Lounge Music

domenica 5 febbraio 2012

Neve e silenzio


La neve scende e copre ogni cosa…
il prato, il pascolo, la malga,
il bosco, via via il sentiero.
Termina il rumore, il brusio; solo il suono del silenzio e del vento che lambisce gli affioramenti e rende ovattato anche quello della neve.


Ed è in questo silenzio che avverto, forse più forte che mai, la suggestione d’un dialogo appena iniziato, il senso di tanti desideri scritti in poche parole.

Ora la neve caduta sta coprendo ogni possibile traccia e sentiero del tempo passato, avvolgendo ogni riferimento e segno, e rendendo così la valle e le montagne silenziose e malinconicamente dolci,
proprio come il mio cuore.

giovedì 26 gennaio 2012

Strada armentaria romana "Saliso"

Poca neve e insolita mitezza accomunano, per ora, gran parte delle regioni del Nord Italia in questa strana. Sembra quasi che l'inverno non sia mai arrivato, ma che, a parte le temperature basse della scorsa settimana, questi mesi siano la continuazione dell'autunno secco e arido appena passato.

E allora, dal momento che non riesco a programmare delle nuove ciaspolate, decido di ripiegare per una uscita sulle colline ai piedi dell'Altopiano di Asiago alla scoperta di inusuali ed insoliti sentieri.
Non senza qualche difficoltà riesco a parcheggiare l'auto tra il Municipio e la Chiesa di Crosara, frazione di Marostica posta sulle colline a 422 mt slm.

Subito la strada sale ripida fino ad una curva dove è ben evidente il cippo in marmo con lapide di dedica che indica l'inizio dell'antica strada armentaria romana chiamata in seguito " el saliso" in quanto la strada si presenta ancora oggi per tutta la sua lunghezza completamente selciata.

Fino a cinquant'anni fa era una strada molto percorsa dai carri e dagli abitanti di Conco che dovevano scendere a Marostica. Ma la sua costruzione si fa risalire probabilmente al I° secolo dopo Cristo. Studi recenti infatti ci indicano trattarsi di una strada armentaria romana e come tutte le strade armentarie costruite dai romani serviva per portare gli armenti dalla pianura ai pascoli dell'Altopiano, ma anche a fare transitare le merci dell'attività armentaria estiva (il formaggio, la ricotta, ma soprattutto la carosa...)verso la città di Padova (Patavium).

Infatti Padova, pur essendo già dal 49 a.C. un municipium romano, è solamente durante l'epoca imperiale che divenne uno dei centri più ricchi e importanti grazie alla lavorazione delle lane provenienti dai pascoli dell'altopiano di Asiago.

Di questa antica strada rimangono ancor oggi alcuni tratti percorribili e uno di questi è quello che porta dalla frazione di Crosara a quella di Gomarolo.

Sarà la luce fievole del sole in questo tardo pomeriggio d'inverno, sarà la consapevolezza di camminare sul selciato di questa antica strada, certo è che le sensazioni e i pensieri che in modo concitante scaturiscono dalla mia mente mi costringono a rallentare il passo.

La pendenza è costante per tutto il primo tratto che sfocia tra le case di contrada Cassoni a quota 520 mt. Un gruppo di case dove il tempo sembra essersi fermato e che risveglia in me ricordi ormai sopiti. Si ode solamente il gracchiare di una vecchia radio che sta trasmettendo alcune notizie, null'altro. Manca il vociare continuo dei bambini, e ci sono solo pochi vecchi costretti dentro casa dalla pausa obbligata dei lavori dei campi.

Ora la strada spiana leggermente ed entra in un bosco aperto di faggi e carpini che costeggiando ad ovest monte Alto va ad incrociare la strada asfaltata che porta a Gomarolo.
A questo punto decido di evitare la strada e di svoltare a destra per salire lungo una strada forestale che con discreta pendenza mi porta alla frazione più alta: contrada Boffi con case e fienili completamente ristrutturate.

La vista che si ha sulla pianura veneta è a dir poco stupefacente anche se siamo solamente ad un'altezza di 724 mt. Da qui seguendo un tratturo scendo lungo un bel bosco di castagno e roverella fino a ritrovare la strada asfaltata proveniente da Cassoni.
Quando giungo nuovamente in contrada il sole sta oramai scomparendo dietro le cime delle piccole dolomiti.
  

quota partenza: 422 mt
quota arrivo: 725 mt
distanza percorsa: 8 km
tempo in movimento: 1 h e 40'
energia spesa: 720 Kcal

martedì 24 gennaio 2012

Scorze di arancia candite

Nel fine settimana ero raffreddato e stanco, certamente non una situazione ottimale per un'uscita tra le cime oramai completamente senza neve.
La cosa migliore era restare a casa davanti al fuoco della stufa a legna con un buon libro da leggere e una tazza di tisana agli agrumi e spezie alternata con qualche bicchiere di spremuta di arance.


