Lounge Music

domenica 27 settembre 2009

Autunno: il silenzio del bosco

E' arrivato l'autunno e il bosco ritrova ritmi e silenzi che gli sono propri.
Ha lasciato sciamare i turisti e i raccoglitori frettolosi e vocianti dell'estate, ed ora, grazie anche alle copiose piogge dei primi giorni di settembre, sembra donare a chi lo frequenta gioie inaspettate e impagabili.

Sono questi i giorni più belli per camminare le terre alte e per cercare i nostri amati porcini, da solo o con poca compagnia.
Le prime piogge hanno lavato i residui dell'estate e ogni foglia d'erba, ogni ramoscello ha la sua perla.
I cervi e i caprioli, immobili dentro il bosco, hanno goduto della pioggia che li ha lavati e liberati dai fastidi degli insetti alati.

Ed anche per me è bello e liberatorio andare con scarponi e la mantellina impermeabile tra i rami ancora gocciolanti di pioggia, vagabondare senza prefissare una meta e incontrare con reciproca sorpresa animali non più impauriti dai rumori continui e fastidiosi provocati dai frequentatori estivi dei boschi.


Tante cose nel corso delle stagioni la natura può insegnare a chi osserva.
Ma è principalmente in autunno che il bosco si fa leggere con chiarezza: dall'abbondanza delle squame e dei torsi degli strobili sotto le conifere possiamo intuire la presenza di scoiattoli acrobati sopra le nostre teste, dai coni di cirmolo sgusciati e disseminati comprendiamo di trovarci nel territorio della nocciolaia, da un boletus pinicola sbocconcellato possiamo supporre il passaggio di un capriolo che abbia voluto assaporarne il gusto.

Il desiderio di restare tra questi silenzi interrotti solo verso sera dall’aritmico clangore dei campanacci delle mucche di ritorno per la mungitura, è forte.
Mi fermo ancora una volta e la brezza della sera mi porta nuovamente profumi di resina e di fiori che il bosco continua ad emanare dopo la pioggia di questa notte.

Il desiderio di indugiare, nel tepore del sole al tramonto, ancora tra questi colori così riposanti è forte e devo raccogliere tutte le mie forze per rialzarmi e tornare sui mie passi, lasciando che tutto questo si sedimenti dentro il mio cuore e la mia anima per diventare ricordo e memoria.

sabato 19 settembre 2009

CREMA di FINFERLI, PUNICEA e OVULI con CROSTINI al LARDO

CREMA di FINFERLI, PUNICEA e OVULI con CROSTINI al LARDO

Ingredienti (per 4 persone):
½ litro di brodo vegetale
200 g di finferli
100 g di punicea
100 g di ovuli
40 g di crema di latte
20 g di burro di malga
2 spicchi d’aglio
Olio, sale e pepe q.b.

Per i crostini:
1 baguette sottile
4fettine di lardo tagliate a velo
Origano
Olio extravergine di oliva

Per preparare questo piatto rivisitato della cucina Trentina dobbiamo ricorrere ad un frullatore ad immersione per ridurre i funghi.
Prima però dobbiamo cuocerli per 15 minuti in una padella con dell’olio extravergine di oliva e due spicchi di aglio tritati. Dopo averli salati li versiamo nella casseruola dove abbiamo precedentemente preparato il brodo vegetale.
Quindi frulliamo il tutto con il nostro minipimer.
Riportiamo sul fuoco la crema così ottenuta, spolveriamo con del pepe macinato sul momento, aggiungiamo il burro e continuiamo la cottura per altri 5/6 minuti a fuoco basso.
Nel frattempo tagliamo la nostra baguette a fettine di 1 cm di spessore.
Adagiamo i crostini, su cui abbiamo versato un filo di olio extravergine e spolverati con un po’ di origano, in una padella antiaderente finché non saranno croccanti e assumeranno un bel colore dorato.
A questo punto adagiamo sopra ad ogni crostino ancora caldo circa 1/3 di una fettina di lardo di Siror o di Colonnata tagliata a velo.
Lasciamo che il lardo sciogliendosi insaporisca i crostini che terremo da parte in caldo.
Incorporiamo la panna fresca alla crema già pronta e lasciamo cuocere a fuoco basso ancora per un paio di minuti continuando a mescolare il composto.
Serviamo in una ciotola di vetro dopo aver aggiunto un paio di crostini al lardo.

