore di una moglie di una madre non si preoccupa nessuno. Ecco io non voglio che questo accada, ognuno ha Diritto di Memoria, il dolore di ognuno vale il dolore di tutti, e il dolore di tutti vale il dolore di ognuno, perché il dolore non si annacqua, il sangue rimane sangue anche quando scorre a fiumi."


Il libro è pieno di immagini degli anni '60 può ricordarle: i disegni di Jacovitti con i suoi salamini segno di un'abbondanza paesana che forse non c'era, e i gelati Eldorado...cosa rimpiangi di più di quel tempo?
"L'attesa per il futuro. Arrivato a cinquanta anni continuo a credere che l'età dell'oro non sia nel passato ma nel futuro, non tanto per me naturalmente, ma per quelli che oggi hanno gli anni di quel bambino dagli occhi troppo adulti che attraversa il mio romanzo. Sì, mi manca molto l'idea che avevo da bambino che tutto doveva ancora succedere; dal primo bacio, ad una bicicletta vera, ad un lavoro (sognavo di fare il giornalista e un po' me ne vergogno). Aspettavo il futuro con una ingenuità disarmante, futuro era anche solo lo sciogliersi della neve e il poter mettere le magliette a maniche corte, tutto era futuro, ma non solo per noi bambini anche per gli adulti. Si questa voglia di futuro la rimpiango."
 
Quindi per te sono gli anni '70 il vero spartiacque tra il prima e un dopo...
"Non sono così ingenuo da non capire la complessità dei cicli storici ed economici, ma sono convinto che il clima degli anni 70 sia stato davvero deleterio per la nostra nazione. Allora hanno ucciso il Paese oggi vegliamo sulla sua putrefazione. Dal 1980 in poi, anno più anno meno, è incominciata l'economia drogata il culto dell'apparenza, sintetizzato bene dalla famosa pubblicità della Milano da bere."

Ritieni che la vera vittima di tutto questo sia stata la periferia?
"C'è stata una visione romano-centrica della politica, quello che andava bene nelle città doveva andar bene per tutti. I cittadini divennero "a ggente", massa. Ad un certo punto si è arrivati a dare contributi alla macellazione e sottolineo macellazione delle mucche che superavano il prezzo dell'animale stesso, contributi in parte europei, forse l'Europa il passo giusto non l'ha mai avuto... In questo modo si è smantellata l'agricoltura di montagna, distrutto il mondo contadino "Unica civiltà giunta a compimento" non sono parole mie ma di Ermanno Olmi. "

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