venerdì 21 febbraio 2014

Ernest Hemingway; un viaggio nel Veneto - prima parte

Ieri in seconda serata su Iris hanno riproposto il film Amare per sempre (1996) di Richard Attenborough con Sandra Bullock e Chris O'Donnell. Non si può certo dire che sia stato un film apprezzato dal pubblico, ne tantomeno dalla critica, tanto che M. Morandini così si esprimeva: " è un film d'amore prolisso, adiposo e, insieme, anoressico che fa pensare a una tavoletta di cioccolato al latte dimenticata in una tasca dei jeans. S. Bullock è passabile, ma O'Donnell è una scelta suicida".

Ma valeva ugualmente la pena di essere visto per alcuni motivi di interesse: il primo deriva dal fatto che l'opera cinematografica è tratta dal romanzo di Ernest Hemingway - Addio alle Armi (A Farewell to Arms, 1929)-, forse l'unico romanzo autobiografico di cui E. Hamingway ammise l'attinenza.

Il secondo motivo è che il film, e il libro, sono ambientati durante la Prima guerra Mondiale, in Italia dove Hemingway prestava servizio come autista dell'ARC (American Red Cross, la sezione statunitense della Croce Rossa). Dapprima fu inviato a Schio nella zona tra il Pasubio e l'Altopiano di Asiago, e successivamente mandato a Fossalta di Piave in vicinanza della prima linea, dove nella notte tra l'8 e il 9 luglio 1918 venne colpito ad una gamba mentre prestava soccorso ad alcuni feriti.

Da ultimo il libro racconta un finale molto diverso da quello che il protagonista ha sempre dichiarato. Hemingway infatti ha sempre sostenuto di aver avuto una infatuazione vera e propria per Agnes von Kurowsky, l'infermiera statunitense che lo curò nell'Ospedale dove era stato portato dopo il ferimento, che però non manterrà la promessa di sposarlo, perché considerava il rapporto con lui una relazione giovanile, fugace e platonica.

In ogni caso, questo tragico episodio chiuse simbolicamente il periodo della giovinezza di Hemingway e lo aprì ad una nuova esistenza, che attraverso la maturità e l’esperienza anche in altre guerre, lo riportò, già famoso, più volte in Veneto, nelle zone della guerra.
Infatti una volta esaurita l'ispirazione letteraria degli anni trenta che lo portò al successo, e dopo il romanzo "Per chi suona la campana" (1940),  torno in Italia (1948), e a periodi alterni vi soggiornò fino al 1954, anno in cui gli occorsero due gravi incidenti aerei mentre si recava in Uganda che lo segnarono nel fisico e nella mente per il resto dei suoi ultimi anni.
Nel settembre del 1948 Hemingway, con la quarta moglie Mary, lasciò Cuba per fare ritorno in Italia con l'intento di rivedere alcuni dei luoghi  in cui era stato presente durante gli anni della Prima guerra. Così accadde che, mentre era a Cortina, fece amicizia con Federico Kechler  nobile aristocratico friulano, che lo inviterà spesso nella loro villa a Fraforeano per riposare e per le famose partite di caccia "in botte" alle anatre nelle barene e nella laguna di Venezia e di Caorle organizzate dal Barone Franchetti proprietario della tenuta in Valle San Gaetano.

segue... 

