Lounge Music

domenica 1 agosto 2010

Malga Fane

In macchina da Rio Pusteria si raggiunge il paese di Valles, dove al limite del paese, dopo la stazione a Valle della cabinovia Jochtal si trova un grande parcheggio sulla sinistra.
Da qui un bus navetta ci porta al parcheggio di Malga Fane.

Scendendo dal bus navetta si prosegue a piedi per 20 minuti ca. fino a raggiungere diversi casolari di montagna: Malga Fane, idilliaco conglomerato di costruzioni alpestri circondato da verdeggianti prati dove, per un momento, sembra che il tempo si sia fermato.
Impossibile resistere. La tentazione di sfilarsi scarponi e calze ed appoggiare finalmente i piedi nudi sull’erba fresca è troppo forte! I grandi prati attorno ai masi sono verdi e morbidi, curatissimi, come i graziosi steccati in legno, costruiti a mano, che li delimitano. Un’oasi di pace, dove riposarsi al sole e sgranchirsi le dita dei piedi al fresco solletichio dell’erba o dell’acqua del torrente.

La „Malga Fane“, che si trova a 1739 metri è una delle più conosciute malghe dell’Alto Adige, che ha mantenuto nel tempo il suo carattere tipico di grande suggestione storica e architettonica.
Dal Medioevo, periodo in cui la malga era nata quale rifugio dalla peste che aveva colpito le valli, fino ad oggi, il piccolo paesino con i prati confinanti era per lo più zona da pascolo. L’insieme idilliaco della chiesetta, delle casette in legno, delle stalle e dei fienili meritano una visita in tutte le stagioni. Unici sono anche il formaggio casereccio ed i piatti tradizionali serviti nelle baite.
Una volta giunti nei pressi dell'alpeggio ci si può avviare lungo la carrozzabile che oltrepassando la stretta gola del Rio di Valles conduce verso il rifugio Brixen che si trova al centro di un anfiteatro di splendide cime alpine tra cui il Picco della Croce (3.132 m), la Cima di Valmala (3.022 m) e la Cima della Vista (2.988 m). In mezzo a queste due cime passa il sentiero 18 che passa per lo splendido lago Selvaggio (a 2.532 m).

Queste remote montagne, percorse anche da una ben segnalata Alta Via, offrono panorami incantevoli e sono ancora poco frequentate, nonostante una rete di ottimi sentieri  consenta di visitarle assaporandone colori e silenzi interrotti  dai segnali d'allarme delle marmotte mentre sui ripidi e verdi pendii si può avere anche la fortuna di notare l'evoluzione di un' aquila.

mercoledì 28 luglio 2010

Alpe di Siusi: la montagna stregata

L'escursione all'Alpe di Siusi fa parte di quei viaggi magici, che si perdono tra ricordi, sensazioni e tradizioni di un lontano, remoto e mistico passato.

Tra i vari e suggestivi luoghi tipici dell’Alpe di Siusi c’è la cosiddetta “Panca delle Streghe“, una roccia della forma di un sedile che è situata in postazione panoramica sulle valli al di sotto di essa sopra la Bullaccia che raccoglie tradizioni e storie leggendarie collegate a magici riti e sabba rituali.
E l'atmosfera che vi si respira, infatti, sembra incantata e diversi itinerari nella zona traggono spunto dal lato magico e misterioso del monte tra raccolta di erbe curative, ricette stregonesche e passeggiate nei luoghi di ritrovo delle megere.


La Bullaccia è una montagna facile da scalare che dona un panorama unico.

Il giro parte dalla stazione a monte della cabinovia dell’Alpe di Siusi e sale per un ampio sentiero che piega a sinistra per raggiungere il rifugio AVS. Da qui il sentiero attraversa prati aperti, pascoli e malghe fino alla Arnika Hütte. Fantastica la visuale sul massiccio dello Sciliar, sulla Valle Isarco e sulla conca di Bolzano. Oltre la Arnika Hütte si procede verso la croce Goller (piccola panchina per riposarsi) e verso le famose "panche delle streghe". Arrivati alla croce Fillner siamo già a metà percorso. A sud si intravede già il Rifugio Bullaccia. Si piega a destra e, attraversando prati, la pista di slittino e una pista da sci, si arriva allo skilift "Kleine Hexe" (=piccola strega). Si torna quindi al rifugio AVS.
Da qui a Campaccio manca davvero poco.

