martedì 1 novembre 2016

Escursione al Monte Corno

Il Monte Corno si trova sul settore meridionale dell’Altopiano dei Sette Comuni e si presenta come un grande terrazzo da cui si gode una splendida vista sulla pianura veneta dai Lessini ai Colli Berici fino agli Euganei mentre nelle giornate terse si vede chiaramente Venezia e la costa Istriana.


 L’ambiente è suggestivo: ai pascoli con le malghe, si associano piccole chiazze di bosco misto che preludono alle dense foreste di conifere (abete bianco e rosso). Dai prati emergono massi rocciosi stratificati e corrosi dal carsismo con le sue forme: doline, inghiottitoi, voragini, campi solcati, che richiamano talora fiabesche “città di roccia”.



Strade, mulattiere, sentieri, in buona parte realizzati durante la Prima Grande Guerra Mondiale permettono di inoltrarsi nelle valli, sulle creste dei monti e soprattutto nei boschi per immergersi in ambienti dove la natura domina incontrastata.

Storia e presenza dell’uomo si saldano con l’ambiente naturale e offrono ulteriori motivi per una equilibrata fruibilità del territorio.
L’attività umana è rappresentata principalmente dalle malghe, dalle cave, da cui si estraggono pregiati calcari (Rosso Ammonitico e Biancone) e dall’utilizzo delle risorse boschive (legname).


Durante la Grande Guerra la zona fu interessata dal passaggio di uomini ed armi diretti verso il fronte ma anche dalla costruzione di opere difensive (linee trincerate, gallerie, osservatori) i cui resti sono ancora ben visibili.



Dopo aver parcheggiato l'auto nei pressi della Baita Monte Corno (1.265 mt) iniziamo il nostro percorso contrassegnato dal simbolo dell’Ammonite (in rosso su rocce e alberi), caratteristico fossile a forma di spirale che si rinviene copiosamente nelle rocce del Monte Corno, dirigendoci verso il cimitero inglese di Granezza (uno dei cinque esistenti in Altopiano).

Qui trovano sepoltura 142 soldati britannici caduti quassù nella guerra del 1915-1918. Una breve sosta ci permette di percepire l'atmosfera di quegli eventi che tante testimonianze lasciarono in questo martoriato territorio. Così ci viene spontaneo provare a leggere qualche dedica (in inglese) incisa sulle lapidi per capire quanto inutile sia ogni guerra e quanto attuale sia ancora lo sgomento per quelle vite spezzate.

Una in particolare raccoglie la nostra attenzione: quella a sinistra della prima fila appena entrati il cui nome inciso ci ricorda la scrittrice inglese Vera Brittain: Edward Harold Brittain fratello della scrittrice inglese. Ci si dirige poi verso nord, seguendo la traccia di un trincerone non sempre evidente ed entrando via via in un bosco misto (faggio e abete rosso), abbastanza fitto da mascherare alcune gallerie belliche.

Ben presto arriviamo ad una cartello esplicativo dei trinceramenti (parzialmente restaurati) del Monte Corno, disposti ad arco e orientati a nord-ovest, verso cioè la Piana di Granezza e il Pian della Pecca.
Si tratta di un sistema difensivo mai direttamente interessato dalle operazioni belliche (grazie alla strenua tenuta della prima linea italiana nel settore Zovetto, Lemerle, Kaberlaba, Echar) e per questo ben conservate.
Riprendendo il cammino oltrepassiamo una valletta ed entriamo in un bosco d’alberi alti e maestosi tra i quali fa la sua comparsa l'Abete bianco, una specie forestale che quando si accompagna all'Abete rosso e al Faggio ci testimonia l'esistenza di un ecosistema equilibrato. Ora il sentiero ricalca un antico viottolo pastorile e raggiunge la spianata di una formazione di Abeti rossi (una piantagione) dovuta al rimboschimento di un pascolo abbandonato (lo dimostra l’evidente traccia circolare della pozza d’alpeggio).

