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domenica 23 giugno 2013

Lagorai: Suerta - Cime di Saleri

L'idea era quella di fare un'escursione in una delle zone, secondo me, più paradisiache del Lagorai, e cioè le vaste estensioni sopra Malga Sette Selle con un meteo che si annunciava però, dopo tanti giorni di bel tempo, molto variabile con pioggie nel tardo pomeriggio. Con l’occasione volevo anche esplorare alcune zone che non avevo mai battuto, con la salita alla Cima Mendana (2148 m.).

Da Torcegno in Valsugana raggiungiamo Campestrini dove prendiamo la strada asfaltata che costeggia inizialmente boschi di castagni secolari per poi salire tra vecchi casolari e nuove ristrutturazioni in località Suerta a 1420 m. 
Dopo le ultime abitazioni lasciamo l'auto presso un piccolo spazio usato come parcheggio nei pressi della tabella CAI.


Sono le 9.00 ma per fortuna c'è ancora un po' di spazio per poter parcheggiare.
Calziamo gli scarponi, carichiamo lo zaino e ci incamminiamo seguendo la strada sterrata contrassegnata dal segnavia cai 312, tra i prati in fiore in cui predominano i colori del  bianco e del giallo.

Poco dopo incrociamo un'altra tabella senza numerazione e che indica il sentiero per malga Mendana che useremo per il ritorno. Nel frattempo la strada è finita ed ora il sentiero, dopo aver guadato un piccolo ma insidioso rio, si inerpica in modo assai ripido su per delle belle balze per circa 350 m di dislivello, passando a nord dell’impressionante e roccioso Monte Carli, con le sue pareti a strapiombo sulle impetuose cascate nel rivo sottoostante.

Dopo un'ora dalla partenza arriviamo nel magnifico e aperto vallone che prelude ai pianori prativi prima della Malga Sette Selle.
Costeggiamo il rio anziché il sentiero, che scorre infossato in una piccola gola punteggiata di rododendri in fiore,  così da poterci gustare dei bellissimi scorci con varie cascate.

Nei pressi dei ruderi di una vecchia malga, alcune marmotte curiose mettono fuori la testa dalle tane. La fioritura dei rododendri, quest'anno decisamente in ritardo, colora di rosso i pendii, mentre sono tantissime le orchidee rosa e gialle, che si possono osservare lungo il sentiero tra l'erba dei prati.

Dopo altri 40' camminando tra rivoli d'acqua e tane di marmotte raggiungiamo la Malga Sette Selle (m 1906), ubicata in una posizione unica ed invidiabile con un gran bel colpo d'occhio sulle cime Sassorotto e Sassorosso e verso la Valsugana e le cime a nord dell'Altopiano, ma rovinata dalla solita muraglia di macigni che ultimamente va molto di moda ma che sarebbe stata impossibile al tempo dei pastori senza ruspe.

Tra improperi inenarrabili e fischi di richiamo il malgaro sta tentando in tutti i modi di richiamare l'attenzione del figlio per fare spostare un branco di pezzate rosse in una zona diversa di pascolo. Anche il cielo sembra infastidito da tutto questo vociare che rompe un silenzio accompagnato solo dai brevi fischi delle mermotte e dallo scampanio delle mucche al pascolo.

Dopo una brevissima pausa proseguiamo brevemente per la strada sterrata/sentiero 312 con il Sasso Rotto e cima Sette Selle finalmente libere da cupi nubi basse che finora non ci avevano permesso la loro splendida visione. Ma questi pensieri positivi sono subito allontanati dalla visione di altra bruttura. Il “canale”, un rigagnolo d'acqua, del rio affluente del Mendana regimentato ciclopicamente!

Fatti pochi passi incontriamo un’orrida presa d’acqua in lamiera a vista con recinto di pali e reti in ferro. A questo punto abbandoniamo infastiditi il sentiero domandandoci del perché simili brutture in un luogo così bello?  Ma tantè, non siamo in Alto Adige, ma in Trentino e le stupidità silvo-forestali non sono ancora finite, oggi.

