Lounge Music

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venerdì 22 novembre 2024

Un sogno dentro un sogno

Stasera, nel tepore del letto, vado con questi ricordi dentro un tempo che lentamente diventa sempre più lontano.
Affievolisce le linee del tuo volto ma non riesce ad oscurare quel che di te il cuore costudisce.
Ascolto, ancor prima del crepuscolo, cercando di capire quale sarà il tempo domani.
Se il cielo fosse limpido aprendo gli occhi vedrei nel cielo la luna, tondeggiare tra le stelle, e affacciarsi alla finestra della mia camera.

Resto in ascolto tra ricordi e malinconie,
mentre il sonno mi accoglie tra le sue braccia.
Quando mi sveglio sento i rumori ovattati delle auto che passano,
ma non vedo la luna filtrare tra i rami della vecchia quercia lassù sopra la collina
e neppure le stelle.
Allora capisco che è così perché sta nevicando.


E sotto questa neve, nei sentieri camminati al tuo fianco dove il mio pensiero mi porta.
Tra le praterie e gli abeti già carichi di una bianca coltre,
nei tramonti invernali malinconici e pieni delle ombre della sera, non c'è momento in cui non senta con nostalgica tenerezza il respiro della tua anima e la dolcezza dei ricordi che ancora vivono in me, come un sogno nel sogno.

E nel sogno era il 27 dicembre di alcuni anni fa in cui si era deciso per una escursione notturna con le ciaspe a Marcesina .  Una escursione complessa ma interessante.

Partenza dal Rifugio Valmaron di Enego
Salita al Passo della Forcellona
Passaggio per i Casonetti e il rifugio Marcesina
e poi una lunga tirata a fianco delle piste di sci fino al Rif. Barricata.
Al rifugio avremmo fatto pausa con un menù concordato.
E poi saremmo tornati a Valmaron con la motoslitta.
Il tutto prevedeva necessariamente la presenza della luna piena
almeno durante il percorso di andata per non rischiare di perderci.
 
« Ma ci saranno ancora degli innamorati che in una notte d’inverno
si faranno trasportare su una slitta  trainata da un generoso cavallo per la piana di Marcesina
imbevuta di luce lunare?
Se non ci fossero, come sarebbe triste il mondo...
»

Mario Rigoni Stern


sabato 27 agosto 2022

AMANDOTI

Amarti m'affatica, mi svuota dentroQualcosa che assomiglia a ridere nel piantoAmarti m'affatica, mi dà malinconiaChe vuoi farci, è la vitaÈ la vita, la mia
 
Amami ancora, fallo dolcementeUn anno, un mese, un'ora, perdutamenteAmami ancora, fallo dolcementeSolo per un'ora, perdutamente
 
Amarti mi consola, le notti biancheQualcosa che riempie vecchie storie fumantiAmarti mi consola, mi dà allegriaChe vuoi farci, è la vitaÈ la vita, la mia
 
Amami ancora, fallo dolcementeSolo per un'ora, perdutamente(Amandoti, la vita la mia)
 
Amami ancora, fallo dolcementeUn anno, un mese, un'ora, perdutamenteAmami ancora, fallo dolcementeSolo per un'ora, perdutamente
 
Amami ancora, fallo dolcementeSolo per un'ora, che sia per sempre
 Amandoti, è la vita la miaAmandoti, è la vita la mia
 
Fonte: Musixmatch
Compositori: Giovanni Lindo Ferretti / Massimo Zamboni


 

venerdì 18 febbraio 2022

I rewind the past Like a dream

Stasera, nel tepore del letto, vado con questi ricordi dentro un tempo che lentamente diventa sempre più lontano.
Ascolto, ancor prima del crepuscolo, cercando di capire quale sarà il tempo domani.
Se il cielo fosse limpido aprendo gli occhi vedrei nel cielo la luna, tondeggiare tra le stelle, e affacciarsi alla finestra della mia camera.

Resto in ascolto tra i ricordi e le lacrime.

Ma sento i rumori delle auto che passano ovattati
ne odo quello dell’autocorriera che trasporta i primi studenti a scuola,
non vedo neppure le stelle.
Allora capisco che è così perché sta nevicando.

E sotto questa neve,
nei sentieri delle terre alte dove il mio pensiero mi porta,
tra i boschi e gli abeti già carichi di una bianca coltre,
nei tramonti invernali malinconici e pieni delle ombre della sera,
non c'è momento in cui non senta con malinconica tenerezza il respiro della vostra anima e la dolcezza dei ricordi che ancora vivono in me.


