Lounge Music

lunedì 26 ottobre 2009

"La via della montagna un cammino possibile" di Goretta Traverso


«Il mio zaino non è solo carico di materiali e di viveri: dentro vi sono la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi, il mio carattere, la mia solitudine. In montagna non porto il meglio di me stesso: porto tutto me stesso, nel bene e nel male». Renato Casarotto

Il K2 si innalza come un ciclopico cristallo nel cuore della catena del Karakorum. Piramide perfetta, sembra l'opera di un artista che, impegnato nella sua meravigliosa fatica, mai conobbe attimi di cedimento creativo. 
Il gigante di roccia e ghiaccio è un capolavoro, una scultura in cui la geniale forma complessiva è sostenuta da una continua attenzione ai particolari. A nord il monte dei monti par quasi aggredire il cielo, mentre a sud si innalza dai ghiacciai come a voler dominare la terra. Ma più sovrano che mai appare dal Colle Est, con l'intero ghiacciaio Baltoro ai suoi piedi e il famoso pilastro Sud -Sudovest chiamato anche Magic Line (linea magica).


Una sagoma umana procede verso l'alto seguendo questa via ideale, la “linea magica” che, pur mirabile, è soltanto figura di un archetipo. La superba cresta, in altre parole, altro non è che il simbolo dell'eterno cammino dell'uomo. 
Perché lassù, nella solitudine estrema che ricorda le lunghe orazioni dei monaci tibetani, ogni istante raggiunge pienezza di significato e di necessità: il pilastro Sud-ovest del Chogorì (K2), è simile alla scala del sogno di Giacobbe che «poggiava sulla terra mentre la sua cima raggiungeva il cielo» (Genesi 28, 12) e lungo di essa il viandante solitario «supera i bisogni, diventa spirito, si rasserena. Ad un tratto, però, le tremende forze della natura si scatenano e costringono il piccolo grande uomo a tornare sui propri passi: è il 16 luglio 1986 e la rinuncia, questa volta, appare davvero definitiva. La discesa è furiosa, velocissima.
E il suo ultimo capitolo, lungo il tratto di ghiacciaio immediatamente precedente la morena, si trasforma inaspettatamente nella pagina estrema di una vita, dell'esistenza di uno dei più puri e meno celebrati alpinisti di ogni epoca: il vicentino Renato Casarotto. *




Quello che cerchiamo quando andiamo in montagna non è la stessa cosa che cercava anche Renato Casarotto ?
Non solo scampo dall’oppressione della città, ma evasione dalla vita di tutti i giorni, ricerca del nuovo e dell’imponderabile, la possibilità di misurarci con i nostri limiti.
Amiamo la montagna visceralmente perché ne amiamo le alte vette.
Più sono alte, più la voglia di estensione diventa irresistibile.
Acute d’incertezza, diventano per coloro che le frequentano imponderabile unicità di percorso.

Certo non possiamo dire di cercare la tragedia o il pericolo estremo, ma a volte lo si corteggia, sfiorando i nostri limiti e se capita di sottovalutarli, o se interviene l’ imprevisto, si entra “nella zona della morte”.
Invisibile ad occhi inesperti ma a volte drammaticamente vicina, anche a quote turistiche.

Vogliamo fare una escursione, salire una vetta?
Allora dobbiamo imparare il senso del limite.
Dobbiamo sapere che una cima non si può “conquistare”, che le montagne bisogna salirle e poi scenderle, e scendere spesso costa più fatica.
Difficile, in una civiltà che ripete “Tu puoi”, “tu vali”, “tu meriti”, per farci compulsivamente consumare emozioni, oggetti, esperienze.
Sempre più spesso mi capita di conoscere persone che non salgono più una vetta solo per stessi, come ha sempre fatto Renato Casarotto.
Oramai si scalano le alte vette per poterlo medializzare, per mettere una tacca sul fucile, per una gara che non ha alcun senso.

Vogliamo il rischio?
La montagna offre, in questo senso, pane per i nostri denti.
Lassù troviamo ampie riserve di entusiasmo e di adrenalina. Ma questo non ci basta e allora vogliamo andare sempre più in là, verso immaginarie colonne d’Ercole. In un viaggio che diventa sempre più rischioso, perché un’infinità di cose non dipendono da noi e dovremmo tenerne conto: il passo falso su un sentiero, la tempesta che si addensa quando siamo lontani da un riparo, il freddo che scende al calar del sole.
Ma dovremmo sapere che stanno dentro di noi, non fuori.
Purtroppo la montagna insegna, ma ha pochi allievi: pochi sanno che calma le ansie, che aiuta a distillare i pensieri, che ti fa imparare l’aiuto reciproco. In cambio però vuole qualcosa: fatica, silenzio, senso del limite.