Si arriva quindi sul Monte Corno, con la singolare visione della “Città di roccia”, un dedalo di fessurazioni, corridoi e scale di roccia rossastra (o rosata) che gli inglesi, tra il marzo ed il novembre del 1918, avevano predisposto assieme a tutta una serie di postazioni per cannoni, mitragliatrici e fucilieri come ultimo baluardo a proteggere la pianura veneta nel caso di uno sfondamento austro-ungarico lungo il Barental. La pietra è il cosiddetto Rosso Ammonitico per via dei numerosi fossili di Ammoniti in essa conservate e databili a 150 milioni di anni fa.
 
Lasciata la sommità del M. Corno e ritornati indietro alla spianata seguiamo la variante al tracciato in direzione del crinale del Monte Cimone (1.383 mt) per poi scendere verso est fino alla Granezza di Gallio, una vallata dal fondo piatto, modellata dal carsismo e un tempo utilizzata come via di transumanza.


Si segue la forestale con direzione nord fino a quando, dopo due tornanti, un cartello alla nostra destra ci indica la direzione per il bivacco Rossingroba.
Il sentiero si inerpica lentamente tra i contrafforti del monte Gusella in un ambiente selvaggio e frequentato più da un branco di mufloni che dall'uomo, ad eccezzione di qualche insensibile o stupido motocrossista.

 Una volta incrociata e raggiunta la strada forestale che porta al bivacco Rossingroba la seguiamo con direzione sud fino alla fine di un bel bosco di faggio e l'inizio dei prati. Prendiamo a destra una carrareccia che seguendo il limite del bosco e i crinali prativi e che ci porta in discesa all'ex cimitero francese di guerra e nuovamente alla forestale della valle Granezza di Gallio. Girandoci verso Nord vediamo l’intera valle e capiamo perché questa è chiamata “Granezza di Gallio”: è proprio il campanile di questo paese che intravvediamo sul fondo, proprio davanti ai trampolini di salto con gli sci del Pachstall.

Piegando verso Sud risaliamo la strada forestale in leggera salita fino a raggiungere un bellissimo esempio di recinto a “stoan platten” (lastre di pietra) ancora perfettamente conservato e che serviva per la sosta della mandrie e per le operazioni di marchiatura o per la "carosa" delle pecore. Infine raggiungiamo la malga monte Corno e il monumento ai caduti (???). Con l'ultimo tratto della strada in discesa ritorniamo in pochi minuti al punto di partenza.

Edward Harold Brittain


"Che strano, com’è strano – ho pensato, quando ho guardato con un lancinante dolore al petto il tuo nome tra le file di pietre oblunghe – che tutti i miei anni passati, l’infanzia, della quale io non ho nessuno, ora, con cui condividere il ricordo, possano essere sepolti in questa tomba sulla cima di una montagna, nel silenzio sublime, nel canto irreale della serenità di queste remote foreste! Chi avrebbe potuto immaginare che il bambino nato in una tranquilla, normale famiglia provinciale britannica avrebbe finito brevemente i suoi giorni in una battaglia tra le alte foreste di uno sconosciuto altopiano italiano? A Venezia avevo comprato alcuni boccioli di rosa e una piccola felce in un vaso e l’ho piantata nel prato accanto alla tomba. Oh, Edward, sei così solo qui, perché non posso rimanere a far compagnia alla tua tomba per sempre, su questo altopiano dove vi è pace e dignità, lontano dal mondo e dagli sforzi inutili di ricostruire la civiltà?"
Vera Brittain

Il 15 giugno 1918 cade, colpito da un cecchino austriaco, il soldato britannico Edward Harold Brittain. La sua scomparsa fu particolarmente traumatica per la sorella Vera Brittain che, trovandosi completamente sola, dopo una dolorosa serie di analoghe tragedie (le erano mancati anche numerosi amici partiti per la guerra, insieme al fidanzato), trovò comunque la forza di continuare a lavorare come aiuto-infermiera.

