domenica 29 dicembre 2013

Dipendenza dalla neve ? No, grazie

E' il titolo di un bell'articolo a firma di Simone Papuzzi (Presidente Regionale CAI-TAM Veneto) apparso sull'ultimo numero della rivista ufficiale del CAI nazionale - Montagne 360-:
" Dopo una lunga fase di emigrazione verso le zone di pianura più industrializzate che ha visto il progressivo spopolamento delle montagne, si è assistito ad una sensibile inversione di tendenza grazie al miglioramento dello stile di vita locale dovuto principalmente al boom turistico, legato inizialmente alla pratica dello sci alpino. In talune zone si è così assistito ad un impressionante sviluppo degli impianti a fune che ha fatto dimenticare per alcune decine di anni i disagi, le povertà e la crisi occupazionale tipica delle Terre Alte.
Purtroppo, pur essendo passati tanti anni, il turismo di montagna per molti operatori ed amministratori risulta ancora incentrato sulla monocultura dello sci alpino."

Questo pensiero ottuso continua a perseverare anche se in tempi recenti  la situazione è notevolmente cambiata e il settore appare in stagnazione se non, in alcune zone, decisamente in crisi.
I cambiamenti climatici, poi, stanno influenzando negativamente le scelte di coloro che vorrebbero continuare a costruire ed ampliare gli impianti a fune, alimentando così la conseguente speculazione edilizia iniziata ancora negli anni del boom turistico invernale della montagna.
Infatti i modelli climatici regionali predicono, per le Alpi, un aumento della temperatura media che porterà ad avere inverni meno rigidi e con precipitazioni più piovose che nevose, come è successo in molte zone del Veneto e del Trentino nei giorni scorsi.

"Sempre secondo gli studi condotti da molti ricercatori e dalla Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi (CIPRA) risulta che le stazioni sciistiche con partenza sotto ai 1500 metri di altitudine non avranno più la garanzia di un innevamento naturale già dai prossimi anni, se non da questo.
La strategia a questo problema, per il futuro, non potrà comunque essere l'innevamento artificiale. Il consumo d'acqua per l'innevamento artificiale è così immenso da creare seri problemi alle attività collaterali come l'agricoltura, e non è per nulla certo che la quantità d'acqua disponibile sia sufficiente a coprire il fabbisogno, anche perché in futuro potrebbe esserci troppa acqua in autunno-inverno e troppo poca d'estate. Tali cambiamenti avranno quindi gravi ripercussioni sull'economia dell'acqua e necessariamente sull'agricoltura e selvicoltura."

Questo significa, secondo questi studi, che gli impianti sciistici potranno essere economicamente vantaggiosi soltanto se situati oltre i 1700 -1800 metri di quota.
Inoltre lo sviluppo sciisctico, come abbiamo già detto, ha portato negli anni del boom ad una speculazione edilizia non più sostenibile tanto che già ora c'è abbondanza di case e stanze in moltissime località alpine. E molte strutture restano invendute, chiuse e sfitte per la maggior parte dell'anno, dando a queste località la sembianza di luoghi abbandonati come il set di un film western.

Bastava recarsi nell'Altopiano di Asiago solamente un mese fa per rendersi conto di questa situazione.
Era veramente desolante mentre attraversavo i paesi sentire un silenzio spettrale e vedere l'abbandono che regnava nei centri di Gallio e Asiago con la quasi totalità dei negozi, bar ed esercizi commerciali chiusi.
E, in luogo delle luminarie risaltavano agli occhi i cartelli colorati di "vendesi" e "affittasi".

Il problema è che molti operatori turistici ed amministratori dell'Altopiano sono ancora ottusamente convinti dell'utilità e della necessità per la loro montagna di perseguire un turismo invernale unilateralmente orientato allo sci e quindi dipendente in maniera univoca dalla neve.
Prova ne siano i recenti progetti per rilanciare lo sci messi in bando dalle Amministrazioni comunali di Asiago e Gallio per poter utilizzare i fondi ODI (Fondo per lo sviluppo dei Comuni di Confine). 