Ci dirigiamo, dunque, con percorso libero, verso quella che in quel momento, forse confuso dalle immagini precedenti, pensavo essere forcella Mendana, e che invece si rivelerà essere una innominata forcella tra le Cime di Saleri e Cima Mendana. Così attraversiamo la zona di Saleri, con magnifiche spianate erbose alternate a distese di macigni.  Ci sono dei tratti paludosi,  e poi prati alpini con delle fioriture incredibili di anemone alpina (Pulsatilla alpina ).

Camminiamo in completa solitudine, non ci sono sentieri, ma essendo una zona molto aperta, non abbiamo paura di smarrirci. Ed è forse per questa troppa sicurezza che alla fine della salita ci accorgiamo di non essere a forcella Mendana bensì in una anonima forcella a lato delle Cime di Salieri. Poco male, con un altro piccolo sforzo saliamo fino in vetta (2180 m.) Davanti a noi la vastissima Busa della Pesa con il Lago d'Ezze e poco più in basso l'imbuto della Val d'Ezze con l'omonima Malga (1956 m.) trasformata in agritur.

La struttura dotata di 30 posti letto, un locale cucina, un locale ricreativo, tre bagni, due docce,  può essere utilizzata richiedendo le chiavi al comune di Telve di Sopra. Purtroppo capita qualche volta di non ricevere risposta e così spesso finisce per non essere utilizzata. Per il ritorno abbiamo seguito un sentierino che con lungo traverso ci ha condotti fino ad incrociare il sentiero (che abbiamo sbagliato all'andata)  segnalato da un cartello dell'ippovia del Trentino Orientale che porta  alla forcella Mendana.

Da qui ci siamo calati nell'ampio vallone (nessuna traccia ma facile) fino ad intercettare la strada forestale che da Malga Sette Selle conduce a Malga Mendana  (1853 m.) (nella foto sullo sfondo, sopra la malga Mendana, il Monte Ciste).
A destra prima della malga intercettiamo in sentiero senza numerazione cai che scende lungo il versante orografico sinistro del Rio Mendana.

Il sentiero è tenuto sufficientemente bene anche se non esente in qualche tratto da franosità che lo rende un percorso da effettuare in discesa con la dovuta cautela ed attenzione fino ai prati delle prime case di Suerta  punteggiati di milioni di fiori gialli e bianchi (giglio bianco - Paradisea liliastrum ), di una bellezza quasi commovente. Mi fermo a fare un paio di foto, e mentre rivedo il vallone di salita le immagini mi riportano ad un passato remoto.

Mappa dell'escursione



quota partenza: 1.440 mt  Suerta
quota max: 2.180 mt cima di Saleri
dislivello complessivo: 813 m.
Tempo totale: 5 ore
distanza percorsa:7 km e 500 m

 




Colori e fiori dell'escursione:
anemone alpina - genziana
orchidea rosa - orchidea gialla

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sabato 8 giugno 2013

Itinerari nella Venezia minore: Cannaregio

Il meteo non è dei migliori, ma il desiderio di fare una capatina fino a Venezia è troppo forte.
E allora, parcheggiata l'auto nei pressi di Punta Sabbioni, mi avvio al pontile per imbarcarmi sulla linea di navigazione 14 che in meno di mezz'ora mi porta al Lido di Venezia. Dal nuovo Terminal ACTV Santa Maria Elisabetta del Lido si ha solo l'imbarazzo della scelta per raggiungere Venezia.

Ma non voglio ritrovarmi nel caos e nella confusione che regnano sovrani a Piazza San Marco o lungo gli imbarcaderi del Canal Grande. Per questo scelgo la nuova linea di navigazione 5.2 che, passando a nord della Darsena e navigando lungo il canale delle Fondamenta Nuove entra a Venezia per il canale di Cannaregio, dove scendo alla fermata del ponte dei Tre Archi.

