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mercoledì 4 marzo 2015

Marostica: sentiero dei Gorghi Scuri con due alternative

Il primo itinerario oltre a farci scoprire uno dei siti naturalistici più suggestivi del territorio a nord di Marostica, i Gorghi Scuri, (lussureggiante ed affascinante luogo che somiglia vagamente all'elfico "Gran Burrone" de "Il Signore degli Anelli") ci porta ad uno dei balconi collinari più belli per godere appieno del paesaggio delle colline della Pedemontana. Durante il cammino attraverseremo tratti di bosco nati su antichi terrazzamenti, alternati a colline in cui il bosco è stato sostituito da filari di viti e olivi messi a dimora sui vecchi terrazzamenti, in gran parte ripristinati, che seguono le linee sinuose delle colline.


Da Valle S. Floriano si prende la strada che verso Ovest conduce a contrà Placa e Contrà Capo di Sopra, dove possiamo parcheggiare l'auto vicino ad un Capitello.
Da questo punto seguiamo la strada cementata con direzione nord che risale  il torrente “la Valletta”, sulla nostra destra, mentre un bosco di ripa, composto da salici, pioppi, ontani, robinie, costeggia alla sinistra la strada.

Arriviamo in breve ad una suggestiva cascata. Oltrepassiamo il torrente dirigendoci verso un vecchio baito recuperato (fienile rustico e ricovero per attrezzi) che costeggia la strada.
Subito dopo alcuni cartelli alla nostra sinistra indicano un sentiero alternativo solo per esperti; quello del " sito naturalistico dei Gorghi Scuri".

Ripromettendoci di farlo in una prossima uscita, noi proseguiamo per la più comoda strada forestale che si inerpica verso est inoltrandosi in un bosco di carpini neri e roverelle fino ad un piccolo casolare completamente restaurato.
Quì giriamo a sinistra mentre il bosco cambia di nuovo aspetto; ai carpini si sostituiscono alcuni vecchi castagni, sopravissuti ai numerosi che qui allignavano prima che la malattia del cancro del castagno li decimasse.
Un bosco che trasuda ancora di vecchie storie, di racconti fantastici, di anguane e salvanelli... Non c'è passo che non facciamo senza aspettarci di intravvedere qualcosa o qualcuno attraversare i profili di questi vecchi alberi. In un altro momento, forse, ci faremmo prendere dalla paura, ma invece capita che più ci immergiamo in questo bosco più il nostro spirito osservativo e avventuroso ci farà scoprire cose fantastiche e interessanti.

Come un vecchio fontanello da poco messo in luce dal recente taglio del bosco e che si trova nei pressi di un tornante destro che arriva a lambire la valletta degli Spini.
Ci soffermiamo per un istante ad osservare rapiti questo angolo di natura che ci induce ad immaginare cose d'altri tempi.
Usciti dal bosco attraversiamo, dapprima un gruppo di case adossate con a lato un vecchio pozzo, poi, tagliando per un pascolo aperto, giungiamo alle prime case della frazione di Pradipaldo, contrada Zeggio.
Arrivati all'incrocio con la strada provinciale che sale in Altopiano di Asiago ci concediamo una breve pausa per poter ammirare il paesaggio collinare della Pedemontana.



Per il ritorno dobbiamo risalire la provinciale di qualche metro fino al campo da calcio e scendere per la stretta strada asfaltata che ci conduce alla contrada Fagarè alto e poi fino alle prime case di Valrovina, e da lì per sentierino della Val di Forame fino a San Michele. Seguendo via G. Fattori si perviene alla strada sterrata (contrà Gaggion Basso) che costeggia il torrente Lavacile e che seguiremo fino a risalire in contrà Marchetti - ristorante "La Rosina" . Seguiamo per qualche metro la provinciale e poi giriamo a destra per sterrata che ci conduce alla contrada Piazzette e da li ritornati al capitello svoltiamo a sinistra per la contrada Placa dove recuperiamo l'auto.

