domenica 26 giugno 2016

Girovagando da Suerta

Suerta è una minuscola località della Valsugana sotto il comune di Telve di Sopra.
Il pianoro su cui sorge la località è raggiungibile dalla loc. Campestrini (Torcegno) percorrendo alcuni chilometri in auto. Le casette sono sparse in piccoli agglomerati e utilizzate come seconde case nel periodo estivo.
La chiesetta antica che vi sorgeva era dedicata a S. Francesco (per questo in alcune carte topografiche la località viene contrassegnata cone S. Francesco). Ora tale struttura è privata e non più adibita a culto. Al suo posto è stata eretta una nuova costruzione dove viene celebrata la S. Messa festiva nei mesi di luglio e agosto.

Luogo tranquillo, posto a 1400 metri di quota dove si possono assaporare appieno le caratteristiche di una montagna e di una natura ancora in parte wilderness. Certo c'è una strada, ci sono delle case, ma mancano completamente strutture ricettive e rifugi turistici sia  in valle che in quota, che possano alterare pesantemente il territorio.

E soprattutto c'è un unico sentiero (recentemente risistemato) il 312 cai che porta alla malga Sette Selle per poi proseguire alla Forcella Sasso Rotto e infine scollinare verso la val dei Mocheni.
Per il resto, se si vuole programmare o compiere un'escursione tra forcelle, conche, cime e valli di questa zona del Lagorai bisogna armarsi di pazienza, avere un buon orientamento, studiare la morfologia del terreno e poi "ravanare", come nei più classici dei percorsi wild.

Così ieri ho pensato bene di andare ad esplorare una traccia di sentiero che avevo visto  tre anni fa quando, cercando di salire alla Mendana ci ritrovammo sui prativi e le cime di Saleri.
Quando arriviamo alla fine della strada di Suerta sono le 9.00 passate da poco ma stranamente non c'è nessuno e abbiamo tutto lo spazio disponibile per poter parcheggiare.
Calziamo gli scarponi, carichiamo lo zaino e ci incamminiamo seguendo la strada sterrata contrassegnata dal segnavia cai 312, tra i prati in fiore in cui sono presenti tutti i colori dell'iride.

Poco dopo la strada finisce e il sentiero, risistemato ed allargato da poco, dopo aver guadato il rio, si inerpica in modo assai ripido su per delle  balze con pareti a strapiombo sulle impetuose cascate nel rivo sottostante. Dopo un'ora dalla partenza arriviamo nel magnifico e aperto vallone che prelude ai pianori prativi della Malga Sette Selle.  La fioritura dei rododendri è appena iniziata così che possiamo solo immaginare lo spettacolo in piena fioritura che colora di rosso i pendii ora verdeggianti dalle continue piogge.

Arriviamo alla Malga Sette Selle (m 1906), ubicata in una posizione unica ed invidiabile con un gran bel colpo d'occhio sulle cime Sassorotto e Sette Selle e verso la Valsugana e le cime a nord dell'Altopiano, accompagnati da un silenzio quasi irreale, rotto solo dal fischio acuto delle marmotte e dal clangiare aritmico dei campanacci delle mucche al pascolo.


Proseguiamo per la forestale lasciando sulla nostra sinistra il sentiero 312 che sale alla forcella Sasso Rosso. Appena la strada spiana lasciamo la forestale e ci dirigiamo, con percorso libero e direzione nord, verso quella segnaletica che tre anni fa incrociai scendendo dal Saleri con tabelle dell'Ippovia del Trentino Orientale.

Camminiamo in completa solitudine, non ci sono sentieri, ma essendo una zona molto aperta, non abbiamo paura di smarrirci. Raggiunta la tabella segnaletica il sentiero per la forcella Mendana si fa più evidente. 
Ma è solo una momentanea illusione. 
Arrivati alla forcella la traccia svanisce come per incanto. 