Ve ne siete andati tutti e due in una fredda giornata d'inverno.
Nel cuore ancora il brusio delle ultime parole,
siete scivolati via in silenzio.
Quel silenzio che
la malattia vi aveva imposto, obbligato e costretto.
Quel silenzio che ora custodisco nel mio cuore,
racchiuso nelle lacrime di ieri come di oggi.


E stasera le lacrime mi riportano ricordi e fotografie che a fatica riempiono la distanza del tempo trascorso da quando te ne sei andato.

Fotografie di cui io ne possiedo e ricordo solo una minima parte.

Ma questa tra le altre di noi due, mi sembra da sempre quella più vera.

Eri lì accanto a me come lo sei ancora adesso,
con il capo leggermente reclinato
e la mano sulla spalla
a proteggere l'oggetto del tuo amore.

E mi riaddormento sicuro che mi sei ancora accanto.


lunedì 11 febbraio 2019

Tra le nevi con Giorgio e papà

Ve ne siete andati tutti e due in una fredda giornata d'inverno.
Nel cuore ancora il brusio delle ultime parole,
siete scivolati via in silenzio.
Quel silenzio che adoravate ricercare tra i boschi e i monti, 

e che la malattia vi aveva imposto, obbligato e costretto.
Quella malattia che non era però riuscita a rubarvi
l'anima e i ricordi.
Quei ricordi che ora custodisco nel mio cuore,
racchiusi nelle lacrime di ieri come di oggi,
......e nei sorrisi forse di domani.



Questa sera, nel tepore del letto vado con questi ricordi dentro un tempo sempre più lontano.
Ma, ascoltando, ancor prima del crepuscolo dell’alba cerco anche di capire quale sarà il tempo di domani.
Se il silenzio fosse limpido aprendo gli occhi vedrei nel cielo la luna, tondeggiare tra le stelle, affacciarsi alla finestra della mia camera.

Resto in ascolto tra i ricordi e le lacrime.

Il silenzio esterno perviene a me ovattato, e la mia camera resta come isolata dentro il cielo.
Non si sentono i rumori delle auto
ne si ode quello dell’autocorriera che trasporta i primi studenti a scuola,
non si vedono neppure le stelle.
Allora capisco che è così perché sta nevicando.
Il grande cerchio attorno alla luna lo aveva previsto.
Che silenzio! Che tepore!

E sotto questa neve,
nei sentieri delle terre alte dove il mio pensiero mi porta,
tra i boschi e gli abeti carichi di una bianca coltre,
nei tramonti invernali malinconici e pieni delle ombre della sera,
non c'è momento in cui non senta con malinconica tenerezza
il respiro della vostra anima e la dolcezza dei ricordi che ancora vivono in me.

giovedì 12 febbraio 2015

La vita non è ...

"La vita non è quella che si è vissuta, 
ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. "
G. Garcìa Marquez

Sono passati già dieci anni da quando ci hai lasciato.
Nel cuore ancora il brusio delle nostre parole, hai visto la vita sparire
lasciando a poco a poco un abbraccio di lumi.

Sei scivolato dalla vita alla morte in silenzio.
Quel silenzio che la tua lunga malattia ti aveva imposto, obbligato e costretto.
E oggi mi sembra come se il tempo passato sia una distanza ricoperta da mille fotografie di cui io ne possiedo e ricordo solo una minima parte.


 Questa, tra le altre di noi due, mi sembra sin troppo bella per poter essere stata vera, eppure eri lì come sempre accanto a me come lo sei ora, con il capo leggermente reclinato verso di me e dalla mano sulla spalla quasi a proteggere l'oggetto del tuo amore.


In questi stessi giorni, qualche anno dopo, la morte si è portata via anche Giorgio, lasciando dentro di me un vuoto pesante.

E sotto questa neve, nei sentieri delle terre alte dove il mio pensiero mi porta, tra i boschi e gli abeti carichi di una bianca coltre, nei tramonti invernali malinconici e pieni delle ombre della sera, non c'è momento in cui non senta con malinconica tenerezza il respiro della vostra anima e la dolcezza dei ricordi che ancora vivono in me.


mercoledì 12 febbraio 2014

Nel ricordo di mio padre e di Giorgio

C’è un naturale senso di perdita quando, con la scomparsa di una persona a noi vicina, cessa anche il bisogno di prendersi cura di lui. Spesso ci troviamo ad affrontare il doppio dolore della perdita e del nostro ruolo nella sua vita. Il periodo immediatamente successivo è un momento molto difficile che ci lascia persi, soli, ed inutili. Ci sentiamo quasi sradicati senza quel ruolo importante che è stato il prendersi cura di un altro nella nostra vita.
E il nostro futuro ci appare grigio o addirittura vuoto.