 Partenza: contrà Placca valle San Floriano  140 Arrivo: Pradipaldo - 510 mt
Dislivello.: 752 m
Distanza con alt: 12.86  km
Tempo: 3 ore e 25'




In alternativa
possiamo lasciare l'auto nel parcheggio del piazzale antistante la chiesa di San Floriano.
Da lì seguire il sentiero n. 2 per i Gorghi Scuri. Usciti nella provinciale che porta alla "Rosina" scendiamo per un breve tratto la strada per poi risalire a destra lungo via dei Stroppari  seguendo il segnavia n. 2. Al successivo bivio scendiamo lungo la strada centrale (via Capo di Sopra) fino ad incontrare sulla nostra destra un capitello ristrutturato in pietra.

Superata la contrada la strada inizia a salire e diviene ben presto avvolta dal bosco ed è udibile il suono dell’acqua: il percorso del
torrente La Valletta. Da questo punto in poi seguiremo le indicazioni del percorso riportato e dettagliato sopra. Continuando la salita (con indicazioni sempre ben presenti) passiamo
un vecchio casolare isolato, sempre dentro al bosco che a tratti ha colonizzato antichi castagneti ormai deperienti. Arriviamo alle prime case di Pradipaldo dove possiamo fare una sosta in uno dei tavolini all'aperto del bar Trattoria Da Tranquillo.

Terminata la pausa e attraversata la strada provinciale possiamo scendere attraverso un sentiero che inizialmente taglia due volte la strada per poi inoltrarsi definitivamente nel bosco. Il sentiero è ripido e il fondo sconnesso per il passaggio di moto e bike per cui risulta molto scivoloso in caso di pioggia. Arrivati alla contrada Marchetti (ristorante "La Rosina")   da li scendiamo per strada fino alle case Galassi-Pianezzola per poi proseguire per una sterrata che scende in valle. Attraversiamo il rio per risalire al parcheggio della chiesa di San Floriano dove abbiamo lasciato l'auto.



Partenza: Parcheggio Chiesa Valle San Floriano -                  180 mt
Arrivo: Pradipaldo - 510 mt
Dislivello cumulativo: 520 m
Distanza totale: 8 km
Tempo: 2 ore e 30'





domenica 15 febbraio 2015

Da Marostica all'Altopiano per antichi sentieri

Il percorso si caratterizza per la varietà degli ambienti, soprattutto nella parte alta (salita dell’Erta). Infatti è proprio in quella zona che si possono ammirare i più bei panorami sulla pedemontana, sulla pianura padana con lo sguardo che, nelle limpide giornate che seguono un temporale, riesce a spingersi fino a Venezia, alla luguna e alla costa istriana.


Partiamo dal centro di Vallonara (parcheggio della Chiesa - 130 mt) seguendo la segnaletica, sempre presente e molto chiara. Superate le scuole elementari e il campo sportivo, in prossimità del cimitero, inizia sulla nostra sinistra la salita del sentiero CAI n.800, detto del Sette per la sua caratteristica forma, storica via di comunicazione da e per Tortima e quindi per l’Altopiano dei Sette Comuni.

Arrivati all’incrocio su strada asfaltata che porta a Valle S. Floriano, lo attraversiamo prendendo il sentiero che porta alla storica Contrà Capitelli, dominata dal Santuario.
Il primo tempietto fu edificato nel 1620 ad opera di persone del luogo. Il Santuario fu poi ampliato nel 1769; a questa data è riconducibile il pavimento in coccio pesto, sottostante l’attuale, e ora parzialmente visibile attraverso un vetro.

La salita prosegue ripida per il sentiero selciato che supera una serie di terrazzamenti a "masiere" costruiti nei secoli scorsi dagli abitanti della zona per rendere un po’ meno ripidi i terreni sui quali si coltivavano un tempo ortaggi e frutteti. Negli ultimi anni si è proceduto al  ripristino di queste "masiere" costruite senza l'uso di malta, cemento o quanto altro, ma erette solamente con la tecnica dei muri a secco come si usava un tempo.


Da qualche decennio le piante da frutto e i castagni sono stati soppiantati dalla coltivazione degli olivi che ben si adattano a qusto terreno argilloso e al clima mite della zona, ma lungo questo tracciato si possono ancora ammirare dei castagni (marronari) centenari (alcuni datati intorno al 1600) di una bellezza unica.