martedì 15 settembre 2009

Meet Joe Black

Erich Fromm sosteneva che nella vita di un uomo vi è certezza solo per ciò che riguarda il passato, mentre per ciò che riguarda il futuro , solo la morte è certa e indicava come soluzione alla disperazione di tale certezza un unica possibilità: l’amore. E proprio amore e morte sono i protagonisti del film andato in onda ieri sera in prima serata su rete 4. Diretto da Martin Brest, lo stesso dello storico “Profumo di donna” con Al Pacino, “Vi presento Joe Black” (1998), sebbene ormai abbastanza datato come film, rimane un classico da tenere nella propria videoteca personale, se non altro per essere il film più costoso mai prodotto senza uso di particolari effetti speciali. Molti, circa 90 milioni, dunque, i dollari spesi per mettere in scena la storia del magnate William (Bill) Parrish, interpretato da un magistrale Anthony Hopkins, la cui vita, tutta affari e famiglia, viene improvvisamente sconvolta dalla presenza di uno sconosciuto. Il suo nome è Joe Black ed è lo stesso Bill a dargli questo nome per nasconderne l’identità agli affetti più cari. Come vi dicevo, rimane nella mia lista dei film preferiti, di quelli che ogni volta che lo guardo non riesco ad annoiarmi, pur conoscendo a memoria le battute. Un film un po' strano, da guardare con attenzione, soprattutto se è la prima volta, perché il film, anche se molto lungo, corre veloce e non sempre fornisce spiegazioni. Il film i realtà è il remake di "Death Takes a Holiday" ("La morte va in vacanza") del 1934, questa volta ad impersonare l'Angelo della Morte abbiamo un Brad Pitt che offre un'interpretazione sempre all'altezza, in grado di rendere il sinistro personaggio, a tratti buffo, a tratti autoritario, con lo straordinario talento e il fascino che l’ hanno reso celebre. Il film che unisce dramma, commedia, amore e un pizzico di finanza non dura poco, 3 ore, ricevendo molte critiche per questo motivo, però se il film è tra quelli preferiti sono comunque tre ore che trascorrono veloci tanti sono gli eventi che si susseguono nel film, ma anche i momenti più lenti con dialoghi da ascoltare. Assolutamente da riascoltare la colonna sonora, che accompagna le immagini del film, composta da Thomas Newman. In particolar modo bellissima risulta la rivisitazione di "What a wonderful world" di Louis Armstrong suonata dalla sua orchestra con una delicatezza che lascia sempre a bocca aperta.
"Non un'ombra di trasalimento, non un bisbiglio di eccitazione; questo rapporto ha la stessa passione di un rapporto di nibbi reali. Voglio che qualcuno ti travolga, voglio che leviti,voglio che canti con rapimento e danzi come un derviscio! Voglio che tu abbia una felicità delirante! O almeno non respingerla.
Perché il suo canto è antico, costante e amorevole.
Lo so che ti sembra smielato ma l'amore è passione, ossessione, qualcuno senza cui non vivi. Io ti dico:"Buttati a capofitto! Trovati qualcuno che ami alla follia e che ti ami alla stessa maniera!" Come trovarlo? Beh, dimentica il cervello e ascolta solo il cuore. Io non sento il tuo cuore perché la verità, tesoro, è che non ha senso vivere se manca questo. Fare il viaggio e non innamorarsi profondamente, equivale a non vivere. Ma devi tentare perché se non hai tentato non hai vissuto."
Caspita quanto è vero e quanto sarebbe dannatamente meraviglioso incontrare una persona con cui poterla davvero vivere quella felicità delirante. Ogni tanto ci chiediamo se là fuori ci sia ... anzi, forse abbiamo la presunzione di pensare che realmente esista ma non sappiamo se riusciremo mai a incontrarla. E se poi la incontrassimo, …saremmo in grado di capire che ? "La donna o l’uomo della propria vita". E' sempre stato un concetto che sa di troppo maestoso, che odora di una ricerca che potrebbe diventare ossessiva e non condurre a niente, perché poi chiunque correrebbe il rischio di non essere "abbastanza". Ma forse un incontro importante quello sì: quello che ci fa cambiare le cose, quello che può davvero modificare la nostra vita in un istante. E ci dà la possibilità di credere nelle opportunità che ogni giorno ci passano accanto. Anche se a volte in un'altra dimensione, come in treno, in una prospettiva orizzontale. Noi siamo abituati a guardare davanti, come quando siamo in auto, o in bicicletta, o come quando saliamo in montagna. In treno invece il mondo ci scorre a destra o a sinistra, in una prospettiva che diventa per noi orizzontale. E a volte anche nella vita le cose non compaiono davanti a noi, ma ci passano a destra e a sinistra; e così può succedere che noi non le vediamo, o se le vediamo non ne intuiamo subito il loro valore. Troppo concentrati a guardare avanti, spesso troppo impantanati a guardare indietro ...

