lunedì 23 settembre 2013

I suoni stonati delle Dolomiti

" Si chiude con il botto l’edizione 2013 dei Suoni delle Dolomiti. A passo San Pellegrino,oltre 13.000 persone hanno assistito all’atteso concerto di Fiorella Mannoia, che si è esibita insieme a Luca Barbarossa e Neri Marcorè. Un pubblico delle grandi occasioni, quello che ha affollato i prati attorni al rifugio Fuciade. Tanto da stupire persino gli organizzatori dell’evento." (tratto dal Corriere del Trentino del 31/08/2013)

 Ma siamo proprio così sicuri che anche le Dolomiti siano così felici di essere "stupite" da folle calcistiche che calpestano i loro sentieri, i prati, i boschi e le loro cime ?

Da quasi vent’anni "I Suoni delle Dolomiti" è la manifestazione più frequentata dell’estate alpina. E anche quest’anno, fra il 29 giugno e il 30 agosto, le montagne, le malghe, le rocce, i boschi, i laghi del Trentino hanno ospitato il festival, giunto alla XIX edizione. Nell’arco di due mesi musicisti ma anche attori, scrittori e alpinisti, si sono incamminati, spesso assieme ad un pubblico da stadio verso luoghi incontaminati, ed esibendosi in straordinari teatri naturali e bloccando per un giorno intero le vie di accesso dell'area dove avvenivano le manifestazioni ai normali escursionisti e frequentatori abituali della montagna.

Ma siamo proprio sicuri che sia questo il modo migliore per fare apprezzare la montagna ad un pubblico più vasto di quello che normalmente frequenta le alpi e le dolomiti ?

Io sono da sempre contrario a queste manifestazioni organizzate in montagna. Come pure mi dissocio dalla malaugurata idea di permettere, durante la stagione invernale, di trasformare i rifugi in discoteche o peggio ancora in locali dove sciatori modaioli consumano un happy hour con i canoni del frastuono e della movida cittadina che nulla ha da spartire con la montagna.

Per fortuna non sono il solo a lamentarsi di questo modo di rivitalizzare la montagna.
Basta che leggiate questo bel post: I suoni stonati delle Dolomiti


sabato 21 settembre 2013

Cercare o raccogliere ... funghi ?

Non so se è solo una mia impressione, tuttavia mi sembra che in questi ultimi anni sia aumentata in misura esponenziale la gente che passa il proprio tempo a ravanare nei boschi . Ricordo che anni fa, da novello cercatore, quando si andava a cercare porcini bisognava prima farsi i conteggi dei giorni trascorsi dall'ultima pioggia, controllare la fase lunare e cercare di capire quale versante fosse il migliore per la loro crescita.

Ma poi, nonostante tutto questo, i "cappotti" erano sempre in agguato. Al massimo una telefonata dell'amico che ti diceva se, secondo lui, c'era o meno qualche nascita e comunque bisognava organizzarsi con il lavoro, per cui passava sempre qualche giorno e questo poteva voler dire arrivare in ritardo rispetto alla "buttata".
Poi è arrivata la tecnologia, Internet e quant'altro.

Ora ci sono le bellissime immagini postate dei funghi in habitat che farebbero sbavare anche un cieco, ci sono i forum con i racconti (Topic) dai Titoli inebrianti: "Oggi raccolto in doppia cifra".

Alla fine nei posti più conosciuti oggi si è costretti a fare la fila già per uscire dal casello dell'Autostrada (es.Borgo Val di Taro).

Oppure non trovi più neppure posto per parcheggiare l'auto (es. Valmaggiore ) ed il bosco sembra trasformato in un supermercato da tanta gente che incontri.
Internet con il suo tam-tam di sicuro attira in certi momenti un'orda famelica di "cavatori" che comunque si affollano per lo più in certi luoghi noti e dove, per motivi turistici, forse si vuole proprio che vadano.
In certe zone, anche negli anni migliori e nel pieno della buttata non ho mai trovato nessuno nel bosco!!!