Tutto questo mentre il comprensorio sciistico delle Melette, gestito da sempre dalla famiglia Marchesi, è in vendita per problemi finanziari. Sono infatti lontani i tempi in cui questa famosa stazione sciistica negli anni del boom poteva contare quasi mezzo milione di passaggi annui. Oggi con le nevicate irregolari degli ultimi anni (come avevano previsto gli studi del CIPRA) ha avuto punte massime di 2 mila sciatori concentrati nel periodo natalizio.

Tutto questo mentre il paese di Foza recentemente è stato protagonista per una settimana  di una troupe televisiva nipponica, guidata dalla regista Yuki Koikeda, per realizzare un documentario di 30 minuti che andrà in onda sulla rete televisiva BS Nippon Television.
Foza è stata scelta perché ritenuta, assieme ad altri 38 piccoli paesi della penisola italica, uno dei borghi più belli, tant'è che la serie di documentari si intitola “Chiisana Mura No Monogatori”, ovvero “Racconto dei Borghi Meravigliosi”.

L'idea, come ha spiegato la stessa regista in una intervista al Giornale di Vicenza, è di «far scoprire ai giapponesi l'Italia minore, fatta di paesi e popoli, dove alle bellezze naturalistiche e panorami mozzafiato si abbina il lento incidere del tempo, mantenendo il sapore dell'autenticità». 

Forse, sarebbe opportuno che gli amministratori di Gallio ed Asiago, prima di progettare ampliamenti e ammodernamenti degli impianti sciistici, chiedessero proprio ai giapponesi in visita a Foza quali sono le peculiarità e le prospettive per un turismo sostenibile e di richiamo per tutte le stagioni (e non solo quella sciistica) dell'Altopiano di Asiago.





venerdì 27 dicembre 2013

La Petite Venise

Questo è il titolo con cui il film di Andrea Segre (regista veneziano) era stato presentato alla Mostra del cinema di Venezia nel 2011 e che vinse il Premio Fedic, oltre a commuovere il pubblico che gli attribuì quindici minuti ininterrotti di applausi.
Il titolo con cui successivamente fu distribuito in Italia e che lunedì sera Rai3 ha trasmesso in seconda serata è: Io sono Li.

Shun Li (Zhao Tao) lavora in un laboratorio tessile della periferia romana per ottenere i documenti e riuscire a far venire in Italia suo figlio di otto anni. All’improvviso viene trasferita a Chioggia, una delle tante piccola città-isola della laguna di Venezia per lavorare come barista in un’osteria: La Taverna da Nadia.

Bepi ( Rade Sherbedgia) invece è un pescatore di origini slave, emigrato ai tempi di Tito, amico e compagno di lavoro di Coppe (Marco Paolini). Bepi, soprannominato dagli amici “il Poeta”,  da anni frequenta quella piccola osteria.
Quel giorno la marea porta Shun Li nella vita di questo gruppetto di avventori dell' osteria. 
Lei, giovane cinese, in un ritrovo per chioggioti abitudinari nelle cui vene scorre solo l'alcool misto all'acqua della laguna.

Il loro incontro è una fuga poetica dalla solitudine, un dialogo silenzioso tra culture diverse, un viaggio nel cuore profondo di una laguna, che sa essere madre e culla di identità differenti, come storicamente è sempre stata.

Per tutti quei registi che "fanno il cinema a Roma" e per cui un veneziano vale un triestino, la laguna di Venezia probabilmente non sarebbe altro che un set popolato da improbabili abitanti che si limita a fare da sfondo a storie italiane altrettanto improbabili. Serviva evidentemente un po' di sangue di questa terra per raccontarne la sorprendente bellezza e per far crescere un film preciso nell'ambientazione e credibile nelle emozioni lambite "ogni sei ore" dalla Laguna.

"L’idea del film nasce da due esigenze: da una parte la necessità di trovare in una storia, allo stesso tempo realistica e metaforica, il modo per parlare del rapporto tra individuo e identità culturale, in un mondo che sempre più tende a creare occasioni di contaminazione e di crisi identitaria, dall’altra la voglia di raccontare due luoghi importanti per la mia vita e molto emblematici nell’Italia di oggi.

La periferia multietnica del Veneto, una regione che ha avuto una crescita economica rapidissima, passando in pochissimo tempo da terra di emigrazione a terra di immigrazione.
In particolare, Chioggia, piccola città di laguna con una grande identità sociale e territoriale, è lo spazio perfetto per raccontare con ancora più evidenza questo processo."

