Te ne sei andato una sera scivolando dalla vita alla morte in silenzio,
nel cuore ancora il brusio delle nostre ultime parole, hai visto la vita sparire
lasciando a poco a poco un abbraccio di lumi sempre più sfocati.
Sono passati sette anni eppure mi accorgo che ci sono paesaggi interiori che si svelano lentamente tra i ricordi di una vita vissuta a margine della tua, mentre altri ritornano con la forza di un fuoco che si accende con fatica tra la legna ancora umida di pianto.
Momenti che ritornano a ricordarmi che non siamo mai soli ad attraversare l'inverno,
neppure quando non ci sono più pagine da strappare,
momenti duri e scomodi da ridipingere,
rapporti da chiudere definitivamente ed altri forse... da aprire.
Oggi mi sembra come se il tempo passato sia una distanza ricoperta da mille fotografie di cui io ne possiedo e ricordo solo una minima parte.
Qualcuna in cui i colori si sono prima affievoliti e poi persi negli occhi di un ragazzo che non sapeva ancora interpretare quel tuo tenero sentimento così bene espresso dal tuo capo leggermente reclinato verso di me e dalla mano sulla spalla quasi a proteggere l'oggetto del tuo amore.
Questa, tra le altre di noi due, mi sembra sin troppo bella per poter essere stata vera.
Eeppure eri lì, come sempre, accanto a me come lo sei ora.
E i tuoi silenzi capaci,
più di mille parole taciute,
di illuminare quel sentiero interiore che oggi,
ancora una volta,
mi riporta lentamente a te.
Lounge Music
domenica 12 febbraio 2012
venerdì 10 febbraio 2012
Paura della neve ?
C’era una volta la neve.
Era la gioia di noi bambini, incantati da quei fiocchi lievi.
Era la garanzia per i contadini che l’annata sarebbe stata buona: «Sotto la neve pane», si diceva pensando al grano.
E poi faceva bene un po’ a tutti perché risvegliava vecchi ricordi e metteva un pizzico di poesia nella vita di ogni giorno.
Oggi, al contrario, viviamo l'arrivo della neve con ansia e paura. Così ogni situazione nuova che deragli dai binari della ripetitività e della corsa quotidiana diventa fonte di angoscia.
Succede per il caldo, come se fosse ogni anno una novità e succede per la neve. Per carità, il gelo e le nevicate che si stanno abbattendo in questi giorni sull’Italia non sono cose da nulla. Ma questo nel nostro passato è accaduto altre volte, anche in anni lontani, come ci ricordano i meteorologi.
La differenza è che oggi le nevicate, come tutto il resto, sono vissute con paura. La nostra abitudine alla sicurezza è diventata così radicata che qualunque imprevisto provoca terrore e angoscia. La colpa è sicuramente dei media che instillano in ciascuno di noi, o almeno provano a farlo, il terrore della natura, e delle sue manifestazioni. Siamo sempre più affondati in una vita artificiale, viziati, iperprotetti, fragili, lamentosi. Nell'era dei suv ci siamo scoperti nudi di fronte alla natura, indifesi e persi. La verità è che ogni volta che un evento ci riporta con i piedi per terra mettendo a nudo le nostre fragilità, andiamo in crisi.
In questo momento e per qualche giorno ancora il ruolo di signora della paura sarà impersonato dalla neve, come fino a qualche giorno fa era lo spread e come forse tra un po’ lo diventerà il pensiero che il gas non basti più a riscaldare le nostre comode case. Nel frattempo ci siamo giocati uno degli ultimi spicchi di poesia rimasti nella nostra vita fatta di calcoli, di continui affanni e di corse contro un tempo sempre più veloce di noi.
All'improvviso mi è tornato alla mente un fatto di molti anni fa quando mentre stavo alla finestra a guardare la neve che dal mattino stava scendendo copiosa a ricoprire ogni cosa, mi si avvicinò il nonno e, poggiando una mano sulla mia spalla disse: "La neve arriva quando la terra ne ha bisogno; le serve per coprirsi dal duro inverno e poter dormire tranquilla. Così in primavera potrà risvegliarsi più forte e sorridente di prima."
