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lunedì 12 settembre 2011

Lagorai: giro del Montalon



Partenza: Hotel Rifugio SAT Lagorai (1.300 m)
Massima elevazione: Forc. Val Sorda  (2.256 m)
Dislivello complessivo: 1.270 mt
Distanza: 18 km
Tempo: 7 h e 10'
Difficoltà: impegnativa per lunghezza e dislivello





Questa è una escursione discretamente impegnativa non tanto per il dislivello, che comunque resta pur sempre di 1.200 metri, quanto per la lunghezza. Infatti si tratta di un mini trekking di circa 18 km, da farsi in giornata, quindi per camminatori allenati.
Nessuno vieta comunque, avendo una tendina e un certo spirito d'avventura, di spezzare il percorso in due giornate campeggiando al Montalon o al lago Stellune.

In compenso si attraversano dei paesaggi sicuramente tra i più belli del Lagorai, toccando ben quattro magnifici laghetti: il Lago di Montalon, presso la forcella omonima, il Lago delle Stellune, i due Laghetti delle Buse Basse vicino a Forcella Valsorda.
Il segreto per fare queste "scalcagnate" senza soffrire troppo, almeno per chi scrive, oltre ad un buon allenamento beninteso, è quello di prendersela comoda.

Quindi partire prima possibile, e poi andare ad un ritmo lento in modo da diluire lo sforzo nell'arco di tutta la giornata, concedendosi molte soste o pause ristoratrici, e soprattutto contemplative E' il modo migliore per andare in montagna, senza l'assillo dell'orologio: guardare i panorami, osservare flora e fauna, fare fotografie, soste di riflessione e di silenzio.


Da Strigno, in Valsugana, si risale la Val Campelle (indicazione per Rif. Crucolo) fino al Rifugio Hotel SAT Lagorai (1.300 mt) dove si lascia l'auto.
Si segue il sentiero cai 362 che ci porta ai prativi sotto la Malga Montalon lasciandoci alle spalle l'ombra della peccetta.
Poco prima di lasciare il bosco è d'obbligo una breve sosta al capitello in legno dedicato a San Antonio di Montalon.


Montalon era la più vecchia malga del Lagorai purtroppo non più in uso, che conservava l'originaria tipologia delle baite di un tempo.
Al basamento costruito con sassi a secco si sovrapponeva la struttura lignea costituita da travi intrecciati tra loro.
La copertura era originariamente in scandole di larice o abete.



Dalla malga, sempre per sentiero ripido ma ben segnato, rimontiamo successivi costoni fino allo splendido Lago Montalon in circa 30-40 minuti.
Poco distante dal lago c'è la forcella omonima,  dove una volta raggiunta svoltiamo a destra per segnavia 322, proseguendo in costa con leggeri saliscendi per circa 2 km, fino a quando scorgiamo più in basso lo splendido Lago delle Stellune.


Anche il lago delle Stellune è un posto favoloso per piantarci la tenda.
Proseguendo sempre verso est arriviamo con leggera salita alla Forcella Valsorda, il punto più elevato del percorso a quota 2.256 m, dove è possibile osservare lungo la dorsale nord del Montalon numerosissime tracce di trinceramenti e ricoveri della Prima Guerra Mondiale.
Ora lasciamo per un momento il sentiero per puntare per comodi prativi direttamente ai Laghi delle Buse Basse.
  Per tracce, scendiamo al primo laghetto visibile, poiché il sentiero si tiene distante verso nord. Qui giunti, ci affacciamo verso valle a scorgere il secondo e più grande lago, circa 50 metri più in basso
E' sicuramente il luogo più bello del percorso; un posto che ci induce a fermarci e, nel silenzio più assoluto, a riflettere. La Storia ci dice che sulle rive di questo lago, migliaia di anni fa, gruppi di cacciatori preistorici accendevano i fuochi dei loro accampamenti.


Lasciamo a malincuore le fantasie e le riflessioni che ci induce questo luogo e andiamo a recuperare il sentiero che abbiamo abbandonato sotto forcella Valsorda nel punto in cui incrocia il segnavia 317 che piega decisamente verso sud e che ci permette di rientrare con un lungo traverso in parte esposto fino a Malga Valsorda Seconda a quota 1.900 m.


Qui si hanno due alternative: scendere per la comoda, ma eterna, strada forestale sterrata, oppure proseguire per il sentiero 317 nel bosco fino nel fondovalle e, prima del ponte Conseria, seguire a destra le tracce di sentiero che risparmiandoci quasi 3 km abbondanti di strada asfaltata, ci permette di raggiungere il punto di partenza passando per Malga Zoppetto.