martedì 8 settembre 2009

I segreti di un grande formaggio

Storicamente gli allevatori del comune di Levico hanno sempre alpeggiato il proprio bestiame sull’Altopiano delle Vezzene: una zona del tutto diversa dalle vallate del Lagorai e particolarmente vocata al pascolo.
Infatti il toponimo “Vezzena” è fatto derivare dal tedesco Wiesen che significa prati.
Il territorio occupa la parte nord-occidentale dell’altopiano di Asiago.
I pascoli, suoi componenti principali, conquistati alla foresta da tempo immemorabile, sono circondati da boschi di abete rosso e, in misura minore, di abete bianco e di larice.
La vegetazione dei pascoli dell’altopiano può essere rappresentativa di molti pascoli del Trentino, anche se in questo altopiano si trovano delle specie che si possono definire “ottime foraggere” e che danno al formaggio, che qui si produce, un sapore ed un profumo del tutto particolare.
Ed è proprio da queste erbe che nasce un formaggio eccellente quando viene stagionato oltre l’anno: il Vezzena.
E il formaggio prodotto in malga, così come il vino, sono l’espressione del clima e del territorio in cui viene prodotto. A riprova di ciò, il nome di questo formaggio richiama quello del toponimo della località. Un legame inscindibile garantito dal sapiente lavoro del casaro e rafforzato dalle certezze di una tradizione centenaria. Dare il proprio nome ad un formaggio non è il risultato di una momentanea mancanza di fantasia, ma la prova che quanto uscito da queste malghe conserva la stessa identità di chi l’ha prodotto.

Durante la lavorazione del latte, Tullio il casaro di malga Biscotto, è l’officiante di un rito arcaico, fatto di gesti che non hanno età.
La mungitura della sera prima si lascia raffredare in recipienti larghi e bassi nel locale più fresco della casara e dopo aver levato la panna affiorata la si aggiunge alla mungitura del mattino già versata nella grande caldaia di rame. Con il fuoco il latte viene portato a 27°. A questo punto viene aggiunto il caglio per il coagulo che viene successivamente rotto e rimestato fino a formare dei granuli come dei chicchi di riso. La temperatura viene allora portata a 37-38° e solo allora viene levato il fuoco da sotto la caldaia.
Quando la cagliata si è depositata sul fondo, con l'avvenuta separazione dal siero, verrà lasciata riposare ed infine levata e riposta, comprimendola con le mani, dentro le apposite fasciere in legno.
Dopo qualche giorno incomincerà la salatura, non per salamoia, ma a secco che durerà quindici giorni.
Poi ci sarà il voltamento delle forme, la raschiatura e la oliatura con olio di lino crudo.
A sei mesi si potrà gustare, a un anno è ottimo, a due è degno del miglior torcolato di Breganze.