Quella notte sognai di addormentarmi anch'io in un abbraccio e di risvegliarmi con un sorriso.
* i dipinti sono tutti di Monet:
1)Veduta di Argenteuil con la neve
2) Strada sotto la neve
3) La gazza
4) Covoni con effetto neve
Era la gioia di noi bambini, incantati da quei fiocchi lievi.
Era la garanzia per i contadini che l’annata sarebbe stata buona: «Sotto la neve pane», si diceva pensando al grano.
E poi faceva bene un po’ a tutti perché risvegliava vecchi ricordi e metteva un pizzico di poesia nella vita di ogni giorno.
Oggi, al contrario, viviamo l'arrivo della neve con ansia e paura. Così ogni situazione nuova che deragli dai binari della ripetitività e della corsa quotidiana diventa fonte di angoscia.
Succede per il caldo, come se fosse ogni anno una novità e succede per la neve. Per carità, il gelo e le nevicate che si stanno abbattendo in questi giorni sull’Italia non sono cose da nulla. Ma questo nel nostro passato è accaduto altre volte, anche in anni lontani, come ci ricordano i meteorologi.
La differenza è che oggi le nevicate, come tutto il resto, sono vissute con paura. La nostra abitudine alla sicurezza è diventata così radicata che qualunque imprevisto provoca terrore e angoscia. La colpa è sicuramente dei media che instillano in ciascuno di noi, o almeno provano a farlo, il terrore della natura, e delle sue manifestazioni. Siamo sempre più affondati in una vita artificiale, viziati, iperprotetti, fragili, lamentosi. Nell'era dei suv ci siamo scoperti nudi di fronte alla natura, indifesi e persi. La verità è che ogni volta che un evento ci riporta con i piedi per terra mettendo a nudo le nostre fragilità, andiamo in crisi.
In questo momento e per qualche giorno ancora il ruolo di signora della paura sarà impersonato dalla neve, come fino a qualche giorno fa era lo spread e come forse tra un po’ lo diventerà il pensiero che il gas non basti più a riscaldare le nostre comode case. Nel frattempo ci siamo giocati uno degli ultimi spicchi di poesia rimasti nella nostra vita fatta di calcoli, di continui affanni e di corse contro un tempo sempre più veloce di noi.
All'improvviso mi è tornato alla mente un fatto di molti anni fa quando mentre stavo alla finestra a guardare la neve che dal mattino stava scendendo copiosa a ricoprire ogni cosa, mi si avvicinò il nonno e, poggiando una mano sulla mia spalla disse: "La neve arriva quando la terra ne ha bisogno; le serve per coprirsi dal duro inverno e poter dormire tranquilla. Così in primavera potrà risvegliarsi più forte e sorridente di prima."Quella notte sognai di addormentarmi anch'io in un abbraccio e di risvegliarmi con un sorriso.
* i dipinti sono tutti di Monet:
1)Veduta di Argenteuil con la neve
2) Strada sotto la neve
3) La gazza
4) Covoni con effetto neve
domenica 5 febbraio 2012
Neve e silenzio
La neve scende e copre ogni cosa…
il prato, il pascolo, la malga,
il bosco, via via il sentiero.
Termina il rumore, il brusio; solo il suono del silenzio e del vento che lambisce gli affioramenti e rende ovattato anche quello della neve.
Ed è in questo silenzio che avverto, forse più forte che mai, la suggestione d’un dialogo appena iniziato, il senso di tanti desideri scritti in poche parole.
Ora la neve caduta sta coprendo ogni possibile traccia e sentiero del tempo passato, avvolgendo ogni riferimento e segno, e rendendo così la valle e le montagne silenziose e malinconicamente dolci,
proprio come il mio cuore.
giovedì 26 gennaio 2012
Strada armentaria romana "Saliso"
Poca neve e insolita mitezza accomunano, per ora, gran parte delle regioni del Nord Italia in questa strana. Sembra quasi che l'inverno non sia mai arrivato, ma che, a parte le temperature basse della scorsa settimana, questi mesi siano la continuazione dell'autunno secco e arido appena passato.