Il Sestiere di Cannaregio è il sestiere più esteso della città dopo Castello ed il più popolato. Cannaregio infatti occupa quasi per intero tutta la parte della città a nord del Canal Grande, estendendosi dalla stazione ferroviaria fino a Castello. Questo sestiere, molto amato dai Veneziani, mostra due volti.

Mentre a sud le zone confinanti con il Canal Grande  si concedono alla frenesia dei commerci e delle attività produttive finalizzate agli stranieri, camminando tra calli e campielli della parte a nord-est si apre davanti a noi un mondo dove il tempo sembra essersi fermato.

Campo Sant'Alvise e la chiesa della Madonna dell'Orto, le rive del canale collegate dal ponte dei Tre Archi, le fondamenta dei Mori,  il Ghetto, il più antico al mondo e riconoscibile per le sue abitazioni fino a nove piani. Qui, i canali si allargano e i fili su cui asciugano i panni sembrano tanti festoni colorati, mentre tra le calli e i canali si ode in sottofondo, come una melodia, il ritmo cantilenante del dialetto veneziano.

Cannaregio: il Ghetto della memoria

Una volta sceso alla fermata dei Tre Archi percorro verso est le Fondamenta Cannaregio fino all'osteria Gam Gam dove giro a sinistra verso il Ghetto Nuovo.
Forse pochi di noi sanno che la parola "Ghetto"  ha una derivazione tipicamente veneziana. Sembra derivi dal getàr (fondere), facendo riferimento alle fonderie presenti nella zona prima del decreto del 1516 che istituiva il Ghetto.

Le comunità ebraiche a Venezia furono numerose fin dal Medioevo, ma solo nel Cinquecento furono ammassate e rinchiuse in quest'isola, all'interno di Venezia, chiamata col nome della fonderia che vi operava. 
Ghetto, deriva infatti dal veneto "Gheto" (con la G dura) che stava proprio ad indicare la fonderia di rame di Cannaregio: questa l'origine banale di una parola che ebbe il destino di entrare nella Storia con un bagaglio enorme di intolleranza e di dolore.

I motivi che hanno indotto Venezia a isolare gli ebrei erano di tipo economico e sociale. Un isolamento che durò fino alla caduta della Repubblica nel 1797. Il ghetto ebraico raggiunse il picco di popolazione nel 1600 con 5000 abitanti; la presenza di tante persone in uno spazio delimitato costrinse la Serenissima a far frazionare le stanze delle case con tramezzi di legno e ad elevare gli edifici fino a raggiungere nove piani, dando origine alle case più alte di Venezia

Di certo è un luogo che ha un fascino particolare, oltre ad essere frequentato molto poco dai turisti, con il suo campo arioso, solare, alberato con i bambini che si divertono a giocarci incuranti delle memorie racchiuse sui bassorilievi che mostrano la deportazione, e con i nomi di chi partì senza fare più ritorno.

...distolgo lo sguardo dai segni e simboli della memoria e mi avvio per le Fondamenta della Misericordia, e non sembra proprio di essere a Venezia.

Seppure l'ora pomeridiana sia quella del pienone dei turisti, in questo angolo della città sono quasi da solo e solo qualche veneziano (la cui cadenza dialettale si fà sentire subito) seduto ai tavolini all'aperto della famosa osteria Al Timon  accompagnano il mio peregrinare.......

A pochi passi dal Ghetto in questa piccola osteria, anzi "bàcaro" per i veneziani, gestita da giovani veneziani si possono assaggiare degli ottimi cicheti e buoni vini da sorseggiare seduti sulla fondamenta d’estate, oppure sulle tavole del bagarozzo ormeggiato difronte.
Datevi tempo, osservate il via vai e gustatevi qualche cicheto.  Sarà il miglior "tempo perso" che abbiate mai scelto di vivere nelle vostre escursioni a Venezia. 