Dal latte al formaggio, con movenze solenni e sicure che oggi ben si sposano con nuove tecnologie. La modernità, in malga, riesce ad avere ancora un volto umano e a conservare il prezioso retaggio del passato senza stravolgerlo. Così il sapore di questo formaggio, famoso fin dai tempi della Serenissima Repubblica è rimasto immutato nel tempo.
Un sapore che ci parla di tante cose.
Delle levatacce per la prima mungitura, ai temporali estivi che sorprendono per la loro intensità e brevità, dal silenzio indimenticabile di questo altipiano, ai pascoli e alle erbe che le bestie hanno brucato, essenze floreali, particolari ed uniche, che ritroviamo, miracolosamente trasformate, nel formaggio Vezzena che stiamo degustando.

Così ogni semplice assaggio può trasformarsi in una gioia per i sensi, un’esperienza ludica capace al contempo di educare ai piaceri di un piatto semplice ma nello stesso tempo straordinario nella sua armonia: Delizia di edulis e Vezzena

Le malghe dell' Altipiano


…Le vecchie casare di tronchi che restavano nel ricordo dell’infanzia costruite con il nordico e antico sistema bloch-bau (abeti squadrati e incastrati agli angoli) ora sono quasi tutte sostituite con fabbricati in muratura, che però mantengono lo stesso schema e orientamento… A sinistra il vano per la refrigerazione del latte e l'affioramento della panna, la conservazione del burro; a destra il vano per la lavorazione del latte.
Difronte o di lato a questo fabbricato un altro con la stanza della salagione e la lavorazione del formaggio nei primi quindici giorni, a sinistra il vano per la conservazione e la stagionatura fino a settembre; sopra le stanze per la famiglia del malghese e gli aiutanti" *

Oggi sono risalito per la vecchia strada che M. Rigoni Stern faceva da ragazzo con suo padre per visitare le malghe più belle dell'Altipiano.
Certo ora le malghe sono quasi tutte ristrutturate ed hanno la corrente elettrica e l'acqua corrente, cose impensabili fino a 50 anni fa.
Ma i problemi che i malgari devono affrontare sono rimasti sempre gli stessi; da un lato il controllo del bosco affinché non invada la zona di pascolo, che va possibilmente allargata ma soprattutto mantenuta libera da arbusti, cespugli ed erbe infestanti come il nardo, il senecio, il cirsio spinoso, le felci e il velenoso veratro.

L'altro grave problema che devono affrontare è quello dell’approvvigionamento idrico. Ciò è dovuto in parte alle particolari condizioni climatiche: in genere le precipitazioni sono elevate, però le piogge estive sono scarse. Anche il substrato geologico, di natura calcarea, è all’origine della povertà d’acqua che si perde rapidamente nel sottosuolo per fenomeni carsici.
Di norma l’abbeveraggio degli animali viene eseguito mediante pozze d’alpeggio. La pozza d’alpeggio è tipica dei pascoli prealpini che si trovano su questi tipi di substrati calcarei.
I pastori, in passato, realizzavano delle pozze in terra battuta generalmente a forma circolare, stendendo degli strati sovrapposti di argilla e foglie di faggio ben compattate dal calpestio dei bovini.
Le pozze per raccogliere l’acqua piovana e abbeverare le mandrie sono un elemento importante per l’allevamento ma anche per il paesaggio rupestre. Questi invasi punteggiano i pascoli assolvendo una funzione primaria tanto da essere battezzate con un nome: Pozza Gioconda, Pozza del prato, Pozzona.

