venerdì 31 maggio 2013

Campane a Vento ...

.......chiamate anche Chiama Angeli, Scaccia Spiriti, Acchiappasogni, Campane Eoliche, sono un regalo contro gli incubi e la malinconia.
Certo le campane eoliche colorate e curate nei particolari  sono sicuramente molto belle da vedere. E alcune, artigianali costruite con cura, si avvicinano ad un'opera d'arte.
Ma, per me, la parte più importante resta sempre la qualità del loro suono.
Devono essere accordate in modo tale che ogni "tubo" emetta una nota precisa, ben definita.
E soprattutto devono necessariamente essere armoniche, quindi ogni nota deve essere stata scelta per poter stare bene insieme alle altre. Non solo, ma anche le armoniche devono fondersi tra loro per creare un dolce ensamble.

Secondo me, è la Bellezza quello che una campana deve portare in una casa... ma non parlo soltanto della bellezza estetica, ma soprattutto di una Bellezza che apre i cuori delle persone.
Una Bellezza osservabile anche in natura, come nei fiori, o nei cristalli, nel panorama che si può osservare dalla vetta di una montagna o di un colle... Ad esempio, i fiori che sono probabilmente la prima cosa alla quale l'uomo abbia dato un valore senza che questa fosse in alcun modo legata alla sopravvivenza. Guardare un giardino, un prato in fiore, o semplicemente delle campanule di montagna può risvegliarci alla bellezza, perchè questa è una parte essenziale del nostro essere.

Così alcune campane a vento, con il loro suono armonioso e inaspettato, possono condurci in uno spazio sacro...

Spesso ci troviamo persi nelle nostre faccende, in pensieri tristi che ci corrodono l'anima, e sentiamo di aver bisogno di uno "stop" che ci venga dall'esterno, e che riporti la nostra anima al sentire più profondo, spirituale, eterno.

Sarà anche per questo che le campane a vento sembrano essere eterne... magari il legno perde il proprio colore e sbiadisce, oppure si rovina e si decompone.
Con il tempo i tubi possono ossidarsi..., come noi invecchiano, perdendo quell'aspetto splendente e pulito di quando le avevamo appena acquistate.
Ma il suono di una campana a vento resta sempre armonico e puro, come la nostra anima.

sabato 25 maggio 2013

Valbrenta: a Enego per l'antico sentiero della Piovega

Il sentiero della "Piovega" è  una ampia mulattiera selciata probabilmente del XIV° o XV° secolo secolo come buona parte dei sentieri storici del Canal di Brenta), e tutt'ora ben tenuta, simile alla più nota Calà del Sasso a Valstagna e al sentiero della Val Goccia a Cismon o ancora della Sannazzara che dalle Aste Rosse scende a San Nazario. Ma la storia di questo tracciato è ben più antica.

Sicuramente era una delle principali vie di comunicazione verso l'altopiano già in epoca romana, probabilmente il sedimento principale apparteneva ad una strada armentaria romana, e come tutte le strade armentarie costruite dai romani serviva per portare gli armenti dalla pianura ai pascoli dell'Altopiano, ma anche a fare transitare le merci dell'attività armentaria estiva (il formaggio, la ricotta, ma soprattutto la carosa...) verso la città di Padova (Patavium).

Quello che stupisce è immaginare che possano esservi sentieri che affrontano le colossali pareti verticali a tratti strapiombanti, alte anche 500/600 metri caratteristiche del tratto nord della Valbrenta nei pressi della gola di Cismon. Come sorprende che un luogo così apparentemente inacessibile (si pensi ai secoli scorsi quando non esistevano le attuali strade asfaltate), quale la montagna di Enego, in realtà sia facilmente raggiungibile in un paio d'ore di cammino dalla conca di Cismon.

 Il sentiero parte da Piovega di Sotto (m 200), poco a nord di Cismon, raggiungibile facilmente da settentrione uscendo a destra dalla SS47, in corrispondenza della Birreria del Cornale. Provenendo da sud, occorre abbandonare la SS47, allo svincolo per Costa e portarsi sulla strada destra Brenta per poi procedere verso nord fino al parcheggio nei pressi della birreria anzidetta.

Il sentiero da seguire è il n.791, che inizia appena a sud della birreria nei pressi di un capitello dai colori intensi dedicato alla Madonna del Pedancino. Dopo aver costeggiato una vecchia rete di protezione la mulattiera incomincia ad assumere la sua vera fisionomia di ampia e importante via di comunicazione fra l’Altopiano e il fondovalle assecondando mirabilmente l’aspra conformazione del terreno.