Cannaregio: dal Ghetto alla Madonna dell'Orto

Durante la sosta "Al Timon" il tempo si è nuovamente rimesso al bello così decido di proseguire nel mio itinerario costeggiando il Rio della Misericordia per un lungo tratto. Sono completamente solo e nuovamente il silenzio riempie ogni angolo di questa Venezia minore. Una volta oltrepassato il ponte dei Servi giro a sinistra per la Calle Larga e una volta superato il ponte sul Rio della Sensa mi ritrovo al Campo dei Mori.


Alle mie spalle Cà Mastelli, la casa-emblema della borghesia mercantile di Venezia.
La bifora angolare inglobante un'ara romana con uno strano bassorilievo  (un dromedario carico di spezie e tirato a fatica da un cammelliere)  preannuncia i tre mercanti della mauritania che si erano stabiliti in questo quartiere con le loro figure marmoree a grandezza naturale.

Accanto a loro un quarto uomo che alcuni vorrebbero come il quarto mercante, mentre molti indicano come il loro fido servitore, cioè il conduttore del famoso cammello, Sior Antonio Rioba, con il naso in ferro posticcio.
Certamente quello che sappiamo è che il Sior Antonio divise con il Gobbo di Rialto (altro famoso personaggio della storia veneziana) il ruolo di sfogo satirico della città.
Una specie di Pasquino veneziano

Sono al Campo dei Mori così chiamato per via della presenza di queste statue trecentesche in pietra d'Istria inserite nei muri delle case che circondano il Campo. Le statue rappresentano i fratelli Mastelli, (Rioba, Sandi e Alfani) venuti dalla Grecia per commerciare in spezie, i quali abitavano nel vicino palazzo affacciato sul rio della Madonna dell'Orto. Per l'esattezza questi mercanti venivano dalla Morea (toponimo veneziano per indicare il Peloponneso) e per questo venivano chiamati Mori, per via quindi della loro provenienza e non per il colore della pelle.

E' importante ricordare che Venezia cercò sempre di inserire le comunità straniere nella vita produttiva cittadina, lasciando loro libertà d'iniziativa e possibilità di lavoro con conseguente uguaglianza amministrativa e giuridica con la popolazione locale. Per questo molti mercanti e artigiani del vicino oriente trovavano utile e conveniente stabilire a Venezia, oltre al proprio domicilio, anche la sede della loro azienda o almeno il laboratorio di produzione. 

Le abitazioni, le costruzioni per le attività produttive e per il culto usate dalle diverse colonie straniere, risultavano sparse in varie zone della città e inserite nel tessuto urbano senza confini precisi (a parte alcune rare eccezioni come abbiamo già potuto notare nella visita al Ghetto Nuovo).

E' interessante notare come tutte queste statue un tempo fossero dipinte. Infatti la città, nel suo momento di maggior splendore, era un trionfo di colori, affreschi, arazzi, insomma una città viva in tutti i sensi e non solo commercialmente.
Quindi non poteva che trovarsi quì vicino al Campo dei Mori la casa e la bottega di uno dei più noti pittori veneziani. Un pittore con notevole forza espressiva e compositiva e che evidenziava in magistrali giochi di luce e colori il fascino delle sue tele. Jacopo Robusti, sicuramente più noto come il Tintoretto.

In pochi passi ci portiamo alla Chiesa della Madonna dell'Orto.
Il nome con il quale la chiesa entrò a far parte della storia di Venezia, e con il quale è nota in tutto il mondo, fu quello che le venne dato dalla popolazione dopo che vi fu collocata una statua della Vergine, che era ritenuta miracolosa.
La statua venne scolpita da Giovanni De Santi, su committenza del parroco di S.Maria Formosa, il quale, non trovandola di suo gradimento, la rifiutò quando era ancora in corso di realizzazione.
Una volta terminata lo scultore De Santi sistemò allora, provvisoriamente, nell'orto della propria casa la statua di pietra tenera.
Da quì il nome della statua e della Chiesa dove ancora oggi è custodita.

Di lì a poco la moglie dello scultore si accorse che la statua emanava strani bagliori durante la notte: la notizia si diffuse presto in tutta la città e il luogo divenne meta di pellegrinaggi.
In seguito al verificarsi di alcuni miracoli e al conseguente aumento della venerazione popolare, il vescovo indusse lo scultore a trasferire la statua nella chiesa di San Cristoforo. 