* M Rigoni Stern, Amore di Confine, Einaudi ed.

domenica 30 agosto 2009

Cima di Cece con Giorgio


Ogni volta che devo salire qualche cima c’è un momento in cui penso a ciò che la montagna rappresenta.
Quando mi sveglio, nell’attimo brevissimo in cui gli occhi si aprono, e la prima cosa che intendono guardare è il tempo.

Così sabato mattina, appena la sveglia ha iniziato a suonare, ho aperto gli occhi e mi sono precipitato al computer per controllare le ultime previsioni del tempo.


Rispetto alla sera precedente erano migliorate e così il mio cuore si è fatto più lieve come se, gli fosse stato tolto un peso che già da qualche giorno lo affliggeva.
Subito dopo c’è stato un tempo brevissimo in cui la consapevolezza della fatica che andavamo ad affrontare è rimasta in bilico nella mia mente. Tanto è bastato per addensare nuovamente qualche nube di preoccupazione.
Di solito mi capita più spesso d'inverno quando la levata è più legnosa per il freddo intenso.
Ma poi alla fine si parte, sempre, con un pieno di energia.


Alle ore 9.00, come comvenuto, ci siamo ritrovati al parcheggio di malga Valmaggiore saliti da Predazzo.
Dopo i soliti convenevoli siamo così partiti dalla malga imboccando il sentiero cai n. 335 con un pò di trepidazione per un meteo ancora instabile, ma anche con la forza ed il coraggio infusi nel cuore di ciascuno dal significato particolare che questa escursione aveva per noi tutti.
La preoccupazione si è quasi del tutto dissolta dopo i primi passi marcati anche da un chiacchiericcio quasi da mercato settimanale.

Poi quando la salita ha cominciato a farsi sentire è arrivata la concentrazione e il silenzio, e con essa anche un momento grandissimo di libertà mentale.

A volte, come faceva Giorgio, preferisco salire da solo, perché le abitudini di camminata sono diverse ed a volte i tempi ed anche i caratteri - in montagna - vanno poco d'accordo. Anche se non siamo mai soli quando camminiamo in montagna. Si va su sempre con uno zaino fisico sulla schiena ed una croce spirituale fatta di ricordi, amori e pensieri che non sono mai gli stessi.


Come giustamente scriveva Carlo qui:
" Salire da soli non è mai salire soli se si hanno volti da sorridere in silenzio , se il vento discreto di mezzacosta alita sul vetro opaco dei ricordi e gioca nelle orecchie parole da stendere come unguenti magici su ferite mai chiuse , su risposte mai pronunciate , su discorsi mai conclusi , su sogni mai rinunciati ".




Lungo il sentiero che si inerpicava sulla costa pietrosa, nel semplice gesto del camminare, abbiamo cominciato a dialogare con noi stessi, a distillare piccoli pensieri, semplici e profondi, come prima di addormentarci, o come nell'immediato risveglio.
In quei momenti di libertà assoluta il silenzio è sembrato quasi d'obbligo.
Chi va in montagna sa che non esiste quasi la dimensione del parlato.
La montagna fa solo figli silenziosi.
E questo Giorgio amava ripeterlo e ricordarlo spesso nelle sue “scalate”.


Forse è soltanto una questione di sensibilità montana, ma parlare e camminare sono due azioni quasi inconciliabili. Si parla quando ci si ferma un poco, durante le soste, oppure quando si è a valle e la montagna diviene piccola dietro di noi, così che abbiamo l’impressione che non oda le nostre chiacchiere.
Credo che nell’ascesa a Cima di Cece ognuno di noi sia stato capace di entrare davvero all'interno di questa sensibilità.
O meglio di quel concetto di altezza dove siamo portati a salire quando andiamo in montagna.