Rimasta sola con i suoi ricordi, la giovane iniziò a concretizzare l’idea di pubblicare i diari personali, ricchi di testimonianze su quegli anni violenti e terribili, tra questi il best-seller Testament of Youth, pubblicato nel 1933. Quando morì a Wimbledon il 29 marzo 1970, la sua volontà fu che le sue ceneri fossero disperse sulla tomba del fratello Edward nel cimitero britannico di Granezza, sull’Altopiano: «… per quasi 50 anni gran parte del mio cuore è rimasto in quel cimitero del paese italiano». Sua figlia, l’ex ministro Shirley Williams, ha onorato questa richiesta nel settembre del 1970.

giovedì 13 ottobre 2016

La montagna e l'autunno

La prima neve e le conseguenti brine lassù, sui pascoli in alta quota, hanno reso ancora più vividi i colori dell'erba e rinsecchito gli ultimi fiori, mentre nei luoghi a nord, che il sole sfiora per pochi minuti, permane quell'odore caratteristico di iodio, muschio e felci prodotto dalla macerazione dell'erba. 

 Sono questi i giorni più belli per camminare gli alpeggi delle terre alte dell' Altopiano da soli o con poca compagnia, vagabondando senza aver prefissato una meta vera e propria o cercando nel confine tra i prati e il bosco gli ultimi porcini della stagione.
Pochi sicuramente ma il cui ritrovamento è fonte di grande appagamento anche perché raccolti in piena solitudine, cosa eccezionale per l'Altopiano.


E' il momento magico del bosco, dei silenzi, delle albe nebbiose, dei colori esaltati verde-bruno-giallo in tante tonalità che a tratti la luce radente del mattino rende evidenti nei prati e nelle radure del sottobosco pre-invernale.


Le foglie degli aceri montani e dei faggi hanno preso la luce dall'ambra e la brezza del mattino le stacca dai rami, adagiandole al suolo. I sorbi dalle rosse e lucenti bacche sono irresistibile richiamo alle cesene e ai tordi. 
I prati attorno alle malghe si sono adornati degli ultimi fiori: i colchici autunnali dai colori azzurri e violetti che ora, con la prima neve mentre appassiscono regalano ancora colore ai prati oramai ingialliti.



Nel bosco gli ultimi funghi sono i cortinari e le nebularis, mentre nei prati, qualche raro porcino cresciuto con l'ultima lunazione d'autunno è golosamente ricercato dalle arvicole e dagli scoiattoli.


Tra i possibili modi di camminare in montagna, questo d'autunno ti fa intensamente partecipare ad un mondo che senti esclusivamente tuo, che ti aiuta a capire le stagioni della tua vita che nessuno mai ti potrà rubare.
Al mattino gli stagni degli abbeveratoi sono velati dal ghiaccio e nelle zone a nord i prati sono coperti da una brina così consistente che assomiglia a neve. 

Così una dolce malinconia ti prende, la melanconia dell'autunno, e sotto un vecchio larice cerco anch'io un luogo dove sedermi per meditare sulle stagioni passate della mia vita e sull'esistenza che corre via con i ricordi che diventano preghiera di ringraziamento per la vita che ho avuto e per i doni che la montagna mi ha regalato.*


* M.R. Stern 

lunedì 15 agosto 2016

Le Creste del Pasubio e Cima XII

Le cime splendenti, i cieli talvolta oscuri ed insondabili sopra la nostra testa, gli scenari infiniti con la loro grandiosità e la loro bellezza misteriosa da sempre ci seducono e ci spingono a lasciare i ritmi e i problemi di ogni giorno per salire lassù.



Questa è la forza magnetica della montagna, che trascende l’inutile vanità della nostra frenesia giornaliera che ci impedisce, quando siano a valle, di cogliere il bello, l’infinito, l’eterno.
I sentieri ci chiamano e ci invitano a percorrere, come in una sorta di purificazione, le loro trame, i loro segreti, i ricordi degli eventi di una guerra che sembra lontana.
E questo richiamo ci spinge a ritornare lassù tra quelle rocce, sui pendii oltre le nuvole, sulle vette che speriamo di raggiungere, laddove i problemi lasciati a valle si fanno piccoli e banali.  

"Lassù dove la guerra ha fatto molto rumore, la pace e il silenzio accompagnano i nostri passi.
Quel silenzio così diverso da tutti i silenzi che conosciamo perché generato da tante grida di dolore e di aiuto che queste montagne hanno visto e subito. Qurl silenzio che ci aiuta a salire senza paura su speroni rocciosi e guglie appuntite o camminare per crinali isolati  tra mughi e praterie di stelle alpine. 


