giovedì 15 dicembre 2011

ancora qualche ricordo sul Presepe

L'inverno piombava all’improvviso con il suo carico di nuvole grigie, di freddo e di neve. Il sole, come ora, sembrava sparire per giorni, e il vento anche dentro casa faceva rabbrividire. Sembrava un ululato, come quello dei lupi che vedevo nei film d’avventura al Patronato.

In casa faceva freddo e, al momento di studiare, si stava in cucina per sfruttare il calore dell'unica stufa a legna. Ci si aiutava, per stare meglio, con una coperta messa sulle ginocchia, ma ugualmente i piedi erano e restavano sempre freddi anche con i calzettoni grossi in lana che la mamma aveva lavorato " ai ferri".

L’unica lampada, sopra il tavolo, lanciava i suoi raggi di luce, riflessi verso il basso, e permetteva di illuminare a malapena il quaderno dove immancabilmente ero costretto a scrivere le solite due o tre facciate sul "tema" del giorno.
Erano solamente due mezze facciate perchè il foglio andava piegato a metà per permettere alla maestra le correzzioni in matita rossa e blu, ma per me erano ancora troppe e riuscivo a completarle con estrema fatica.
Così che il giudizio, alla fine, era sempre: "Buono ma troppo sintetico".

La sera, dopo la cena, ci si scaldava attorno al fuoco, per una mezz'oretta o poco più, prima di andare a letto, dove ci aspettava il calore prodotto dalle braci della foghera posta sulla monega sotto le coperte.
Ricordo ancora la piacevole sensazione di potersi mettere a letto tra le coperte rese calde dalla "foghera", quando fuori imperversava la pioggia o la neve: ciò mi donava un forte senso di protezione e, anche se la camera era completamente fredda ed il respiro trasformandosi in nuvoletta si ghiacciava sui vetri della finestra, il sonno arrivava subito e mi rapiva nei sogni dei racconti che il nonno o il papà mi raccontava dopo la cena.

Ma con l’inverno, il freddo e il vento, si avvicinava anche il Natale.
Era il tempo dell'attesa e non solo per la nascita di Gesù, ma anche per i piccoli regali che trovavamo ai piedi del Presepe.
Forse anche per questo tenevamo molto ad averlo e, soprattutto, a costruirlo.
Si cominciava già dai primi giorni di dicembre recuperando dalla soffitta la scatola di cartone in cui era conservato tutto il necessario. Un veloce inventario di ciò che c’era e, nel frattempo, si sceglieva l’angolo in cui si sarebbe montata la struttura.

La mia casa non aveva molte stanze, e così il presepe trovava sempre posto in un angolo della cucina o del corridoio appresso.
Sulle pareti si incollava un grande foglio blu con dipinte le stelline, poi con legna e vecchi giornali si abbozzavano le montagne e la grotta, la carta stagnola serviva per i torrenti, mentre un piccolo pezzo di vetro con i bordi coperti dal muschio era il laghetto con le immancabili oche ed anatre. Poi, alla fine, si ricopriva tutto col muschio. Con la sabbia si tracciava le stradine e con la farina si imbiancava la punta delle montagne. Disposte le statuine il presepe era completo.

Così l’ambiente prendeva forma ed anche se il presepe era molto piccolo, ogni anno il papà o la mamma riuscivano a comprare qualcosa per arricchirlo: una casetta, una statuina....

Alla sera, si spegnevano le luci della stanza, e alla luce del fuoco della stufa e delle lucine nel presepe si stava tutti insieme vicini ad ammirarlo.

lunedì 12 dicembre 2011

Il Presepe

Tra qualche giorno sarà Natale.
Da anni ormai riesco con difficoltà a percepirne quell'atmosfera di mistero e di attesa che mi aveva accompagnato negli anni della mia infanzia.

Andando indietro nel tempo mi rivedo bambino impaziente che arrivassero le vacanze di Natale per poter andare in collina con papà a raccogliere il muschio per iniziare la costruzione del presepe.

E’ uno dei ricordi più eccitanti che ho della mia infanzia.

Allestivamo un presepe che di anno in anno mi sforzavo di pensare e progettare sempre più grande arricchendolo di personaggi e ambientazioni: il fiume di carta stagnola contornato di sassolini bianchi, il ponticello di legno che serviva per attraversarlo, il sentiero tracciato con la sabbia, il pozzo e la stalla che mio padre aveva realizzato con le sue mani, il laghetto nel quale stagnava acqua, il bosco di rametti di abeti sempre più fitto…
Ma quanta fatica, riuscire a fare stare in piedi le statuine su quel tappeto di muschio verde! Un' impresa non da poco!