Una volta arrivati alla contrada dei Pianari il sentiero si inoltra in un bosco che si fa sempre più fitto, e dove possiamo osservare, assieme a carpini e roverelle la presenza di numerosi arbusti ed alcune “macchie” color verde scuro, dovute alla presenza del Pino nero o austriaco.
Dopo poco meno di un'ora di ripido zig-zag, finalmente giungiamo sul piazzale del ristorante-pizzeria La Rondinella a Tortima, frazione del Comune di Conco.

Due passi prima del piazzale ci sono alcuni cartelli dove è stampata la mappa su cui sono disegnati i nuovi sentieri  a cura dell'Amministrazione comunale di Marostica, con la descrizione dei percorsi.
Facciamo una breve pausa per ammirare dalla terrazza della pizzeria il panorama. Peccato che la foschia e l'inquinamento dell'aria non permettano allo sguardo di distinguere in lontananza Venezia, ma neppure Padova.

Proseguiamo lungo la strada comunale con la neve che si fa sempre più ingombrante seguendo la segnaletica che ci indica di svoltare a sinistra verso le contrade Busa, Alto e Boffi. Superato il primo tratto tra le case, una bella visuale ci permetterebbe di spaziare con lo sguardo verso la sottostante pianura veneta e i lontani rilievi appenninici visibili nei giorni tersi. Lasciate le ultime abitazioni di contrà Busa proseguiamo verso contrà Alto.

 Oggi la zona che scende verso le colline sembra abbandonata ed il bosco in numerosi punti è impenetrabile per la presenza di rovi e arbusti intricati.
Proseguiamo quindi il nostro tragitto lungo la strada asfaltata sino ad arrivare a contrà Alto, punto più elevato della nostra escursione (800 mt) sovrastata dall’antenna del ripetitore RAI.

E allora facciamo una piccola deviazione dalla strada per salire alla cima del monte Alto sprofondando nella neve dove le uniche impronte, oltre alle nostre, sono quelle di caprioli, camosci e di una volpe.
Quì il panorama si apre anche ad ovest verso le Piccole Dolomiti (Lessini, Carega, Sengio Alto e Pasubio). Questo colpo d'occhio ci accompagnerà sino alla discesa alla contrada Boffi, dove termina la strada comunale.

Qui, seguendo la segnaletica pieghiamo verso destra, addentrandoci in una strada forestale che conduce in prossimità dell’abitato di Turchia, precisamente a contrà Bissacca, sulla vallata di Gomarolo. È questo il punto dove rintracceremo, in prossimità di un ponticello, l’inizio (indicato da un piccolo cippo) dell’antica Strada Armentaria Romana del Saliso, che scende dapprima a contrà Cassoni e poi sino al centro di Crosara.

Con il sole al tramonto, attraversiamo le poche case oramai abbandonate che compongono la  contrada  Cassoni.
Ci fermiamo un attimo per gustarci, nel silenzio più assoluto, l'ultima flebile luce di questo debole sole invernale. Poi scendiamo per l'ultimo tratto della Strada Romana fino al centro del paese di Crosara.

Percorriamo per un breve tratto la strada provinciale in direzione di Marostica fino ad imboccare sulla destra un vicolo  (via Caribollo), contrassegnato sempre dalla segnaletica, che ci riporterà, attraverso contrada Boli e poi Caribollo alla nostra auto a Vallonara in poco meno di un'ora. A Caribollo alto ci fermiamo un istante ad ammirare un recupero-restauro di un gruppo di case che ci rimandano ad un piacevole ricordo di eremi tra Collepino e Spello.

Partenza: Vallonara di Marostica - 130 mt
Arrivo: Tortima di Conco
Punto di maggior elevazione: monte Alto 820 mt
Ascens acc.: 880 m
Distanza con alt: 15 km
Tempo: 4 ore e 30'
Energia: 1063 kcal


Antichi sentieri: la Strada (sentiero) del Sette

Il Sentiero del Sette rappresenta una delle più antiche vie di collegamento tra la pianura e l'Altopiano  dei Sette Comuni. Una volta esistevano diversi percorsi di questo tipo tra Breganze e Bassano: erano vie di collegamento che servivano agli allevatori per portare gli armenti (essenzialmente pecore e capre) nei pascoli dell'Altopiano, ma anche a fare transitare le merci dell'attività armentaria estiva (il formaggio, la ricotta, ma soprattutto la carosa...) verso la città di Padova (Patavium).