E' un percorso poco frequentato, ad eccezione della prima parte, mentre il più classico itinerario che parte dal Passo Manghen è frequentato.
Questo percorso ci permette di vedere un angolo di Lagorai inedito con paesaggi grandiosi e selvaggi.


lago delle Buse Basse al tramonto con sullo sfondo cima D'Asta




sabato 3 settembre 2011

Proviamo a salvare la cultura e la tradizione delle malghe

Dobbiamo imparare e capire che le tradizioni e la cultura della malga ruota intorno al latte e alla sua trasformazione, che deve avvenire necessariamente nella stessa malga.
E questo per due ordini di motivi. Il primo è un motivo economico, perché se togliamo la possibilità al malghese e al casaro di trasformare in loco il latte e quindi di vendere direttamente il suo prodotto, gli togliamo la maggior fonte di reddito.

In secondo luogo perché senza il processo di trasformazione la malga viene svuotata della sua anima, diventando un mungimificio in linea con la logica del produttivismo quantitativo. Con il rischio che anche la malga diventi il palcoscenico della finzione, con le dimostrazioni ad hoc di lavorazione del latte ad esclusivo uso e consumo dei turisti, come già succede in alcune rinomate località del Trentino.

Alcuni per giustificare la scelta di trasportare nei caseifici a valle il latte prodotto in malga sostengono che tale operazione rappresenta una forma di sostegno al sistema delle malghe perché permette una riduzione degli oneri di manodopera legati alla trasformazione del latte. Ma alleggerire il peso dell'attività d'alpeggio significa che il personale viene ridotto al minimo con quello che ne consegue in termini di socialità. Se poi l'operazione più impegnativa, oltre alla conduzione al pascolo del bestiame, diventa la mungitura (a macchina) allora può essere sufficiente anche personale non particolarmente qualificato e privo di legami con la tradizione del territorio.

Questo significa che dalla malga possono sparire il casaro, gli attrezzi, e i locali per la conservazione e trasformazione del latte nonchè quelli per la stagionatura dei formaggi. A questo punto la Malga può diventare solamente un museo, un baito per la caccia o un rudere che lentamente cadrà nell'oblio.

Ricordiamoci però, e prima che sia troppo tardi, che Malga ha la radice indoeuropea melg = mungere, da cui il latino mulgeo, l'inglese milk, il tedesco melken e molti dei nomi derivati da questa radice (es. malghera = ”caseificio”) rimandano in modo specifico alla lavorazione del latte.
Inoltre le Malghe, se messe nelle condizioni di operare la raccolta e la trasformazione del latte e la successiva vendita diretta dei prodotti derivati, hanno una valenza fondamentale nella conservazione paesaggistica ed ambientale del territorio che equivale a qualcosa come il 20% della superficie territoriale delle Alpi.

Le Malghe infatti in molte zone, come ad esempio nel Lagorai, sono fondamentali nel mantenimento del territorio alpino perché con la loro dismissione gli alpeggi verrebbero sostituiti da incolti e da nuovi boschi che renderebbero difficoltoso il mantenimento della sentieristica che dal fondovalle sale in quota. Inoltre verrebbero a mancare gli unici punti di appoggio nelle lunghe escursioni ad anello o nei mini-trekking (ricordo che nel Lagorai non ci sono, o sono quasi nulli i rifugi e i ricoveri).


Per chi volesse approfondire la tematica delle malghe di montagna vi linko un Blog molto interessante e piacevole
Antichi mestieri

giovedì 1 settembre 2011

Crudità di edulis e carlina con scaglie di Vezzena

Il nome Carlina deriva da Carlo Magno che si racconta attribuì alla pianta il potere di curare la pestilenza.
In realtà appare più probabile una banale deformazione della parola carduncolos, diminutivo di cardo e il nome starebbe quindi, per piccolo cardo.
Acaulis perché priva del gambo.

Carlina acaulis è una pianta erbacea perenne che cresce nei pascoli magri calcarei della zona montana. Il gambo è breve o nullo mentre le foglie rigide e grandi sono lanceolate e pungenti, strisciano sul terreno a forma di rosetta. I capolini floreali si chiudono quando il tempo muta al peggio, per questo in alcune zone alpine viene anche volgarmente chiamata Carlina segnatempo.