"Io sono Li" è poesia che si fa immagine e parola, ogni elemento, anche il più circostanziale, risponde all'esigenza dell'autore di realizzare un'opera in bilico tra il lirismo autentico e la leggerezza di un sorriso. Le immagini plumbee della laguna - come immobile è la trivialità del provincialismo arcaico ben incarnato da Battiston e Paolini, ci immergono in una dimensione altra dalla quale ci si lascia trasportare con piacere.

L'esperienza documentaristica ha conferito al regista quello sguardo deciso di chi sa andare in profondità, e con questo film Andrea Segre scava nella dimensione umana di una materia che non può essere solo oggetto di scontro politico (come oramai ci sta abituando la televisione) ma motore di un cambiamento della società che diventa approdo di individualità composite.
"Io sono Li" paga lo scotto di una distribuzione ingrata, ma è un'opera prima ben riuscita, anche se non perfetta.
Che varrebbe sicuramente una proiezione anche in prima serata, e che nell'anno della presentazione a Venezia si era meritata un'ovazione interminabile della sala Darsena colma nei suoi quasi mille e trecento posti.

lunedì 23 dicembre 2013

"I hån lai a pizzle vrost un höarme asó debl"

"Ho solo freddo e un po’ di debolezza" - rispose in cimbro alla domanda del dottore che Le chiedeva come si sentiva. E dal momento che il dottore era giovane e non conosceva quella lingua, Tönle tradusse.

Primo capitolo della "Trilogia dell'altipiano", La storia di Tönle Bintarn, bracconiere e pastore, che, avendo ferito una guardia regia, è costretto a fuggire tra le montagne dell'Altipiano di Asiago, forse rappresenta qualcosa di più di un quadro realista raffigurante il panorama culturale e storico dell'infanzia di Mario Rigoni Stern.

Siamo dunque nel 1866, quando il Veneto fu coinvolto nel terzo conflitto d'indipendenza del Regno d'Italia. Le vicende si susseguono tra viaggi in cerca di lavoro, gli anni che passano, la neve e il freddo che si fanno coprotagoniste, un'amnistia che arriva troppo tardi, una solitudine vissuta nell'anonimato.

Gli eventi si accavallano, si addensano velocemente; sono essi stessi che comandano il racconto. Tönle non disprezza la solitudine, anzi lui vorrebbe essere lasciato in pace, lui, seppur informato, fugge dal coinvolgimento politico di una guerra che avversa ed odia perché voluta dai regnanti e non dalla gente.
 Lui ama la solitudine, il distacco dalle necessità, dal potere e dai conflitti e desidera essere uno spettatore.

Quello che vuole è solamente tornare alla sua Huamat (in lingua cimbra), che non è la patria come la intendiamo noi, ma quel luogo che lui sente che gli appartiene; il suo gregge, la sua pipa, i suoi prati erbosi, le sue montagne, la casa e le colline ricoperte di neve,  il suo piccolo mondo antico.

"L'Altopiano rimane pur sempre la mia terra, matria e patria: qui posso raccogliere storie da raccontare; leggere i segni dei boscaioli; ascoltare e seguire le voci della natura; lavorare, amare....... E quando il vento morde il tetto e il mulino del cielo non si stanca a macinare neve, ricordare e raccontare".

La storia di Tönle Bintarn è la memoria storica di Mario Rigoni, delle sue origini, dei suoi antenati, di un mondo ormai lontano che l’evento della Grande Guerra ha cercato di distruggere. Tönle diventa allora l’emblema della libertà, la radice ancestrale che lega l’uomo alla natura, ai suoi monti, alle sue abitudini, alle stagioni della vita, agli autunni dal rosso pastello delle foglie, agli inverni silenziosi, al fumo odoroso della legna nel camino.
In poche parole alla cultura e all'"identità" della gente di lingua cimbra.

