domenica 28 giugno 2015

Il Botiro di malga del Primiero

Olio o Burro?
Questo è un dilemma che continua a tormentarci da qualche anno. Se chiedete a medici e nutrizionisti cosa scegliere, state pur sicuri che la stragrande maggioranza di loro vi risponderà senza esitare che è preferibile l’olio d’oliva. Questo a causa di una campagna mediatica, paragonabile ad una caccia alle streghe dal sapore medioevale di demonizzazione del burro.
Ben pochi vi diranno che entrambi devono essere presenti in un’alimentazione equilibrata.



Oggi purtroppo il problema dei grassi (olio e burro) si annida non nel loro intrinseco potere alimentare ma negli scaffali del supermercato con il motto che dietro ad ogni alimento esiste un grande interesse commerciale, molte volte portatore di scadente e pessima qualità nutrizionale.
D’altro canto la demonizzazione del burro degli ultimi decenni ha relegato alla grande industria alimentare la produzione di molti burri così scadenti da essere peggiori anche rispetto allo "strutto" della tradizione povera contadina.


 Per fortuna ogni tanto si riscopre ancora qualcosa di buono ed autentico nei territori delle Terre Alte e uno di questi è sicuramente il Botiro di Malga di Primiero. Nel dialetto locale “botiro” significa burro e ai tempi della Serenissima era il miglior burro in vendita a Venezia. La sua fama era scesa a valle per conquistare anche i palati dei veneziani. Al tempo non c'erano dubbi: il miglior burro sul mercato era quello che arrivava dagli alpeggi di Primiero nella zona compresa tra le vette dolomitiche del gruppo delle Pale di San Martino e la catena del Lagorai. Da qui, alla fine di ogni estate, i grossi pani di burro venivano trasportati a fondovalle e conservati in cantine fresche per poi prendere la via di Treviso e Venezia, dove venivano smerciati dalla confraternita dei butirranti.


Le malghe, un tempo numerose, riservavano gran parte della panna alla produzione di questo burro morbido, tanto che il formaggio finiva per essere quasi un prodotto residuale. Il carattere del Botìro è parte integrante della qualità dei pascoli di queste valli ricche d’acqua e dell’accurata lavorazione che, da sempre, ha consentito di ottenere un prodotto conservabile per molti mesi.


Una tradizione antica che ha rischiato di perdersi completamente nel corso degli anni, ma che grazie anche al Caseificio comprensoriale del Primiero è stata recuperata, ed oggi questo burro di malga prodotto con panna cruda non pastorizzata è uno dei tesori delle nostre montagne, protetto e tutelato come Presidio Slow Food. La sua produzione è limitata al periodo estivo tra giugno e settembre, quando le mucche sono al pascolo nelle malghe in alta quota, proprio per preservarne le caratteristiche organolettiche peculiari.


Malga Fossernica di fuori (situata a 1804 metri nella Valle del Vanoi) i cui pascoli sono particolarmente ricchi di erbe aromatiche fornisce la panna per il Botìro di Primiero di malga. Da un paio di anni tutte le fasi della lavorazione del burro d’alpeggio a panna cruda avvengono nel piccolo laboratorio. La si può raggiungere con il bus navetta da Caoria (info: 0439.719106) e durante i mesi di luglio e agosto si può assistere alla lavorazione e dimostrazione della produzione del Botìro (su prenotazione, Ecomuseo del Vanoi) Non dispone di servizio ristorazione, presente invece a Malga Fossernica di dentro, a circa un’ora di facile cammino.
 
 
Il Botiro di malga di Primiero ha un intenso colore che va dal giallo paglierino all’oro; il profumo è moderatamente aromatico, con note floreali di erbacee vive. E’ di consistenza morbida e facilmente spalmabile. Per esaltarne al meglio le sue caratteristiche peculiari è preferibile consumarlo crudo, ma anche con cotture brevi e a bassa temperatura, come ad esempio quando si spadellano gamberi, mazzancolle o scampi.

domenica 21 giugno 2015

Casère, Tabià e malghe della Valle del Vanoi

La Valle del Vanoi è sicuramente fra le aree trentine più “wilderness “, con un territorio che che delimita una delle tre valli (Primiero-Vanoi, Tesino-Valsugana e Val di Fiemme)che si trovano a cavallo della catena porfirica del Lagorai che si estende da P.sso Rolle a Pergine Valsugana. Grandi pascoli ed estese foreste sono l’ambiente predominante, torrenti impetuosi e selvaggi e una ricca viabilità forestale di antichi sedimenti sono le caratteristiche intrinseche di queste zone del Trentino sud orientale.

A questo territorio si accompagnava una architettura povera, reale, proporzionata all’uomo, alla fatica rurale di un passato recente, negata però dal recente sviluppo, dove manufatti antichi non esistono più per sconsiderati interventi di riuso, stravolta da strade senza senso e ancor di più da interventi devastanti per costruire nuovi impianti per la Disney-land invernale.