Ernest Hemingway; un viaggio nel Veneto - seconda parte

Latisana, 1948.
In una piovosa mattina di dicembre una giovane donna bruna ad un incrocio aspetta qualcuno che tarda. Quando arriva l’automobile, una Buick azzurra guidata dal suo amico Carlo Kechler che l’ha convocata per una battuta di caccia "in botte" in laguna e precisamente in Valle San Gaetano (Caorle) nella tenuta del barone Franchetti, la ragazza sale dietro perché il sedile anteriore è occupato da un passeggero grande, grosso e sconosciuto.
Questo il racconto che Lei ne fa di quel primo incontro:
Un colpo di clacson. Mi guardo attorno ma non vedo nessuno.Un altro colpo di clacson. Bel suono. Davvero una bella macchina. Mi pare di aver sentito gridare il mio nome, ma forse ho sbagliato, non c'è nessuno.
La macchina blu retrocede, si avvicina, si avvicina proprio a me. Lo sportello posteriore si apre, s'affaccia la testa di Carlo: "Su presto, entra!". Non sento più freddo né umido, sono in un azzurro deliziosamente molleggiato che si muove in silenzio.
"Non ti aspettavi di trovarmi su una Buick, vero? Scusa il ritardo, ma siamo passati da Fraforeano da Titti e ci siamo messi a parlare di guerra, e sai come è Ernest quando comincia a parlare di guerra. A proposito, conosci Ernest, Ernest Hemingway? Ernest, questa è Adriana."
Le spalle massicce si voltano e l'uomo seduto davanti ora è girato verso di me. "Terribly sorry, Adriana. It's all my fault. I hope you will forgive me" dice. "Scusa del ritardo, Adriana, è tutta colpa mia, spero che mi perdonerai".

Così avviene il primo incontro fra Hemingway e Adriana Ivancich, che lo ricorda come un vecchio: fronte tagliata da due rughe profonde; baffi dritti sopra le labbra, caratterizzate da una piega scanzonata; occhi vivi e penetranti. Poco dopo Hemingway dice ad Adriana: “Carlo mi ha detto che abiti oltre il fiume”. “Sì, oltre il fiume” conferma Adriana. Comincia così la storia d’amore tra Adriana Ivancich, diciannovenne di rara bellezza, ultima rampolla di una famiglia aristocratica che dalla Croazia si era trasferita a Venezia, e lo scrittore americano, che avrà come sfondo questo angolo di nord est d’Italia dove Hemingway tornerà più volte e che descriverà così bene nel romanzo Di là dal fiume e tra gli alberi:
È una campagna piatta e monotona e sotto la pioggia è ancora più piana. 
Verso il mare vi sono pianure salate e pochissime strade”.

L'incontro tra Hemingway e Adriana illumina segna in modo indelebile le loro due vite in modo ben diverso da come gli era successo, trent'anni prima, nell'incontro con l'infermiera Agnes von Kurowsky.
Ernest ritrova nell'amore per la ragazza la forza ispiratrice che si era inaridita già da una decina d'anni; quella forza che gli fa scrivere il controverso Across the River e soprattutto The Old Man and the Sea (Il vecchio e il mare), di cui Adriana ne disegnò la copertina per l'edizione americana, occasione del premio Pulitzer (1953) e del Nobel per la letteratura (1954). Adriana sboccia come donna e come scrittrice, accompagnando Hemingway alla compiutezza come scrittore, e affermandosi senza gloria come autrice del volumetto di poesie Ho guardato il cielo e la terra e del libro di memorie La Torre Bianca.

Adriana ed Ernest restano in relazione per altri sette anni, fino al 1955, subendo le maldicenze scatenate dalla supposta identificazione di Adriana nella ragazza veneziana che in Across the River, tanto da indurre Hemingway ad impedire, lui vivo, la pubblicazione in italiano del romanzo. Uscirà infatti nel 1965, quattro anni dopo la sua morte, col titolo Di là dal fiume e tra gli alberi.