I ricettacoli dei capolini, noti come “pane del cacciatore”, sono eduli, utilizzabili come i cuori dei carciofi tagliati a piccoli pezzi, oppure messi a cuocere con lo zucchero in poca acqua, fino ad ottenere una purea dolce-piccante, ottima da utilizzare come la mostarda.
Le radici invece, tagliate a rondelle e private della parte interna legnosa, possono essere utilizzate per fare canditi, una prelibatezza se coperti di cioccolato..


Anche se la raccolta, il trasporto e soprattutto la cura la rendono una pianta difficile da usare in cucina per me rappresenta una vera delizia soprattutto se consumata cruda assieme a qualche edulis trovato in alta quota.
Il tutto condito con una semplice vinagrette e spolverizzato con del Vezzena di Malga Biscotto.
Chiaramente accompagnato con un Cartizze Bisol, il miglior bianco al mondo.

mercoledì 31 agosto 2011

Formaggio di malga e presidi Slow Food

Che strana la storia di alcuni presidi Slow Food-Concast: formaggi chiamati “di malga” ma che, onestà vorrebbe, si chiamassero più correttamente "formaggi di latte di malga".
Una differenza non da poco perché con i formaggi di latte di malga il latte viene trasportato in cisterne e, dopo la raccolta, finisce mescolato ad altro latte nei caseifici industriali consortili e non del fondovalle, o semi-industriali che dir si voglia.

Il valore del formaggio di malga, lo stesso dicasi per la ricotta e il burro, sta nel fatto che è di quella particolare malga, che ne rispecchia le caratteristiche dei pascoli, come il particolare e ben delimitato terreno per un vino di gran cru.

Un esempio per tutti, e di cui ho già parlato in altro post, è quello dato del Vezzena dop, presidio Slow Food, prodotto dal caseificio sociale di Lavarone solamente durante il periodo estivo con il latte di alpeggio di alcune malghe e per questo marchiato con una "M".
Ma ben diverso è quello prodotto direttamente in Malga Biscotto dalle mani sapienti di Tullio Vettorazzi malghese e casaro per tradizione.

Se invece la malga diviene solo un posto dove si munge il latte, si apre la strada all’involuzione della malga stessa: poco personale e poco qualificato, nessuna possibilità di fornire ai turisti il prodotto della malga e di illustrare loro come nasce il formaggio (si può sempre fare la caserata apposta per i turisti, come in certi agritur, ma è una finzione).
Dove va a finire la "cultura della malga"?
Nei musei dove parecchi vorrebbero finisse tutta la cultura contadina.


Con il marchio Slow Food si vorrebbe fornire un'immagine "autentica" a qualcosa che non lo è o lo è solo in parte.
Un gioco che vale fintanto che qualcuno grida "il re è nudo".
Il marchio Slow Food si compra (così come per fare un Presidio si paga) ma se, di questo passo, invece di rappresentare uno strumento in difesa dei produttori più piccoli e deboli diventa uno strumento per discriminarli ulteriormente, il capitale rappresentato dal marchio dei Presidi verrà dilapidato e sarà un'altra arma spuntata nella giungla di sigle, marchi e tante trovate che dovevano difendere i prodotti tradizionali ma che, invece, strumentalizzano a favore di qualcosa di diverso.

Tra le incongruenze di questa vicenda va ricordato che la Libera associazione malghesi e pastori del Lagorai è gemellata con l'Associazione produttori Valli del Bitto/Presidio Slow Food.
Ma mentre in Lombardia Slow Food è impegnata a difendere i piccoli produttori tradizionali del Bitto con la sua matrice e identità orobica nei confronti del Consorzio di tutela e delle Coop, in Trentino sta dall'altra parte della barricata.

Ci auguriamo che non sia solo per soldi e soprattutto che ci sia spazio per ripensamenti, per salvaguardare formaggi e prodotti di malga che sono ancora il frutto di un’arte millenaria che, a parte gli anni del primo conflitto mondiale, non ha conosciuto interruzioni, mantenendo intatte le antiche conoscenze, il sistema artigianale di lavorare il latte crudo direttamente in malga, la stagionatura in quota e, non ultimo, la difesa e la godibilità di un paesaggio rurale di grande interesse paesaggistico.

martedì 30 agosto 2011

Le malghe del Lagorai: Malga Montalon

Una delle vecchie malghe del Lagorai ancora in uso, che conserva l'originaria tipologia delle baite di un tempo, è la Malga Montalon. Di proprietà dei baroni Buffa fin dal XVI° secolo che la utilizzano, assieme a Malga Montaletto, come riserva di caccia (in autunno, dopo la partenza del malghese).