Dopo un pò il profumo di arancia si era diffuso per casa, e con esso i ricordi del Natale di quando ero piccolo e anche di tombola. Certo perchè le sere che precedevano e seguivano il Natale erano contrassegnate dal gioco della tombola o da interminabili partite a carte (scopa).

Ricordo come un flash il cesto di frutta secca sul tavolo della cucina insieme alle arance e ai mandarini, e il panettone che mio padre apriva pieno di canditi colorati, mentre io, e mio cugino stavamo davanti alla stufa appoggiando le scorze degli agrumi sopra alla piastra calda per "fare profumo".

Questa atmosfera piena di profumi e di ricordi mi ha indotto a tentare di provare una ricetta di mio fratello: le scorze di arancia candite.

Ho tagliato a pezzetti e a striscioline le bucce spesse delle arance non trattate che avevo precedentemente spremuto, e le ho pesate.
Ho messo a parte la stessa quantità di zucchero del peso delle scorze, dopodiché le ho messe in una pentola ricoprendole completamente di acqua fredda. Portate a bollore le ho fatte bollire per 3 minuti ed ho spento il fuoco.
Dopo averle lasciate raffreddare, le ho scolate e buttato l‘acqua della bollitura.
Ho riempito la pentola nuovamente con acqua fredda ed ho ripetuto l’operazione per altre 2 volte, al fine di togliere l’amaro delle bucce.

Finita la terza bollitura, ho scolato l’acqua  e una volta buttata ho lasciato asciugare per bene le scorze.
Ho messo 1/3 dello zucchero pesato in una padella antiaderente assieme ad un mezzo bicchere di acqua calda. Ho lasciato sciogliere lo zucchero e poi ho aggiunto e le ho fatte sobollire piano piano per un paio d'ore a fuoco basso (in quanto lo zucchero non deve mai scurirsi e caramellare ma solamnte addensarsi).

Una volta che lo sciroppo di zucchero è stato tutto assorbito dalle bucce, ho spento il fuoco e lasciato riposare il tutto per altre due ore. Poi ho aggiunto un altro terzo dello zucchero pesato assieme a mezzo bicchiere di acqua calda e ho ripreso la cottura, sempre a fuoco basso fino a quando lo zucchero è stato nuovamente assorbito tutto.
Terminata la cottura, ho messo le bucce ad asciugare in un foglio di carta da forno per quattro giorni, finchè non erano completamente asciutte.

Alla fine ne è uscito un dessert:
mousse di ribes e mirtilli rossi  
con scorzette di arance candite
bicchierino di grappa al pino mugo e miele

venerdì 20 gennaio 2012

Scalare se stessi

“Da quassù il mondo degli uomini altro non sembra che follia,  grigiore racchiuso dentro se stesso.
E pensare che lo si reputa vivo soltanto perché è caotico e rumoroso.”

Walter Bonatti



"L'uomo vive in città mangia senza fame beve senza sete si stanca senza fare fatica.
Rincorre il proprio tempo senza raggiungerlo mai, è un essere imprigionato, una prigione senza confini da cui è quasi impossibile fuggire
Alcuni esseri umani hanno bisogno di riprendere la proprie vite.

Non tutti ci provano e pochi ci riescono
Una delle vie maestre è quella che conduce alle montagna
C'è tanta bellezza, fatica, solitudine e silenzio in questo mondo arrampicato
Tutti valori poco alla moda ma che aiutano a vivere e a conoscere se stessi"

Walter Bonatti - Scalare se stessi


venerdì 6 gennaio 2012

Prima neve in Altopiano

Negli ultimi giorni dell'anno appena passato il calo termico è puntualmente avvenuto, a seguito dell'ingresso delle correnti più fredde. L'instabilità generata dall'aria più fredda ha provocato le prime nevicate stagionali a quote finalmente più interessanti. Così nei boschi dell'Altopiano, in cui l'unica nevicata sino ad allora era stata quella degli aghi di larice, d'improvviso una coltre nevosa anche se non significativa come quella dello scorso inverno cancellava ogni traccia d'autunno.