Solo così potremmo ammirare questa montagna in tutta la sua bellezza.
Solo così riusciremmo a sentire il profumo e i colori di migliaia di fiori nati dai corpi e dalle anime di migliaia di soldati che trovarono tra questi sassi la loro dimora eterna." 

lunedì 25 luglio 2016

Le cascate di Riva di Tures e il sentiero tematico di San Francesco e Chiara

Spettacolari cascate, un sentiero che invita alla riflessione e un'atmosfera piacevolmente tranquilla (a meno che non abbiate la sfortuna di incontrare uno squadrone di ragazzi sguinzagliati in completa libertà) sono gli elementi che rendono le cascate di Riva una meta molto apprezzata nell'area vacanze Valle di Tures e Aurina.
Il sentiero di S. Francesco inizia al parcheggio di Bad Winkel a Campo Tures con una porta simbolica e accompagnato dal segno "T", come l'ultima lettera dell'alfabeto ebraico, il "tau".
Il cammino conduce attraverso il bosco, talvolta decisamente ripido, lungo uno degli spettacoli naturali piú impressionanti della Valle Aurina, le cascate di Riva, fino alla Cappella di Francesco e Chiara.




Il sentiero che conduce alle cascate è il nr. 2 e ripercorre, contemporaneamente, il sentiero di S. Francesco.
 Inizialmente il percorso sale leggermente in un fitto bosco con una ricca vegetazione di felci, muschi e numerosi funghi e in poco tempo raggiungiamo, assieme ad un gruppo rumoroso e frettoloso, la prima cascata.
Lo spettacolo è mozzafiato, tanto per gli adulti quanto per i bambini.
Tutti restiamo incantati nel vedere con quale impeto e con quanta potenza queste enormi quantità d'acqua si riversino a valle!

La luce penetra tra le fronde degli alti abeti e pini creando dei giochi di chiaro-scuro suggestivi e molto piacevoli.


Affascinante è anche l’avvicendarsi su tutto il percorso di sculture lignee (eseguite da artisti della Valle Aurina) che, come tappe di una Via Crucis, scandiscono i versetti del Cantico delle Creature di S. Francesco d'Assisi.
Il Cantico è strutturato come una lode a Dio per la bellezza del creato, e mescola elementi della tradizione dell’Antico Testamento con espressioni linguistiche tipiche del volgare popolare del tempo.
Il sentiero diviene allora non solo un percorso paesaggistico affascinante sia per natura selvaggia che si esprime attraverso la forza dell'acqua sia per la capacità di questa di creare un ambiente suggestivo ed evocativo,  ma soprattutto spirituale e meditativo che, per i suoi circa 300 mt di dislivello, conduce l’anima a ben altre quote!

Ben presto il silenzio del sottobosco viene interrotto dal fragoroso scrosciare delle acque impetuose del torrente Riva che, attraverso la Gola di Tobl ed alimentato dai ghiacciai delle Vedrette di Ries, crea un monumento naturalistico da non perdere.
Siamo alla seconda cascata.
Per raggiungere la terza cascata, la più alta delle tre, dobbiamo percorrere un tratto decisamente ripido.
La vista dell'incredibile spettacolo naturale offerto dalla terza cascata ci ripaga ampiamente della fatica che abbiamo profuso a piene mani durante la salita.
Questa è una delle cascate più alte di tutto l'Alto Adige: enormi masse d'acqua si gettano impetuose nella gola di Riva, facendo salire magicamente al cielo milioni di minuscole perle d'acqua.


Ci soffermiamo incantati ad ammirare la spettacolare forza dell'acqua!
Qui un ponte ci conduce sull’altra sponda del torrente e rappresenta un belvedere tanto stupendo quanto umido!! ma comunque sicuro.

A questo punto il percorso di visita delle cascate è terminato ma il sentiero di S. Francesco continua con una impietosa salita di circa 150 mt.
Così dopo alcune timide esitazioni del gruppo riprendiamo a salire il sentiero irto caratterizzato da staccionate, gradoni rocciosi o in legno e dalle immancabili stazioni meditative del Santo.