E allora, dal momento che non riesco a programmare delle nuove ciaspolate, decido di ripiegare per una uscita sulle colline ai piedi dell'Altopiano di Asiago alla scoperta di inusuali ed insoliti sentieri.
Non senza qualche difficoltà riesco a parcheggiare l'auto tra il Municipio e la Chiesa di Crosara, frazione di Marostica posta sulle colline a 422 mt slm.
Subito la strada sale ripida fino ad una curva dove è ben evidente il cippo in marmo con lapide di dedica che indica l'inizio dell'antica strada armentaria romana chiamata in seguito " el saliso" in quanto la strada si presenta ancora oggi per tutta la sua lunghezza completamente selciata.
Fino a cinquant'anni fa era una strada molto percorsa dai carri e dagli abitanti di Conco che dovevano scendere a Marostica. Ma la sua costruzione si fa risalire probabilmente al I° secolo dopo Cristo. Studi recenti infatti ci indicano trattarsi di una strada armentaria romana e come tutte le strade armentarie costruite dai romani serviva per portare gli armenti dalla pianura ai pascoli dell'Altopiano, ma anche a fare transitare le merci dell'attività armentaria estiva (il formaggio, la ricotta, ma soprattutto la carosa...)verso la città di Padova (Patavium).
Infatti Padova, pur essendo già dal 49 a.C. un municipium romano, è solamente durante l'epoca imperiale che divenne uno dei centri più ricchi e importanti grazie alla lavorazione delle lane provenienti dai pascoli dell'altopiano di Asiago.
Di questa antica strada rimangono ancor oggi alcuni tratti percorribili e uno di questi è quello che porta dalla frazione di Crosara a quella di Gomarolo.
Sarà la luce fievole del sole in questo tardo pomeriggio d'inverno, sarà la consapevolezza di camminare sul selciato di questa antica strada, certo è che le sensazioni e i pensieri che in modo concitante scaturiscono dalla mia mente mi costringono a rallentare il passo.
La pendenza è costante per tutto il primo tratto che sfocia tra le case di contrada Cassoni a quota 520 mt. Un gruppo di case dove il tempo sembra essersi fermato e che risveglia in me ricordi ormai sopiti. Si ode solamente il gracchiare di una vecchia radio che sta trasmettendo alcune notizie, null'altro. Manca il vociare continuo dei bambini, e ci sono solo pochi vecchi costretti dentro casa dalla pausa obbligata dei lavori dei campi.
Ora la strada spiana leggermente ed entra in un bosco aperto di faggi e carpini che costeggiando ad ovest monte Alto va ad incrociare la strada asfaltata che porta a Gomarolo.
A questo punto decido di evitare la strada e di svoltare a destra per salire lungo una strada forestale che con discreta pendenza mi porta alla frazione più alta: contrada Boffi con case e fienili completamente ristrutturate.
La vista che si ha sulla pianura veneta è a dir poco stupefacente anche se siamo solamente ad un'altezza di 724 mt. Da qui seguendo un tratturo scendo lungo un bel bosco di castagno e roverella fino a ritrovare la strada asfaltata proveniente da Cassoni.
Quando giungo nuovamente in contrada il sole sta oramai scomparendo dietro le cime delle piccole dolomiti.
quota partenza: 422 mt
quota arrivo: 725 mt
distanza percorsa: 8 km
tempo in movimento: 1 h e 40'
energia spesa: 720 Kcal
E allora, dal momento che non riesco a programmare delle nuove ciaspolate, decido di ripiegare per una uscita sulle colline ai piedi dell'Altopiano di Asiago alla scoperta di inusuali ed insoliti sentieri.
Non senza qualche difficoltà riesco a parcheggiare l'auto tra il Municipio e la Chiesa di Crosara, frazione di Marostica posta sulle colline a 422 mt slm.
Subito la strada sale ripida fino ad una curva dove è ben evidente il cippo in marmo con lapide di dedica che indica l'inizio dell'antica strada armentaria romana chiamata in seguito " el saliso" in quanto la strada si presenta ancora oggi per tutta la sua lunghezza completamente selciata.