La fiducia in noi stessi qualche volta ci viene a mancare e percepiamo in modo profondo la difficoltà di riprendere e ricominciare a vivere.  Il futuro ci appare come una tela vuota. Sta solo a noi decidere come dipingerla. Iniziare questo nuovo quadro è il lavoro più faticoso che ci attende. E’ mentre lo affrontiamo dobbiamo permettere a noi stessi di comprenderne anche la sofferenza. Abbiamo bisogno di fare un respiro profondo e afferrare il fatto che è veramente difficile ricominciare senza la presenza fisica della persona amata e senza il bisogno di prendersi cura di lei.

Per quanto ci piaccia o meno, non possiamo evitare il fatto che è il cambiamento che ora ci viene richiesto. Può sembrare un lavoro immane creare un nuovo quadro senza averne nessuna ispirazione.
Per qualcuno è come scalare una montagna, troppo ripida e rocciosa. Per altri può sembrare una sorta di camminare alla cieca in una foresta sconosciuta. Ma tutti alla fine possiamo farcela.



E forse allora riusciremo a scoprire nuovi, inesplorati territori o luoghi per ridisegnare ancora una volta i contorni della nostra anima.

* le foto sono tratte da "CentroMeteoDolomiti"

martedì 12 febbraio 2013

Per non dimenticare

"La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. " G. Garcìa Marquez
Non potrò mai ringraziare abbastanza la vita stessa per avermi riservato un'infanzia dove, quasi inconsapevolmente e pur in un contesto che mi ha privato della presenza di mia madre per un anno, sono cresciuto nella spensieratezza e nell'allegria regalati dall'affetto con cui, chi mi era rimasto accanto, mi ha sempre circondato.

Ritornando con la memoria a quegli attimi di vita apparentemente così lontani, ancora oggi mi stupisco per la forza con la quale essi richiamano in vita sensazioni che credevo di avere ormai perduto. Ecco allora l'aria profumata di cielo delle prime giornate che annunciavano la primavera quando, all'alba, spalancavo le verdi imposte delle finestre della casa dove abitavo.

Per la verità non era la mia casa ma quella dei proprietari che io inconsapevolmente chiamavo nonni e dove ho avuto la fortuna di abitare per i miei primi anni di vita. Fortuna certo, perché avevo capito già allora che proprio lì, e soltanto in quel paradiso fatto di niente, avrei imparato ad inventarmi la gioia.

 E mi ritrovo ora, riandando a quei momenti, a pensare che forse tutto quello che ho vissuto in quegli anni non sia altro che un sogno.
Altre volte, al contrario ho la certezza che non sono stati solamente dei "bei sogni" (come scrive M. Gramellini).
E mentre ora mi ritrovo ad osservare, nel silenzio irreale di questi vecchi soffitti in legno, queste mura scrostate che riecheggiano ancora delle grida e delle petulanti richieste di un bambino dai biondi riccioli,scopro di avere un groppo alla gola.
Eppure, nel profondo del mio cuore, in questo momento sento che è così e non potrebbe essere altrimenti. La gioia di quell'infanzia, quei "bei sogni",  è qualcosa che mi appartiene. E' qualcosa che mi ha cambiato per sempre e che mi fa sentire vivo ora come lo ero allora. A rendermela, forse, così languida è soltanto la nostalgia di persone e di attimi di vita che se ne sono andati per sempre.

domenica 6 gennaio 2013

"bergvagabunden"

Ognuno di noi porta dentro di sè le tracce delle strade percorse: strade della memoria legate a persone o a cose scomparse, agli entusiasmi delle prime escursioni, ai luoghi della propria infanzia; strade e sentieri dell'anima popolate di visi, di luci particolari, di incontri fortuiti.
Strade di esperienze che hanno lasciato un segno, fondali e quinte che fanno da sfondo alla nostra vita.