Ci sono voluti due anni di lavoro e otto riscritture per donare alla comunità cimbra il testo più lungo scritto nella sua lingua da tempo immemore. Tönle Bintarn edito dalla Provincia Autonoma di Trento su concessione gratuita dei diritti da parte dell’editore Einaudi e della famiglia Rigoni Stern è la traduzione nell’Antica Lingua del romanzo più bello di Mario Rigoni Stern, che proprio così soleva definire Storia di Tönle premio campiello 1978. Già nel testo originale in italiano la lingua cimbra riaffiorava continuamente come un grande fiume carsico, i protagonisti del romanzo si esprimevano infatti in cimbro e ora finalmente si sono riappropriati del tutto della loro lingua madre.

Ideatore ed autore di questa traduzione è Andrea Nicolussi Golo, che alcuni di voi ricorderanno per aver scritto quel "Guardiano di stelle e di vacche"  che tanto mi appassionò e coinvolse durante l'estate di due anni fa.
E giovedì 19 dicembre a Lusiana, all'interno della Rassegna SenzaOrarioSenzaBandiera,  Andrea ha presentato questo suo ultimo lavoro in una serata indimenticabile, rotta talvolta da commozione vera, anche grazie alla collaborazione di Marco Crestani che ha introdotto alcune letture in italiano, poi tradotte e recitate in lingua cimbra da Andrea.
Questa è stata una di quelle sere che ti riconciliano con il mondo, dove si è respirata aria di quel paesaggio interiore, quella geografia dell'anima che ognuno di noi cerca per tutta la vita. Chi, come Tönle Bintarn, è così fortunato da incontrarla, scivola come l'acqua sopra un sasso fino ai suoi fluidi contorni, e ..... si sente a casa (Huamat). J.H.

" Si sentiva bene ora, non c’erano più rumori di battaglia ma solamente un vento leggero tra i rami degli ulivi. Scendeva la sera e anche la pianura verso il mare si rasserenava: il cielo prendeva il colore dell’acqua marina. 
Si sedette sotto un ulivo, ricaricò l’orologio senza sapere che le ore trascorse di quel giorno erano quelle di Natale; accese la pipa, si appoggiò al tronco dicendo a voce alta: «Sembra una sera di primavera» e si ricordò quella di tanti anni prima quando dal margine del bosco aspettava che l’ombra della notte facesse svanire il ciliegio sul tetto per rientrare in casa."

mercoledì 11 dicembre 2013

Orme sulla sabbia

Sai cos'è bello, qui?
Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia, e loro restano lì, precise, ordinate.
Ma domani, ti alzerai, guarderai questa grande spiaggia e non ci sarà più nulla, un'orma, un segno qualsiasi, niente.
Il mare cancella, di notte.
La marea nasconde.
È come se non fosse mai passato nessuno.
È come se noi non fossimo mai esistiti.


Se c'è un luogo, al mondo, in cui puoi non pensare a nulla, quel luogo è qui.
Non è più terra, non è ancora mare.
Non è vita falsa, non è vita vera.
È tempo. 
Tempo che passa. 
E basta...


dal libro "Oceano mare" di Alessandro Baricco

lunedì 9 dicembre 2013

Una strada da qui al mare

Non ti ho amato per noia, o per solitudine, o per capriccio.
Ti ho amato perché il desiderio di te era più forte di qualsiasi felicità.
E lo sapevo che poi la vita non è abbastanza grande per tenere insieme tutto quello che riesce ad immaginarsi il desiderio.

Ma non ho cercato di fermarmi, né di fermarti.

Perché nessuno possa dimenticare di quanto sarebbe bello se, per ogni mare che ci aspetta, ci fosse un fiume, per noi.
E qualcuno - un padre, un amore, qualcuno - capace di prenderci per mano e di trovare quel fiume.
Immaginarlo, inventarlo e sulla sua corrente posarci, con la leggerezza di una sola parola.


Questo, davvero, sarebbe meraviglioso.
Sarebbe dolce, la vita, qualunque vita.
E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate dalla corrente, si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare.