I vari personaggi poi non erano statici ma interagivano tra di loro e io cercavo di inventare fantastiche storie: la ragazza che mungeva la capretta era innamorata del pastore, la bambina alla fontana era la figlia del pescatore, i re Magi partendo dalla cima della montagna più alta che, tra mille peripezie ed agguati da parte dei soldati romani, si andavano avvicinando giorno dopo giorno guidati dalla stella che brillava sulla grotta…

E a mezzanotte del 24 deponevo Gesù bambino nella mangiatoia.
L'altro giorno ho addobbato la casa, fatto l’albero e allestito il presepe, un presepe che di anno in anno diventa sempre più motivo per mantenere viva una tradizione piena di ricordi e memorie, nella speranza di riuscire a percepire nuovamente la magica atmosfera di quei giorni della vigilia di Natale di molti anni fa.

Se vado indietro negli anni, non ricordo un Natale triste.

Eppure ora, proprio durante i periodi di festa, che dovrebbero essere per definizione i più sereni, avverto con più prepotenza i problemi, le malinconie, i disagi, e i ricordi si fanno sempre più intensi con una stretta al cuore che spinge gli occhi a velarsi di un sottile rim-pianto.

Sarà che siamo sempre insoddisfatti e non riusciamo a godere di quello che abbiamo…
Sarà che forse stiamo perdendo anche il senso profondo di questo giorno speciale....
Sarà che forse il Natale di adesso... non è più le stesso senza quella persona, che con semplici gesti sapeva rendere quel giorno indimenticabile...

martedì 22 novembre 2011

L'Ultimo abbraccio della montagna

Venerdì scorso, nell'ambito della VII° edizione della Rassegna SenzaOrarioSenzaBandiera, è stato presentato il libro, L'Ultimo abbraccio della montagna - l'avventura estrema di Karl Unterkircher, che racconta la storia di Karl e del suo indissolubile rapporto con la montagna: le Dolomiti, dove è nato e cresciuto, e con l'Himalaya, dove ha trovato il senso profondo dell'alpinismo estremo.

La voce narrante è quella di Silke Unterkircher, compagna di Karl per 12 anni, con il quale ha avuto tre bambini. Ma all'interno si trovano anche i ricordi di amici e compagni di cordata di Karl, oltre a stralci dei diari di spedizione dell'alpinista.

Cosa ha portato Karl e i suoi amici Simon e Walter a sfidare quelle pareti inespugnabili? Cosa spinge un uomo a cercare una sfida così audace? In questo tributo appassionato al padre dei suoi tre figli, Silke ci restituisce il ritratto di un uomo legato indissolubilmente a quel mondo magico che amava quasi più della sua stessa vita, e ci aiuta a capire che spesso dietro scelte così rischiose non si nasconde un desiderio di affermazione personale, ma un sentimento del tutto estraneo a chi non conosce la magia dell’esplorazione. Perché, come diceva Karl, «non sono gli scalatori a cercare il rischio; è la montagna che chiama..»

«Se avessi chiesto a Karl di non partire - ha detto Silke rileggendo dal suo scritto - forse lui oggi sarebbe ancora qui, accanto a me. Ma non sarebbe stato l'uomo un po' sopra le righe, ma unico e speciale, che ho conosciuto e amato. Scalare, conquistare le vette, guardare oltre le nuvole per Karl era l'essenza della vita......
Non mi sono mai pentita di averlo lasciato andare, anche l'ultima volta.
Aveva nel cuore la sete dell'infinito. Io l'ho sempre saputo. Ed è per questo che ho accettato le angosce delle separazioni, le lunghe assenza, le ore di ansia e trepidazione quando non avevo più sue notizie, il peso, che a volte mi sembrava insostenibile di dover portare avanti la famiglia da sola........
Scrivere questo libro non è stato solo il tentativo di raccontare la straordinaria avventura umana ed alpinistica di Karl, ma soprattutto di farlo con gli occhi e il cuore di chi ha aspettato, di chi ora resta consapevole che non ci sarà più nessun ritorno.»

martedì 8 novembre 2011

El casel dei Masi

Al semaforo di Grumes, in Valle di Cembra, si imbocca a sinistra la stradella che sale ai Masi Alti.
E' quasi come tornare indietro nel tempo, mentre percorrendo la stretta strada costeggiata da un bosco in cui si alternano gruppi di castagno, pino silvestre e faggio, ci si inoltra in una valletta quasi sperduta, punteggiata di baite e casette di montagna.
Un paesaggio silenzioso e coloratissimo che si attraversa quasi con stupore, fino a un gruppetto di case dove spicca una nuova costruzione: il ristorante "El Casèl dei Masi".

