lunedì 1 maggio 2017

Parco del Sojo

Al margine meridionale dell'Altopiano di Asiago e più precisamente nella frazione di Covolo si trova il Parco del Sojo. Il Sojo è una parete strapiombante di roccia che si erge a ovest del paesino circondato da una natura selvaggia che nei secoli ha visto intrecciarsi pagine di storia locale con i misteri e le creature fantastiche del bosco. Si narra infatti che qui si radunassero le streghe ma anche gli uomini, affacendate le prime, terrorizzati e in cerca di rifugio i secondi.

L'idea di un Parco è nata nella testa dell’architetto Diego Morlin nel 2000. Idea che poi si è sviluppata in un progetto con l'obiettivo di costruire un Parco per la salvaguardia dell’ambiente naturale, in un’ottica di arricchimento del paesaggio montano e di opportunità per artisti di varie nazionalità.
L' architetto Diego Morlin è un "disperso nei boschi" come lo possono essere lo scrittore Mauro Corona e l'attore Marco Paolini (quest'ultimo ha preso casa proprio a poche centinaia di metri dal parco).

Il parco del Sojo è un laboratorio d'idee inserite in un contesto naturale unico e fiabesco.
Ed è proprio grazie a questo contesto che la visione di queste opere unitamente al contesto in cui sono integrate producono nel visitatore la sensazione di prendere il volo e non solo con la fantasia, ma realmente come le streghe dei mitici racconti di montagna.

Perchè il sojo è un dedalo di sentieri pieni di fascino e mistero, luogo di riparo e di difesa sin dal periodo neolitico. La "Scopa della Strega" appoggiata alla "carega" che ti accoglie all'inizio del percorso, ti fa volare, ma voli anche grazie alla rassicurante "Nebulosa di Antares",  o quando ti trovi davanti alle "Mani Divine",  in uno scenario indimenticabile che ha per sfondo tutta la pianura veneta.
Le grotte dei salbanei, le pozze d’acqua dove sono in agguato le anguane, la seducente "Cascata Silente", la "Danza Tribale, le "Illusioni Umane" e le piante secolari del bosco accompagnano la visita sbucando improvvise lungo il sentiero o tra gli alberi quando meno te lo aspetti.
Tra i vecci sentieri i nuovi tracciati marcano ed esaltano le emergenze naturali (pozze d'acqua, grotte, alberi secolari)  ed i manufatti dell'uomo (calcare, vecchi ruderi,masiere e terrazzamenti). Le sculture allora sembrano intrecciare un dialogo ora in perfetta sintonia ed ora stridente con l'ambiente sino al limite della rottura.

Le installazioni sono realizzate con diversi materiali (pietra, legno, ferro, bronzo, gres) modellando la materia che la natura offre, lavorata talvolta sul posto o persino creando un'officina apposita sul luogo scelto dall'artista per creare la sua opera.
L'idea di inserire in un'area di interesse ambientale e storico delle sculture d'arte contemporanea creando una commistine suggestiva e che stimola la nostra mente ad una percezione non di certo lineare del tempo e dello spazio, è decisamente una sfida.

mercoledì 8 marzo 2017

La montagna nel cuore

Melette di Gallio.
Non c'è nessuno...
.. mi tengono compagnia alcuni pensieri......
...e un silenzio esplosivo.

La giornata è splendida (una delle più belle di questo nuovo anno)
Attorno a me un panorama da fiaba.

Lassù oggi, ancora una volta, mi sono reso conto che 
le montagne sono le uniche "stelle" che possiamo raggiungere a piedi.

...ed è anche per questo che quando siamo lassù, 
per un istante infinito, 
ci sentiamo più vicini alle persone che ci hanno lasciato.

martedì 17 gennaio 2017

La pelle dell'orso

Siamo a Fornesighe una frazione di Val di Zoldo, in provincia di Belluno, un uomo acconciato grezzamente con una pelle d’orso e una maschera spaventosa attraversa un piccolo borgo di montagna. I volti stupiti dei paesani non tradiscono la verità: tutti sanno chi si nasconde sotto l’orrida figura eppure tutti reagiscono inquieti al suo avvicinarsi. I ragazzini lo insultano, le ragazze tremano civettando. Finché la sua corsa dionisiaca si ferma: davanti a un grande falò l’uomo- mostro alza la maschera come nel più classico gesto da commedia dell’arte per mostrare Marco Paolini al suo primo film da protagonista.


È l’inizio di La pelle dell’orso di Marco Segato, tratto dal romanzo di Matteo Righetto.
Il film, come il libro, racconta la storia, ambientata nel 1955, di un viaggio che un padre e un figlio fanno dentro se stessi e dentro una foresta di simboli alla ricerca del diàol (il diavolo) un orso che fa strage del bestiame del villaggio terrorizzando la comunità.
Un romanzo prima e ora un film dove il padre è Paolini e il figlio è Leonardo Mason, un quattordicenne di Feltre scelto dopo oltre cento provini per interpretare
Domenico, figlio di Pietro, con il suo sguardo innocente e la sua fragilità fuori dal tempo.



E' sicuramente un film di ricerca non solo dell'orso, e di quello che rappresenta per la piccola comunità di montagna di Fornesighe, ma anche e soprattutto di se stessi, figlio e padre e della verità sulla morte della moglie-mamma avvenuta in circostanze misteriose.
Così la caccia all’orso lungo la Val Pramper e la forcella Moschesin si trasforma inevitabilmente in una caccia a quel rapporto tra padre e figlio che i due non hanno mai avuto.

Lo sfondo è una montagna che difficilmente si vede al cinema perché troppo selvaggio e poco "turistico".
E poi c’è l’orso. «Una presenza simbolica per il ragazzino - racconta il regista - è un mostro che deve sconfiggere, ma rappresenta anche la paura del futuro, di diventare grandi, l’ansia di perdere i genitori. Incarna le paure e le simboleggia. Tra Domenico e l’orso c’è un rapporto simbiotico, un livello di percezione reciproco, mentre per il padre rappresenta l’ultima possibilitá di riscatto per riguadagnare quella fiducia che il paese gli ha negato».

venerdì 6 gennaio 2017