Un panorama splendido attende chi fa questa breve escursione circolare attorno alla Bullaccia: verso sud si vedono lo Sciliar e i Denti di Terra Rossa; verso est si vedono la Marmolada e il Sella, verso nord si vedono le Alpi di Sarentino e verso Ovest  il gruppo dell'Ortles.
Sul lato Sud del Bullaccia si gode una vista stupenda fino fino a Bolzano. Dalle  rocce che che danno il nome alle "Panchedelle streghe" si può ammirare la Val Gardena e Castelrotto.

martedì 27 luglio 2010

Messner Mountain Museum Firmian

All’inizio sembra molto incongruo trovare delle statue buddiste o delle ruote da preghiera tibetane in un castello dolomitico poco distante da Bolzano tra reperti di attrezzature delle prime scalate alle vette himalayane e dolomitiche, ma poi riflettendo si riesce a comprendere molto dello spirito che ha animato R. Messner nell'ideazione di questo museo che rappresenta un luogo d’incontro tra la montagna e l'uomo alla ricerca di se stesso.

"Volevo salire in alto per arrivare con lo sguardo in fondo alla mia anima" scrive Messner in una delle targhe didascaliche che accompagnano il visitatore lungo il percorso museale. Si capisce così il perché di tanti reperti che all'apparenza sembrano così diversi e distanti tra loro ma che invece appartengono tutti all'anima dell'alpinista.

Il museo della montagna creato da Messner all’interno di castel Firmiano può lasciare un po’ spaesati, anche per il contrasto tra l’antica pietra delle mura e delle torri ed il moderno ferro e vetro della sovrastruttura creata per contenere le opere e le testimonianze; si riconosce però e si apprezza l’idea di far percorrere al visitatore i sentieri montani ricreati con scale e scalette, e di sviluppare il percorso in verticale nelle torri del castello per ricreare in piccolo i dislivelli che incontra chi cammina in montagna.

Il percorso espositivo si snoda tra le torri, le sale, i cortili ed offre al visitatore una visione d’insieme dell’universo montagna. Opere, quadri, cimeli, reperti naturali sono stati scelti da Reinhold Messner per raccontare lo stretto rapporto che unisce l’uomo alla montagna, l’orogenesi delle catene montuose, il legame tra montagna e religione, la maestosità delle vette più famose del mondo, la storia dell’alpinismo e l’odierno turismo alpino.

domenica 11 luglio 2010

Estatini mon amour

Aspettavo questo momento già da qualche settimana, e finalmente è arrivato.
Certo non ero sicuro di trovarli perché le piogge cadute nella metà del mese di giugno non erano state molto copiose (in totale in zona erano caduti circa 50 mm di acqua) ma poi tra il 29 giugno e lunedì 5 luglio gli acquazzoni serali hanno ridato nuova linfa ai boschi.
E così la ricerca del Boletus reticolatus o aestivalis è ripartita.

Pur non essendo quasi mai di grossa taglia e presentandosi molto spesso verminato, dal punto di vista gastronomico, come ho già sottolineato in altro post, rimane il migliore tra i porcini, soprattutto se utilizzato in ricette non troppo elaborate.
Il profumo intenso e piccante e il gusto gradevole e dolce grazie all'alto tenore di uno zucchero (il mannitolo) ne impreziosisce le potenzialità gastronomiche, distinguendolo in modo particolare dagli altri tre suoi "fratelli" in cucina.

Il B. aestivalis, non molto diffuso nel territorio alpino o prealpino, nasce in simbiosi con alberi diversi (castagno, carpino, nocciolo e roverella) ma ha un debole nelle prealpi soprattutto per il castagno e il carpino. Nelle alpi invece gli alberi simbionti sembrano essere maggiormente il nocciolo, soprattutto in accoppiata con l'abete rosso (peccio).

L'estatino è il porcino delle emozioni più forti ma anche delle delusioni più cocenti.

Il suo profumo dirompente che invade le narici quando lo si annusa, appena colto, mi sorprende ogni volta, ma purtroppo in questo periodo ogni volta mi preparo anche al peggio; l'invasione di vermi nel B. aestivalis è quasi la normalità, e trovarne uno di completamente sano è un evento raro che impreziosisce ancora di più l'uscita e la raccolta.