Davanti a un cielo stellato, a un ghiacciaio, ad una piramide perfetta come il K2, ci si può anche commuovere, ma se non riusciamo a capire che è anche un guardare dentro noi stessi, accettando l’inaccettabile, accettando se stessi come una piccola parte di un Tutto, si può facilmente avvertire lo sgomento per un mondo freddo e lontano, assurdamente indifferente alla nostra piccola esistenza.
E’ il nostro sguardo, che le dà valore: la montagna ci migliora quando capiamo che è nutrimento dello spirito, quando risveglia ciò che di migliore è latente in noi. Quando esalta le nostre capacità di sopportazione, di sacrificio e di tolleranza, quando ci ricorda il coraggio, l’umiltà e la dignità.
Quando, eliminate le incrostazioni del nostro Ego, riesce a unirci al Cielo, a quella scintilla divina che dimora in ognuno di noi.


* testo di Carlo Caccia 
le foto sono tratte dal sito di Karl Unterkircher 



domenica 18 ottobre 2009

Col Ombert ...... parte prima



"Eccolo lì, bellissimo in controsole. Il Col Ombèrt.
Questa piramide di roccia, che sbarra la valle riempiendo ogni inquadratura, ogni panorama, ogni visione, è alta 2670 metri.
Ho appuntamento lassù. Con me stesso…e non solo…
"

Giorgio... era il 4 settembre 2005 quando ti incamminavi per salire al Col Ombèrt, dopo aver salutato Maria con questo pensiero tra le pieghe dell'anima.



E con queste parole che oggi, come una melodia che continua a rimbalzare nel silenzio del mio cuore, di primo mattino e dopo aver percorso in auto tutta la Val S. Nicolò fino alla Baita Ciampiè calzo gli scarponi, indosso lo zaino e mi incammino lungo la strada forestale che risale, tra casolari e baite ristrutturate la testata della valle verso il Col Ombert.


Rallento per osservare le montagne attorno e che oramai riconosco anch'io come familiari grazie anche ai tuoi racconti.

Sono emozionato proprio come lo eri tu quel giorno e allora rallento ancora di più il passo concentrandomi su quello che mi aspetta, su ciò che potrò vedere ed osservare in questo cammino della memoria.
Mi giro per un attimo quel tanto che mi basta per scorgere laggiù ad est, tra le sponde della valle alcune delle cime a te più care, quelle del Catinaccio con in primo piano i Dirupi di Larsec.


Il tempo sta volgendo decisamente al brutto e la neve, caduta il giorno precedente, anche se poca non mi fa presagire nulla di buono. Proseguo per pochi metri sul sentiero principale, fino ad un bivio: trascuro il ramo di sinistra, diretto al Passo di San Nicolò, per prendere la strada di destra (segnavia cai 609), che attacca con ripidità il salto boscoso di fronte. Raggiunto in poco tempo la sommità, mi inoltro su di un nuovo, solitario ripiano pascolivo. Il luogo è veramente suggestivo, dominato da grigie pareti calcaree, ed invita alla contemplazione.

"A metà della salita mi fermo.
Mi ritornano ancora una volta alla mente le tue parole "... l’entusiasmo aumenta…forse oggi è la giornata buona…ma la strada è a ancora tanto lunga. Guardo sotto di me le serpentine appena superate".
Mi fermo anch'io ed osservo la strada già percorsa, la valle dove ho lasciato l'auto e....
.... il tempo sta peggiorando e da nord arriva una folata di vento forte e pungente che mi sferza il viso e mi gela le mani. Risalgo con fatica per traccia piuttosto ripida fino a sbucare presso un grande landro.


Il sentiero ora diviene più ripido e sale con stretti tornanti la spalla sud-est per portarsi verso la forcella "Paschè".
Per una scelta tecnica ho preferito fare il giro inverso rispetto a quello che tu avevi fatto in quell'estate di 4 anni fa.
Almeno nel ritorno, quando il tempo forse peggiorerà ancora, avrò un sentiero più facile con un punto di appoggio nel rifugio del Passo San Nicolò.