Poco male la cima è in vista e il panorama verso la Val D'Ezze e la relativa malga-agritur è spettacolare. Così iniziamo la salita seguendo una labile traccia. Il panorama si apre verso le cime di Rava e cima D'Asta purtroppo incappucciata da un banco di nuvole che promettono nulla di buono. Infatto poco dopo il tempo si fa sentire e i primi tuoni sono già sul Ciste.
Faccio mente locale della morfologia del terreno che mi ero impresso in memoria quando abbiamo abbandonato la strada e scendiamo velocemente verso di essa cercando di evitare le ripide vallette e i pendii slavinati.
Arrivati a malga Mendana individuiamo, decisamente più in basso di dove ce la saremmo aspettati, la traccia del sentiero che dobbiamo intercettare per scendere a Suerta.  Il sentiero scende dritto e con decisione, restando sulla sinistra orografica del rio Mendana e, in poco meno di 40', ci riporta a dove abbiamo lasciato l'auto.



Chiudo con un pensiero che quoto da altro post
"Io dico che dietro ogni labile traccia, è celato un mistero. E dietro ogni mistero, nasce sempre un sogno....e senza sogni, del resto, che saremmo noi ?"    

domenica 5 giugno 2016

Venezia e le Vere da pozzo

"Venezia vive nell'acqua ma non ha acqua”. Questa celebre frase di Marin Sanudo, antico diarista e prezioso testimone della vita repubblicana tra il Quattro e Cinquecento, sintetizza in modo mirabile i problemi che gli abitanti di Venezia dovettero affrontare sin dai primordi per poter vivere in un sito protetto sì dalle sue lagune, ma ben difficile da colonizzare. La raccolta delle acque piovane è stata per secoli una pratica assidua per poter avere a disposizione acqua dolce in un ambiente, quello lagunare, sostanzialmente privo di sorgenti.

Il manufatto idraulico che permise alla città di nascere e prosperare nei secoli è la cisterna filtrante per la raccolta dell'acqua piovana: un sistema complesso e ingegnoso ma al contempo semplice e funzionale. Ancor oggi è presente quasi in ogni campo veneziano, per non parlare delle corti private di case e palazzi. Incoronato da eleganti vere da pozzo che di epoca in epoca sono state decorate in stili artistici diversi, in passato il “pozzo alla veneziana” era diffuso e ben conosciuto in molte regioni del Mediterraneo centro-orientale.

Vera da pozzo è un termine tipicamente veneziano; con esso si definisce la costruzione lapidea sovrapposta alla canna del pozzo a protezione della sua apertura. All’inizio fu un elemento semplicissimo con funzioni di sola sicurezza mentre, con il passare del tempo, divenne un ricco e pittoresco ornamento di campi e campielli. Agli inizi della storia della città vennero scavati dei pozzi per l’estrazione dell’acqua dal sottosuolo, ma questi poterono essere realizzati solo nelle isole piu’ alte.

Per tentare di coprire il fabbisogno, che aumentava con l’espansione della città, piu’ tardi si comincio’ a raccogliere l’acqua piovana in cisterne e altra acqua venne portata con navi dalla terraferma. Solo nel Medioevo si cominciarono a realizzare dei pozzi per la raccolta dell’acqua estremamente efficienti. Venne cosi’ pavimentato ogni luogo che si prestasse alla raccolta dell’acqua piovana come le piazze pubbliche e i cortili interni delle case. Sul posto veniva quindi scavata una fossa molto profonda che a volte occupava l’intera piazza pubblica o tutto il cortile interno di un palazzo.

La fossa veniva rivestita di argilla impermeabile e poi riempita di sabbia. Si costruiva poi un pozzo in muratura che, nella parte inferiore, veniva lasciato aperto a breve distanza dallo strato di argilla. Si realizzavano inoltre dei tombini che avevano nella parte interrata delle camere in muratura chiuse nella parte inferiore da pietre naturali accumulate senza ordine. La zona veniva poi pavimentata creando dei piani inclinati che convogliavano l’acqua verso i tombini.