In particolare la Strada del Sette che collega la frazione di Vallonara nel Comune di Marostica con l'abitato di Tortima, in Comune di Conco e quindi con l'Altopiano che ai tempi dell'età napoleonica appartenevano alla giurisdizione di Marostica.

Così come viene oggi individuato nelle mappe, il Sentiero del Sette è costituito dall'unione di antiche strade vicinali comunali. Partendo infatti dall'abitato di Vallonara si percorrono prima la "Strada Comunale dei Capitelli, poi la "Strada Comunale delle Fontanelle" e quindi nel tratto dalla contrada Pianari fino a Tortima la "Strada del Sette".

Le mappe Catastali Austriache del 1843 indicano come "Strada Comunale del Sette" un percorso leggermente diverso da quello attuale, posizionato più ad est della Valle dei Corvi, a partire dalla Contrada Erta. Ma questo antico tracciato è caduto lentamente in disuso a favore dell'attuale, anche se è ancora parzialmente rintracciabile nel territorio a partire dai Lavatoi Campi in direzione di Erta.

Per saperne di più si può consultare la guida "Escursioni nel territorio di Marostica" edizioni Asterisco a cura di Caterina Consolaro e Giorgio Parise.

giovedì 12 febbraio 2015

La vita non è ...

"La vita non è quella che si è vissuta, 
ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. "
G. Garcìa Marquez

Sono passati già dieci anni da quando ci hai lasciato.
Nel cuore ancora il brusio delle nostre parole, hai visto la vita sparire
lasciando a poco a poco un abbraccio di lumi.

Sei scivolato dalla vita alla morte in silenzio.
Quel silenzio che la tua lunga malattia ti aveva imposto, obbligato e costretto.
E oggi mi sembra come se il tempo passato sia una distanza ricoperta da mille fotografie di cui io ne possiedo e ricordo solo una minima parte.


 Questa, tra le altre di noi due, mi sembra sin troppo bella per poter essere stata vera, eppure eri lì come sempre accanto a me come lo sei ora, con il capo leggermente reclinato verso di me e dalla mano sulla spalla quasi a proteggere l'oggetto del tuo amore.


In questi stessi giorni, qualche anno dopo, la morte si è portata via anche Giorgio, lasciando dentro di me un vuoto pesante.

E sotto questa neve, nei sentieri delle terre alte dove il mio pensiero mi porta, tra i boschi e gli abeti carichi di una bianca coltre, nei tramonti invernali malinconici e pieni delle ombre della sera, non c'è momento in cui non senta con malinconica tenerezza il respiro della vostra anima e la dolcezza dei ricordi che ancora vivono in me.


martedì 9 dicembre 2014

Asiago: alle Melette per il sentiero delle "Puche"

Con il nome generico di Melette si intende quel gruppo di rilievi montuosi tondeggianti e per la maggior parte prativi, situati nella parte nord orientale dell'Altopiano di Asiago e paralleli alla dorsale del Monte Fior.
Questi rilievi, la cui altezza varia dai 1.400 ai 1.800 mt., sono caratterizzati da formazioni rocciose molto particolari.

Lungo la strada che da Gallio porta a Foza, una volta giunti alla contrada Sambugari (nei pressi di un'isola ecologica dove si può parcheggiare l'auto) parte una strada forestale, ben visibile nella foto a lato, che consente di salire alla malga di Meletta Davanti creando un giro ad anello con il nuovo sentiero delle "Puche".

Infatti una volta arrivati in prossimità di un lariceto, invece di proseguire dritti verso est, si svolta a sinistra verso nord  per incrociare a quota 1.400 mt circa i primi cartelli segnaletici del nuovo sentiero delle "Puche", grandi faggi che hanno assunto una conformazione particolare a seguito di potature che venivano effettuate neisecoli scorsi.

Puche è un termine che deriva dal dialetto cimbro "Puach = Faggio" e sono una specificità nel panorama della silvicultura del Veneto.
La particolarità della loro forma, simile in molti casi a quella di enormi candelabri, è dovuta alla pratica della capitozzatura. Questa tecnica, ora completamente abbandonata, consisteva nel taglio del tronco all'altezza di 2-3 metri per stimolare la pianta all'emissione di nuove fronde e polloni.