Fino a cinquant'anni fa era una strada molto percorsa dai carri e dagli abitanti di Conco che dovevano scendere a Marostica. Ma la sua costruzione si fa risalire probabilmente al I° secolo dopo Cristo. Studi recenti infatti ci indicano trattarsi di una strada armentaria romana e come tutte le strade armentarie costruite dai romani serviva per portare gli armenti dalla pianura ai pascoli dell'Altopiano, ma anche a fare transitare le merci dell'attività armentaria estiva (il formaggio, la ricotta, ma soprattutto la carosa...)verso la città di Padova (Patavium).
Infatti Padova, pur essendo già dal 49 a.C. un municipium romano, è solamente durante l'epoca imperiale che divenne uno dei centri più ricchi e importanti grazie alla lavorazione delle lane provenienti dai pascoli dell'altopiano di Asiago.
Di questa antica strada rimangono ancor oggi alcuni tratti percorribili e uno di questi è quello che porta dalla frazione di Crosara a quella di Gomarolo.
Sarà la luce fievole del sole in questo tardo pomeriggio d'inverno, sarà la consapevolezza di camminare sul selciato di questa antica strada, certo è che le sensazioni e i pensieri che in modo concitante scaturiscono dalla mia mente mi costringono a rallentare il passo.
La pendenza è costante per tutto il primo tratto che sfocia tra le case di contrada Cassoni a quota 520 mt. Un gruppo di case dove il tempo sembra essersi fermato e che risveglia in me ricordi ormai sopiti. Si ode solamente il gracchiare di una vecchia radio che sta trasmettendo alcune notizie, null'altro. Manca il vociare continuo dei bambini, e ci sono solo pochi vecchi costretti dentro casa dalla pausa obbligata dei lavori dei campi.
Ora la strada spiana leggermente ed entra in un bosco aperto di faggi e carpini che costeggiando ad ovest monte Alto va ad incrociare la strada asfaltata che porta a Gomarolo.
A questo punto decido di evitare la strada e di svoltare a destra per salire lungo una strada forestale che con discreta pendenza mi porta alla frazione più alta: contrada Boffi con case e fienili completamente ristrutturate.
La vista che si ha sulla pianura veneta è a dir poco stupefacente anche se siamo solamente ad un'altezza di 724 mt. Da qui seguendo un tratturo scendo lungo un bel bosco di castagno e roverella fino a ritrovare la strada asfaltata proveniente da Cassoni.
Quando giungo nuovamente in contrada il sole sta oramai scomparendo dietro le cime delle piccole dolomiti.
quota partenza: 422 mt
quota arrivo: 725 mt
distanza percorsa: 8 km
tempo in movimento: 1 h e 40'
energia spesa: 720 Kcal
martedì 24 gennaio 2012
Scorze di arancia candite
Nel fine settimana ero raffreddato e stanco, certamente non una situazione ottimale per un'uscita tra le cime oramai completamente senza neve.
La cosa migliore era restare a casa davanti al fuoco della stufa a legna con un buon libro da leggere e una tazza di tisana agli agrumi e spezie alternata con qualche bicchiere di spremuta di arance.
Dopo un pò il profumo di arancia si era diffuso per casa, e con esso i ricordi del Natale di quando ero piccolo e anche di tombola. Certo perchè le sere che precedevano e seguivano il Natale erano contrassegnate dal gioco della tombola o da interminabili partite a carte (scopa).
Ricordo come un flash il cesto di frutta secca sul tavolo della cucina insieme alle arance e ai mandarini, e il panettone che mio padre apriva pieno di canditi colorati, mentre io, e mio cugino stavamo davanti alla stufa appoggiando le scorze degli agrumi sopra alla piastra calda per "fare profumo".
Questa atmosfera piena di profumi e di ricordi mi ha indotto a tentare di provare una ricetta di mio fratello: le scorze di arancia candite.
Ho tagliato a pezzetti e a striscioline le bucce spesse delle arance non trattate che avevo precedentemente spremuto, e le ho pesate.
Ho messo a parte la stessa quantità di zucchero del peso delle scorze, dopodiché le ho messe in una pentola ricoprendole completamente di acqua fredda. Portate a bollore le ho fatte bollire per 3 minuti ed ho spento il fuoco.