Sorge esattamente dov'era il vecchio caseificio dei masi, da anni ormai in rovina.
Fino agli anni sessanta era utilizzato dai censiti dei Masi come caseificio, ed era proprietà indivisa degli abitanti. Nel 2002 l’Amministrazione comunale di Grumes ha dato corpo al progetto di recupero acquisendo l’immobile e le pertinenze per destinarlo all’uso turistico ricettivo.

Si rimane molto sorpresi per l'alto livello della cucina in un posto così, diciamo, isolato: locali arredati con gusto, piatti di classe decisamente superiore.
Uno straordinario mix tra tradizione e innovazione senza scadere nell'eccessiva elaborazione dei piatti che stonerebbe con questo luogo di silenzio e di tradizioni di montagna ancora genuine.

La base è quella della cucina tradizionale trentina, ma lo chef in cucina dispone di fantasia e originalità e propone spesso sue elaborazioni molto interessanti e, soprattutto, buonissime come il Tortel di patate con lardo ai marroni, speck, carne salada e salame di cervo con formaggi di malga, per non parlare della favolosa torta di noci con crema al caffè.

Indirizzo: Maso Noldi, 7 - Grumes (TN)
Tel: 0461 688012
Prezzo: 25,00 - 32,00 € 

giovedì 3 novembre 2011

Locanda del Passatore

Se dopo aver assaporato con gli occhi e con il cuore i colori e i silenzi delle Colline Avisiane e i vigneti terrazzati della Val di Cembre volete fermarvi per una sosta enogastronomica, allora dovete immergervi in uno dei paesi caratteristici della Valle e fermarvi alla Locanda del Passatore.

E' necessario cercarla, perché non è facile scoprirla tra le anguste stradine di Faver in Val di Cembra.
Bisogna spingersi all'interno del paese, tra i vicoletti più stretti, sbagliare strada, tornare indietro e poi infine ecco il casale, immerso nel verde, ingentilito da un giardino ben curato, con un panoramicissimo poggio che si apre in un incantevole visione della valle.

I locali sono arredati con stile minimalista e vestiti di eleganza tipica delle dimore gentilizie trentine.
Un ambiente elegante, un’atmosfera raffinata, per una cucina ricercata nella qualità, sobria nei piatti.
Il tutto risulta molto gradito per chi cerca, e sa apprezzare, l’identità culturale del paesaggio, in termini di architettura di montagna, passeggiate e declivi plasmati dall’uomo in secoli di tradizione vitivinicola. 

Una cucina originale quella di Gianni Bacci, cuoco dalle radici romagnole che ama la montagna e i suoi prodotti; piatti di tradizione trentina reinventati con fantasia, elaborati con il cuore attento alle tradizioni gastronomiche che solo la Romagna sa trasmettere.

Sformatino di zucca e verdure su letto di trentingrana

 La Locanda del Passatore propone menù particolari, che sposano due culture gastronomiche diverse e in grado di offrire ricette realizzate con materie prime di qualità,  con un'attenzione particolare ai prodotti di stagione.

crème caramel di castagne con salsa di uva fragola

                      La Locanda del Passatore
                      Indirizzo: Via Campagna, 16 - 38030 Faver
                      Tel: 0461 683111
                      Prezzo: 30,00 - 40,00 € a la carta 
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martedì 1 novembre 2011

La montagna si tinge d' autunno: le Colline Avisiane, Faedo e la val di Cembra

La strada del Vino e dei Sapori Colline Avisiane, Faedo e Val di Cembra è un tracciato dai contorni storico-culturali e paesaggistici caratteristici ed interessanti. Oltre agli undici Comuni della Val di Cembra vi confluiscono i Comuni di Lavis e Faedo.
Un viaggio in questo territorio permette la conoscenza di un paesaggio variegato che gli abitanti sono riusciti a domare pur preservendone la selvaggia bellezza, ancora più marcata in questo periodo dell'anno dai toni caldi dei colori autunnali.