Se poi si ha la fortuna di abitare da tempo le stesse strade, cresce dentro la convinzione di conoscerne l’intera trama e soprattutto di essere gli unici depositari degli snodi più segreti e più nascosti.
Col passare degli anni si arriva perfino a rinominare le valli e gli alpeggi, i sentieri e i boschi, i paesi e le contrade, le colline di casa come le vette in alta quota.


Prima o poi però capita di scoprire che altri "bergvagabunden" hanno calpestato le stesse pietre e gli stessi pendii, altri "bergvagabunden" hanno fermato gli occhi sugli stessi colori e gli stessi profili di vetta segnati dal tramonto, altri "bergvagabunden" si son incuriositi e meravigliati per la cima di un monte, per un bosco, una contrada  isolata, una vecchia panchina con un panorama indelebile.

Ed è così che ci accorgiamo che questa terra, come tutte le terre, è disponibile ad ospitare le radici di chiunque voglia stabilire un contatto non frettoloso e non superficiale con i luoghi che frequenta.
Per arrivare a ricomporre un proprio e personale reticolo di sentieri, di percorsi che vanno a formare il paesaggio interiore della nostra anima.

Fino a saper riconoscere quella speciale trama fitta di simpatie e di affinità elettive con i singoli elementi di un particolare territorio.
Per arrivare infine a lasciarsi trascinare fuori dai tracciati segnati per farsi guidare solamente dai propri occhi e dalle proprie gambe lungo percorsi nuovi e inesplorati.

Così ieri pomeriggio sono salito in Altopiano a camminare e a calpestare la neve con l’indolenza e la tranquillità di chi non ha una meta, ma solamente il desiderio di misurare con i propri passi un ambiente di cui non si vuole perdere nemmeno un frammento, per scoprire con i propri occhi quello che si trova dentro un panorama, ma che di solito per la fretta non si riesce a scorgere.

Mi ero solamente prefissato, come ogni anno in questo periodo, di arrivare in qualche punto esposto verso la pianura che mi permettesse di osservare ed assaporare il tramonto sulle piccole dolomiti mentre la foschia ricopriva la pianura e le città rendendo visibili agli occhi solo le vette e le cime delle montagne.  Certo molti penseranno che non ci può essere nulla di nuovo da scoprire in un tramonto invernale già visto e rivisto.

Eppure uno sguardo attento e un animo aperto non può non ravvisare quello che fino a ieri ci era oscuro.
Perché ogni itinerario parte da paesi, luoghi e cose che pensiamo di conoscere, per portarci a scoprire qualcosa alla cui esistenza fino a ieri non avevamo mai pensato.
Per ricomporre quel paesaggio interiore che rende unica la nostra anima e il nostro cuore.

* le ultime 6 foto sono state scattate durante una ciaspolata dal rifugio Campolongo al Forte di cima Campolongo

sabato 18 febbraio 2012

Ricordi di un sorriso

La condivisione in montagna è fatta di fatica e di compagnia, una compagnia e un’amicizia che si consolida passo dopo passo, parola dopo parola in un continuo rincorrersi di salite e discese, di panorami e di vette.
Ogni passo è fatica ma la fatica condivisa è più lieve, in montagna come nella vita e, credo, nella morte.

Sentire parlare di alberi e fiori, di ascensioni, di amicizie e amori consolidati da un abbraccio in una cima avvolta nella nebbia, cogliere il ricordo di passioni condivise non lenisce il dolore ma fa credere di essere ancora una volta vicini e presenti.

Così la montagna diventa il luogo dove ogni sogno è possibile, anche quello di un nuovo incontro, dove riusciamo a percepire tutto quello che la prima volta abbiamo pensato e non detto perchè eravamo rimasti col fiato corto, in cima a quella salita intenti a guardare l’orizzonte chiedendoci “cosa ci sia al di là”

Caro Giorgio, leggere i tuoi racconti mi proietta nel passato dove mi sembra di vederti, ancora oggi, mentre al mattino parti per uno di quei giri solitari che amavi; l’immancabile zaino, un’agenda già piena di appunti e la curiosità di una nuova esplorazione. Quanta passione per le vette, quanto amore per la montagna.