Scrive Paolo Rumiz nella sua Leggenda dei Monti Naviganti: “pochi luoghi sono riusciti a salvarsi dal grande massacro dell’Alpe italiana, vediamo montagne sventrate dall’arroganza del denaro, vallate affogate nel cemento eterno ” e ovunque la sindrome del complesso di inferiorità nei confronti della città e dei suoi luoghi e templi del divertimento. Sicuramente la Valle del Vanoi è una di quelle che è riuscita a salvarsi da questo endemico massacro delle Terre Alte.

Quì più che altrove, anche e sicuramente di più che in Val dei Mocheni, vale ancora la descrizione che fece l’ architetto Edorado Ghellner pioniere delle indagini sull’architettura rurale alpina: “...in questi territori isolati e difficili, dove però gli oggetti della natura sono sempre presenze di grande suggestione ed individualità, si è sviluppata, sui valori dell’identità e dell’autonomia, una cultura locale caratterizzata da una forte persistenza del linguaggio, da una lenta evoluzione di modelli, da una particolare resistenza alla contaminazione, quasi che i luoghi aspri e bellissimi che tale cultura aveva generato, volessero anche proteggerla nella sua specificità - una relazione particolarmente forte fra società ed ambiente ed un legame antico e indissolubile ...”.

Ed è proprio percorrendo e camminando in questa valle che si registra una presenza significativa di un gusto più raffinato, una ricerca di manufatti concreti ultimi pezzi di storia reale, di soggetti popolari veri dentro e fuori i paesi, sino a quote dov’è fattibile riappropriarsi di se stessi. Manufatti perduti come le casère e i tabià che rivivono nel valore del carattere di questa valle, dove lo sguardo solare di prati sfalciati di fresco trova ristoro la nostra mente sempre affannata nel rincorrere un tempo sempre troppo breve.

Tabià come legno tessuto a trama per ventilare l’erba che diventa fieno, zoccolo solido, pietra e intonaco, filtra poca luce, trattiene il calore animale e profumi e odori dimenticati, casèra per sosta stagionale, spazi ridotti all’essenziale, per fare una polenta o riparare gli attrezzi; su tutto il silenzio e fantastici i riflessi del legno con oro e marrone o grigio incanutito, sapiente.


Tabià e Casèra come legno che invecchia, dove ritrovi diluito il piacere del tempo che passa sulle cose, sulla nostra terza pelle: la casa, che invecchia, come noi, che stagiona, come noi, che acquista sapore vero, come noi, che si rompe o si rovina, come noi. Che muore. Come noi.



* alcune foto sono dello Chalet nel Doch

martedì 2 giugno 2015

Caorle e i Casoni

Sono a Caorle per qualche giorno a scontare un impegno di lavoro che comunque non mi occupa interamente le giornate, lasciandomi più di qualche ora libera. E allora come non approfittarne per andare a visitare la laguna di Caorle con i suoi famosi "Casoni". A pochi chilometri dalla spiaggia già affollata di bagnanti c’è un mondo silenzioso, lontano, quasi segreto, un mondo di storie da ascoltare, di chiacchiere allegre in compagnia di una buona “ombreta”,un mondo fatto di antiche tradizioni marinare, il mondo dei "Casoni".

Un modo molto bello per raggiungere e visitare i casoni e l’isola dei pescatori è utilizzare un barchino, oppure noleggiando una bicicletta,  in questo modo si ha la possibilità di osservare anche il pittoresco centro di Caorle girovagando tra calli e campielli e ammirando le facciate delle case deliziosamente dipinte con colori pastello. Una volta inforcate le biciclette, che noleggiate presso "Caorlebike" che si trova in prossimità della Piazza S.Antonio a 100 mt. dal centro storico, percorriamo via Dal Moro Luigi e poi via Roma fino ad arrivare nella piazzetta del Duomo con il suo splendido campanile cilindrico simbolo della cittadina e circondato da calli e campielli che rimandano a quelle di Venezia.

Lasciato il Duomo e il centro storico, poco dopo, dove la terra incontra l'acqua, ci troviamo davanti alla Chiesetta sul mare. Secondo la tradizione, il Santuario della Madonna dell’Angelo è stato edificato attorno al VI °secolo dagli abitanti di Concordia Sagittaria che, emigrati nell'isola per sfuggire alle invasioni barbariche, vi edificarono questa piccola costruzione che con il passare degli anni divenne un simbolo per tutta la città di Caorle. Lasciata la chiesetta costeggiamo la lunga spiaggia di Levante fino alla località Falconera.
Si prosegue da Falconera sull'argine che costeggia il Nicesolo, in direzione Nord-Ovest, lungo la pista ciclabile nuova. Durante il percorso, guardando sempre a destra, si possono scorgere i 'ghebi' - piccoli canaletti che entrano tra le canne di falasco con cui i pescatori costruiscono i casoni. In un attimo ci troviamo nella splendida campagna veneta, e dato che pedaliamo sopra l'argine, abbiamo un po' di vista tutt'attorno. Ogni tanto sulla nostra destra, tra la strada e il canale compare seminascosto tra il canneto qualche casone.