Uno dei piatti che preferisco, quando riesco a trovare degli estatini non larvati è sicuramente l'insalata di aestivalis con il Vezzena, ma sicuramente non sono da meno anche le fettuccine con gli scampi su un letto di estatini al verde.

giovedì 1 luglio 2010

Tombolin di Rava: un'escursione tra storia e paradisi naturali


La meta della gita di domenica, alla quale ha partecipato un agguerrito gruppetto di incalliti camminatori
Matteo, Alessandro, Andrea e Eleonora, Felice, Mariangela, Ivano e Cristian oltre naturalmente al sottoscritto), è stata scelta allunanimità per la curiosità che aveva suscitato durante la presentazione:  la cresta del Tombolin di Rava, nel gruppo di Cima d'Asta, sottogruppo del Rava.
 

 
Le montagne di questo gruppo  non vanno confuse con quelle adiacenti del Lagorai, in quanto morfologicamente distinte e geologicamente diverse.
Nell'area di Cima d'Asta e Cimon del Rava dominano infatti incontrastate rocce metamorfiche di tipo granitico, mentre il cuore del Lagorai è costituito da rocce porfiriche originate dal riempimento con lave vulcaniche in ere geologiche remote della caldera bolzanina.

Il Gruppo di Cima d'Asta è nettamente separato dal resto dei Lagorai per mezzo delle profonde incisioni della Val Caoria a est-NE e della Val Calamento ad Ovest, mentre a nord il passo Cinque Croci, con i suoi 2015 mt, costituisce il punto di giunzione tra le due vallate e il punto nodale di contatto tra le due catene montuose. A sud, ovviamente, c'è la Valsugana, dove scorre il fiume Brenta, in un paesaggio di frutteti, coltivazioni di frutti di bosco, patate e splendidi boschi di castagno e faggio.

Inizialmente l'avvicinamento avviene dall'ex rifugio Spiado per una lunga forestale, sentiero CAI n. 365 con pendenza modesta, fino ai prati a sud di malga Fierollo di Sotto.
Quindi si prosegue, lasciando la malga alla nostra destra, di qualche centinaio di metri per prendere il sentiero che prosegue in costa salendo gradualmente e aggirando promontori boscosi.
Ad un bivio incrociamo il sentiero 365A, che sale da Bieno per ponte Longon.



Si continua a salire con progressione costante e dopo aver oltrepassato i ruderi di Malga Rava di Sotto si arriva ad un ponticello di legno a quota 1590, dove incrociamo il sentiero 332 che sale dal paese di Bieno.
Siamo quasi prossimi al limite della vegetazione ad alto fusto, i boschi si fanno radi e prevale il larice, mentre il sentiero corre tra campi di rododendri in fioritura.



Poi finalmente il paesaggio a 1800 metri si apre definitivamente nel grandioso anfiteatro della Valle di Rava,
Superato un ripido costone che rimonta ad est la valle raggiungiamo un piccolo e incantevole altipiano dove sorge Malga Rava di Sopra. Recentemente ristrutturata è adibita per una parte a bivacco.
Attraversiamo radure e torbiere, e zone prative dove i pastori fanno pascolare le greggi di pecore.


Ora si impone una sosta per ammirare il Lago Primo a quota 2.000.
Uno specchio d'acqua con una bella riva pratosa a nord e una sabbiosa a sud.
Al successivo lago di Mezzo lasciamo il sentiero cai 366 che sale alla forcella fierollo per prendere a sinistra il segnavia CAI 328 che, aggirando a nord la corona di rava risale un valloncello percorso da un torrente, che porta al magnifico Lago Grande a 2.125 m.


Un posto ideale non solo per la sosta ma addirittura per restarvi qualche giorno accampati con una tenda oppure utilizzando la zona bivacco della malga Rava di Sopra ad assaporare un vero angolo di paradiso.
Difficile veramente trovare in montagna luoghi così belli e riposanti lontani dal frastuono e dal rumore delle frequentatissime dolomiti.


Partenza: ex rifugio Spiado 1.350 mt
Max Elevazione: Tombolin di Rava  2380 mt
Arrivo: Passo del Tombolin  2.350  mt
Ascens acc.: 1030 mt
Distanza con alt: 18 km
Tempo: 4 ore e 20'
....fine prima parte


la foto 3 per gentile concessione di Andrea Caruso

Tombolin di Rava: seconda parte

..................Inizia ora la parte più dura, ovvero la salita verso il Passo del Tombolin.