Caso piuttosto significativo di continuità fra viabilità antica e moderna, la Strada del Vino nel tratto compreso tra Lavis e Faedo ripropone l’itinerario della Via Claudia Augusta, l'antica strada romana di grande rilevanza politica e commerciale di collegamento tra il mondo latino e quello germanico.

Un’altra via che interessò più direttamente la zona fu tracciata in epoca medievale: si trattava della strada montana che collegava il Piano Rotaliano con Salorno attraverso Faedo ed il Passo Spinello (Sauch) e che si raccordava alla via cembrana che portava a Segonzano e a Pergine.
Di questa via si ha notizia dal pittore tedesco Albrecht Durer che, in viaggio verso Venezia, si trovò a passarvi poiché il transito nel fondovalle gli era impedito da una delle ricorrenti esondazioni del fiume Adige.
Anticamente infatti, le acque impetuose del torrente Noce, dopo aver attraversato la Piana Rotaliana, si gettavano impetuosamente nel fiume Adige nei pressi dell'attuale ponte di S. Michele, provocando il riflusso verso nord del grande fiume che esondava allagando il fondovalle fino a Salorno ed Egna. L'unico modo per passare era prendere la via che da Salorno saliva al Sauch per poi scendere a Faedo-Giovo.

Ad iugum (dal latino iugum = passo), da cui il nome Giovo, era detto appunto il passaggio che da Salorno attraverso il territorio di Faedo, scendeva in Val di Cembra e a Trento, aggirando a monte la Piana Rotaliana. A Ville, una delle frazioni di Giovo, è ancora oggi visibile, al centro del paese, la torre di guardia edificata nel XV secolo con evidente funzione di presidio e di controllo dei traffici commerciali.

Usciti dall'autostrada e salendo da San Michele ci si accorge subito che il paesaggio delle colline Avisiane del Faedo e della Val di Cembra ha ben poco a che vedere con la monotonia dell' agricoltura industrializzata della Valle dell'Adige. Qui i vigneti terrazzati con muri a secco, rappresentano un vero e proprio monumento alla natura, e sono la testimonianza di un rapporto secolare tra uomo e territorio.   I muretti a secco consentono alla vite di essere coltivata in montagna beneficiando nel contempo di un ottimo drenaggio delle acque e della capacità per il vigneto di interagire con il mondo naturale.

La storia e l’identità di questi luoghi si deve quindi, storicamente, alla mano dell’uomo, che nel corso dei secoli ha saputo rendere produttivo un territorio altrimenti impervio e selvaggio.
Infatti un aspetto rilevante degli insediamenti nella zona delle Colline Avisiane e Faedo è dato dalla presenza di masi testimoni di un’antica fase di colonizzazione germanica che ebbe il suo massimo sviluppo nel Medioevo.

Dalle Colline Avisiane, costellate dai Masi, in gran parte rimessi a nuovo, derivati dai dissodamenti germanici medioevali si raggiunge Faedo. Questo piccolo paese possiede la tipica immagine dell’antico borgo, regalata soprattutto dalle case con struttura architettonica antica che si affacciano sulle stradine acciotolate e dalle due chiese e dal castello presenti sul territorio.

Da Fontanelle di Faedo spostandosi verso la Val di Cembra si possono ancora scorgere, lungo la strada, le entrate e i cunicoli delle antiche miniere argentifere.
In Valle di Cembra i villaggi sono costruiti al confine tra i i vigneti terrazzati con muri a secco e il bosco, su terrazzamenti formati da depositi di natura alluvionale.

Un esempio e una regola urbanistica non scritta, ormai perduta per sempre, di occupazione razionale dello spazio disponibile. L’ambito inferiore della strada rientra nel cosiddetto paesaggio della vite: ampi terrazzi vitati si estendono nella zona collinare di Lavis, Faedo e in Valle di Cembra sino a Faver e Segonzano.

La parte superiore, oltre a costituire l'agglomerato urbano, è invece caratterizzata da un paesaggio più selvaggio ed austero, dove i terrazzi un tempo destinati al foraggio, sono ora interessati da un bosco di latifoglie e conifere forse tra i più belli di tutto il territorio trentino.