L’acme spirituale ma anche fisica della nostra escursione la raggiungiamo nei pressi della cappella di Tobl, piccola chiesa in granito ricostruita sulle rovine di quella che fu la cappella del castello Toblburg (anche noto come castel Kofel) abitato dai signori di Tures prima che si trasferissero al più imponente castello di Campo Tures.

La cappella è costituita da un piano principale nonché da una cripta anch’essa dotata di altare, il tutto di dimensioni ridotte ma accoglienti.
In questa calda ed afosa giornata di fine luglio il fresco dell’edificio e il suo significato ci induce non solo in riflessione ma anche in preghiera. Perciò esitiamo più di qualche minuto in raccoglimento prima di uscire nuovamente al caldo per riprende il sentiero in direzione inversa per il ritorno.

sabato 9 luglio 2016

Malga Fane al Lago Selvaggio

Da Rio pusteria, dopo aver raggiunto Valles, al limite del paese si trova un grande parcheggio sulla sinistra da dove un bus navetta ci porterà ad un successivo parcheggio a monte.
Da questo in pochi minuti raggiungeremo Malga Fane. Idilliaco conglomerato di costruzioni alpestri circondato da verdeggianti prati dove, per un momento, sembra che il tempo si sia fermato.


Da qui parte la nostra escursione che inizialmente ci porta a costeggiare l'ombrosa Schramme, la stretta gola del rio Valles,  fino ad un bivio. Fa molto caldo. Oltre la gola la valle s'apre d'incanto: una distesa ondulata di verde dalla quale emergono severi monti che sfiorano, e spesso oltrepassano, i tremila metri! Continuando dritti si sale al rifugio Brixen mentre noi prendendo il sentiero  a sinistra risaliremo la valle del Seebach.

Queste remote montagne, percorse anche da una ben segnalata Alta Via, offrono panorami incantevoli e sono ancora poco frequentate, nonostante una rete di ottimi sentieri  consenta di visitarle assaporandone colori e silenzi interrotti  dai segnali d'allarme delle marmotte mentre sui ripidi e verdi pendii si può avere anche la fortuna di notare l'evoluzione di un' aquila. 

Arrivati alla malga Labesebenalm (2.138 mt) non si vede ancora nessuno e nel frattempo il cielo si sta popolando sempre più di nubi. Camminiamo su estesi pascoli e a 2475 metri proseguiamo lungo il sentiero che sale a destra.   Durante una breve pausa mi siedo ad ascoltare il silenzio di questi luoghi molto diversi dal brusio e dal ciociare che oramai accompagnano molti sentieri delle dolomiti in questo periodo. Superiamo senza alcuna difficoltà il breve tratto di sentiero attrezzato che taglia il ripido pendio erboso che precipita nel Seebach. Siamo in vistas del Lago Selvaggio.

Osserviamo, al di là del lago la biforcuta cima della Wilde Kreuzspitze (Picco della Croce  3.135 mt) ancora abbondantemente innevata, come pure la sella del Rauhtaljoch a 2.800 mt. Peccato si poteva anche tentare l'ascesa alla vetta ma la neve è troppa e quasi tutti tornano indietro.
Decidiamo di calarci sulla sponda sud del lago dove, il colore dell'acqua verde smeraldo, è ammaliante, è un'acqua che attira.. Un ultimo sguardo a questo splendido gioiello incastonato tra verdi praterie alpine e, a malincuore, riprendiamo il sentiero dell'andata.

domenica 26 giugno 2016

Girovagando da Suerta

Suerta è una minuscola località della Valsugana sotto il comune di Telve di Sopra.
Il pianoro su cui sorge la località è raggiungibile dalla loc. Campestrini (Torcegno) percorrendo alcuni chilometri in auto. Le casette sono sparse in piccoli agglomerati e utilizzate come seconde case nel periodo estivo.
La chiesetta antica che vi sorgeva era dedicata a S. Francesco (per questo in alcune carte topografiche la località viene contrassegnata cone S. Francesco). Ora tale struttura è privata e non più adibita a culto. Al suo posto è stata eretta una nuova costruzione dove viene celebrata la S. Messa festiva nei mesi di luglio e agosto.