I pozzi permettevano quindi un accumulo di grandi quantità di acqua e il filtraggio dei quest’ultima attraverso la sabbia. Quando la vasca di raccolta era piena la pressione spingeva l’acqua verso l’alto riempiendo cosi’ i pozzi. Questo spiega perché la maggior parte delle piazze e dei cortili interni non ospitassero piante ornamentali. A volte il luogo intorno al pozzo era stato sopraelevato in modo da impedire l’ingresso di acqua di mare nelle cisterne anche durante i periodi di acqua alta.

I pozzi pubblici erano chiusi da un coperchio con serratura che veniva aperto solo in determinate ore da un funzionario della città che vigilava sul prelievo dell’acqua tentando di impedire l’inquinamento della cisterna. Le vere da pozzo ci raccontano il quotidiano della Venezia piu' antica, e ci offrono anche la possibilità, andando alla loro ricerca, di fare una passeggiata nell'arte e nella storia di questa città in cui tutto è straordinario.

sabato 4 giugno 2016

Dorsoduro; dall'Accademia alla Punta della Dogana

Dorsoduro è uno dei più grandi sestieri di Venezia ed anche uno dei più vari. Da campo Santa Margherita dove fervono le attività commerciali e la movida veneziana, alle più tranquille Fondamenta Briati o San Nicolò dei Mendicoli il contrasto è davvero forte.
Percorrendo le calli, sembra quasi di essere in un'altra città, più quieta e popolare: gli edifici si fanno meno lussuosi ma più ricchi di colori e di piccole storie raccontate in una serie di frammenti architettonici.

Mentre dirigendoci a sud si aprono le ampie Fondamenta delle Zattere che offrono ai visitatori una delle più belle passeggiate cittadine con vista sulla Giudecca e su San Marco (da Punta della Dogana) e i Palazzi che si affacciano sul Canal Grande pieni di Storia e di storie interessanti.

Scendiamo con il vaporetto davanti al grande ponte di legno dal quale si gode una bellissima vista.  Davanti c'è la Scuola della Carità, la più antica di Venezia, oggi sede delle Gallerie dell' Accademia.  Per quanto riguarda l'arte in generale, è interessante notare come a Venezia la poesia sia fiorita solo con la decadenza, dopo il '700.  A Venezia c'è sempre stato il dominio delle arti figurative, dell'immagine, dell'architettura, del colore, della luce che domina il paesaggio e avvolge tutto in una visione panteistica della realtà.

Lasciata la Galleria, prendiamo a destra e poi ancora a destra fino alla seconda calle a sinistra che attraversiamo. Alla nostra destra si apre la Piscina Venier (La piscina è un elemento caratteristico dell'urbanistica veneziana. Il termine indica una strada ricavata in seguito a interventi di interramento di una zona paludosa) detta di S. Agnese dove, difronte alla fontana, si trova una casa con una Madonna sulla facciata che ci ricorda come in questo posto ebbe inizio la famosa epidemia di peste del 1630.

Ritorniamo sui nostri passi e procediamo verso le Fondamente Venier e il ponte S. Cristoforo, proprio alle spalle del magnifico palazzo Ca' Dario che, con la sua facciata di marmi policromi è uno dei più suggestivi di tutto il Canal Grande.
Il Campiello Barbaro che ci troviamo davanti è veramente incantevole, con "el marangon de soase" (corniciaio) all'angolo sembra davvero un quadro perfetto. Impossibile non fermarsi a godere la pace di questa graziosa oasi alberata.

Proseguiamo attraverso il sottoportico dell'Abbazia e al ponte omonimo, fino a giungere davanti al grandioso tempio di Baldassare Longhena dedicato alla Madonna della Salute. Qui, anticamente, sorgeva un monastero ed una chiesa che furono donati dalla Serenissima all'Ordine dei Cavalieri Teutonici nel 1256 per l'aiuto ricevuto da questi contro i genovesi.