Così il divertimento di andare nel bosco a cercare funghi mi è rimasto nelle stagioni scarse come quest'anno, dove i funghi te li devi guadagnare, le fungaie e i posti li devi conoscere.
Per me da più soddisfazione una decina di porcini trovati oggi che kili e kili degli anni famosi per le nascite copiose come nel 2008.

Quando ne trovi solo un paio di isolati in un bosco deserto è un'emozione unica, quei pochi singoli funghi, anche se un po' mangiati, ti fanno diventare un un tutt'uno con il bosco e ti fanno pensare alla "meraviglia" della natura.
Perché cercare e raccogliere sono due azioni diverse, sia logicamente sia spiritualmente.
Se penso agli anni in cui ho iniziato io ad andare per funghi mi viene il magone ed una profonda tristezza.

Perché non c'era bisogno, come succede oggi, di svegliarsi in piena notte per riuscire ad arrivare sul posto prima degli "altri".
Perché non c'era alcuna necessità di entrare nel bosco con la lampada frontale prima ancora che la luce del sole illumini il sottobosco.
Perché non c'era bisogno di fare chilometri per trovare un pò di pace e di tranquillità.

Perché la stagione dei funghi di una zona era quella con le sue pause e le sue esplosioni e andava rispettata senza che si sentisse il bisogno di percorrere in auto mezza italia per "trasferirsi" dagli appenini alle alpi per "cavare".
Tutte cose che invece ora sembrano essere normali, ovviamente, con l'avanzare della tecnologia e con l'aumento esponenziale dei raccoglitori.

L'esperienza della ricerca dei porcini ha perso oramai i suoi connotati più filosofici per trasformarsi solamente in un "must" che permette ai molti di poter affermare "sono andato per funghi"!
Il cercare funghi si è così trasformato in una raccolta, come un qualsiasi tipo di frutta (mele, uva,...) e viene vissuta in modo ossessivo, con comportamenti compulsivi che sfiorano la "bulimia porcinara" .

Così mentre leggo alcuni topic su forum dedicati al mondo del porcino, mi rendo conto di trovarmi sempre più spesso difronte a persone con disturbi ossessivo-compulsivi che si evidenziano con pensieri, immagini o fantasie ricorrenti a "cavate in doppia cifra".
Ma purtroppo, ormai, non si può pretendere di tornare indietro.

Forse mi sono fatto prendere dalla malinconia, ma oramai chi, come me, vive più vicino ai boschi, vede la fine della stagione dei funghi come la fine di una guerra, e la liberazione del territorio dalla pazza folla dei "cavatori pendolari".
Un tempo si tenevano nascosti i posti, non per vera gelosia, ma perchè si ritenevano un tesoro da dividere con gli amici più intimi, come il segreto di una ricetta, un qualcosa che doveva rimanere un'esperienza condivisa. Ora è necessario farlo, ed è un vero peccato, altrimenti non avrò più motivo di cercare funghi.

domenica 1 settembre 2013

Hoabonti (2336m) e Cola (2262m): finalmente

Il 30 giugno di quest'anno avevo dovuto abbandonare il progetto del giro dell'Hoabonti e Monte Cola da Rifugio Serot. Infatti una volta arrivati al Passo della Portela e saliti a quota (2240 m) seguendo il segnavia 325 ci siamo trovati difronte un passaggio esposto che la neve caduta due giorni prima aveva reso alquanto insidioso con il concreto rischio di scivolare nel canalone sottostante.

Oggi abbiamo ripreso quel progetto, ma abbiamo anche deciso di modificarlo, anzi di stravolgerlo: una volta raggiunto il Passo dal rifugio Serot, abbiamo deciso di abbandonare l'idea del giro ad anello per salire direttamente alla cima dell' Hoabonti e successivamente seguire la lunga dorsale panoramica che conduce alla cima del monte Cola.