Certo non possiamo essere tutti Maestri, Messner o Simone Moro, alpinisti ai quali è stato regalato un dono irripetibile.
Per noi gente comune, a cui la montagna piace ma senza quel senso di vita o di morte che sta addosso agli alpinisti con la A maiuscola, ogni salita possiede una singolare dimensione spirituale.
Ed è proprio per questo motivo che a Giorgio piaceva andare in montagna.
Per avere un momento in cui fare un bagno assoluto di spiritualità dentro se stesso in completa solitudine.


Anche noi, dopo aver condiviso assieme la fatica della salita, siamo arrivati lassù in solitudine, dove, da mesi, avevamo un appuntamento con Lui.

Lo abbiamo salutato così e non c’è foto che possa documentarlo, perché le macchine fotografiche hanno taciuto in quel momento.
Ci siamo stretti immobili....
le voci, il rumore sulle pietre, ogni suono è cessato ......
Il silenzio ci ha avvolti ...............

                                                           
Ecco, il Signore passò.
Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento.
Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto.

Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco.

Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero.......

(1Re 19,11-13)

....... poi solo un vento leggero



le foto sono di G. Azzimondi


domenica 23 agosto 2009

In ricordo di Giorgio .....

Abbiamo sempre più bisogno di un luogo e di un tempo dedicato al racconto ed all'ascolto dei sogni. Ma non per esprimere giudizi, o per cercare di interpretarli con lo scopo di avere delle indicazioni per la nostra vita. Al contrario solamente per condividerli, lasciando emergere emozioni e pensieri che quei sogni narrati evocano in noi. E Giorgio era in grado, attraverso i suoi topic in A Passeggio nel bosco di raccontarci i sogni. Così che, quando andiamo a leggere i suoi scritti, dentro di noi prendono forma grappoli di immagini e ricordi uniti a profondi silenzi interiori.





Come se un'unica voce narrante, quella di Giorgio, abbia raccolto in sé i contenuti di tutte le nostre voci. I tuoi racconti, caro Giorgio, sono e resteranno per sempre sogni in cui noi, lettori qualche volta distratti, ti ascoltiamo parlare e sentiamo la tua storia, guardiamo le immagini che hai portato e alla fine percorriamo con te quella strada che risale alla fonte.

giovedì 20 agosto 2009

Lagorai - Cima delle Stellune

Da Strigno, in Valsugana, si risale la Val Campelle (indicazione per Rif. Crucolo) fino a Ponte Conseria m 1468, dove si lascia l'auto.
Si segue il sentiero 326 in direzione della splendida Malga Conseria m 1821.
Il sentiero inizia ripido con zig zag fino a quota 1968 quindi spiana fino sotto la malga che si raggiunge con un ultimo dolce strappo.


Le previsioni del tempo davano una giornata divisa in due parti nettamente distinte.
Al mattinio il tempo doveva essere buono mentre dal primo pomeriggio era prevista pioggia alternata a schiarite.
Purtroppo le cose sono andate un pò diversamente..........
ma andiamo per gradi.
 Arrivati a malga Conseria abbiamo ripreso la strada forestale del Passo Cinque Croci e ci siamo portati a malga Valsorda I° per una traccia di sentiero nel bosco. Sempre seguendo questa traccia siamo saliti a Passo Val Cion (2.076 m).
Dal Passo Val Cion lungo il sentiero 318 ci siamo diretti alla Forcella di Val Sorda costeggiando i due laghi delle Buse Basse detti anche laghetti di Rocco. Il tempo rimaneva comunque non buono e, come si vede chiaramente nella foto del lago delle buse basse a Cima D'Asta sicuramente già pioveva .

Ma, con il conforto delle previsioni in "real time" di Matteo, abbiamo deciso di continuare dandoci degli obiettivi possibili a seconda dell'evoluzione meteo.
1° obiettivo: Forcella di Val Sorda (2.256 m), che abbiamo raggiunto dopo una decina di minuti trovando la sorpresa della neve.