Nel 1630, in seguito ad un voto del Senato secondo cui se S. Maria liberava la città dal flagello della peste si sarebbe edificato un grandioso tempio a lei dedicato, nel 1631, debellata l'epidemia, si cominciò a costruire il tempio che oggi vediamo. Ora sappiamo, dopo numerosi studi che il Longhena volle cifrare con la numerologia insita nelle misure di questa grandiosa costruzione un messaggio preciso: la Chiesa sorgeva come ringraziamento per la fine della peste e doveva nascere su fondamenta ecumeniche perché tale era la condizione dell'uomo davanti ai tragici fatti della pestilenza che aveva colpito Venezia.

Ai fianchi della scalinata se si osserva attentamente sporgendoci dalla scalinata, dall'acqua emergono due angeli e guardando tutto l'insieme dal basso (ad esempio dal vaporetto) si ha una immagine molto coinvolgente. Sembra quasi che i due angeli abbiano sorretto il tempio portandolo dal cielo sull'acqua.

Lasciamo alla nostra destra la Chiesa di S. Maria della Salute e continuiamo per le Fondamenta, dove, dal '400, aveva sede la dogana della Seenissima; quì si scaricavano le merci arrivate dal mare da paesi lontani e si pagavano i dazi.

Dorsoduro: dall'Accademia a Campo Santa Margherita e ritorno

Dal Ponte dell'Accademia giriamo a destra, prendiamo calle Corfù e attraversiamo il ponte delle maravegie e successivamente Calle de la Toletta. Infine giriamo a destra per la calle che si chiama dei Cerchieri, dai fabbricanti di cerchi per le botti che qui avevano bottega. Più avanti troviamo sulla sinistra un sottoportico che porta alla Corte della Comare, dove diventa d'obbligo fare una breve pausa per poter meglio assaporare questo angolo tra i più suggestivi del sestiere.

Torniamo sui nostri passi e riprendiamo il nostro cammino verso Campo San Barnaba. Giriamo accanto al canale alla nostra sinistra dove sosta un bel barcone che funge da banco di frutta e verdura proprio accanto al mitico ponte dei Pugni. Il nome ricorda l'antica usanza di praticarvi, da settembre a Natale, dei combattimenti fra le due fazioni della città.
Se saliamo sul ponte vediamo quattro sagome di marmo a forma di piede negli angoli dove si sistemavano i contendenti.

Attraverso il Rio Terà Canal raggiungiamo Campo Santa Margherita, dove facciamo una breve pausa in uno dei tanti bacari presenti soprattutto nella zona nord del Campo.
Successivamente e dopo aver attraversato tutto il Campo da nord a sud attraversiamo Campo dei Carmini dove sulla nostra destra possiamo osservare la Scuola Grande, mentre a sinistra si affaccia la grande Chiesa.

Prendiamo la Fondamenta del Soccorso, qui, dopo pochi passi, troviamo una imponente costruzione barocca, palazzo Zenobio, che fu di proprietà dei Padri Armeni prima che andassero ad abitare l'isola abbandonata di S. Lazzaro. Continuiamo la Fondamenta fino al ponte del Soccorso al di la del quale troviamo l'osteria "Da Còdroma".  Alla destra, se ci infiliamo per il Sottoportico dei Guardiani, arriviamo nel campiello omonimo dove, al centro, c'è una singolare vera da pozzo ottagonale del '500 e tutt'intorno, infissi sui muri delle case, tutta una serie di frammenti architettonici di terracotta del XV° secolo.

Fra tutti spicca un rilievo molto simpatico di pietra d'Istria che raffigura la favola di  Esopo della volpe e della cicogna la cui morale è: non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te.

Dopo essere ritornati sui nostri passi e aver riattraversato il ponte del Soccorso percorriamo tutta la Fondamenta S. Sebastiano. Giriamo a sinistra per trovarci a percorrere la Calle Lunga S. Barnaba.
A metà della Calle, sulla nostra destra, ci infiliamo nella stretta Calle de le Turchette, dove anticamente esisteva un ricovero, appartenente alla Confraternita di S. Rocco per le prigioniere turche. Quì sono finiti interi harem catturati dalla flotta veneziana negli scontri in mare. Esiste però anche una versione leggermente hard sull'origine del nome della calle. Questa riferisce che le giovani turche vergini venissero vestite da uomo per poi esercitare la professione nella casa d'angolo sul ponte.
 Passato l'omonimo ponte attraversiamo la Fondamenta di Borgo fino a sbucare difronte al rio Ognissanti. Giriamo a sinistra e camminando arriviamo così al Campo San Trovaso dove, un giorno, Corto Maltese conversò con la comunità dei gatti di Venezia.