Ecco cosa ci ha legati da subito.
Ecco cosa ci lega e ci legherà per sempre.
E tra i monti e le valli alpine un ricordo, un pensiero sarà sempre al tuo sorriso, alle tue chiacchiere, alla tua serietà montana, al tuo silenzio.
Vero, le montagne sono maestre silenziose e creano discepoli muti.
Come lo eravamo noi quando traducevi per noi il linguaggio delle vette e delle valli, e come lo siamo ora nel ricordo di te che molto ci hai lasciato, oltre alla promessa di rincontrarci quassù un giorno.

sabato 18 dicembre 2010

La luna su Cima d'Asta

C'è la luna, quasi piena, che sorge alle 14 e le previsioni danno tempo sereno con ottima visibilità.
Certo è previsto freddo polare, ma questa è un'occasione troppo ghiotta per lasciarmi sfuggire un tramonto nel Lagorai con la luna piena già alta.
Detto e fatto decidiamo di partire, meta Passo Cinque Croci in Val Campele.

Solo una traccia da seguire… a volte nemmeno quella… impronte di cervi, caprioli e lepri che si perdono nel fitto bosco innevato.
Abeti  che a fatica portano il peso della neve ghiacciata.
Neve neve neve.
Gli ultimi raggi di sole nell'Aia del Buso donano una luce armoniosa al Cengello, mentre il laghetto del Pian dei Gati assume la luminosità di un cristallo prima del gelo serale e notturno.

Ci fermiamo nei pressi della malga Conseria per un sorso di tè caldo, e poi via verso il Passo Cinque Croci.
Ci fermiamo un attimo per riprendere le forze dopo aver salito un canalino alquanto insidioso e mi giro verso la valle.
Il sole è tramontato ed ora espande i suoi colori sui contrafforti a nord dell'Altopiano di Asiago, mentre a destra le vette più elevate del Lagorai imbruniscono.

Neve neve e ancora neve.
Passo dopo passo sprofondiamo in questo magico e silenzioso mondo.
Silenzio interrotto solo dai rivoli d’acqua che gorgheggiano e si rincorrono sotto il ghiaccio e il manto di neve fresca caduta ieri.
Fa sempre più freddo, ora la morsa della neve e del ghiaccio si fa più serrata e ci costringe a rallentare il passo.
Ma oramai siamo in vista del Passo.
Sul tratto finale con il sole definitivamente tramontato la luce della luna si diffonde rendendo il paesaggio unico.

Bianco e solo bianco.. irreale.. è un posto che ho frequentato decine di volte, ma mai ero riuscito ad osservarlo con i colori del tramonto.
Siamo al Passo e come per incanto ci appare Cima d'Asta in una splendida veste rosa con la luna che occhieggia sopra la vetta.
Pochi minuti che scorrono veloci ma che ci permettono di imprimere nella nostra mente e nel nostro cuore queste immagini e il silenzio del "desio".


In questi tempi difficili non dobbiamo rinunciare all’unico lusso che ci è rimasto quello del cammino. Convinti che ci sia un solo modo per avere delle risposte: camminare.

I colori lentamente si spengono. 

E’ quasi notte.
Ora il freddo con il vento è così intenso che ci impedisce di rimanere, costringendoci a scendere in fretta per cercare un riparo.

Laggiù in basso, tra gli abeti intravvediamo la nostra meta: passo dopo passo c’avviciniamo al caldo del rifugio Carlettini.

...certi momenti lasciano una traccia indelebile nel nostro cuore creando in noi 
un paesaggio interiore, 
come una geografia dell'anima,
dove saranno per sempre evidenti le ombre
di chi ci ha camminato a fianco.
Ritorna a camminare in montagna con me, per perderci ancora tra i silenzi delle vette,
 ma anche ritrovarci una volta ancora. 
 
 

giovedì 11 febbraio 2010

Tra le neve con Giorgio e papà..

Ve ne siete andati tutti e due in una fredda giornata d'inverno.
Nel cuore ancora il brusio delle ultime parole,
siete scivolati via in silenzio.
Quel silenzio che adoravate ricercare tra i colori e i profumi
dei boschi e delle montagne, e che la malattia vi aveva imposto,
obbligato e costretto.
Quella malattia che non era però riuscita a rubarvi il cuore,
l'anima e i ricordi.
Quei ricordi che ora costudisco nel mio cuore,
racchiusi nelle lacrime di ieri come di oggi,
......e nei sorrisi forse di domani.



Questa sera, nel tepore del letto vado con questi ricordi dentro un tempo sempre più lontano.
Ma, ascoltando, ancor prima del crepuscolo dell’alba cerco anche di capire quale sarà il tempo di domani.
Se il silenzio fosse limpido aprendo gli occhi vedrei nel cielo la luna, tondeggiare tra le stelle, affacciarsi alla finestra della mia camera.