Saliamo per il nevaio e per i ripidi ghiaioni che salgono a sud-est del lago seguendo la traccia (328) e poi verso est, tra gigantesche placconate di granito in un paesaggio davvero affascinante e selvaggio.



Raggiunto un po' faticosamente (i 17 km già fatti cominciano a farsi sentire) il Passo del Tombolin ci si affaccia sul versante a est e finalmente avvistiamo con stupore la famosa "scalinata" scavata nella roccia ai tempi della Grande Guerra.
Di qui, anziché scendere dalla forcella, rimontiamo una facile spalla di granito (ometti di pietra sulla destra del passo).





Con un lungo traverso percorriamo in costa il lato occidentale del Tombolin, seguendo una traccia a tratti incerta, che ci conduce finalmente in un canalino ghiaioso che risaliamo per facili gradoni costruiti con pali e tavole per portarci in una piccola spianata erbosa.




Davanti a noi la scalinata che risaliamo lentamente e con attenzione, per l'esposizione ma anche per il panorama che lentamente si apre davanti a noi, fino a sbucare in vetta al Tombolin m 2388, con una strepitosa vista sulla Cresta del Frate col suo famoso e colossale monolito. 






Dopo aver sostato a lungo in silenzio tra quelle rocce granitiche,  dove l'unico suono è dato dagli scatti delle nostre digit con cui  cerchiamo di immortalare ogni angolo di quel luogo così evocativo di immagini e suoni d'altri tempi, ritorniamo al passo.


Da lì scendiamo verso valle perdendo quota per poi risalire lungo la parete rocciosa. Con molta attenzione seguiamo la traccia che serpeggia incerta tra vari strapiombi, e dopo alcuni zig zag finalmente saliamo fino alla cresta.

Percorriamo la dorsale racchiusi nelle trincee di pietra, in un paesaggio fiabesco di rocce e macigni colossali, fino al gigantesco "Monolito del Frate" alto circa 30 metri, chiamato così per la sua curiosa forma.



Ora inizia la facile discesa con sentiero 366  che zigzagando per costa pratosa, si cala fin sotto forcella Fierollo e da qui ai  laghetti della Bella Venezia.
Qui c'è un minuscolo bivacco, con tavolacci.
Si raggiunge quindi la bella Malga Fierollo di Sopra, anche questa recentemente ristrutturata con annesso bivacco, quindi nuovamente alla malga Fierollo di sotto, con rientro per la forestale dell'andata.





Considero questa escursione una tra le più entusiasmanti che ho compiuto: vallate selvagge ammantate di foreste e verdi pascoli, punteggiati di splendidi laghetti creati da limpidi e freddi torrenti , si contrappongono ad aspre barriere rocciose in un paesaggio che si avvicina molto all'idea di paradiso che ognuno di noi si è costruito in questi anni di frequentazione delle terre alte.




Partenza: Tombolin di Rava 2.380 mt
Arrivo: ex rifugio Spiado  1.350 mt
Distanza con alt: 19 km
Discesa complessiva: 1.565 mt
Tempo: 4 ore e 30'


Andrea Caruso

venerdì 18 giugno 2010

Una ciliegia tira l'altra !

Scalare una "siaresàra", magari quelle di fianco alla canonica o nel campo dello zio, adiacente al giardino di casa, e mangiare i rossi e croccanti frutti, staccandoli direttamente dai rami dopo esserci seduti all’incrocio di quelli più grossi, era il passatempo preferito di noi mòcoli (chierichetti) di molti anni fa.

La scuola stava volgendo al termine, maestri e maestre con i primi caldi addolcivano un pò la durezza di un lungo anno scolastico, e noi bambini dopo aver partecipato a tutti i fiorèti di maggio ci godevamo il preludio delle vacanze.
A casa c’era un lavoro che ci aspettava: tagliare il picciolo alle ciliegie lasciandone poco più di un centimetro attaccato al frutto, controllare che non ce ne fossero di “guaste” e inserirle in maniera ordinata e uniforme all’interno dei vasi di vetro con coperchio a chiusura ermetica.
Una volta pieni di frutti, era la volta della grappa, che veniva versata dolcemente e lentamente sulle mariole dal nonno o dal babbo.
Il buio e il fresco della dispensa facevano il resto.
Le ciliegie sotto grappa non mancavano mai alla fine di ogni pranzo di festa; certo, erano interdette a noi bambini, ma gli adulti ne mangiavano molte, una alla volta, una dopo l’altra.
Alla fine, anche i loro volti si “infiammavano” e le discussioni e i racconti di un tempo pure, assumendo lo stesso colore delle ciliegie.