Dorsoduro: Campo Santa Margherita


Il toponimo si riferisce alla chiesa sconsacrata di Santa Margherita, posta all'estremità nord orientale del campo. E' racchiuso in una serie di case del XIV e XV secolo, ed è certamente uno dei maggiori punti di ritrovo dell’area di Dorsoduro.






Il campo è sede di un piccolo macaratteristico mercato di pesce e verdure. Al centro del Campo c'è un edificio (sede della scuola di Varoteri - conciatori di pelle) dove è infissa una lapide con le misure minime dei pesci che la Serenissima aveva deciso si potevano vendere nel mercato del campo.


È una "piazza" molto vivace caratterizzata dalla sua intatta venezianità: negozietti, bar, ristoranti, un banco del pesce e un mercatino che di tanto in tanto spunta fuori la rendono unica e piena di vita. Nel lato Nord vi è un auditorium di proprietà dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, la cui sede centrale dista pochi passi.
Dal lato opposto, dopo aver percorso Rio terà canal si può trovare il più famoso Ponte dei Pugni di Venezia, che collega Campo Santa Margherita a Campo San Barnaba (dove si trova l’omonima Chiesa e il famoso negozio di frutta e verdura sull’acqua).

Questo ponte è caratterizzato da due paia di "orme" alle due estremità che segnavano il punto d’inizio delle lotte che spesso avvenivano in passato fra fazioni rivali della città (bandite nel 1705). Un tempo non vi erano balaustre, e chi cadeva in acqua perdeva l’incontro!!!

Campo S. Margherita è divenuto noto perché tradizionale luogo di ritrovo giovanile, vista la vicinanza con alcuni Istituti e Università di studio famose. E purtroppo ha perso così la propria caratterizzazione veneziana, seppur minimamente significativa, che aveva. Ora si respira solamente un'aria festosa tipica di una movida uguale in tutto il mondo fatta di alcool e risse.

Dorsoduro: squero di San Trovaso

Prima che si potesse avere una gondola così come la vediamo oggi sono occorsi secoli di cambiamenti e miglioramenti nella costruzione della barca che più di ogni altra simboleggia Venezia. Era l'imbarcazione più comoda che esistesse per il trasporto passeggeri in laguna. Una volta, dove sono i posti a sedere, durante la stgione fredda, veniva coperta con una particolare cabina; il Felze. Il Felze era coperto da un panno chiamato rassa, dal turco "rascia", che veniva prodotto nella calle che ancora oggi si chiama Calle delle Rasse.

La costruzione della gondola era appannaggio degli squeraroli, maestri d'ascia provenienti dal Cadore assieme ai legni pregiati con cui sono costruite le gondole. Dopotutto lo Squero di San Trovaso era stato costruito dai carpentieri scesi dalle montagne con il legname del Cadore e ancora oggi mantiene quel fascino delle case della montagna bellunese fatto di tetto a falda e ballatorio fiorito.

Due mesi di lavoro circa, 8 legnami diversi, 280 pezzi inchiodati, 11 metri di lunghezza per 1,42 di larghezza. Sono questi i numeri della gondola, il simbolo di Venezia, il mezzo di trasporto del Doge, il vanto degli attuali 433 gondolieri veneziani. La costruzione avviene solo in inverno (in estate gli squeraroli si occupano della manutenzione) e viene effettuata esclusivamente a mano. Come un secolo fa, i legnami utilizzati sono sempre gli stessi: il rovere per la sua durezza, l’olmo per la sua elasticità, l’abete per la leggerezza e resistenza all’acqua salata, il ciliegio perché si può curvare con il fuoco, il larice perché è resinoso, il mogano per fare le tavole di prua, il tiglio perché non si altera con le escursioni termiche, e il noce, che data la sua duttilità, se bagnato, favorisce la messa in opera di rifinitura.