Per raggiungerla, dopo che con l'auto abbiamo risalito la Val Campele e superato il rifugio Crucolo, lasciamo la strada principale che prosegue sino al fondovalle per raggiungere l'Hotel SAT Lagorai.
Qui parcheggiamo e proseguiamo a piedi lungo il sentiero cai 362 che sale direttamente alla Malga .
Il percorso, che risale la valle boschiva, è quasi sempre accompagnato dal mormorio del Rio Montalon e di suoi piccoli affluenti.
Dopo un'ora di cammino usciamo dalla fitta abetaia e arriviamo al cancello di legno che delimita il pascolo di proprietà.

Ancora una ventina di minuti per percorrere i prativi e un'ultima breve salita e ci possiamo sedere alle panche dei tavoli esterni per assaggiare subito uno straordinario yogurt con i frutti di bosco di produzione propria.
Così abbiamo anche il tempo di conoscere Oswald Tonner conduttore della malga.

E' una vera e propria migrazione alpina quella rappresentata dal percorso di 45 km tra il Maso di Oswald (Maso Berger, in frazione Caoria di Salorno, BZ) e la Malga Montalon. Una migrazione che, dato che le mandrie non percorrono più di 20-25 km al giorno richiede una tappa, presso malghe amiche o aree attrezzate.
Una migrazione relativamente breve ma dura.

Agli occhi di chi ha assunto come ordinaria una visione della malga "modernizzata" come alcune malghe dell'Altopiano di Asiago o di Vezzena con le autocisterne del latte che fanno la spola con i caseifici industriali del fondovalle, forse Montalon può apparire una malga "particolare".
Ma rispetto al passato ora c'è la luce elettrica prodotta da una turbina da 4 kW, c'è anche il telefono grazie ad un ripetitore nelle vicinanze e ad una antenna installata sopra il tetto, e così si può mungere a macchina anche qua. Ma nonostante tutta questa nuova tecnologia a Montalon i fabbricati (fuori e dentro) sono ancora quelli di tipo tradizionale e la vita è sicuramente più spartana rispetto alle malghe dell'Alto Adige dotate di ogni possibile confort.

Al basamento costruito con sassi a secco si sovrappone la struttura lignea costituita da travi intrecciati tra loro. La copertura era originariamente in scandole di larice o abete. Presso la Malga l'acqua che arriva alla ruota del mulino è ancora oggi portata da un lungo canale interamente scavato nel legno.
L'acqua, come in tutto il Lagorai non solo è abbondante, e quindi disponibile per l'autoproduzione di energia elettrica ma è anche freddissima. Così può essere usata per conservare e mantenere il latte di capra (non molto abbondante) da un giorno all'altro meglio che in un refrigeratore moderno.
(la foto è di Ennio Poletti tratta da
http://montagnaamica.blogspot.com)


Tra le difficoltà nella gestione della malga, oltre l'accesso e il trasporto delle materie occorrenti alla malga che deve essere fatto a dorso di asino con i basti e le ceste (vedi foto), Oswald evidenzia anche la vetustà delle strutture "non a norma". Anche se per la verità bisogna ricordare che Oswald, essendo cresciuto in un ambiente simile, ha imparato dai vecchi contadini una " naturale autodisciplina" che i vecchi malgari si sono sempre portati dentro.
Infatti, quando gli ispettori sono arrivati qui per fare i prelievi di controllo e verifica dell'idoneità igienico-sanitaria hanno si osservato come i locali non siano a norma, ma quando hanno visto i risultati delle analisi con grande stupore hanno dovuto constatare che erano molto migliori di molte malghe anche recentemente ristrutturate.


Se non prevarrà l'idiozia di coloro che alcuni anni fa hanno lanciato l'idea di un "Lagorai selvaggio" che un marketing turistico-territoriale ruffiano cerca ancora in tutti i modi di far decollare.
Se non vincerà il progetto di qualcuno che preferisce probabilmente che le ultime malghe vengano abbandonate in modo da spacciare questo territorio di millenaria cultura della malga per un'area wilderness, dove organizzare settimane di sopravvivenza usando le malghe abbandonate come bivacco.