Nessuno dei biografi americani si è mai reso conto che Adriana Ivancich è stata la donna della sua vita. La più importante di tutte, la sua maggiore ispiratrice, l’unica che rispetterà sempre. Ma che non può avere e tenere con sé per sempre. Se già l’unione con Adriana era impossibile per la differenza d’età (30 anni), per la stretta osservanza cattolica della ragazza, per il pregiudizio sociale, è Ernest stesso, assegnando alla coppia di Across the River un comportamento scandaloso per quel tempo, a provocare il suo lento ma inesorabile distacco della musa che amava, anche se ciò diventerà il suo più grande rimorso.
La corrispondenza tra Ernest e Adriana continuerà per anni, certamente fino al 1955. Adriana chiede a Ernest di aiutarla a trovare un titolo per il suo libro di poesie. Ne arriva una lunga lista. Una delle ultime proposte è Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana, (il Tagliamento, Venezia e Cuba). Ma Adriana sceglie un altro titolo, Ho guardato il cielo e la terra. Scrive Adriana nella sua La Torre Bianca, rivolgendosi a Ernest: "Anche “Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana” era un buon titolo, avevo pensato. Ma più adatto per un romanzo che per delle poesie. Sarebbe il giusto titolo per la nostra storia, partner, per quella storia che non scriverò mai, perché nessuno vi crederebbe: “Qualcuno penserà questo e qualcuno penserà quello e soltanto tu e io sapremo e saremo morti”".
Rimane così fissata nei libri e nella nutrita corrispondenza di Hemingway l'impronta indelebile della straordinaria e segreta personalità di Adriana, soffocata in pubblico dall'invidioso e mediocre establishment sociale e culturale. Ernest, privato della speranza di poter tenere e sposare Adriana e poi minato nella salute dal doppio incidente aereo del gennaio 1954, si chiude lentamente nell'introversione, nella depressione, nella psicosi, fino al suicidio, il 2 luglio 1961.
Fu dunque Adriana Ivancich, ma anche la malìa del paesaggio della laguna veneziana, visto soprattutto nel suo aspetto invernale a produrre in Hemingway quella sorta di incantamento che gli permise di tradurre in finzione letteraria le sue più recenti esperienze ed ompressioni: la seconda guerra mondiale; il declino dell'età; i ricordi della giovinezza; l'inquietudine e il sogno di una ritrovata giovinezza. Tutto questo Hemingway lo trascrisse in quel periodo nel tanto discusso: Di là dal fiume e tra gli alberi.

Mi piacerebbe essere sepolto qui sui bordi della tenuta, ma in vista della vecchia casa elegante e dei grandi alberi alti.(…) Sarei una parte del suolo dove i bambini giocano la sera e la mattina forse continuerebbero a allenare i cavalli, a saltare e gli zoccoli calpesterebbero l’erba e le trote affiorerebbero nello stagno quando ci fosse uno sciame di moscerini”.


Fonti, risorse bibliografiche, siti
Jleana Cervai, Adriana Ivancich. Una storia d'amore sui generis, Centro Internazionale di Cultura 2007
I giochi letterari di Hemingway di Piero Ambrogio Pozzi 
Hemingway e il Friuli di Carlo Garbascek 

mercoledì 19 febbraio 2014

Fermare l'espansione delle aree sciistiche in montagna

Se pensate, come me, che la montagne abbia già subito abbastanza abusi, disboscamenti, distruzioni, cementificazioni e che ci siano modi più sostenibili e rispettosi per sviluppare reddito per le comunità alpine, allora leggete e firmate la petizione che trovate nel lik alla fine di questo post.

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Questa petizione è importante e possiamo dare una mano.
Clicca qui o copia il link per saperne di più e firma:
Petizione da firmare 

mercoledì 12 febbraio 2014

Nel ricordo di mio padre e di Giorgio

C’è un naturale senso di perdita quando, con la scomparsa di una persona a noi vicina, cessa anche il bisogno di prendersi cura di lui. Spesso ci troviamo ad affrontare il doppio dolore della perdita e del nostro ruolo nella sua vita. Il periodo immediatamente successivo è un momento molto difficile che ci lascia persi, soli, ed inutili. Ci sentiamo quasi sradicati senza quel ruolo importante che è stato il prendersi cura di un altro nella nostra vita.
E il nostro futuro ci appare grigio o addirittura vuoto.