Noi bambini ci dovevamo accontentare (si fa per dire) della zuppa di ciliegie snocciolate (sempre per opera nostra) che la mamma cuoceva con l'aggiunta di un bicchiere di vino rosso, o di torcolato, aromatizzato con zucchero, cannella, chiodi di garofano e la scorza di limone.
Dopo averla lasciata raffreddare, la zuppa veniva servita con il denso sciroppo in vezzose ciotoline, accompagnandola con biscotti secchi o, semplicemente, con scaglie di panbiscòto.

Ma, come dice Amedeo Sandri, "che vengano mangiate crude, al naturale, o utilizzate per gelati, dolci, bevande dissetanti, ma anche per risotti, ripieni per carni da cortile, persino piacevolissime zuppe estive sulla falsariga dei gazpachos, la verità è sempre la stessa: una ciliegia tira l’altra!"

mercoledì 16 giugno 2010

La casa sul lago del tempo

Remake americano del film coreano “Il mare”, La casa sul lago del tempo ne riprende saggiamente l’atmosfera languida e malinconica, tanto che a prima vista sembra una precisa trasposizione cinematografica di alcuni dei migliori romanzi di Banana Yoshimoto.

Il montaggio un po’ confusionario accentua il coinvolgimento emotivo che produce in noi questa storia surreale ed originale. La casa sul lago diventa luogo d’incontro di due anime che, per un gioco crudele del destino, non hanno la possibilità di incontrarsi, se non attraverso le parole.
Durante lo sviluppo della storia abbiamo l'impressione che i protagonisti  si trovino continuamente in una situazione di sliding doors. Il termine è mutuato dal fortunato film di Peter Howitt (UK/USA 1998), dove le "sliding doors" rappresentavano l’occasione per far apparire le due facce completamente diverse di una stessa storia.

E come Sliding Doors dimostrava, anche in La casa sul lago del tempo il destino (e l'amore) risulta essere legato indissolubilmente ad un singolo evento di un determinato giorno della nostra vita.


In un epoca in cui ormai e-mail, chat e social network creano legami tra persone di ogni angolo del mondo, “La casa sul lago del tempo” ripresenta con forza l’ormai vetusta figura della lettera, in modo così efficace da riuscire con il suo fascino a scaldare il cuore di ognuno di noi,  mentre i due protagonisti, pur essendo raffigurati da attori di manifesta bellezza, oltrepassano ogni interesse relativo all’aspetto fisico, facendo sì che la nostra attenzione, ed ogni nostro interesse per la loro storia sia essenzialmente rivolto alle parole scritte della loro corrispondenza epistolare.

Infatti la presenza di due attori del calibro della Bullock e di Reeves poteva generare il pericolo di un film costruito attorno a queste due star. Invece questa circostanza è stata gestita da Agresti in modo impeccabile, riuscendo nel difficile compito di mettere gli attori al servizio della storia. Sandra Bullock è autrice di un’ottima interpretazione ma chi sorprende in un ruolo romantico è Keanu Reeves, favorito dal meraviglioso doppiaggio del grande Luca Ward che con la sua voce dona ad Alex una dolcezza ed una tenerezza invidiabili.

“La casa sul lago del tempo” è un inno alla pazienza ed alla speranza di riuscire un giorno ad incontrarsi, in circostanze che appaiono impossibili. Un ritorno al passato, lontano dalla freddezza che ormai avvolge i nostri giorni dove si può ottenere tutto in un attimo e la smania dell’esteriorità ci fa dimenticare beni preziosi come l'attesa e la forza dei sentimenti .

“La casa sul lago del tempo” è un film che va visto con l’incoscienza del cuore, perché le incongruenze della sceneggiatura e l’irrealistica connessione temporale potrebbero irritare i più attenti e razionali.... ma anche se tutti abbiamo la consapevolezza che le torte con panna e crema sono troppo caloriche, siamo altresì convinti che non si possono mangiare cibi salutari tutti i giorni.
Ogni tanto abbiamo tutti bisogno di sognare.


"Il film è sogno, e musica. 
Nessuna espressione artistica travolge la nostra coscienza come il cinema, 
perchè giunge direttamente ai nostri sentimenti 
e alle camere più oscure della nostra anima."
(I. Bergman)