A sinistra, dopo pochi passi dal sagrato della Chiesa, prendiamo per Calle Piave ed in breve mi ritrovo alla fermata actv della linea di navigazione che mi riporta al Lido.
La giornata ormai volge al termine e con la luce fievole del tramonto lascio la mia città con la consapevolezza che mi viene da una citazione di un romanziere veneziano (uno dei più noti personaggi del fumetto italiano ed internazionale):


"....lasciamo la scienza a coloro che pensano
che ogni cosa possa essere rappresentata
con una equazione o una determinazione.....
noi sappiamo invece che la vita ... è ben altro
"


H. Pratt   



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sabato 25 maggio 2013

Valbrenta: a Enego per l'antico sentiero della Piovega

Il sentiero della "Piovega" è  una ampia mulattiera selciata probabilmente del XIV° o XV° secolo secolo come buona parte dei sentieri storici del Canal di Brenta), e tutt'ora ben tenuta, simile alla più nota Calà del Sasso a Valstagna e al sentiero della Val Goccia a Cismon o ancora della Sannazzara che dalle Aste Rosse scende a San Nazario. Ma la storia di questo tracciato è ben più antica.

Sicuramente era una delle principali vie di comunicazione verso l'altopiano già in epoca romana, probabilmente il sedimento principale apparteneva ad una strada armentaria romana, e come tutte le strade armentarie costruite dai romani serviva per portare gli armenti dalla pianura ai pascoli dell'Altopiano, ma anche a fare transitare le merci dell'attività armentaria estiva (il formaggio, la ricotta, ma soprattutto la carosa...) verso la città di Padova (Patavium).

Quello che stupisce è immaginare che possano esservi sentieri che affrontano le colossali pareti verticali a tratti strapiombanti, alte anche 500/600 metri caratteristiche del tratto nord della Valbrenta nei pressi della gola di Cismon. Come sorprende che un luogo così apparentemente inacessibile (si pensi ai secoli scorsi quando non esistevano le attuali strade asfaltate), quale la montagna di Enego, in realtà sia facilmente raggiungibile in un paio d'ore di cammino dalla conca di Cismon.

 Il sentiero parte da Piovega di Sotto (m 200), poco a nord di Cismon, raggiungibile facilmente da settentrione uscendo a destra dalla SS47, in corrispondenza della Birreria del Cornale. Provenendo da sud, occorre abbandonare la SS47, allo svincolo per Costa e portarsi sulla strada destra Brenta per poi procedere verso nord fino al parcheggio nei pressi della birreria anzidetta.

Il sentiero da seguire è il n.791, che inizia appena a sud della birreria nei pressi di un capitello dai colori intensi dedicato alla Madonna del Pedancino. Dopo aver costeggiato una vecchia rete di protezione la mulattiera incomincia ad assumere la sua vera fisionomia di ampia e importante via di comunicazione fra l’Altopiano e il fondovalle assecondando mirabilmente l’aspra conformazione del terreno.

Tutto questo primo tratto del percorso è punteggiato da capitelli, testimonianza della fede popolare degli abitanti delle numerose frazioni di Enego.
Comunque siano le nostre convinzioni religiose, questi segni, specie se si cammina in silenziosa solitudine, ci donano grande conforto e la compagnia di uomini che hanno regalato tante ore di lavoro solidale per rendere transitabili questi luoghi, manifestando nel contempo la loro religiosità e le loro umili storie quotidiane.

 Ad un tornante sinistro troviamo un capitello seicentesco con una bella Madonna 'mora', noto come Capitello dei Meneghini, mentre poco più sopra, nella parte in piano, in corrispondenza del quinto capitello dedicato a Sant'Antonio alla quota di 500 mt, c’è un bivio. Prendiamo la mulattiera di sinistra in direzione del Col Bertaise contrassegnata  sempre con simboli bianco-rossi ma senza numerazione.