Tutto questo primo tratto del percorso è punteggiato da capitelli, testimonianza della fede popolare degli abitanti delle numerose frazioni di Enego.
Comunque siano le nostre convinzioni religiose, questi segni, specie se si cammina in silenziosa solitudine, ci donano grande conforto e la compagnia di uomini che hanno regalato tante ore di lavoro solidale per rendere transitabili questi luoghi, manifestando nel contempo la loro religiosità e le loro umili storie quotidiane.

 Ad un tornante sinistro troviamo un capitello seicentesco con una bella Madonna 'mora', noto come Capitello dei Meneghini, mentre poco più sopra, nella parte in piano, in corrispondenza del quinto capitello dedicato a Sant'Antonio alla quota di 500 mt, c’è un bivio. Prendiamo la mulattiera di sinistra in direzione del Col Bertaise contrassegnata  sempre con simboli bianco-rossi ma senza numerazione.

I numerosi tornanti, sorretti da robuste massicciate, consentono di superare le verticalità della pareti rocciose e di compiere così, con pendenza sempre moderata, il balzo conducendoci ai prativi appena al di sotto della frazione di Enego denominata Valdifrabbro, dove i profili del terreno diventano più morbidi.
La mulattiera con un lungo traverso in piano ci conduce al cimitero e al parco di Enego appena sopra al centro del paese.

In breve siamo alla piazza Municipale.
Vale la pena affacciarsi dalla terrazza panoramica accanto alla Torre Scaligera, l'unica rimasta del Castello Scaligero trecentesco, dove  possiamo osservare la profonda spaccatura del Canal di Brenta, oltre la quale la tondeggiante altura del Col del Gallo e sullo sfondo le Vette Feltrine con la piramidale mole del Pavione e a sinistra le ardite guglie delle Pale di San Martino.

Iniziamo la discesa proprio dall'incrocio principale di Enego ai piedi della grande scalinata della chiesa. Prendiamo la stradina-rampa cementata dove subito troviamo il rassicurante cartello Cai che ci indica la discesa per Fosse e Piovega di Sotto, sentiero n.791 ore 1:30 (che mediamente ci impegnerà in discesa per poco più di un'ora).
Il primo tratto ci fa transitare in mezzo ai caratteristici caseggiati di Fosse di Sopra per poi procedere rettilineo sul fondo della valletta per giungere a Fosse di Sotto. Attraversiamo la strada principale che sale a Enego e ancora sotto il ponte stradale, dove inizia la mulattiera della Piovega.
Poche decine di metri dopo ritroviamo il capitello di Sant'Antonio.

Qui si chiude anche il percorso circolare relativo alla parte alta dell’escursione e da questo punto il rientro al parcheggio avviene ripercorrendo in discesa la mulattiera dell’andata.
Quindi non ci resta che ripercorrere l'antico sentiero per ritornare alla Piovega di Sotto, per un eventuale ristoro al frequentatissimo (soprattutto da cicloturisti che percorrono la pista ciclabile) Birreria Cornale.


Partenza: Birreria Cornale
Arrivo: Enego
Dislivello comul. totale: 600 mt
Tempo impiegato: 3 h e 00'
Distanza con alt.: 9 km
Difficoltà: E
Carta: 1:25000 Canale del Brenta Sez. Vic. CAI 






venerdì 17 maggio 2013

Il perdono e la montagna ... sono schegge di divinità

Il perdono è una strada tutta in salita, come scalare una montagna alta e ripida.
Spesso il perdono ci sembra un atto troppo grande per le nostre forze, un'azione impossibile.
Come trovarci davanti ad una montagna che dobbiamo scalare per la prima volta.
Una montagna non semplice ne facile, bensì ripida e con molti passaggi esposti e forse al di sopra delle nostre possibilità.
Almeno così sembra a noi a prima vista.

La montagna diventa così l’ostacolo che dobbiamo superare per capire cosa ci potremmo perdere se non saliamo lassù fino alla vetta.
Ma forse per l'esposizione, forse perchè ci sembra di non averne le forze, le gambe ci tremano già dopo i primi metri di altitudine, ci sentimo in preda alla paura, all’ansia allo smarrimento a tal punto che ci rifiutiamo di preseguire.

Salire in vetta, come perdonare, è un atto difficile e molti non riescono a farlo.
Perché quando crediamo di essere vicini alla cima all'improvviso ci rendiamo conto che il dolore ci sta di nuovo bloccando e non riusciamo ne a salire ne a scendere.
E allora la rabbia ti assale di nuovo e con essa la paura e lo smarrimento



No…ho già sofferto troppo, perché devo trovare la forza per continuare?
Sentiamo di avere braccia e gambe doloranti e il respiro troppo debole rispetto alla fatica che stiamo facendo. Ma solo se non molliamo, se non ci giriamo indietro per guardare al passato e al tempo scuro che abbiamo lasciato, comprendiamo che la montagna e il perdono sono schegge di divinità.