Così questo territorio mantiene orgogliosamente, ancora oggi, gli aspetti originali di un mondo rurale lontano da un turismo di massa fatto di nuovi impianti a fune e di caroselli sciistici che hanno oramai alterato irrimediabilmente il territorio dolomitico del Trentino.

lunedì 31 ottobre 2011

Hygrocybe punicea

Dopo le piogge abbondanti della scorsa settimana era logico aspettarsi la loro comparsa nei prati di montagna.
Arrivano sempre dopo la "buttata alpina" di fine estate, quasi sempre a cavallo tra luna piena di settembre e quella nuova di ottobre, segnando anche l'approssimarsi dell'ultimo walzer di fine stagione (micologica).

Gli Hygrocybe punicea (Fr.:Fr.) P. Kumm. sono, almeno dalle nostre parti, l'ultimo fungo cercato e ricercato per la sua delicatezza ed eccellenza in cucina:
  • tagliatelle al sugo di Punicea,
  • o il tortino ripieno di igrofori scarlatti con salsa di caprino e yogurt,  
sono alcune tra le ricette più sfiziose e saporite che questi particolari funghi ci permettono in cucina.
Il solito giro di telefonate che confermano le nascite, le discussioni con gli amici suoi patri migliori da "battere", .............e poi al mattino seguente si parte.
Non serve fare una alzataccia perché le migliori zone di raccolta distano poco più di una mezz'ora d'auto.



Così, dopo la colazione al solito bar lungo la strada, deviamo dalla provinciale e entriamo in un mondo incantato............. dove la strada in leggera salita e le curve continue non ti permettono la velocità.
 Così l'andatura lenta ti concede uno sguardo diverso, che ti permette di vedere i colori di una natura esplosiva e di coglierne tutte le sfumature.

Il viaggio, sempre più piacevole, diventa allora anche un viaggio interiore alla ricerca dei colori della nostra anima che sanno dare luce ai nostri pensieri più intimi.
Finalmente si raggiunge la malga con i suoi prati.
Bisogna cercare nei prati non pascolati e non concimati perché questi funghi dai colori autunnali sgargianti non amano la nitrificazione dei terreni causata dalle concimazioni (sia naturali che chimiche).

La ricerca è "certosina" , il passo è lento e misurato tanto è difficile vederli tra l'erba alta.
E in questa ricerca il tempo sembra fermarsi, i minuti e le ore passano lente e i pensieri hanno il tempo di affacciarsi e di irrompere nella mente con un turbinio simile al mare in burrasca.
Ma loro sono lì, perfettamente mimetizzati tra gli steli dell'erba che aspettano pazientemente che i pensieri finiscano, e che l'occhio ritrovi il giusto acume per visualizzarli.

giovedì 20 ottobre 2011

Il bosco in cucina

Dopo il caldo estivo, queste prime settimane di autunno arrivano quasi come un miraggio portando in eredità i frutti che la buona stagione ha maturato. I boschi si tingono di sfumature impossibili perfino da raccontare nella loro fugace apparizione.
Per i più l’autunno è questo: aria fresca, cieli tersi e il sole che via via si abbassa sull’orizzonte e illumina il mondo con una luce radente, ideale per esaltare lo spettacolo della natura con foto imprevedibili.

Credo sia stato sempre così, ma per i protagonisti di alcuni racconti di M. Rigoni Stern (La storia di Tonle, L'anno della vittoria)le speranze dovevano necessariamente trasformarsi in raccolto; quello delle castagne. Un anno senza castagne era una sciagura immane per quella gente; un anno da castagne era una festa. Gran parte della povera economia di questi monti si basava sui frutti della “pianta del pane”.
Per secoli le mille declinazioni della castagna hanno costituito la base dell’alimentazione rurale dei piccoli paesi a ridosso della pianura, integrata, quando possibile, da pochi cereali e solo in seguito da patate e mais.

Che l’annata sia abbondante o meno, come lo è quest'anno, succede di inoltrarsi in un castagneto e si finisce per camminare letteralmente sulle castagne. E allora capita di fermarsi un momento a riflettere, e osservando quella coltre di sottili spine che proteggono i preziosi frutti, il pensiero torna ai racconti sentiti nelle lunghe sere d'inverno quando, non essendoci ancora la tv, si faceva filò e lentamente ci si addormentava ascoltando i racconti degli adulti.