I numerosi tornanti, sorretti da robuste massicciate, consentono di superare le verticalità della pareti rocciose e di compiere così, con pendenza sempre moderata, il balzo conducendoci ai prativi appena al di sotto della frazione di Enego denominata Valdifrabbro, dove i profili del terreno diventano più morbidi.
La mulattiera con un lungo traverso in piano ci conduce al cimitero e al parco di Enego appena sopra al centro del paese.

In breve siamo alla piazza Municipale.
Vale la pena affacciarsi dalla terrazza panoramica accanto alla Torre Scaligera, l'unica rimasta del Castello Scaligero trecentesco, dove  possiamo osservare la profonda spaccatura del Canal di Brenta, oltre la quale la tondeggiante altura del Col del Gallo e sullo sfondo le Vette Feltrine con la piramidale mole del Pavione e a sinistra le ardite guglie delle Pale di San Martino.

Iniziamo la discesa proprio dall'incrocio principale di Enego ai piedi della grande scalinata della chiesa. Prendiamo la stradina-rampa cementata dove subito troviamo il rassicurante cartello Cai che ci indica la discesa per Fosse e Piovega di Sotto, sentiero n.791 ore 1:30 (che mediamente ci impegnerà in discesa per poco più di un'ora).
Il primo tratto ci fa transitare in mezzo ai caratteristici caseggiati di Fosse di Sopra per poi procedere rettilineo sul fondo della valletta per giungere a Fosse di Sotto. Attraversiamo la strada principale che sale a Enego e ancora sotto il ponte stradale, dove inizia la mulattiera della Piovega.
Poche decine di metri dopo ritroviamo il capitello di Sant'Antonio.

Qui si chiude anche il percorso circolare relativo alla parte alta dell’escursione e da questo punto il rientro al parcheggio avviene ripercorrendo in discesa la mulattiera dell’andata.
Quindi non ci resta che ripercorrere l'antico sentiero per ritornare alla Piovega di Sotto, per un eventuale ristoro al frequentatissimo (soprattutto da cicloturisti che percorrono la pista ciclabile) Birreria Cornale.


Partenza: Birreria Cornale
Arrivo: Enego
Dislivello comul. totale: 600 mt
Tempo impiegato: 3 h e 00'
Distanza con alt.: 9 km
Difficoltà: E
Carta: 1:25000 Canale del Brenta Sez. Vic. CAI 






venerdì 17 maggio 2013

Il perdono e la montagna ... sono schegge di divinità

Il perdono è una strada tutta in salita, come scalare una montagna alta e ripida.
Spesso il perdono ci sembra un atto troppo grande per le nostre forze, un'azione impossibile.
Come trovarci davanti ad una montagna che dobbiamo scalare per la prima volta.
Una montagna non semplice ne facile, bensì ripida e con molti passaggi esposti e forse al di sopra delle nostre possibilità.
Almeno così sembra a noi a prima vista.

La montagna diventa così l’ostacolo che dobbiamo superare per capire cosa ci potremmo perdere se non saliamo lassù fino alla vetta.
Ma forse per l'esposizione, forse perchè ci sembra di non averne le forze, le gambe ci tremano già dopo i primi metri di altitudine, ci sentimo in preda alla paura, all’ansia allo smarrimento a tal punto che ci rifiutiamo di preseguire.

Salire in vetta, come perdonare, è un atto difficile e molti non riescono a farlo.
Perché quando crediamo di essere vicini alla cima all'improvviso ci rendiamo conto che il dolore ci sta di nuovo bloccando e non riusciamo ne a salire ne a scendere.
E allora la rabbia ti assale di nuovo e con essa la paura e lo smarrimento



No…ho già sofferto troppo, perché devo trovare la forza per continuare?
Sentiamo di avere braccia e gambe doloranti e il respiro troppo debole rispetto alla fatica che stiamo facendo. Ma solo se non molliamo, se non ci giriamo indietro per guardare al passato e al tempo scuro che abbiamo lasciato, comprendiamo che la montagna e il perdono sono schegge di divinità.