Farsi ferire, anche.
Morirne.
Non importa.
Ma tutto sarebbe, finalmente umano.
Basterebbe la fantasia di qualcuno - un padre, un amore, qualcuno.
Lui saprebbe inventarla una strada, qui, in mezzo a questo silenzio, in questa terra che non vuole parlare. Strada clemente, e bella.
Una strada da qui al mare.


venerdì 15 novembre 2013

Ognuno vuole vivere per sempre

Vi segnalo questo interessante evento dove viene presentato un romanzo sicuramente intrigante sia per l'ambientazione sia per i contenuti.
A presto potrete leggere anche una mia recensione, nel frattempo vi aspetto tutti 

VENERDI’ 22 novembre 2013 ore 20.45 

Centro R. Arnaldi
Via Rossi 35 - DUEVILLE  (VI)


Incontro con l’autrice 
Dania Bertinazzi 


conduce Marilena Canale 



 Info: Biblioteca Dueville tel 0444-361211 -  biblioteca@comune.dueville.vi.it 

A cena con il Salbanello ...

L’associazione del Sanguanèlo, o Salbanèlo fa riferimento alla rivisitazione e promozione della cultura e tradizione popolare delle figure mitiche dei boschi e delle valli della Pedemontana vicentina, così come l’Anguana delle acque. Con iniziative editoriali e letterarie, artistiche e teatrali l’associazione ha dato vita, da alcuni anni, a feste che recuperano la conoscenza di leggende e racconti popolari che rischiavano di cadere nell'oblio. Ha sede a Valle di Sopra, in Comune di Lusiana, valle ricca di storia e dal paesaggio seducente con il torrente Ciòn che ricorda tutti i personaggi.

Presso l'Hostaria Don Fili di Breganze ieri sera abbiamo avuto l'occasione per incontrare la loro esperienza con la presentazione del libro "Il Sanguanelo ed il canto delle Anguane".
Esperienza accompagnata dalle affabulazioni di un maestro del calibro di Claudio Capozzo ma soprattutto da un menù tutto dedicato a queste figure della tradizione popolare.

Tutti i piatti erano degni di nota e accostati, con sapiente conoscenza dei sapori, a racconti ed aneddoti di un tempo, e quindi risulta assai difficile dare dei giudizi e stilare una classifica di quello che Nerio e Fili ci hanno proposto.


Molto buono il servizio di benvenuto con pane tostato e un pathè che per gusto e sapore ricordava il foie gras.
Il torresan allo spiedo è sempre una garanzia quando lo prepara e lo conduce il dottore in arti leccatorie Nerio Brian.

Ma se devo proprio segnalare un piatto per l'originalità nella sua rielaborazione rispetto alla tradizione del territorio è sicuramente "la sopa coada alla maniera di Breganze", o forse sarebbe più giusto dire al gusto del Salbanello.

martedì 12 novembre 2013

L'autunno nei ricordi

Da piccolo mi ricordo che aspettavo l'autunno e l'inizio del nuovo anno scolastico, allora coincideva con il 1 di ottobre, per andare con il papà nel bosco.
Ci vestivamo, come quando mi accompagnava a caccia, calzando gli stivaloni di gomma e, prima di salire in bicicletta sistemavo con cura bloccandolo il bastone ricurvo di nocciolo che lui stesso mi aveva costruito, poi si partiva arrampicandoci per la strada in salita che portava ai castagneti.

Lui mi portava nei boschi delle colline appena sopra la casa dove abitavamo a cercare i castagni più grandi e belli, quelli che producevano i "marroni" più grossi e precoci.
Mi ricordo la luce tiepida dei raggi del sole autunnale che filtrava tra i rami del bosco, il canto dei primi tordi che facevano la spola tra i vigneti e il bosco, quello dei finchi montani, del pettirosso e delle cince che lui mi insegnava a distinguere.

In quei momenti avevo la certezza quasi assoluta che qualsiasi insidia o pericolo avessi corso lui sarebbe corso in mio aiuto e mi avrebbe salvato.Certezza che mi appartiene ancora adesso che lui non c'è più.
Mi insegnava a schiacciare con gli stivali i ricci per fare uscire le castagne, e ad utilizzare il bastone per scovare qualche marrone dimenticato tra quelli battuti dal contadino con le lunghe canne a pertica e rotolati verso i cumuli di foglie e ricci.

Raccoglievo anche i ricci più belli e ancora chiusi per portarli a scuola dalla maestra. Qualche volta capitava di trovare alcune castagne con i segni dei dentini di qualche scoiattolo. Io non li vedevo, ma sapevo che erano lì. E mi sembrava di vederli saltellare tra i rami sopra mia testa mentre ci osservavano per controllare che non rovinassimo nulla.