La neve caduta ieri mi facilità l'individuazione del percorso che dovrò fare per salire alla vetta la cui croce ora riesco ad intravvedere sulla cima più alta e più lontana.
Laggiù proprio davanti a me il canalone di terra e di ghiaietto che dovrò risalire…con il sentiero ben evidenziato dalla striscia bianca di neve.
L’importante è però, adesso, uscire da questa conca detritica in cui mi trovo per arrivare al più presto all’attacco del sentiero di vetta.
Mi affido agli “ometti di pietra”, quei piccoli cumuli di sassi ammonticchiati dagli escursionisti stessi per marcare la via.

Tra i sassi resti di legni, muri e fortificazioni austriache mi ricordano che questi sono stati luoghi di sofferenza e morte durante la Grande Guerra.

...continua

Col Ombert ...... e la prima neve

...........oramai siamo vicini ad incrociare il sentiero che proviene dal Passo S. Nicolò e quindi alla ripidissima lingua di terra della valletta che ci porterà alla cima. Salgo lentamente a causa del vento che continua a sferzarmi il viso e a congelarmi le mani, con la nebbia e le nubi che hanno completamente oscurato alla mia destra le strapiombanti rocce della parete sud della Marmolada.
Sulla destra inquadro, nell'ultima schiarita che questo tempo autunnale mi concede, il Piz Ciavazes del Sella e ancora più a destra i contrafforti occidentali della piramide del Piz Boè.
Ogni cima un tuffo al cuore…

Superato non senza qualche difficoltà l'ultimo tratto tra friabili roccette e ghiaino mi ritrovo, dopo 2 ore, in vetta.
Tutte le volte che riesco a raggiungere la cima di una montagna scopro che più salgo in alto e più riesco a scendere dentro me stesso, a  riconoscere i miei limiti, le mie debolezze, e i miei bisogni.
Accettando me stesso come piccola parte di un tutto.  Allora una gioia inebriante pervade la mia anima e il mio corpo regalandomi una sensazione di smarrimento e di vertigine.

La gioia però è leggermente permeata dal rammarico per non avere la possibilità di osservare uno dei panorami di vetta più belli per una cima non eccessivamente elevata come il Col Ombert (2.670 m) a causa di un tempo cupo e di nubi basse che oscurano tutto il paesaggio intorno. Inizia a cadere anche qualche fiocco di neve che mi costringe a accelerare il ritorno.
Il tempo di una foto con i compagni di scalata e poi la discesa fino ai piani delle "Laste" seguendo inizialmente il sentiero 609 .


Ora la neve sta aumentando anche se i fiocchi sono così piccoli che sembrano palline di polistirolo.
Cerchiamo, non senza qualche difficoltà, e troviamo la traccia di sentiero che, staccandosi dal 609 ci porta, perdendo circa 50 metri di quota, lungo la base della parete nord del Col Ombert al Passo di S. Nicolò.



Mi fermo un attimo  e guardo a destra, sopra il rifugio, dove ritrovo la massiccia mole della montagna che oggi mi ha svelato alcuni aspetti del suo carattere permettendomi di conoscerla un pò più da vicino.

Ora le neve fiocca con più intensità e il paesaggio perde sempre di più i propri colori autunnali per assumere un aspetto uniforme, quasi invernale.



Ridiscendo velocemente lungo la carrareccia che attraversa i pendii e i prati della testata sud della valle.
Il silenzio è assoluto, rotto solamente dal rumore smorzato dei nostri passi sull'erba coperta dalla prima neve.
E' un paesaggio quasi irreale quello che mi accompagna durante il ritorno, che però riesce a riconciliarmi con me stesso e con la montagna, e soprattutto con la nostalgia di un bisogno di condivisione negato e che al sopraggiungere di ogni autunno invade il mio animo, proprio come il tempo che ha accompagnato questa escursione.



* Partenza: Baita Ciampiè (1.828 mt)
* Arrivo: vetta Col Ombert (2.670 mt)
* Durata ore 4 e 30 min
* Distanza: 9 km
* Dislivello:  900 mt

venerdì 16 ottobre 2009

Insalatina di ovuli e eaestivalis

L'Amanita caesarea era il "porcino" degli antichi romani, cibo degli Dei appunto, prezioso fin da allora e destinato esclusivamente alle tavole imperiali. E' da sempre un vero protagonista, non soltanto nella storia della gastronomia, poiché la sua fama e la sua bontà al palato ha permesso a quei rarissimi conoscitori (empirici) del passato che erano già al corrente dell'esistenza di amanite mortali di sfruttare la golosità di questo fungo da parte di re, nobili, principi e vescovi per perpetrare assassini ed attentati. Sono molti infatti i personaggi storici che furono quasi certamente uccisi da ovuli di Amanita phalloides cucinati al posto della caesarea.