 Arrivati alla Forcella, e vista la situazione meteo abbiamo deciso di proseguire fino alla Forcella di Val Moena.
Purtroppo la segnaletica era stata spezzata e così non ci siamo accorti della scorciatoia che segue il vecchio sentiero militare ( 317) nella pietraia.
Abbiamo preso così il sentiero 318 che perdendo quota (2.182 m) ci ha fatto anche perdere del tempo prezioso.

Oltrepassata la forcella, per un tratto pianeggiante, ci affacciamo sul versante opposto verso la testa della tranquilla e selvaggia Valle delle Stue che si stende di sotto di noi.

Seguiamo quindi il sentiero 318 lastricato che ci ricorda ancora una volta come la catena del Lagorai sia stata teatro di duri combattimenti in quota durante la Grande Guerra e.... finalmente torniamo ad alzarci di quota sempre in direzione della Forcella di Val Moena per sentiero 321,
Con un traversone sull'impervia pietraia, seguendo le tracce della vecchia strada militare, raggiungiamo finalmente la Forcella di Val Moena m 2294.


Il Lago delle Stellune ci appare, laggiù in basso, come in una visione di sogno, rifulgendo con le acque color azzurro cobalto e riflessi verde smeraldo che lasciano senza fiato.
Scattiamo una carrettata di foto, nella speranza che almeno una possa rendere, almeno in minima parte, questi colori ma.....
Dalla forcella il panorama è davvero ampio; a destra una crestina rocciosa si collega al Cimon del Terzo e alla Busa Grana mentre sotto di noi si apre la bella Valle delle Stue, in cui occhieggia il Lago delle Stellune.

Dalla forcella tabelle e segnali a vernice indicano la direzione da seguire; a sinistra, si percorre ancora per pochi metri il sentiero n° 321 per Forcella di Busa della Neve fino a poco prima di un grosso masso con targa e cartello segnaletico del CAI. Voltandoci indietro, un ometto e una scritta con freccia su un sasso indicano di deviare a destra per una buona traccia un tempo segnata in bianco-rosso, ed ora accompagnata prima da frecce bianche e poi da evidenti omini di pietre.

Questo vecchio sentiero militare della Grande Guerra (non numerato sulle carte, ma con tabelle e segni evidenti sul terreno), in gran parte ancora gradinato, risale a bruschi zig zag il ripido costone tra le rocce.
Le difficoltà sono di 1° grado e conviene avere piè fermo e una certa esperienza di montagna: si deve arrampicare qua e là per superare i tratti più ripidi o stretti, tra un roccione e l'altro, gli appigli però sono numerosi.


Superata la ripida spalla il sentiero "spiana" su una surreale pietraia sotto la cima, che prelude allo strappo finale, col sentiero ancora a zig zag che risale facile gli ultimi sfasciumi. (come si vede dalla foto d'archivio a destra)
Siamo a poche centinaia di metri dalla vetta, ma Matteo, che è rimasto alla Forcella con i nostri zaini, ci richiama a gran voce perché il tempo sta velocemente peggiorando.

A malincuore ridiscendiamo alla forcella, non prima di aver fotografato la Val Moena in una delle rare schiarite che il tempo ci ha concesso.

Ridiscesi alla Forcella di Val Moena, prendiamo il vecchio sentiero militare (317 CAi) che attraverso lo sfasciume ci riporta in breve alla Forcella di Valsorda.
Da questo punto in poi la pioggia ci accompagnerà per tutto il percorso di ritorno.

Una pioggia lieve e continua, senza azioni temporalesche, che ci permetterà nella più' assoluta solitudine di assaporare e godere di queste montagne così uniche ed affascinanti e così lontane dalle loro sorelle più note e frequentate come le dolomiti.

La traccia GPS (in giallo) di una parte del percorso fatto, dove si vede chiaramente sia il punto in cui abbiamo rinunciato a proseguire, sia la variante del 317 che viene correttamente segnata nella cartina della Tabacco 014 - Val di Fiemme, mentre nella Kompass 626 non risulta neppure segnata come traccia in nero.