La neve non è stata molta, saranno 15-30 cm, ma sufficente a coprire i prati, imbiancare gli alberi, e creare una vera atmosfera invernale.
La coltre bianca che ricopre qualsiasi traccia delle passate stagioni, gli alberi incrostati di neve e ghiaccio come se sigillassero il bosco,........ e con la neve arriva anche il silenzio.

La neve in montagna ha il dono di ricreare un silenzio quasi assoluto, totale.

Un silenzio che aiuta a rigenerarsi, a ritrovarsi, a uscire da una malattia o da un dolore. E quando si ha la fortuna di avere tutto questo in un angolo di paradiso incontaminato a due passi da casa perché non approfittarne ?
Così decido per una escursione insolita. Parto alle 3 del pomeriggio con l'obiettivo si salire in Altopiano ad osservare il tramonto del sole da un balcone privilegiato: il Monte Baldo lungo la dorsale delle malghe di Longara (o l'Ongara).

Dopo aver parcheggiato l'auto presso la Baita Sporting Club da dove partono gli impianti di risalita per le Melette, mi preparo e sono subito pronto per imboccare la strada forestale che, lungo la val Krauslava, mi porta in breve alla croce di Ongara.
Volgo lo sguardo verso nord e mi accorgo che la collina dove sorge la Casara Ongara di dietro, poco prima della cima è stata raggiunta dai primi raggi colorati del sole al tramonto.

I colori caldi del tramonto riescono a raggiungere ed illuminare dalla parte opposta, a nord-est, anche il gruppo di cima d'Asta e le Pale di San Martino rivestendo le pareti di una fiocca luce calda che dona alla roccia il colore dell' enrosadira.


Sono completamente solo, nessun rumore, solo il fruscio dei miei passi sulla neve ed il soffio del mio respiro.
All'improvviso il vento.
Un vento termico di valle inizia a soffiare sollevando, appena sopra la superficie, i fiocchi di neve non trasformata e rendendola vaporosa ed impalpabile come i sogni delle prime ore della notte.

Mi fermo per coprirmi  e proteggermi dalla sensazione di freddo prodotta dalla perdita di calore corporeo dovuta al vento (Wind Chill) e quando riparto mi accorgo che il vento ha coperto tutte le tracce rendendo il paesaggio ancora più irreale e fantastico.



 E, mentre mille pensieri tengono compagnia ai miei passi, il silenzio attorno a me è ora ancora più pregnante, più immanente e si esalta in modo naturale nella dimensione di questa totale solitudine.

E in questo momento mi tornano alla mente le parole di Mario Rigoni Stern che, raccontando l'inverno, scriveva " ........anche il tempo diventa irreale e ti sembra di vivere in un mondo metafisico come dentro un sogno: non ha più peso il tuo corpo anche se il tuo passo è fatica e cammini vagando da pensiero a pensiero"

Il domani si é fermato sulla soglia dei ricordi


Il domani si é fermato sulla soglia dei ricordi 
coi nostri occhi puntati al cielo, 
piovono fiocchi di neve leggeri.  

Finalmente respiro gioia.


giovedì 15 dicembre 2011

ancora qualche ricordo sul Presepe

L'inverno piombava all’improvviso con il suo carico di nuvole grigie, di freddo e di neve. Il sole, come ora, sembrava sparire per giorni, e il vento anche dentro casa faceva rabbrividire. Sembrava un ululato, come quello dei lupi che vedevo nei film d’avventura al Patronato.

In casa faceva freddo e, al momento di studiare, si stava in cucina per sfruttare il calore dell'unica stufa a legna. Ci si aiutava, per stare meglio, con una coperta messa sulle ginocchia, ma ugualmente i piedi erano e restavano sempre freddi anche con i calzettoni grossi in lana che la mamma aveva lavorato " ai ferri".

L’unica lampada, sopra il tavolo, lanciava i suoi raggi di luce, riflessi verso il basso, e permetteva di illuminare a malapena il quaderno dove immancabilmente ero costretto a scrivere le solite due o tre facciate sul "tema" del giorno.
Erano solamente due mezze facciate perchè il foglio andava piegato a metà per permettere alla maestra le correzzioni in matita rossa e blu, ma per me erano ancora troppe e riuscivo a completarle con estrema fatica.
Così che il giudizio, alla fine, era sempre: "Buono ma troppo sintetico".