Un tempo le conoscenze della natura e soprattutto dei funghi, prodotti misteriosi della natura visti con sospetto per la loro fugacità ed apparente crescita da nulla, era talmente sommaria e costellata da fantasiosi pregiudizi che il fungo mortale era l'arma preferita per il delitto perfetto. A nulla valse ad alcuni principi il tentativo di circondarsi di schiavi con il compito di assaggiare le portate, dato il lungo tempo di incubazione dell'Amanita phalloides.

Eppure la caesarea si può considerare una delle specie più facili e sicura da identificare, con caratteristiche anatomiche nettamente diverse da qualsiasi altra amanita.

Il modo ideale di consumarlo è sicuramente quello crudo in insalata, ma senza troppi intrusi. Forse solamente alcune specie di pesce potrebbero accompagnarsi al sapore della caesarea senza sovrastarlo. Provate ad esempio in abbinata a delle canocchie cucinate al vapore e condite con la stessa vinagrette con cui avete condito gli ovuli.

In questa ricetta classica, l'unica licenza che personalmente mi sono preso è quella di aver usato dei chicchi di sale rosa che danno una nota croccante alla morbidezza del piatto.

E allora cosa c'è di meglio che assaporare il loro aroma naturale gustandoli crudi in insalata ? Assicurano un insuperabile profumo, un sapore fresco e soprattutto tanto colore autunnale, caldo e stimolante.
Servite in apertura di pranzo, quando il palato è fresco e ben ricettivo, ma ricordatevi che la caesarea può essere usata anche come ingrediente di piatti particolari come nella CREMA di FINFERLI e OVULI con CROSTINI al LARDO

domenica 4 ottobre 2009

Pollicino alla ricerca dell'amanita caesarea

Sono già diversi anni che qualcuno ha iniziato nuovamente a ritrovare funghi che sembravano spariti (?!? ) dalle colline della zona pedemontana.

Si è sentito sempre più spesso raccontare di bolatine di boletus aereus e di boletus aestivalis nei boschi di castagno e roverella ma, soprattutto, di alcuni ritrovamenti, anche se esigui, di amanita caesarea.

Tutto questo mi portato con il pensiero al passato, a quando da bambino, mi appassionavo ai racconti del nonno che mi raccontava di quando, andando a funghi nei castagneti in collina, si imbatteva in bellissime bolatine di "ovuli".


Certo a quei tempi, nessuno partiva dalla pianura per andare a cercare funghi nei boschi di montagna, ne tantomeno in quelli della maremma.
La ricerca dei funghi era assai limitata: si mangiava quello che si trovava, più spesso chiodini che porcini o brise.

E sicuramente gli ovuli erano, già allora, una vera rarità, tanto che il loro ritrovamento costituiva motivo di racconti e storie che spesso venivano arricchite di particolari e dettagli di pura fantasia.


E questi erano i racconti che tenevano maggiormente viva la mia attenzione durante il "filò" delle lunghe sere invernali.

E così, dopo che in settimana si sono rincorse numerose voci di ritrovamenti, ho deciso di provare a ripercorrere alcuni sentieri che erano parte delle storie del nonno.

Piccole tracce per ripercorrere con la memoria quei racconti che riempivano di sogni le mie notti di bambino.

Parole e racconti vissuti, come le molliche di pane lasciate da Pollicino per non perdere di vista il cammino,
per ritrovare la strada fatta e da fare.

Ecco, la breve evocazione di un sogno che vorrei invitarvi a seguire,
sostando assieme sul crinale fra veglia e sonno,
tra fantasia e realtà.

domenica 27 settembre 2009

Autunno: il silenzio del bosco

E' arrivato l'autunno e il bosco ritrova ritmi e silenzi che gli sono propri.
Ha lasciato sciamare i turisti e i raccoglitori frettolosi e vocianti dell'estate, ed ora, grazie anche alle copiose piogge dei primi giorni di settembre, sembra donare a chi lo frequenta gioie inaspettate e impagabili.