Luogo tranquillo, posto a 1400 metri di quota dove si possono assaporare appieno le caratteristiche di una montagna e di una natura ancora in parte wilderness. Certo c'è una strada, ci sono delle case, ma mancano completamente strutture ricettive e rifugi turistici sia  in valle che in quota, che possano alterare pesantemente il territorio.

E soprattutto c'è un unico sentiero (recentemente risistemato) il 312 cai che porta alla malga Sette Selle per poi proseguire alla Forcella Sasso Rotto e infine scollinare verso la val dei Mocheni.
Per il resto, se si vuole programmare o compiere un'escursione tra forcelle, conche, cime e valli di questa zona del Lagorai bisogna armarsi di pazienza, avere un buon orientamento, studiare la morfologia del terreno e poi "ravanare", come nei più classici dei percorsi wild.

Così ieri ho pensato bene di andare ad esplorare una traccia di sentiero che avevo visto  tre anni fa quando, cercando di salire alla Mendana ci ritrovammo sui prativi e le cime di Saleri.
Quando arriviamo alla fine della strada di Suerta sono le 9.00 passate da poco ma stranamente non c'è nessuno e abbiamo tutto lo spazio disponibile per poter parcheggiare.
Calziamo gli scarponi, carichiamo lo zaino e ci incamminiamo seguendo la strada sterrata contrassegnata dal segnavia cai 312, tra i prati in fiore in cui sono presenti tutti i colori dell'iride.

Poco dopo la strada finisce e il sentiero, risistemato ed allargato da poco, dopo aver guadato il rio, si inerpica in modo assai ripido su per delle  balze con pareti a strapiombo sulle impetuose cascate nel rivo sottostante. Dopo un'ora dalla partenza arriviamo nel magnifico e aperto vallone che prelude ai pianori prativi della Malga Sette Selle.  La fioritura dei rododendri è appena iniziata così che possiamo solo immaginare lo spettacolo in piena fioritura che colora di rosso i pendii ora verdeggianti dalle continue piogge.

Arriviamo alla Malga Sette Selle (m 1906), ubicata in una posizione unica ed invidiabile con un gran bel colpo d'occhio sulle cime Sassorotto e Sette Selle e verso la Valsugana e le cime a nord dell'Altopiano, accompagnati da un silenzio quasi irreale, rotto solo dal fischio acuto delle marmotte e dal clangiare aritmico dei campanacci delle mucche al pascolo.


Proseguiamo per la forestale lasciando sulla nostra sinistra il sentiero 312 che sale alla forcella Sasso Rosso. Appena la strada spiana lasciamo la forestale e ci dirigiamo, con percorso libero e direzione nord, verso quella segnaletica che tre anni fa incrociai scendendo dal Saleri con tabelle dell'Ippovia del Trentino Orientale.

Camminiamo in completa solitudine, non ci sono sentieri, ma essendo una zona molto aperta, non abbiamo paura di smarrirci. Raggiunta la tabella segnaletica il sentiero per la forcella Mendana si fa più evidente. 
Ma è solo una momentanea illusione. 
Arrivati alla forcella la traccia svanisce come per incanto. 

Poco male la cima è in vista e il panorama verso la Val D'Ezze e la relativa malga-agritur è spettacolare. Così iniziamo la salita seguendo una labile traccia. Il panorama si apre verso le cime di Rava e cima D'Asta purtroppo incappucciata da un banco di nuvole che promettono nulla di buono. Infatto poco dopo il tempo si fa sentire e i primi tuoni sono già sul Ciste.
Faccio mente locale della morfologia del terreno che mi ero impresso in memoria quando abbiamo abbandonato la strada e scendiamo velocemente verso di essa cercando di evitare le ripide vallette e i pendii slavinati.
Arrivati a malga Mendana individuiamo, decisamente più in basso di dove ce la saremmo aspettati, la traccia del sentiero che dobbiamo intercettare per scendere a Suerta.  Il sentiero scende dritto e con decisione, restando sulla sinistra orografica del rio Mendana e, in poco meno di 40', ci riporta a dove abbiamo lasciato l'auto.



Chiudo con un pensiero che quoto da altro post
"Io dico che dietro ogni labile traccia, è celato un mistero. E dietro ogni mistero, nasce sempre un sogno....e senza sogni, del resto, che saremmo noi ?"