Il paesaggio che osserviamo mentre saliamo lungo la valle per portarci al Passo della Portela è molto diverso da quello del 30 giugno. Ora il bianco candido delle lingue di neve che scendevano copiose dai canaloni dell'Hoabonti e del Cola sono svanite lasciando il posto al verde intenso dell'erbapascolata da greggi di pecore e capre.

Giunti al Passo della Portela, ci concediamo una breve pausa per osservare il magnifico panorama della sottostante Val Cava che sale dalla Valle dei Mocheni, mentre in lontananza il Ruioch si presenta ancora coperto da alcuni cumuli di nubi che non fanno sperare nulla di buono per il proseguo della nostra avventura.

Riprendiamo il cammino seguendo per il tratto iniziale il segnavia cai n. 325 per la Forcella del Lago. Arrivati al bivio dove il sentiero ha una parte attrezzata con un cordino ed un piccolo ponte in legno dove il 30 giugno ci eravamo fermati ed avevamo desistito dal proseguire, abbiamo abbandonato il segnavia 325 per una impegnativa ma abbastanza breve salita, tra gli sfasciumi di una pietraia.

Seguiamo la traccia molto evidente che segna il cammino lungo  la dorsale ovest dell’Hoabonti, più affusolata ondulata e tormentata di quella dolce del Gronlait, il cui sentiero di salita ora ci appare evidente alle nostre spalle.
Come pure in evidenza appare, lungo la parete nord del Gronlait, il sentiero cai n. 371 che sale dalla Val Cava.

Arrivati in quota seguiamo la traccia di sentiero che a poca distanza dal crinale, con qualche  passaggio abbastanza esposto,   in prevalente direzione est, ci porta al punto più elevato della ondulata dorsale. Il panorama è molto ampio spaziando dal Gruppo di Brenta, alla lughissima Catena del Lagorai, avendo esattamente sotto di noi il più grande dei Sette Laghi sovrastati dal Monte del Lago e dalla forcella omonima.

Dopo una breve pausa che ci permette, pur con un tempo non perfettamente limpido, di ammirare e gustarci un panorama a 360° straordinario.
Proseguiamo ora su labile traccia in direzione est nord-est aggirando alcuni dossi .
Il sentiero corre vicino alla cresta settentrionale che sovrasta, con pareti di roccia imponenti, l’Alpe dei Sette Lagh.

Una breve salita e raggiungiamo la parte sommitale del Monte cola, dove è posizionata una bella croce in ferro. Purtroppo, come avevamo sospettato le nubi ci hanno completamente avvolti e non ci danno la possibilità di godere della vista, che si avrebbe in una giornata limpida, fino alle Pale di San Martino, passando per Cima d'Asta e il gruppo del Rava.  Peccato.

Ritorniamo sui nostri passi e ripercorriamo per buona parte la traccia di sentiero che segue la dorsale appena percorsa fino ad incrociare un evidente sentiero che scende verso la verdeggiante Val d'Ilba.
E' una discesa piacevole e dolce quella che affrontiamo e rappresenta, in inverno, una delle linee preferite di salita al monte Cola, sia per gli scialpinisti che per i ciaspolatori.


Ora il tempo meteorologico ci condece una pausa lasciandoci intravvedere, nella discesa lungo la Val d'Ilba, un panorama mozzafiato verso la Valsugana e i contrafforti nord delle cime dell'Ortigara, cima Dodici, del Trentin e del Portule.


Alla fine di questa lunga discesa arriviamo in vista di un piccolo baito segnato nelle carte come baito d'Ilba.
Non è sicuramente all'altezza di altri rifugi della zona, anzi ad essere siceri ci appare alquanto malconcio, ma in ogni modo è un bel posto per una breve sosta.
E d'inverno è un punto di riferimento strategico.

Poco sotto il baito prendiamo, a sinistra, una strada forestale non segnata nella nostra carta topografica, che ci conduce ad est verso La Trenca.
Prima di scollinare, per ricongiungerci con la strada recentemente asfaltata che dal rifugio Serot sale alla Trenca, giriamo a destra verso sud lungo la valletta che ci porta alle case Calavin e in breve alla strada del Serot.