Il risultato era, in pratica, un ceduo aereo adatto alla produzione di foglia per l'alimentazione del bestiame, protetto dal morso degli animali pascolanti trovandosi ad una altezza sicura dal terreno. Nella zona era infatti largamente diffuso nei secoli scorsi la pratica dei prati-pascoli alberati, ovvero pascoli in cui si trovavano piccoli raggrupamenti di faggio che costituiva l'essenza arborea dominante.

Alcuni recenti studi hanno dimostrato come questa pratica permettesse una maggior abbondanza di specie foraggere nei pascoli alberati piuttosto che nei vicini pascoli aperti. Questo consentiva ai pastori dell'epoca di avere a disposizione una maggior quantità e miglior qualità di foraggio verde (frasche) e fieno per il proprio bestiame (in prevalenza pecore e capre) condotto in montagna dalla pianura durante i mesi estivi, secondo l'antico rito della transumanza.

Negli anni scorsi sono stati realizzati interventi finalizzati all'eliminazione di alcune piante di abete rosso che creavano troppo ombreggiamento ed ostacolo alle "Puche" al fine di preservare queste ultimi spettacolari esempi di archeologia ambientale. Inoltre è stato realizzato un sentiero (variante Le Puche 858b) che collega la strada forestale che sale dalla frazione Sambugari a questo interessante luogo.

Una volta usciti dal bosco un lungo traverso ci conduce verso est fino ad incrociare il sentiero cai 858 che sale dalla Contrada Campanella. Da questo punto si prosegue verso nord, tra l'erba  con un paesaggio che si apre sempre di più permettendoci di ammirare uno straordinario panorama di tutto l'Altopiano di Asiago.


Un centinaio di metri di dislivello ci portano al cippo commemorativo della Grande Guerra situato nei pressi della casara Meletta Davanti  a 1.703 mt che è il punto d'arrivo della nostra escursione.
Volendo si potrebbe proseguire verso il punto più alto della dorsale delle Melette, dove c'è l'arrivo di una delle seggiovie degli impienti invernali, ma il panorama che si gode dal cippo è sufficientemente ampio da comprendere a est Cima d'Asta con una parte del Lagorai, il gruppo delle Pale di San Martino, la dorsale del Monte Fior e il Grappa.

 
Mentre a ovest possiamo osservare i Lessini, il Carega e il Pasubio, il monte Verena, uno squarcio sul gruppo del Brenta, il Fravort e il Lagorai, il Portule e cima Dodici, e l'Altopiano in tutta la sua estensione.


Partenza: Contrada Sambugari 1.050 mt
Arrivo: Meletta Davanti - cippo 1.704 mt
Ascens acc.: 700 m
Distanza con alt: 10 km
Tempo: 4 ore
Energia: 1075 kcal
In colore verde la traccia di salita, mentre in rosso è evidenziata quella di discesa.   

lunedì 1 dicembre 2014

Asiago: Monte Fior e Castelgomberto

Due vette vicine tra loro, vicine a tante altre, eppure unite come non mai da un’unica storia: la prima battaglia delle Melette nella Grande Guerra dove sono assunte a simbolo del sacrificio e dell’abnegazione. Per entrambi gli schieramenti italiano e austroungarico queste cime divennero esempi di abnegazione che, ci auguriamo, le persone, soprattutto quelle delle nuove generazioni, ricordino e imparino a non ripetere.

Attacchi sfiancanti, difese logoranti, bombardamenti ininterrotti, mitragliamenti, ripiegamenti: un vero calvario. Sull’onda dell’entusiasmo per il facile successo nella parte iniziale della Strafexpedition, sul finire del maggio 1916, le truppe austriache si riversarono in massa alla conquista del massiccio delle Melette (Meletta di Gallio, Meletta di Foza e Meletta Davanti), e le cime del Monte Fior e Castelgomberto.

Ed è qui che le forze austroungariche non si aspettavano di trovare la più tenace resistenza che gli italiani avessero mai posto. In quell’area, fresca di schieramento si trovava la Brigata Sassari, richiamata dalle sponde dell’Isonzo, dove si trovava sin dall’inizio della guerra, e trasferita in quota in tutta fretta per supportare la scarna difesa regia proprio su queste montagne investite dall’impeto dell’attacco.