Dopo averle lasciate raffreddare, le ho scolate e buttato l‘acqua della bollitura.
Ho riempito la pentola nuovamente con acqua fredda ed ho ripetuto l’operazione per altre 2 volte, al fine di togliere l’amaro delle bucce.
Finita la terza bollitura, ho scolato l’acqua e una volta buttata ho lasciato asciugare per bene le scorze.
Ho messo 1/3 dello zucchero pesato in una padella antiaderente assieme ad un mezzo bicchere di acqua calda. Ho lasciato sciogliere lo zucchero e poi ho aggiunto e le ho fatte sobollire piano piano per un paio d'ore a fuoco basso (in quanto lo zucchero non deve mai scurirsi e caramellare ma solamnte addensarsi).
Una volta che lo sciroppo di zucchero è stato tutto assorbito dalle bucce, ho spento il fuoco e lasciato riposare il tutto per altre due ore. Poi ho aggiunto un altro terzo dello zucchero pesato assieme a mezzo bicchiere di acqua calda e ho ripreso la cottura, sempre a fuoco basso fino a quando lo zucchero è stato nuovamente assorbito tutto.
Terminata la cottura, ho messo le bucce ad asciugare in un foglio di carta da forno per quattro giorni, finchè non erano completamente asciutte.
Alla fine ne è uscito un dessert:
mousse di ribes e mirtilli rossi
con scorzette di arance candite e
bicchierino di grappa al pino mugo e miele
La cosa migliore era restare a casa davanti al fuoco della stufa a legna con un buon libro da leggere e una tazza di tisana agli agrumi e spezie alternata con qualche bicchiere di spremuta di arance.
Dopo un pò il profumo di arancia si era diffuso per casa, e con esso i ricordi del Natale di quando ero piccolo e anche di tombola. Certo perchè le sere che precedevano e seguivano il Natale erano contrassegnate dal gioco della tombola o da interminabili partite a carte (scopa).
Ricordo come un flash il cesto di frutta secca sul tavolo della cucina insieme alle arance e ai mandarini, e il panettone che mio padre apriva pieno di canditi colorati, mentre io, e mio cugino stavamo davanti alla stufa appoggiando le scorze degli agrumi sopra alla piastra calda per "fare profumo".
Questa atmosfera piena di profumi e di ricordi mi ha indotto a tentare di provare una ricetta di mio fratello: le scorze di arancia candite.
Ho tagliato a pezzetti e a striscioline le bucce spesse delle arance non trattate che avevo precedentemente spremuto, e le ho pesate.
Ho messo a parte la stessa quantità di zucchero del peso delle scorze, dopodiché le ho messe in una pentola ricoprendole completamente di acqua fredda. Portate a bollore le ho fatte bollire per 3 minuti ed ho spento il fuoco.
Dopo averle lasciate raffreddare, le ho scolate e buttato l‘acqua della bollitura.
Ho riempito la pentola nuovamente con acqua fredda ed ho ripetuto l’operazione per altre 2 volte, al fine di togliere l’amaro delle bucce.
Finita la terza bollitura, ho scolato l’acqua e una volta buttata ho lasciato asciugare per bene le scorze.
Ho messo 1/3 dello zucchero pesato in una padella antiaderente assieme ad un mezzo bicchere di acqua calda. Ho lasciato sciogliere lo zucchero e poi ho aggiunto e le ho fatte sobollire piano piano per un paio d'ore a fuoco basso (in quanto lo zucchero non deve mai scurirsi e caramellare ma solamnte addensarsi).
Una volta che lo sciroppo di zucchero è stato tutto assorbito dalle bucce, ho spento il fuoco e lasciato riposare il tutto per altre due ore. Poi ho aggiunto un altro terzo dello zucchero pesato assieme a mezzo bicchiere di acqua calda e ho ripreso la cottura, sempre a fuoco basso fino a quando lo zucchero è stato nuovamente assorbito tutto.
Terminata la cottura, ho messo le bucce ad asciugare in un foglio di carta da forno per quattro giorni, finchè non erano completamente asciutte.