Sono questi i giorni più belli per camminare le terre alte e per cercare i nostri amati porcini, da solo o con poca compagnia.
Le prime piogge hanno lavato i residui dell'estate e ogni foglia d'erba, ogni ramoscello ha la sua perla.
I cervi e i caprioli, immobili dentro il bosco, hanno goduto della pioggia che li ha lavati e liberati dai fastidi degli insetti alati.

Ed anche per me è bello e liberatorio andare con scarponi e la mantellina impermeabile tra i rami ancora gocciolanti di pioggia, vagabondare senza prefissare una meta e incontrare con reciproca sorpresa animali non più impauriti dai rumori continui e fastidiosi provocati dai frequentatori estivi dei boschi.


Tante cose nel corso delle stagioni la natura può insegnare a chi osserva.
Ma è principalmente in autunno che il bosco si fa leggere con chiarezza: dall'abbondanza delle squame e dei torsi degli strobili sotto le conifere possiamo intuire la presenza di scoiattoli acrobati sopra le nostre teste, dai coni di cirmolo sgusciati e disseminati comprendiamo di trovarci nel territorio della nocciolaia, da un boletus pinicola sbocconcellato possiamo supporre il passaggio di un capriolo che abbia voluto assaporarne il gusto.

Il desiderio di restare tra questi silenzi interrotti solo verso sera dall’aritmico clangore dei campanacci delle mucche di ritorno per la mungitura, è forte.
Mi fermo ancora una volta e la brezza della sera mi porta nuovamente profumi di resina e di fiori che il bosco continua ad emanare dopo la pioggia di questa notte.

Il desiderio di indugiare, nel tepore del sole al tramonto, ancora tra questi colori così riposanti è forte e devo raccogliere tutte le mie forze per rialzarmi e tornare sui mie passi, lasciando che tutto questo si sedimenti dentro il mio cuore e la mia anima per diventare ricordo e memoria.

sabato 19 settembre 2009

CREMA di FINFERLI, PUNICEA e OVULI con CROSTINI al LARDO

CREMA di FINFERLI, PUNICEA e OVULI con CROSTINI al LARDO

Ingredienti (per 4 persone):
½ litro di brodo vegetale
200 g di finferli
100 g di punicea
100 g di ovuli
40 g di crema di latte
20 g di burro di malga
2 spicchi d’aglio
Olio, sale e pepe q.b.

Per i crostini:
1 baguette sottile
4fettine di lardo tagliate a velo
Origano
Olio extravergine di oliva

Per preparare questo piatto rivisitato della cucina Trentina dobbiamo ricorrere ad un frullatore ad immersione per ridurre i funghi.
Prima però dobbiamo cuocerli per 15 minuti in una padella con dell’olio extravergine di oliva e due spicchi di aglio tritati. Dopo averli salati li versiamo nella casseruola dove abbiamo precedentemente preparato il brodo vegetale.
Quindi frulliamo il tutto con il nostro minipimer.
Riportiamo sul fuoco la crema così ottenuta, spolveriamo con del pepe macinato sul momento, aggiungiamo il burro e continuiamo la cottura per altri 5/6 minuti a fuoco basso.
Nel frattempo tagliamo la nostra baguette a fettine di 1 cm di spessore.
Adagiamo i crostini, su cui abbiamo versato un filo di olio extravergine e spolverati con un po’ di origano, in una padella antiaderente finché non saranno croccanti e assumeranno un bel colore dorato.
A questo punto adagiamo sopra ad ogni crostino ancora caldo circa 1/3 di una fettina di lardo di Siror o di Colonnata tagliata a velo.
Lasciamo che il lardo sciogliendosi insaporisca i crostini che terremo da parte in caldo.
Incorporiamo la panna fresca alla crema già pronta e lasciamo cuocere a fuoco basso ancora per un paio di minuti continuando a mescolare il composto.
Serviamo in una ciotola di vetro dopo aver aggiunto un paio di crostini al lardo.