Da qui la vista spazia su tutto l’antico fronte; a nord le vette dell’altopiano, a est la piana di Marcesina e poco distante la vallata di Feltre, le cime del Nevegal e le alpi bellunesi; a ovest le cime che diverranno il nuovo fronte dopo l’assalto iniziale e a sud, girando la testa dal nemico, la Valsugana che accompagna il fiume Brenta fino a Bassano. Da Bassano finalmente alla pianura; poi Padova e Venezia, quindi la Vittoria!

Eroismo, follia bellica, ma anche pietà, umanità e senso di abnegazione. Ai piedi del Monte Fior, sui “roversi” della Meletta di Gallio, c’è Malga Slapeur; qui il comando bosniaco aveva preparato il cimitero prima ancora dell’assalto ed un’iscrizione dice tutto: “freund und feind” ovvero “per gli amici e i nemici”. Chi non veniva recuperato dal campo di battaglia dai “suoi” veniva seppellito dagli “altri”, magari gli stessi che lo avevano ucciso poche ore prima.

A camminarci oggi sembra incredibile che queste montagne abbiano potuto ospitare un evento di tale inumana vastità. La selletta Stringa collega il Castelgomberto al Fior. Una segnaletica molto ben realizzata e conservata accompagna la visita di questi luoghi sin dai primi passi. Pannelli ben pensati riportano spezzoni delle opere letterarie di chi quei momenti ha vissuto, soprattutto dal libro di Lussu, Un anno sull’altipiano, che così bene ha descritto questi luoghi e quei momenti tragici.

Dalla selletta si risale, costeggiando la trincea originale, sino alla vetta del Monte Fior ed alla galleria che ne buca l'anticima e che permetteva in un attimo di passare dal versante est a quello ovest, opera di ingegneria militare che garantiva il collegamento diretto ed invisibile tra la prima e la seconda linea. Conquistata la vetta a quota m. 1.824 si comprende il perché dell’entusiasmo austriaco nei primi momenti della battaglia: la vista è spettacolare.

Ancor più incredibile è come avessero fatto a raggiungere quella cima sotto il fuoco nemico, per salite ripidissime, sotto il sole. Commuove il sapere che entro quella stessa giornata del 7 giugno vennero ricacciati sulle posizioni iniziali e che, di li a poco, avrebbero perso anche quelle per poi doverle riconquistare a caro prezzo un anno dopo. Un continuo passaggio di mano, tragico e cruento, ma si sa, la guerra è così.

Ben tre volte il comando austriaco tentò di sfondare le linee italiane su questi monti, e ogni volta che ci riuscì dovette poi ripiegare; nel giugno '16, nel novembre '17 con le montagne imbiancate, ed ancora nel giugno del '18.  Come ben descrive Fritz Weber nel suo libro Tappe della disfatta, le battaglie che si combatterono su questi monti non produssero nessuna "vittoria" ma solo morti.

Queste vette oggi portano ancora i segni di quella tragedia, della carneficina e del tributo di vite umane che quella guerra ha preteso: migliaia di uomini in armi, bombardamenti, cannoneggiamenti, mitragliamenti, assalti, contrattacchi, ritirate, sortite, e ancora fame, sete, dolore, morte. Passeggiando per questi luoghi si rivive tutto, si viene pervasi da queste sensazioni, diventano parte di noi e, a meno che non si abbia un pezzetto di granito al posto del cuore, non ci lasciano più.