Alla fine ne è uscito un dessert:
mousse di ribes e mirtilli rossi
con scorzette di arance candite e
bicchierino di grappa al pino mugo e miele
venerdì 20 gennaio 2012
Scalare se stessi
“Da quassù il mondo degli uomini altro non sembra che follia, grigiore racchiuso dentro se stesso.
E pensare che lo si reputa vivo soltanto perché è caotico e rumoroso.”
"L'uomo vive in città mangia senza fame beve senza sete si stanca senza fare fatica.
Rincorre il proprio tempo senza raggiungerlo mai, è un essere imprigionato, una prigione senza confini da cui è quasi impossibile fuggire
Alcuni esseri umani hanno bisogno di riprendere la proprie vite.
Non tutti ci provano e pochi ci riescono
Una delle vie maestre è quella che conduce alle montagna
C'è tanta bellezza, fatica, solitudine e silenzio in questo mondo arrampicato
Tutti valori poco alla moda ma che aiutano a vivere e a conoscere se stessi"
E pensare che lo si reputa vivo soltanto perché è caotico e rumoroso.”
Walter Bonatti
"L'uomo vive in città mangia senza fame beve senza sete si stanca senza fare fatica.
Rincorre il proprio tempo senza raggiungerlo mai, è un essere imprigionato, una prigione senza confini da cui è quasi impossibile fuggire
Alcuni esseri umani hanno bisogno di riprendere la proprie vite.
Non tutti ci provano e pochi ci riescono
Una delle vie maestre è quella che conduce alle montagna
C'è tanta bellezza, fatica, solitudine e silenzio in questo mondo arrampicato
Tutti valori poco alla moda ma che aiutano a vivere e a conoscere se stessi"
Walter Bonatti - Scalare se stessi
venerdì 6 gennaio 2012
Prima neve in Altopiano
Negli ultimi giorni dell'anno appena passato il calo termico è puntualmente avvenuto, a seguito dell'ingresso delle correnti più fredde. L'instabilità generata dall'aria più fredda ha provocato le prime nevicate stagionali a quote finalmente più interessanti. Così nei boschi dell'Altopiano, in cui l'unica nevicata sino ad allora era stata quella degli aghi di larice, d'improvviso una coltre nevosa anche se non significativa come quella dello scorso inverno cancellava ogni traccia d'autunno.
La neve non è stata molta, saranno 15-30 cm, ma sufficente a coprire i prati, imbiancare gli alberi, e creare una vera atmosfera invernale.
La coltre bianca che ricopre qualsiasi traccia delle passate stagioni, gli alberi incrostati di neve e ghiaccio come se sigillassero il bosco,........ e con la neve arriva anche il silenzio.
La neve in montagna ha il dono di ricreare un silenzio quasi assoluto, totale.
Un silenzio che aiuta a rigenerarsi, a ritrovarsi, a uscire da una malattia o da un dolore. E quando si ha la fortuna di avere tutto questo in un angolo di paradiso incontaminato a due passi da casa perché non approfittarne ?
Così decido per una escursione insolita. Parto alle 3 del pomeriggio con l'obiettivo si salire in Altopiano ad osservare il tramonto del sole da un balcone privilegiato: il Monte Baldo lungo la dorsale delle malghe di Longara (o l'Ongara).
Dopo aver parcheggiato l'auto presso la Baita Sporting Club da dove partono gli impianti di risalita per le Melette, mi preparo e sono subito pronto per imboccare la strada forestale che, lungo la val Krauslava, mi porta in breve alla croce di Ongara.
Volgo lo sguardo verso nord e mi accorgo che la collina dove sorge la Casara Ongara di dietro, poco prima della cima è stata raggiunta dai primi raggi colorati del sole al tramonto.
I colori caldi del tramonto riescono a raggiungere ed illuminare dalla parte opposta, a nord-est, anche il gruppo di cima d'Asta e le Pale di San Martino rivestendo le pareti di una fiocca luce calda che dona alla roccia il colore dell' enrosadira.
Sono completamente solo, nessun rumore, solo il fruscio dei miei passi sulla neve ed il soffio del mio respiro.