martedì 15 settembre 2009

Meet Joe Black

Erich Fromm sosteneva che nella vita di un uomo vi è certezza solo per ciò che riguarda il passato, mentre per ciò che riguarda il futuro , solo la morte è certa e indicava come soluzione alla disperazione di tale certezza un unica possibilità: l’amore. E proprio amore e morte sono i protagonisti del film andato in onda ieri sera in prima serata su rete 4. Diretto da Martin Brest, lo stesso dello storico “Profumo di donna” con Al Pacino, “Vi presento Joe Black” (1998), sebbene ormai abbastanza datato come film, rimane un classico da tenere nella propria videoteca personale, se non altro per essere il film più costoso mai prodotto senza uso di particolari effetti speciali. Molti, circa 90 milioni, dunque, i dollari spesi per mettere in scena la storia del magnate William (Bill) Parrish, interpretato da un magistrale Anthony Hopkins, la cui vita, tutta affari e famiglia, viene improvvisamente sconvolta dalla presenza di uno sconosciuto. Il suo nome è Joe Black ed è lo stesso Bill a dargli questo nome per nasconderne l’identità agli affetti più cari. Come vi dicevo, rimane nella mia lista dei film preferiti, di quelli che ogni volta che lo guardo non riesco ad annoiarmi, pur conoscendo a memoria le battute. Un film un po' strano, da guardare con attenzione, soprattutto se è la prima volta, perché il film, anche se molto lungo, corre veloce e non sempre fornisce spiegazioni. Il film i realtà è il remake di "Death Takes a Holiday" ("La morte va in vacanza") del 1934, questa volta ad impersonare l'Angelo della Morte abbiamo un Brad Pitt che offre un'interpretazione sempre all'altezza, in grado di rendere il sinistro personaggio, a tratti buffo, a tratti autoritario, con lo straordinario talento e il fascino che l’ hanno reso celebre. Il film che unisce dramma, commedia, amore e un pizzico di finanza non dura poco, 3 ore, ricevendo molte critiche per questo motivo, però se il film è tra quelli preferiti sono comunque tre ore che trascorrono veloci tanti sono gli eventi che si susseguono nel film, ma anche i momenti più lenti con dialoghi da ascoltare. Assolutamente da riascoltare la colonna sonora, che accompagna le immagini del film, composta da Thomas Newman. In particolar modo bellissima risulta la rivisitazione di "What a wonderful world" di Louis Armstrong suonata dalla sua orchestra con una delicatezza che lascia sempre a bocca aperta.
"Non un'ombra di trasalimento, non un bisbiglio di eccitazione; questo rapporto ha la stessa passione di un rapporto di nibbi reali. Voglio che qualcuno ti travolga, voglio che leviti,voglio che canti con rapimento e danzi come un derviscio! Voglio che tu abbia una felicità delirante! O almeno non respingerla.
Perché il suo canto è antico, costante e amorevole.
Lo so che ti sembra smielato ma l'amore è passione, ossessione, qualcuno senza cui non vivi. Io ti dico:"Buttati a capofitto! Trovati qualcuno che ami alla follia e che ti ami alla stessa maniera!" Come trovarlo? Beh, dimentica il cervello e ascolta solo il cuore. Io non sento il tuo cuore perché la verità, tesoro, è che non ha senso vivere se manca questo. Fare il viaggio e non innamorarsi profondamente, equivale a non vivere. Ma devi tentare perché se non hai tentato non hai vissuto."
Caspita quanto è vero e quanto sarebbe dannatamente meraviglioso incontrare una persona con cui poterla davvero vivere quella felicità delirante. Ogni tanto ci chiediamo se là fuori ci sia ... anzi, forse abbiamo la presunzione di pensare che realmente esista ma non sappiamo se riusciremo mai a incontrarla. E se poi la incontrassimo, …saremmo in grado di capire che ? "La donna o l’uomo della propria vita". E' sempre stato un concetto che sa di troppo maestoso, che odora di una ricerca che potrebbe diventare ossessiva e non condurre a niente, perché poi chiunque correrebbe il rischio di non essere "abbastanza". Ma forse un incontro importante quello sì: quello che ci fa cambiare le cose, quello che può davvero modificare la nostra vita in un istante. E ci dà la possibilità di credere nelle opportunità che ogni giorno ci passano accanto. Anche se a volte in un'altra dimensione, come in treno, in una prospettiva orizzontale. Noi siamo abituati a guardare davanti, come quando siamo in auto, o in bicicletta, o come quando saliamo in montagna. In treno invece il mondo ci scorre a destra o a sinistra, in una prospettiva che diventa per noi orizzontale. E a volte anche nella vita le cose non compaiono davanti a noi, ma ci passano a destra e a sinistra; e così può succedere che noi non le vediamo, o se le vediamo non ne intuiamo subito il loro valore. Troppo concentrati a guardare avanti, spesso troppo impantanati a guardare indietro ...