L'odore dell'umido di sottobosco, i cumoli alti di foglie gialle e marroni dove camminare con passo lungo per sentire il rumore strusciante...come quando eravamo al mare. Si raccoglieva non solo le castagne, ma tutti i frutti autunnali che facevano parte integrante del menù stagionale: i cachi, l'uva fragola, le pere dure che andavano lessate e mangiate assieme alle patate, le mele cotogne.

E poi di corsa a casa con il bottino, da mostrare alla mamma, le castagne da tagliare, la brace da accendere, la pentola nera bucata e vecchia, le scintille che saltellavano sul fuoco della stufa, le castagne nei fogli di giornale e tutti intorno al tavolo, con le mani nere mentre le sbucciavamo ridendo e raccontandoci i piccoli accadimenti di quei pomeriggi incantati.

sabato 9 novembre 2013

Antica Fiera di Sam Martino

Domenica 11 novembre 2013 
si terrà a Breganze la 
XII°  Rievocazione della Antica Fiera di San Martino. 
Il ricco programma prevede dalle 10 alle 18, presso il parco della Comunità Montana, 
"Calici a San Martino"; degustazioni dei vini Doc Breganze a cura dei produttori della zona accompagnate da  "I cibi di San Martino" a cura del circolo  La Ciacola Sloow Food. 

Esisteva a Breganze, fino agli anni '60, un'antica fiera che si svolgeva il giorno di San Martino, 11 novembre. La manifestazione era molto importante, tanto che fin dall'età comunale la città di Vicenza inviava un giudice e due notai, che dovevano rendere "Ragione" e occuparsi delgi affari e degli scambi che si svolgevano. Esisteva addirittura negli statuti della città uno stanziamento per il mantenimento di questi funzionari che andavano in trasferta alla Fiera di San Martino.
La fiera era "franca" (previlegio concesso dalla repubblica Serenissima) e ognuno poteva vendere o acquistare liberamente senza tasse o gabelle. Il periodo era particolare: "fare S.Martino" nella tradizione veneta e di tutta l'Italia settentrionale voleva dire chiudere l'annata agraria e i contratti d'affitto.
Raccolti i frutti dei campi si pagava l'affitto ai proprietari dei terreni e delle case e si rinnovava il contratto o si lasciava libero il terreno e le case fino ad allora occupati.
Per la Fiera nella zona confluivano anche i pastori dell'Altopiano che scendevano con i loro greggi a svernare in pianura. Le persone si fermavano anche più giorni per scambiare prodotti o fare acquisti, dormendo sui carri o sui ricoveri di fortuna, magari favoriti dalla cosidetta estate di San Martino....

Il programma prevede:

dalle ore 10 alle 18 stand di degustazione vino e cibo presso il parco della Comunità Montana,
presso la Biblioteca Civica sarà aperta la mostra "Le maschere del sogno e della leggenda" di Vittorio Riondato con l'animazione pomeridiana degli artisti di strada, dimostrazione di antichi mestieri, vendita di caldarroste, vin brulè, dolci

dalle ore 10.30 presso il Museo Radin l'apertura della mostra fotografica "Breganze ieri e oggi - luoghi e paesaggi del secolo scorso"

dalle ore 11.00 benedizione delle macchine agricole, degli animali e dei mezzi della protezione civile. Il Gruppo agricoltori di Breganze è presente con animali vivi e prodotti tipici

dalle ore 14.30 visita al campanile più alto della terra ferma veneta (secondo solo al campanile di San Marco a Venezia), in piazza Mazzini dimostrazione della trebbiatura, sbandieratori e giocatori della porcola; in Vicolo San Giuseppe Otto artisti "Madonnari" esibiranno immagini sui temi di S.Martino e di paesaggio locale su pezzi di legno

dalle 15.30 nel parco della Comunità Montana ci sarà la premiazione del miele più buono, mentre in Piazza Mazzini ci sarà L'Antico gioco della Porcola

ore 17.30 concertodi campane

ore 20.30 presso il Cinema Teatro Verdi Concerti d'Autunno rassegna di canti popolari con il Coro di Breganze , il Coro San Giovanni Battista (Heves-Ungheria) e il Coro Comiter di Venezia

giovedì 7 novembre 2013

Mousse di castagne con coulis di cachi


Complice il bel sole di questi giorni, la temperatura ancora incredibilmente mite, questa mattina sono uscito per andare a raccogliere le ultime castagne rimaste di una stagione magra sia per il meteo sia per la "famigerata" vespa cinese che sta distruggendo i pochi castagneti coltivati rimasti nella nostra zona collinare.