Qualcuno risistemato, ma chiuso in un silenzio d'altri tempi. In qualche altro udiamo voci che si rincorrono tra l'interno dell'edificio e il giardino ben tenuto con gli alberi da frutto e una siepe che nascondono alla nostra vista attimi di vita quotidiana. La cosa che più ci colpisce è l'accativante odere di pesce cucinato alla griglia che si accompagna in una sinfonia inebriante, vista anche l'ora, al profumo di piante aromatiche e delle tamerici in fiore.

Storditi in tutti i sensi arriviamo alla fine della pista ciclabile, e troviamo un parcheggio delle biciclette. Scendiamo, e ci avventuriamo a piedi sull'"isola dei casoni", congiunta tramite un piccolo ponte. Ai bordi del sentiero i vari appezzamenti, con allevamenti di cigni, anatre, e vari animali da cortile. Tutto pulito e lindo, ma senz'anima... Senza difficoltà arriviamo alla fine del sentiero, dove incontriamo alcuni pescatori.  La vegetazione è lussureggiante, con canneti, ma di animali liberi neanche la traccia..

Lungo il percorso arriviamo ad un casone, dove un signore anziano ci invita ad una visita dell'interno. Fortuna insperata, non osavo chiedere... Mi lascia fotografare l'interno, e inizia a decantare le meraviglie della zona, ma lentamente ci rendiamo conto che sa di costruito per la curiosità dei turisti.
Salutiamo e ringraziamo  per l’ospitalità, e torniamo verso le nostre biciclette, per proseguire la nostra avventura….


Resta il piacere della bella pedalata, e di essere usciti per un po' dagli schemi della solita vacanza, facendo quattro passi in una zona sicuramente bellissima paesaggisticamente, ma che ha un pò venduto quell'anima magica e solitaria che tanto aveva ammaliato Hemingway.

lunedì 1 giugno 2015

Caorle e la Laguna di Hemingway

"Un autunno di giornate splendide, di brevissime piogge che lasciano il cielo più terso di prima e accendono di arcobaleno il collo e la testa dei germani reali e dei codoni che si alzano all'improvviso dai canneti verso spazi che sembrano eterni. I silenzi sono dolcissimi. I rumori sono quelli di un cefalo che qua e là guizza a mezz'aria e ricade nell'acqua, del fruscio delle foglie appena mosse dal vento, del richiamo degli uccelli migratori che arrivano dopo un lungo viaggio dai Paesi dell'Est e scendono con larghe volute sulla laguna di Caorle rimasta antica nei suoi umori e nel sapore della vita." (Ernest Hemingway, "Di là dal fiume e tra gli alberi ", 1948)

Alla laguna di Caorle, lo scrittore americano, si ispira per alcune pagine del romanzo "Di là del fiume e tra gli alberi", pubblicato in America nel 1950 ma in Italia solamente nel 1965 dopo la morte dello scrittore per sua espressa volontà. Hemingway pensava di aver trovato in questo remoto angolo della laguna veneta quello che invano aveva sempre cercato nel suo girovagare per il mondo: la felicità e l'amore espressi nel gioioso rapporto con la giovane fanciulla veneziana (Adriana Ivancich), descritto nelle pagine del suo libro.
In effetti fu proprio Adriana Ivancich, ma anche la malìa del paesaggio della laguna veneziana, a produrre in Hemingway quella sorta di incantamento che gli permise di tradurre in finzione letteraria le sue più vive esperienze di vita : la seconda guerra mondiale; il declino dell'età; i ricordi della giovinezza; l'inquietudine e il sogno di una ritrovata giovinezza. 

"Quattro barche risalivano il canale principale verso la grande laguna a nord...Spuntò l'alba prima che giungessero alla botte di doghe di quercia immersa nel fondo della laguna... il cacciatore.. Osservò il cielo rischiararsi oltre il lungo margine della palude e vide in lontananza le montagne coperte di neve. Il colonnello udì uno sparo alle spalle dove sapeva che non c'erano appostamenti e voltò il capo a guardare di là della laguna gelata la lontana spiaggia. Volavano alti nel cielo i germani reali e i codoni si alzavano all'improvviso dai canneti verso spazi eterni; guizzava il cefalo a mezz'aria ricadendo nell'acqua e le anatre si perdevano nei giochi di ali e di luci." (E. Hemingway).

Sono i momenti più belli di Hemingway quelli che egli vive in questo paesaggio magico, in queste solitudini dove la voce umana viene appena sussurrata. E dove il mondo e i suoi rumori diventano lontani; dove la quiete assume dimensioni nitide e leggere. Leggere, appunto, come il volo degli uccelli, che solcano eleganti il cielo incontaminato della laguna di Caorle, un paesaggio unico per ritrovare l'autenticità della natura.