Resto in ascolto tra i ricordi e le lacrime.

Il silenzio esterno perviene a me ovattato, e la mia camera resta come isolata dentro il cielo.
Non si sentono i rumori delle auto
ne si ode quello dell’autocorriera che trasporta i primi studenti a scuola,
non si vedono neppure le stelle.
Allora capisco che è così perchè sta nevicando.
Il grande cerchio attorno alla luna lo aveva previsto.
Che silenzio! Che tepore!

E sotto questa neve,
nei sentieri delle terre alte dove il mio pensiero mi porta,
tra i boschi e gli abeti carichi di una bianca coltre,
nei tramonti invernali malinconici e pieni delle ombre della sera,
non c'è momento in cui non senta con malinconica tenerezza
il respiro della vostra anima e la dolcezza dei ricordi che ancora vivono in me.

domenica 1 novembre 2009

Novembre: ... come le foglie d' autunno i ricordi

Avevo solo dieci anni quando ci siamo trasferiti nella nuova casa ai piedi delle colline ad est del paese, ma due cose le avevo già comprese nel mio cuore: che mio padre adorava la caccia e che io adoravo mio padre.
Ci vedevamo troppo poco, per i miei gusti. Avrei dato qualunque cosa per stare più tempo con lui.
Non ci ho messo molto tempo a capire che la soluzione a questo problema passava attraverso le sue uscite di caccia.


Sono passati oramai tanti anni eppure ripensando alla mia infanzia e più precisamente a quel determinato periodo della mia vita niente mi è più nitido, seppure ora velato di malinconia, di quei momenti in cui la caccia è rimasta viva nella mia mente ed ancor più nel mio cuore.
Una caccia fatta di sensazioni straordinarie che ancora oggi a distanza di tanto tempo mi danno la consapevolezza di aver vissuto con mio padre momenti indimenticabili.

Questo era il tempo in cui quasi tutte le sere dopo cena in un silenzio quasi religioso si preparavano le cartucce per i giorni a seguire. Ricordo i bossoli in cartone che a furia di sparare e calibrare diventavano sempre più corti, i pallini ed infine il cartoncino con il numero che identificava la dimensione dei pallini, e che era mio compito inserire prima che la cartuccia venisse ribattuta per l'orlatura finale con la macchinetta.
Inutile nascondere che nella mia mente di bambino erano tutti gesti che assumevano per me un significato iniziatico e che riempivano il mio cuore di un'infinita gioia.
E non c’era fine settimana ( scuola permettendo) in cui non seguivo mio padre a caccia.


Si partiva prima dell’alba per raggiungere a piedi i posti migliori per aspettare tordi,allodole o qualche beccaccia alla posta (allora era consentito); un’emozione straordinaria con un adrenalina che cresceva insieme alla speranza che l’arcera spuntasse da levante e con la sua inimitabile sagoma raggiungesse la nostra postazione lassù in Val Masiera *.

Poi sono arrivati i primi segni della malattia e con essa qualche imprevisto e piccolo incidente. E allora mia madre lo convinse a farlo per tante ragioni, anche valide, anche necessarie; la famiglia, gli anni che passavano, la paura di eventi imprevedibili, il timore di conseguenze negative per la salute...
Fatto sta che alla fine, a malincuore, aveva deciso di appendere al chiodo il fucile.

E così si era trasformato in un cercatore di funghi, perché l’ansia della ricerca non si era affatto sopita in lui. Il profumo dei boschi ancor umidi di rugiada o intrisi di pioggia autunnale lo richiamavano, ne aveva bisogno, gli colmavano il vuoto che si sentiva dentro quando giungeva la stagione, quella vera, quella di un tempo.

E allora andava a funghi, col suo cestino sottobraccio, il suo bastone, la sua vecchia cacciatora, usata ed ancora odorosa di selvaggina e cartucce sparate benché lavata e rilavata.
Forse sentiva quell’odore penetrante di un tempo quando il colpo partiva dalla prima canna, o forse solo perché era ancora nella sua immaginazione.
Forse!



* così chiamata perché gran parte delle pendici della valle era coltivata a terrazze con muri costruiti a secco. Masiera infatti deriva dal latino "maceries" che significa "mucchi di pietra", muri a secco, come appunto sono molti dei manufatti che si trovano sulle nostre montagne.