La fiducia in noi stessi qualche volta ci viene a mancare e percepiamo in modo profondo la difficoltà di riprendere e ricominciare a vivere.  Il futuro ci appare come una tela vuota. Sta solo a noi decidere come dipingerla. Iniziare questo nuovo quadro è il lavoro più faticoso che ci attende. E’ mentre lo affrontiamo dobbiamo permettere a noi stessi di comprenderne anche la sofferenza. Abbiamo bisogno di fare un respiro profondo e afferrare il fatto che è veramente difficile ricominciare senza la presenza fisica della persona amata e senza il bisogno di prendersi cura di lei.

Per quanto ci piaccia o meno, non possiamo evitare il fatto che è il cambiamento che ora ci viene richiesto. Può sembrare un lavoro immane creare un nuovo quadro senza averne nessuna ispirazione.
Per qualcuno è come scalare una montagna, troppo ripida e rocciosa. Per altri può sembrare una sorta di camminare alla cieca in una foresta sconosciuta. Ma tutti alla fine possiamo farcela.

E forse allora riusciremo a scoprire nuovi, inesplorati territori o luoghi per ridisegnare ancora una volta i contorni della nostra anima.

* le foto sono tratte da "CentroMeteoDolomiti"

sabato 8 febbraio 2014

Sneea o haapar ?

Sneea per Mario Rigoni Stern, e probabilmente per tutte le persone di origine Cimbra, era la neve abbondante e leggera che scendeva dal molino del cielo in pieno inverno. Mentre, quando poi l'inverno stava per finire la sneea diventava haapar. Allora sulle rive al sole questa neve bagnata si scioglieva in mille rigoli che lasciava scoperto il bruno del terreno.
Chissà se Mario, ancora tra di noi, sarebbe stato in grado di identificare la neve abbondante scesa in questi ultimi giorni. Neve non certamente soffice e leggera ma appensantita dalla pioggia che si alterna alla neve per i continui saliscendi delle temperature.

Ricordo.
Domenica 4 gennaio 1965, volgendo lo sguardo al cielo si vedeva un tenue grigiore che dai monti raggiungeva i boschi delle contrade alte e si abbassava verso il paese. E la punta alta del campanile e la torre campanaria erano già dentro il grigiore lattiginoso e poi anche la chiesa e i tetti delle case più alte.
Sulle strade polverose, sulle cataste di legna, sugli orti e sui cortili delle case e sopra le nostre teste cadevano già i primi fiocchi di quella che sarebbe stata una nevicata da ricordare.

Le voci e i rumori del paese si facevano sempre più lievi fino a quando un silenzio quasi assoluto ricopriva tutto e tutti. Allora, come per un segnale convenuto, si correva tutti in soffitta, accanto al granaio, a prendere le slitte. Calzati gli stivali di gomma, il berretto e i guanti di lana grezza si scendeva nel cortile centrale della contrada e di corsa si trainavano le slitte fino al capitello. Da quel punto la strada era tutta in discesa. Cercando di evitare le poche nonne che camminavano prudenti ai lati della strada per andare alla prima messa della domenica si scendeva slittando fino alla piazza. A quel punto era obbligo una partita di palle di neve.

Si rientrava dopo qualche ora bagnati ed infreddoliti. Ci si doveva levare tutti i vestiti, i calzettoni, la canotta di lana e le mutande per asciugarsi al caldo della cucina a legna. Io mi mettevo sempre tra la sedia grande del nonno dove era solito raccontarci qualche storia e la stufa, per appoggiare la schiena al caldo della parete. Ma se per caso il nonno non c'era allora la cosa che mi dava più piacere era sedermi sulla sua sedia con i piedi appoggiati sullo sportello aperto del forno della stufa. La zia e il papà a turno allora cominciavano a brontolarmi perché dicevano che, prima o poi,  mi sarei bruciato i piedi.