All'improvviso il vento.
Un vento termico di valle inizia a soffiare sollevando, appena sopra la superficie, i fiocchi di neve non trasformata e rendendola vaporosa ed impalpabile come i sogni delle prime ore della notte.
Mi fermo per coprirmi e proteggermi dalla sensazione di freddo prodotta dalla perdita di calore corporeo dovuta al vento (Wind Chill) e quando riparto mi accorgo che il vento ha coperto tutte le tracce rendendo il paesaggio ancora più irreale e fantastico.
E, mentre mille pensieri tengono compagnia ai miei passi, il silenzio attorno a me è ora ancora più pregnante, più immanente e si esalta in modo naturale nella dimensione di questa totale solitudine.
E in questo momento mi tornano alla mente le parole di Mario Rigoni Stern che, raccontando l'inverno, scriveva " ........anche il tempo diventa irreale e ti sembra di vivere in un mondo metafisico come dentro un sogno: non ha più peso il tuo corpo anche se il tuo passo è fatica e cammini vagando da pensiero a pensiero"
La neve non è stata molta, saranno 15-30 cm, ma sufficente a coprire i prati, imbiancare gli alberi, e creare una vera atmosfera invernale.
La coltre bianca che ricopre qualsiasi traccia delle passate stagioni, gli alberi incrostati di neve e ghiaccio come se sigillassero il bosco,........ e con la neve arriva anche il silenzio.
La neve in montagna ha il dono di ricreare un silenzio quasi assoluto, totale.
Un silenzio che aiuta a rigenerarsi, a ritrovarsi, a uscire da una malattia o da un dolore. E quando si ha la fortuna di avere tutto questo in un angolo di paradiso incontaminato a due passi da casa perché non approfittarne ?
Così decido per una escursione insolita. Parto alle 3 del pomeriggio con l'obiettivo si salire in Altopiano ad osservare il tramonto del sole da un balcone privilegiato: il Monte Baldo lungo la dorsale delle malghe di Longara (o l'Ongara).
Dopo aver parcheggiato l'auto presso la Baita Sporting Club da dove partono gli impianti di risalita per le Melette, mi preparo e sono subito pronto per imboccare la strada forestale che, lungo la val Krauslava, mi porta in breve alla croce di Ongara.
Volgo lo sguardo verso nord e mi accorgo che la collina dove sorge la Casara Ongara di dietro, poco prima della cima è stata raggiunta dai primi raggi colorati del sole al tramonto.
I colori caldi del tramonto riescono a raggiungere ed illuminare dalla parte opposta, a nord-est, anche il gruppo di cima d'Asta e le Pale di San Martino rivestendo le pareti di una fiocca luce calda che dona alla roccia il colore dell' enrosadira.
Sono completamente solo, nessun rumore, solo il fruscio dei miei passi sulla neve ed il soffio del mio respiro.
All'improvviso il vento.
Un vento termico di valle inizia a soffiare sollevando, appena sopra la superficie, i fiocchi di neve non trasformata e rendendola vaporosa ed impalpabile come i sogni delle prime ore della notte.
Mi fermo per coprirmi e proteggermi dalla sensazione di freddo prodotta dalla perdita di calore corporeo dovuta al vento (Wind Chill) e quando riparto mi accorgo che il vento ha coperto tutte le tracce rendendo il paesaggio ancora più irreale e fantastico.
E, mentre mille pensieri tengono compagnia ai miei passi, il silenzio attorno a me è ora ancora più pregnante, più immanente e si esalta in modo naturale nella dimensione di questa totale solitudine.
E in questo momento mi tornano alla mente le parole di Mario Rigoni Stern che, raccontando l'inverno, scriveva " ........anche il tempo diventa irreale e ti sembra di vivere in un mondo metafisico come dentro un sogno: non ha più peso il tuo corpo anche se il tuo passo è fatica e cammini vagando da pensiero a pensiero"
Il domani si é fermato sulla soglia dei ricordi
Il domani si é fermato sulla soglia dei ricordi
coi nostri occhi puntati al cielo,
piovono fiocchi di neve leggeri.
Finalmente respiro gioia.
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