La sera, dopo la cena, ci si scaldava attorno al fuoco, per una mezz'oretta o poco più, prima di andare a letto, dove ci aspettava il calore prodotto dalle braci della foghera posta sulla monega sotto le coperte.
Ricordo ancora la piacevole sensazione di potersi mettere a letto tra le coperte rese calde dalla "foghera", quando fuori imperversava la pioggia o la neve: ciò mi donava un forte senso di protezione e, anche se la camera era completamente fredda ed il respiro trasformandosi in nuvoletta si ghiacciava sui vetri della finestra, il sonno arrivava subito e mi rapiva nei sogni dei racconti che il nonno o il papà mi raccontava dopo la cena.

Ma con l’inverno, il freddo e il vento, si avvicinava anche il Natale.
Era il tempo dell'attesa e non solo per la nascita di Gesù, ma anche per i piccoli regali che trovavamo ai piedi del Presepe.
Forse anche per questo tenevamo molto ad averlo e, soprattutto, a costruirlo.
Si cominciava già dai primi giorni di dicembre recuperando dalla soffitta la scatola di cartone in cui era conservato tutto il necessario. Un veloce inventario di ciò che c’era e, nel frattempo, si sceglieva l’angolo in cui si sarebbe montata la struttura.

La mia casa non aveva molte stanze, e così il presepe trovava sempre posto in un angolo della cucina o del corridoio appresso.
Sulle pareti si incollava un grande foglio blu con dipinte le stelline, poi con legna e vecchi giornali si abbozzavano le montagne e la grotta, la carta stagnola serviva per i torrenti, mentre un piccolo pezzo di vetro con i bordi coperti dal muschio era il laghetto con le immancabili oche ed anatre. Poi, alla fine, si ricopriva tutto col muschio. Con la sabbia si tracciava le stradine e con la farina si imbiancava la punta delle montagne. Disposte le statuine il presepe era completo.

Così l’ambiente prendeva forma ed anche se il presepe era molto piccolo, ogni anno il papà o la mamma riuscivano a comprare qualcosa per arricchirlo: una casetta, una statuina....

Alla sera, si spegnevano le luci della stanza, e alla luce del fuoco della stufa e delle lucine nel presepe si stava tutti insieme vicini ad ammirarlo.

lunedì 12 dicembre 2011

Il Presepe

Tra qualche giorno sarà Natale.
Da anni ormai riesco con difficoltà a percepirne quell'atmosfera di mistero e di attesa che mi aveva accompagnato negli anni della mia infanzia.

Andando indietro nel tempo mi rivedo bambino impaziente che arrivassero le vacanze di Natale per poter andare in collina con papà a raccogliere il muschio per iniziare la costruzione del presepe.

E’ uno dei ricordi più eccitanti che ho della mia infanzia.

Allestivamo un presepe che di anno in anno mi sforzavo di pensare e progettare sempre più grande arricchendolo di personaggi e ambientazioni: il fiume di carta stagnola contornato di sassolini bianchi, il ponticello di legno che serviva per attraversarlo, il sentiero tracciato con la sabbia, il pozzo e la stalla che mio padre aveva realizzato con le sue mani, il laghetto nel quale stagnava acqua, il bosco di rametti di abeti sempre più fitto…
Ma quanta fatica, riuscire a fare stare in piedi le statuine su quel tappeto di muschio verde! Un' impresa non da poco!


I vari personaggi poi non erano statici ma interagivano tra di loro e io cercavo di inventare fantastiche storie: la ragazza che mungeva la capretta era innamorata del pastore, la bambina alla fontana era la figlia del pescatore, i re Magi partendo dalla cima della montagna più alta che, tra mille peripezie ed agguati da parte dei soldati romani, si andavano avvicinando giorno dopo giorno guidati dalla stella che brillava sulla grotta…

E a mezzanotte del 24 deponevo Gesù bambino nella mangiatoia.
L'altro giorno ho addobbato la casa, fatto l’albero e allestito il presepe, un presepe che di anno in anno diventa sempre più motivo per mantenere viva una tradizione piena di ricordi e memorie, nella speranza di riuscire a percepire nuovamente la magica atmosfera di quei giorni della vigilia di Natale di molti anni fa.

Se vado indietro negli anni, non ricordo un Natale triste.

Eppure ora, proprio durante i periodi di festa, che dovrebbero essere per definizione i più sereni, avverto con più prepotenza i problemi, le malinconie, i disagi, e i ricordi si fanno sempre più intensi con una stretta al cuore che spinge gli occhi a velarsi di un sottile rim-pianto.

Sarà che siamo sempre insoddisfatti e non riusciamo a godere di quello che abbiamo…
Sarà che forse stiamo perdendo anche il senso profondo di questo giorno speciale....
Sarà che forse il Natale di adesso... non è più le stesso senza quella persona, che con semplici gesti sapeva rendere quel giorno indimenticabile...