Nei giorni successivi, dopo la colazione o il pranzo, si correva fuori e ci si dava voce per ritrovarsi in cortile e da li salire nelle colline dietro la contrada per giocare con la neve o per slittare.
Era la cosa che ci divertiva di più. Scendere dalla collina in coppia sulla piccola slitta cercando di prendere più velocità possibile. Percorrevamo talmente tante volte quel percorso che lentamente si andava formando una pista vera e propria con salti e curve che ad ogni discesa diventavano sempre più pericolose per la velocità che la slitta prendeva.

domenica 2 febbraio 2014

Sentieri sotto la neve

"Lassù la montagna è silenziosa e deserta. Lungo la mulattiera che gli austriaci costruirono per giungere nei pressi dell'Ortigara, dove un giorno raccolsi la punta ferrata del Bergstock che è qui sulla libreria, ora non passa più nessuno. La neve che in questi giorni è caduta abbondante ha cancellato i sentieri dei pastori, le aie dei carbonai, le trincee della Grande Guerra, le avventure dei cacciatori.
E sotto quella neve vivono i miei ricordi."
Mario Rigoni Stern

sabato 1 febbraio 2014

Inverno nelle Terre Alte: torna l'incubo neve

Belluno: migliaia di utenze al buio, valanghe e viabilità provinciale in ginocchio.
A poco più di un mese dalla “tempesta di Santo Stefano”, i bellunesi sono ripiombati nell’incubo neve.
Letteralmente in tilt la viabilità provinciale, con praticamente tutte le principali arterie bellunesi che hanno subito chiusure integrali o parziali a causa della neve. Un calvario, in particolare, per gli automobilisti sulla statale 51 di Alemagna, che già giovedì sera aveva registrato la chiusura del tratto tra Fiames e Cimabanche.  La chiusura della provinciale 251 e del passo Duran hanno di fatto isolato l’intera Val Zoldana.
Neve e pericolo valanghe, invece, hanno causato la prolungata chiusura di praticamente tutti i passi dolomitici.

Cortina:
Nevicata particolarmente fitta da un'ora a Cortina d'Ampezzo, a complicare una situazione già da ieri abbastanza difficile. Da stamane in città si sono verificati black-out elettrici di pochi minuti. Le maggiori preoccupazioni riguardano la tenuta delle strade e quella dei tetti delle case, sovrastati da cumuli di neve alti più di un metro.

Cencenighe e Alleghe isolate:
Oltre a Santo Stefano l'esercito sta operando anche a Cencenighe e Zoppè, che è isolata, dove stanno portando gasolio per i gruppi elettrogeni nelle zone in cui, a causa dei guasti, non si prevede il ripristino a breve termine della rete elettrica. Sono ancora 15.767 famiglie bellunesi prive di energia elettrica per il blackout a causa del maltempo.

Auronzo:
A Monte Piana i metri di neve sono circa tre, i rifugi sono isolati. Impossibile raggiungere Misurina
. La corrente a Misurina è tornata ma la strada da Auronzo è ancora chiusa. Ad Auronzo è giunto preventivamente un generatore da 60 kw e è in arrivo un altro da 40 kw se si rendesse necessario passare all'alimentazione tramite generatori. la situazione della viabilità vede impegnati tutti i mezzi comunali più quelli privati nella difficile opera di apertura delle strade secondarie. Da stamane alle 5.30 si è iniziato a portare via la neve dal centro con l'ausilio di 3 pale e 2 camion. Quasi 50 i camion di neve portata via.

Sulle Dolomiti il rischio di valanghe resta massimo anche oggi, tanto che l’Agenzia regionale per l’ambiente del Veneto ha decretato ieri, per la prima volta dal 1994, il “codice rosso”, il più alto su una scala di cinque valori.
Da quando è stato istituito il servizio di controllo dell’Arpav, nel 1994, è la prima volta che viene usato questo grado.
Dal punto di vista storico, i dati relativi alla neve caduta tra giovedì e venerdì rimandano per eccezionalità addirittura agli anni 1977 e 1978.


* le foto e i dati sono stati ripresi dal sito CentroMeteo Dolomiti e dal Corriere delle Alpi