E che soddisfazione quando si arriva in cima!

Quando siamo in vetta, come quando siamo riusciti a perdonare capiamo che quello è un tempo speciale.
Perdonare è respirare a pieni polmoni quell'aria tersa e quel panorama indimenticabile che ci riga finalmente il viso di una lacrima di gioia.


Solo allora, ammirando il panorama che si apre davanti a noi capiamo e ci rendiamo realmente conto di cosa avremmo perso se non avessimo perdonato.
Se riusciamo a portare con noi, quando scendiamo, anche una sola scheggia di quel sentimento e di quella conoscenza che abbiamo avvertito in vetta e applicarlo alla vita di ogni giorno, allora questa, anche e solamente da sola, è una ragione sufficiente per perdonare.


Ho pena delle stelle 
che brillano da tanto tempo


Non ci sarà dunque, per le cose che sono, 
non la morte, 
bensì un'altra specie di fine, 
o una grande ragione: 
qualcosa così, 
come un perdono?

Il tempo ritrovato...


Ho pena delle stelle 
che brillano da tanto tempo, 
da tanto tempo... 

Non ci sarà una stanchezza delle cose, 
di tutte le cose, 
come delle gambe 
o di un braccio? 

Una stanchezza di esistere, 
di essere, 
solo di essere, 
l'essere triste lume o un sorriso... 

Non ci sarà dunque, per le cose che sono, 
non la morte, 
bensì un'altra specie di fine, 
o una grande ragione: 
qualcosa così, 
come un perdono? 

( Fernando Pessoa )


* dipinto di Van Gogh - Notte stellata sul Rodano

sabato 4 maggio 2013

Gostner Schwaige una malga gourmet sull'Alpe di Siusi

Se siete sull'Alpe di Siusi magari per una escursione alla Bullaccia o solo per una piacevole passeggiatra tra i prati e le malghe del più famoso Altopiano d'Europa e dovete pranzare non potete non andare alla mitica Malga Gostner Schwaige.
A metà strada tra Compatsch e Saltria, a 1.930 metri di altezza, la malga è il piccolo ristorante di Franz Mulser, chef di talento che offre una cucina a base di erbe dell'Alpe di Siusi.

In un posto come questo ci si potrebbe aspettare una cucina semplice, fatta di prodotti genuini e ricette tradizionali. Ma Gostner Schwaige è molto più di una  malga. Qui le eccellenti materie prime stagionali del territorio vengono rielaborate con fantasia e creatività da Franz, sempre alla ricerca di erbe di campo, di fiori eduli, funghi e di tutto ciò che il territorio e il suo personale e prezioso orto gli offre e che lui propone in piatti di grande gusto ed eleganza.

L'insalata di fiori di Franz Mulser ci pare il modo più adatto per raccontare la cucina di questa piccola e graziosa malga sull'Alpe di Siusi. Una pagnotta di medie dimensioni scavata con precisione e riempita di crema fatta con il fieno e condita con qualche fiore.
Un piatto da 10 e lode.

Il menù cambia con le stagioni e con la fantasia di Franz. A luglio di qualche anno fa mi sono mangiato una stranissima insalata di fiori di montagna e del suo orto. Fiori di calendula, viole, fiori di lillà e sambuco erano il letto su cui era adagiata una deliziosa terrina di formaggio di capra e di pecora. Ma se adorate la carne, non abbiate paura perché nel menù, che cambia continuamente, potete sicuramente trovare dei piatti che possono soddisfare il vostro desiderio.

Cosciotto di agnello da latte in salsa di vino con verdure e patate alle erbe oppure ossobuco di maialino brasato nel vino rosso con polenta alle erbe e cavolo bianco.
Poi per completare il pranzo potete farvi servire i migliori Kaiserschmarren che vi possano capitare. Serviti nella loro padella di ferro, appena caramellati con un tocco di cannella, teneri e croccanti. Marmellata di mirtilli rossi e rose fatta in casa.

Oppure dei canederli dolci di ricotta con ripieno di albicocca su una crema alla vaniglia. Semplicemente una favola. Potreste avere la fortuna di vedere uscire dalla cucina un buffo giovane con il grembiule blu e un cappello di feltro verde a punta in testa. E' sicuramente Franz che spesso si diverte a girare per i tavoli all’esterno della malga a vedere i volti incuriositi e stupiti dei suoi clienti. Ma forse lo fa anche perchè la cucina è veramente piccola, piena di attrezzi e claustrofobica. Se lo vedete fatevi offrire una delle sue grappe e distillati perché lui non disdegna mai un brindisi insieme ai clienti.