E che soddisfazione quando si arriva in cima!

Quando siamo in vetta, come quando siamo riusciti a perdonare capiamo che quello è un tempo speciale.
Perdonare è respirare a pieni polmoni quell'aria tersa e quel panorama indimenticabile che ci riga finalmente il viso di una lacrima di gioia.


Solo allora, ammirando il panorama che si apre davanti a noi capiamo e ci rendiamo realmente conto di cosa avremmo perso se non avessimo perdonato.
Se riusciamo a portare con noi, quando scendiamo, anche una sola scheggia di quel sentimento e di quella conoscenza che abbiamo avvertito in vetta e applicarlo alla vita di ogni giorno, allora questa, anche e solamente da sola, è una ragione sufficiente per perdonare.


Ho pena delle stelle 
che brillano da tanto tempo


Non ci sarà dunque, per le cose che sono, 
non la morte, 
bensì un'altra specie di fine, 
o una grande ragione: 
qualcosa così, 
come un perdono?

sabato 4 maggio 2013

Gostner Schwaige una malga gourmet sull'Alpe di Siusi

Se siete sull'Alpe di Siusi magari per una escursione alla Bullaccia o solo per una piacevole passeggiatra tra i prati e le malghe del più famoso Altopiano d'Europa e dovete pranzare non potete non andare alla mitica Malga Gostner Schwaige.
A metà strada tra Compatsch e Saltria, a 1.930 metri di altezza, la malga è il piccolo ristorante di Franz Mulser, chef di talento che offre una cucina a base di erbe dell'Alpe di Siusi.

In un posto come questo ci si potrebbe aspettare una cucina semplice, fatta di prodotti genuini e ricette tradizionali. Ma Gostner Schwaige è molto più di una  malga. Qui le eccellenti materie prime stagionali del territorio vengono rielaborate con fantasia e creatività da Franz, sempre alla ricerca di erbe di campo, di fiori eduli, funghi e di tutto ciò che il territorio e il suo personale e prezioso orto gli offre e che lui propone in piatti di grande gusto ed eleganza.

L'insalata di fiori di Franz Mulser ci pare il modo più adatto per raccontare la cucina di questa piccola e graziosa malga sull'Alpe di Siusi. Una pagnotta di medie dimensioni scavata con precisione e riempita di crema fatta con il fieno e condita con qualche fiore.
Un piatto da 10 e lode.

Il menù cambia con le stagioni e con la fantasia di Franz. A luglio di qualche anno fa mi sono mangiato una stranissima insalata di fiori di montagna e del suo orto. Fiori di calendula, viole, fiori di lillà e sambuco erano il letto su cui era adagiata una deliziosa terrina di formaggio di capra e di pecora. Ma se adorate la carne, non abbiate paura perché nel menù, che cambia continuamente, potete sicuramente trovare dei piatti che possono soddisfare il vostro desiderio.

Cosciotto di agnello da latte in salsa di vino con verdure e patate alle erbe oppure ossobuco di maialino brasato nel vino rosso con polenta alle erbe e cavolo bianco.
Poi per completare il pranzo potete farvi servire i migliori Kaiserschmarren che vi possano capitare. Serviti nella loro padella di ferro, appena caramellati con un tocco di cannella, teneri e croccanti. Marmellata di mirtilli rossi e rose fatta in casa.

Oppure dei canederli dolci di ricotta con ripieno di albicocca su una crema alla vaniglia. Semplicemente una favola. Potreste avere la fortuna di vedere uscire dalla cucina un buffo giovane con il grembiule blu e un cappello di feltro verde a punta in testa. E' sicuramente Franz che spesso si diverte a girare per i tavoli all’esterno della malga a vedere i volti incuriositi e stupiti dei suoi clienti. Ma forse lo fa anche perchè la cucina è veramente piccola, piena di attrezzi e claustrofobica. Se lo vedete fatevi offrire una delle sue grappe e distillati perché lui non disdegna mai un brindisi insieme ai clienti.