La scheda è di Stefano Turrini

lunedì 27 ottobre 2014

camminare in montagna rende felici

Chi frequenta la montagna già lo sapeva per esperienza diretta, ma ora anche la comunità scientifica scopre questo assioma e pubblica su importanti riviste alcuni studi che ne documentano il valore scientifico.
Leggo questo articolo a firma di Claudio Gervasoni su sportoutdoor24 il cui testo © riporto integralmente (mentre le foto sono mie):

Avete presente quella sensazione goduriosa di quando arrivate al rifugio, o in vetta ad ammirare il panorama, e vi sentite davvero bene, soddisfatti, in pace con voi stessi e con il mondo e insomma, in una parola, felici? Be’, se pensavate che fosse un vostro privilegio vi sbagliate di grosso: un paio di ricerche scientifiche hanno dimostrato dati alla mano che camminare nella natura abbassa lo stress, stimola la produzione di endorfine, responsabili della sensazione di benessere, e insomma sì, rende felici. 
Le ricerche sono state condotte dalla University of Michigan e dalla inglese Edge Hill University prendendo in considerazione circa 2000 delle oltre 70mila persone coinvolte nel Walking for Health Program britannico e hanno appurato che camminare in un ambiente naturale riduce gli influssi negativi dello stress e stimola sensazioni positive di benessere e ottimismo. Gli studi sono stati pubblicati sul numero di settembre della rivista scientifica Ecopsychology


Un’altra ricerca condotta dal Social, Economic, and Geographical Sciences Research Group presso il James Hutton Institute di Aberdeen ha poi dimostrato come i benefici maggiori derivino dalla pratica regolare del camminare nella natura: per abbattere i livelli di stress e godere dei primi benefici effetti basterebbero anche piccole passeggiate almeno 3 volte la settimana, purché in un ambiente verde e naturale.

domenica 19 ottobre 2014

Agritur malga Corno - Hornalm

Ci sono boschi o montagne, più antropizzati di altri. Per "antropizzati" non intendo che pullulino di gente. Intendo che storicamente l'uomo li ha vissuti, ci ha costruito sentieri, baite, canali per l'esbosco, stue, trincee e stoi. Vuoi per la loro vicinanza ai centri abitati, per l’industria mineraria, vuoi per la Grande Guerra. Il versante solatio della val di Cembra è sicuramente uno di questi.

I paesi sono a mezzacosta, scendendo ripidamente verso il greto dell’Avisio qualche maso, pressoché abbandonato: troppa fatica e troppa poca insolazione. Salendo dai paesi, la morfologia dolce fa si che i rilievi boscosi, di buona accessibilità, siano stati "coltivati" nei secoli per l'esbosco di legname da ardere e da costruzione, e per le cave di miniera. Ora sono intensamente coltivati a vite sul pendii terrazzati.

Siamo in quel di Capriana, cerniera fra Cembra, Fiemme ed il mondo sudtirolese: boschi folti e un intrico di strade forestali. Tante baite e tanti sentieri usati da uomini e animali nei secoli. Aggiungete che è terra di confine: ciò significa che in alcuni punti c'è la segnaletica SAT o AVS; in altri ancora la segnaletica è doppia mentre in certi posti...proprio non c'è, ma per raggiungere l'Agritur malga Corno la segnaletica è molto buona e precisa.



La malga Corno, situata a 1715 mt di altezza, è una piccola malga di proprietà della Magnifica Comunità di Fiemme, situata sullo spartiacque che separa la Provincia di Trento da quella di Bolzano cioè tra la Val di Cembra e la Valle di Fiemme.

La malga, gestita dall' "Interessenza di pascolo Comunione agraria di Trodena", è raggiungibile attraverso una strada forestale che parte dall'abitato di Capriana, o dal nuovo parcheggio di Pra del Manz (strada asfaltata di recente), oppure dal Comune di Anterivo (BZ), o da Gfrill-Caurìa di Salorno a piedi in meno di 2 ore.


Una volta arrivati alla malga, il paesaggio aperto offrirà una visuale su tutta la Val di Fiemme, dalla diga artificiale di Stramentizzo e la Catena del Lagorai al completo fino alle Pale di San Martino dando uno scorcio sul Corno Bianco, il Corno Nero e il Latemar. Nelle belle giornate potrete vedere tra il Corno Bianco e quello Nero le vette e le cime del gruppo del Catinaccio mentre sulla vostra sinistra sarà evidente la piatta dorsale dello Sciliar.



Niente male direi, il tutto unito ad un tipico paesaggio di malga, un assortimento di piatti tipici sia trentini che dell'Alto Adige e bevande che vi sapranno sicuramente soddisfare.
Sicuramente il minestrone, ma ancora di più il piatto "nannolo": doppio tuorlo d'uovo su letto di patate arrosto con sopra lo speck croccante.....