Se si smetterà di pensare al Lagorai come al prossimo Parco da istituire.
Allora e solo allora si potrà sperare di veder consolidata la consapevolezza tra gli addetti ai lavori e le persone che frequentano la montagna che Malga Montalon, come altre malghe del Lagorai, sono un patrimonio culturale prezioso che va difeso e mantenuto.

Ma, purtroppo, questo potrebbe essere l'ultimo anno che Oswald potrà condurre in alpeggio a Malga Montalon le sue bestie e deliziarci con il suo burro straordinario e il suo formaggio di capra perché il barone Luigi Buffa non vuole ristrutturare la malga per adeguarla alle normative vigenti, e così.........un tesoro di inestimabile valore andrà perso.
E allora perché non vi prendete una giornata  e salite alla malga a fare conoscenza con Oswald, forse.......

lunedì 29 agosto 2011

Le malghe del Lagorai: una cultura da preservare

Fino agli anni '60 tutte le sette malghe di proprietà della Val Campelle e quelle della vicina Val Calamento erano "caricate" con bestiame proveniente dai paesi di fondovalle rappresentavano per la popolazione dei paesi di valle una delle principali fonti di reddito.
Ogni famiglia del paese possedeva una stalla in cui allevava qualche capo di bestiame che permetteva di fornire il latte e la carne necessari per il sostentamento, oltre a qualche maiale, (che veniva alimentato con lo "scòlo" - siero di latte) che era parte determinante nell’economia della malga, e alle volte anche una decina di capre.

Con lo sviluppo della frutticoltura nella zona della Bassa Valsugana, la progressiva industrializzazione del paese e la nuova politica zootecnica tesa ad incentivare la creazione di stalle di parecchi capi, dalle caratteristiche fisiche e strutturali inadatte all'alpeggio, tutte le piccole stalle disparse nel paese, una ad una, vennero a scomparire, determinando un progressivo abbandono dei pascoli di montagna.

Come ho già detto, attualmente, dopo anni di incuria, grazie ad una nuova politica provinciale di incentivazione, tesa al recupero dei pascoli di montagna, alcune malghe della valle, sono tornate ad essere "caricate" con bovine da latte ed è stata ripresa presso le loro strutture la produzione dei prodotti tipici quali formaggio, burro e ricotta.
L'importanza economica delle malghe del Lagorai rappresenta ora solo un pallido riflesso di quella del passato, ma almeno il filo della storia non è stato spezzato, gli elementi di continuità non mancano e neppure le prospettive di una nuova valorizzazione.

Così nell'ottobre del 2000 si è costituita "La Libera Associazione Malghesi e Pastori del Lagorai" che si è subito posta come obiettivo primario la promozione e la diffusione del valore etico, ecologico, culturale e salutistico, legato alle esperienze lavorative in Malga.

Fin da subito l'Associazione ha rifiutato la Dop, perché la stessa, pur ideata negli anni ‘90 come strumento di valorizzazione territoriale e quindi di salvaguardia dell’artigianalità casearia, paradossalmente si è verificato che non solo non tutela i piccoli produttori, ma legandosi alla zootecnia intensiva, penalizza fortemente la qualità, alimentando la deriva verso la standardizzazione del prodotto.

Consci della diversità che esiste tra prodotto tipico legato alla Dop e il prodotto locale lavorato in malga l'Associazione ha cercato viceversa di privilegiare la filiera di produzione, la materia prima locale (rappresentata da pascoli straordinariamente ricchi di essenze spontanee), l’acqua di sorgente del Lagorai, particolarmente fredda, il solo latte di bovine così alimentate e, non da ultimo, quei sistemi artigianali di caseificazione e stagionatura in malga, tramandati da secoli dai casari della Valle.

Un tentativo questo, da parte della Libera Associazione dei Malghesi e dei Pastori del Lagorai, che si pone in netta contrapposizione di molte realtà del Trentino piegate oramai ad una modernizzazione acritica, di un prodotto lavorato nei caseifici consortili del fondovalle appiattito alle norme comunitarie.
Un tentativo finalizzato a difendere il Lagorai dalla speculazione turistica e alla conservazione di un sistema di pascolo e di caseificazione ancorato alle pratiche tradizionali e identitarie di un territorio unico nel suo genere.