Dorsoduro: bacari e locali parte prima

Nella zona dello Squero di San Trovaso ci sono due bacari che meritano una sosta, sia per il luogo e sia soprattutto per i cicheti.
Alle "Cantine del vino già Schiavi" vale proprio la pena fermarsi per un cicchetto e un'ombretta di vino. Anche se va detto subito che i cicchetti non sono proprio quelli della tradizione veneziana, ma sono quasi esclusivamente sotto forma di crostini, in tutti i gusti che si possano immaginare. Ma tant'è oramai la sperimentazione ha preso corpo anche nei locali più classici di Venezia.
Comunque la creatività negli abbinamenti delle materie prime fanno onore a questo Bacaro e invogliano ad assaggiare molti di questi stuzzichini.

Nella stessa calle troviamo anche "Osteria al Squero".
Difficile gestire l'enorme mole della clientela che si riversa in questo piccolo Bacaro da metà mattinata fino a sera, ma i gestori e il personale di servizio fa di tutto per essere gentile e caloroso. 
E bisogna darne merito perché non è assolutamente facile.
Non si può subito non notare che i famosi "cicchetti" veneziani si sono ridotti a degli stuzzichini di pane con una grande varietà di salse e abbinamenti creativi sia di mare che di terra. Se uno cerca i classici cicchetti della tradizione veneziana non li trova di certo "al Squero".
Ma detto questo la bontà degli stuzzichini e il prezzo modico ne fanno un richiamo assoluto per il sestiere di Dorsoduro.

Dorsoduro: bacari e locali seconda parte

Campo Santa Margherita pur essendo noto come tradizionale luogo di ritrovo giovanile, vista la vicinanza con alcuni Istituti e università di studio famose, ha perso purtroppo la caratterizzazione veneziana che aveva, seppur minimamente significativa. Tanto è vero che pur essendo una delle piazze di Venezia con la più alta densità di bacari abiamo faticato e non poco per trovarne qualcuno che fosse all'altezza della propria nomea.

Per portare un esempio da quello che avevo letto "Al Bocon Divino" speravo di trovare qualcosa di meglio e invece sono stato deluso da questo locale. Certo in Campo Santa Margherita è difficile gestire il flusso di gente con le loro richieste, ma se decidi di esserci come "bacaro" devi saperti organizzare al meglio anche se mezzoggiorno è già passato da più di un'ora. Invece abbiamo constatato che le fritture erano molto oleose e che sicuramente avevano già qualche ora. Il tutto era stato preparato molto tempo prima e veniva riscaldato con il microonde anche tutte le fritture (cosa che le rende immangiabili). A parte le fritture il resto era sufficiente e di accativante aveva solamente il nome. Inoltre, anche se siamo a Venezia, mi sembra un pò esagerato fare pagare 4,00 euro per un aperitivo Hugo.

Vicino alla Calle de le Turchette abbiamo invece scoperto un angolino veramente incantato di Venezia dove gli spazi orizzontali, seppur ridotti, hanno la prevalenza su quelli verticali.
Un giardino dove poter rilassarsi e assaporare con calma un ottimo tè, una tisana o un caffè con della pasticceria originale.
Nel caos e nel marasma di una Venezia sempre più caotica questo è un luogo che merita una sosta prolungata. Il "Tea Room Beatrice" è probabilmente, l'unica Tea Room di Venezia.
Hanno a disposizione una vastissima scelta di tè, nero, verde, bianco, aromatizzato o classico.
E inoltre offre un'ampia scelta di dolci freschi, fatti in casa. Insomma consigliato, anche in inverno (grazie a delle calde coperte messe a disposizione), con il suo piccolo accogliente giardinetto interno è un piccolo angolo di paradiso nel cuore di Venezia.