Una bellissima passeggiata tra sentieri colmi di foglie secche dei castagni (e non ho potuto far a meno di ricordare quando da bambino amavo calpestare i cumuli di foglie secche raccolte assieme ai ricci ai bordi del bosco e sentire il crepitio sotto i piedi). Incantato ho assaporato il tepore del sole, i colori speziati dei castagni, dei noccioli e della roverella e dei cespugli di rosa canina.


Naturalmente l'impegno maggiore era riservato ad osservare com metodicità per terra a cercare tra l'erba tagliata di recente questi meravigliosi frutti del bosco.
Il bottino è stato un bel cesto di castagne, lucide e mature al punto giusto per finire nella pentola bollite come vuole questa ricetta.

Ingredienti:
• ½ litro di latte • 300 ml. di panna da montare • 400 gr. di castagne (lessate e spellate) • 100 gr. di zucchero di canna • 1 baccello di vaniglia

In una pentola che avete riempito d'acqua aggiungete le castagne che lesserete per 30 minuti circa.
Poi dopo averle spellate mettete le castagne in un pentolino con il latte, lo zucchero e la bacca di vaniglia, portate ad ebollizione e cuocete per 20 minuti.
Quindi togliete la bacca e frullate con il minipimer il tutto.
Montate la panna.
Successivamente incorporate delicatamente la panna con le castagne frullate.
Distribuite nelle coppette e aggiungetevi due cucchiai di coulis (salsa) di cachi

Per la salsa:
3 cachi (600 g. circa)
2 cucchiai scarsi di zucchero di canna
1 succo di limone
1 cucchiaio di Brandy, Rum o Cointreau.
Frullate la polpa pulita di 3 cachi maturi con lo zucchero e il Rum.

sabato 2 novembre 2013

Risotto con l'igroforo scarlatto e melograno


Ingredienti:  

320 gr di Hygrocybe punicea (igroforo scarlatto)
320 riso carnaroli o violone nano
due spicchi d'aglio schiacciato o uno scalogno
Brodo vegetale o di pollo (sgrassato)
100 gr di grana padano grattugiato
100 gr di burro 1 melograno maturo
Olio di oliva extra vergine
sale e pepe qb

 Procedimento:
Pulire bene i funghi lavandoli velocemente sotto l’acqua corrente e tagliarli a pezzi grossi lasciando interi quelli piccoli. Fate soffriggere due spicchi d’aglio (meglio se schiacciati), oppure uno scalogno tritato a seconda del vostro gusto personale, con poco olio e una noce di burro fino a farli dorare leggermente.

Aggiungete i funghi a pezzi e cucinateli per circa 6 – 8 minuti o almeno fino a quando avranno perso parte della loro acqua di vegetazione. A quel punto versate il riso e cuocetelo fino a quando avrà assorbito tutta l'acqua di vegetazione dei funghi che nel frattempo avranno perso il loro colore scarlatto a favore di un giallo pieno (tipo risotto allo zafferano).



A questo punto potete aggiungere un mestolo di brodo vegetale, e continuare in questo modo la cottura fino a quando il riso non sarà pronto.
Finite la cottura, dopo aver spento il fuoco, con una mantecatura con grana padano e il restante burro.



Una volta impiattato aggiungete una piccola manciata di grani di melograno maturo che avrete lasciato per qualche ora in frigorifero.
 In questo modo otterrete un buon contrasto tra il caldo-dolce del risotto e il freddo-aspro del melograno.



E’ un piatto veramente squisito, semplice e di rapida preparazione. Se siete veramente dei buongustai, non lasciatevi sfuggire l’occasione di gustare in questo modo l’igroforo scarlatto, fungo tanto eccellente quanto sconosciuto e trascurato da molti fungaioli.
Consiglio di abbinare a questo piatto un ottimo Prosecco Millesimato.