Nel ricordo di
 Francesco Franzoi
malghese e casaro di  M. Valpiana
morto nel febbraio del 2009




venerdì 26 agosto 2011

Lagorai: la Val Campelle

Interamente solcata dal Torrente Maso, uno dei maggiori affluenti di sinistra del fiume Brenta, la Val Campelle costituisce un corridoio naturale di congiunzione fra la Catena del Lagorai e la Valsugana. A quota 1000 metri, in loc. Pontarso, la valle che partendo da Telve risale dalla Valsugana, si ramifica in due direzioni: la Val Calamento che piega verso ovest, percorsa dal Torrente Maso di Calamento e la Val Campelle che piega verso Est, percorsa dal torrente Maso di Spinelle.

Sul versante orografico destro sale da Telve la strada provinciale della Val Calamento che, valicato il Passo Manghen, prosegue attraverso la Val Cadino fino a Molina di Fiemme. Ma di questa valle parleremo in altro post.

Da Scurelle, invece, sale la strada per la Val Campelle. Oltrepassato l'abitato la strada si congiunge con la provinciale che sale da Strigno e Spera .

Dove la strada inizia a salire si entra in uno splendido lariceto fino a giungere ad un caratteristico ponte in legno dove si può ammirare in tutta la sua bellezza la Cascata che il Rio Brentana compie dopo aver unito a sé le acque che scendono da Val de Prà e da Primaluna.

Attraverso un corridoio di possenti faggi, la strada arriva infine al Rifugio Crucolo, locale molto rinomato per la sua cucina a base di piatti tipici locali e per il "Parampampoli", un'antica bevanda alcolica servita alla fiamma.

Qui la strada si ramifica in due tronconi: a destra l'antica strada di accesso alla Val Campelle sale ripida passando per loc. Bianchi fino alla Malga di Cenon di Sotto; a sinistra la strada asfaltata realizzata negli anni '70 che in breve porta ai Prai Tomei, porta di accesso alla Valcampelle, ove si aprono le prime distese prative con le caratteristiche "baite" in legno e sasso a vista.

Continuando la strada asfaltata si giunge alla località Rifugio Carlettini, attualmente riaperto dopo una radicale ristrutturazione che ne ha però alterato i caretteri specifici. Nei pianeggianti boschi che da qui fino alla località Ponte di Conseria costeggiano il greto del torrente Maso, si trovano alcune aree di sosta ed aree attrezzate per pic-nic, realizzate in questi ultimi anni dal Servizio Ripristino e Valorizzazione ambientale della Provincia Autonoma di Trento.

A trecento metri dall'ultima area di sosta in prossimità del Ponte Conseria, immersa in un verde pascolo a 1462 metri s/m si trova Malga Casarina.

Attualmente, dopo anni di incuria, grazie ad una nuova politica di incentivazione tesa al recupero dei pascoli di montagna, alcune malghe della valle, Cenon di Sopra e Cenon di Sotto oltre alla suddetta Malga Casarina (agritur) sono tornate ad essere "caricate" con bovine da latte ed è stata ripresa presso le loro strutture la produzione dei prodotti tipici quali formaggio, burro e ricotta.

Le malghe di proprietà dei baroni Buffa esistenti nella valle del Montalon conservano ancora l'originaria tipologia delle baite di un tempo. Al basamento costruito con sassi a secco si sovrappone la struttura lignea costituita da travi intrecciati tra loro. La copertura era originariamente in scandole di larice o abete. Presso Malga Montalon l'acqua che arriva alla ruota del mulino è ancora oggi portata da un lungo canale interamente scavato nel legno.

Purtroppo a parte malga Montalon tutte le altre malghe appartenenti alla famiglia dei Baroni Buffa sono state abbandonate e lasciate cadere (molte sono ridotte in ruderi) ad esclusione della malga Montaletto la cui abitazione e' stata trasformata in baita per cacciatori in quanto si trova nella grande riserva di caccia che si apre sulla destra orografica del rio Montalon.

Pur con alcune recenti "valorizzazioni" e "ripristini" di incerta qualità la Val Campelle resta con i suoi laghi (i più belli del Lagorai), torrenti, malghe e cime un ambiente ancora integro che non ha subito l'aggressione di un turismo di massa ed offre ai frequentatori un paesaggio unico grazie alla bellezza delle risorse naturali e alla possibilità di compiere escursioni con difficoltà e impegno fisico che possono soddisfare sia gli amanti del trekking facile sia alpinisti esperti.
Da questa valle infatti si possono affrontare escursioni sia estive che invernali tra le quali:

Cima Socede, Cengello e Lasteati 

Cima Orsera e Gruppo del Rava

Monte Setole

Alta Via del Granito

Giro del Montalon

Cima delle Stellune