Riandando a quei racconti riusciremo a capire che questi castagneti non sono nati così; questi alberi li ha piantati qualcuno che li ha innestati, li ha curati e dopo qualche anno ha cominciato a raccoglierne i frutti. Qualcuno che si è spaccato la schiena per tentare di conquistare quel tanto che bastasse per sfamare la sua famiglia. Qualcuno che di quel bosco non sprecava proprio nulla, altro che calpestare le castagne. Perfino i ricci servivano per accendere il fuoco e le foglie per fare il letto alle vacche.
Ed ecco che quelle cascine diroccate, ridotte ad un cumulo di pietre, riacquisteranno la loro dignità e cominceremo a capire il mondo che le ha create, la civiltà che le ha usate e custodite, il ciclo che le ha rese necessarie proprio lì, nel mezzo di un bosco marginale, lontano dalla nostra comoda auto e immerse in quel che prima ci pareva soltanto come una natura selvaggia, che di selvaggio ha solamente la nostra ottusa capacità di averle abbandonate.
Nient’altro.

E dei frutti di quel castagneto che cosa ne vogliamo fare ? 
Già, perché se c’è chi si prende la briga di fare questo lavoro e recuperare quei prodotti, poi occorre che qualcuno li compri, e soprattutto capisca che cosa farsene, come prepararli o direttamente mangiarli.
Ed ecco entrare in gioco la ristorazione, che ha un ruolo chiave in questi processi.


Com’è possibile che in certe zone nelle quali si percorrono chilometri in mezzo ai castagneti ci si fermi a mangiare e non ci sia verso di sentirsi proporre una castagna?
È un po’ come se nelle Langhe non proponessero il vino a tavola.

Tornando alla ristorazione, il punto di forza sta proprio lì, nel raccontare a tavola le eccellenze di quel territorio, non solo per deliziare e soddisfare il cliente, ma anche per suscitare in lui la voglia di riprodurre a casa gli stessi sapori che avrà assaggiato.
Sarà quasi impossibile, è vero, ma la voglia verrà lo stesso e occorrerà comprare i prodotti locali con i quali preparare quella ricetta.

Ed è in quel preciso momento che si realizzerà la vera promozione territoriale, fatta di emozioni vissute direttamente e di piacevoli ricordi da rivivere in luoghi diversi, in momenti diversi, a volte gustando un piatto o sorseggiando un vino.
Ecco che quel bosco di castagni non sarà più solo un bosco ma diventerà una coltura, un coltivo come un altro, un luogo dove si produce cibo, che per questo va protetto, curato e custodito.

E allora se ne avete voglia andateci, ne vale veramente la pena: Il Bosco in cucina 

Il Bosco in cucina

Se  invece volete qualcosa di intrigante vi aspetto  quì





domenica 16 ottobre 2011

Autumn leaves

Mi dona sempre un immenso piacere passeggiare nei boschi appena sopra al paese dove abito.
Sono cose che, per un motivo o per l’altro, da quando non c’è più  papà  faccio raramente.
Cose che, ad esser sincero, mi mancano un bel po’..

Quelle mattine d'autunno, quando si apriva la stagione della caccia, passate a vagare per boschi, che fossero quelli delle colline dietro casa o quelli poco distanti nelle basse montagne a nord del paese, senza una meta precisa, a cercare qualcosa che spesso non si trovava o non c'era, a respirare l'aria frizzante del primo mattino, a muoversi tra i colori e i suoni di una natura che si preparava al lungo letargo invernale.


Mi riscalda il cuore rivivere oggi questo modo di camminare, perché mi sembra ancora di intravvedere, due passi avanti a me, la figura di mio padre attento a cogliere e a distinguere i vari suoni del bosco, ma nello stesso tempo pronto a scorgere quello che la natura in autunno può regalare: chiodini (armillarea mellea), castagne, nespole, sorbe, pere volpine.

Nomi che riportano alla memoria ricordi ormai lontani, ma soprattutto sapori, a quel tempo, ben noti a mio padre e a mia madre che sapevano ricavarne deliziose ricette.
Sono cose che è bene non dimenticare.
Pur piacendomi l’alta montagna e l’alpinismo, la mia anima fondamentalmente è “escursionista”.
E provo sempre sensazioni particolari quando attraverso questi boschi.

A volte, come in queste particolari mattine di ottobre, dove mi sento parte di questa realtà, tutto mi si presenta come un grande regalo che mi è stato riservato.  Allora istintivamente guardo il sentiero appena percorso, il passo sicuro di mio padre davanti a me, le pallide nuvole stirate dal vento, e comprendo con certezza assoluta che lui non mi ha mai lasciato.