Lounge Music

domenica 24 aprile 2011

Pasqua: è tempo di......

Spatzle con punte di asparagi
mimosa d’uovo e 
petali di fiori

Dopo averli puliti e spellati, tagliate gli asparagi a tocchetti ad esclusione delle punte che vanno tenute da parte.
Cuocete gli asparagi a pezzetti in una padella con poco olio extravergine e burro e uno scalogno tritato, sfumate con un po' di Sauvignon, salate e pepate.
Prelevatene circa 280 g. e frullateli con il frullatore ad immersione.
Cuocete a parte le punte in un padellino antiaderente con poco burro, sale e pepe fino a quando saranno dorate ma ancora croccanti.
Tenetele da parte in caldo.

Poi procedete con la preparazione degli spatzle:

360 g farina 00
2 uova intere
140 g asparagi già cotti
Latte qb ( circa un bicchiere)

Frullare tutto insieme sempre con il frullatore ad immersione, sino ad ottenere un composto denso.

Fate bollire dell’acqua, salatela e cuocete gli spatzle che avrete formato con l’apposito attrezzo.
Man mano che vengono a galla raccoglieteli e ripassateli nella padella dove avete cotte le punte degli asparagi.
Condite con gli asparagi che avete precedentemente frullato, un filo d’olio extravergine e una spolverata di parmigiano reggiano.
Dopo aver lessate le uova sminuzzatele con una forchetta e salatele.

Trasferite nei piatti (meglio se riscaldati)….aggiungete le punte, disponete la mimosa d’uovo tutto intorno, tagliuzzate sopra qualche filo di erba cipollina per dare profumo e infine coprite con i petali dei fiori dell’erba cipollina, pratoline, viole del pensiero, e fiori di rosmarino.
Accompagnate con ottimo Sauvignon di Terlano.

BUONA PASQUA
e
Buon appetito a tutti


amaranto e mario

giovedì 21 aprile 2011

Eremo di S. Lorenzo sull'Armentera

L'antico sentiero che partendo dal parcheggio dell'Hotel Legno in Val di Sella, si arrampica tra i faggi e le conifere, offrendo splendidi scorci sui bastioni calcarei di Cima dodici e del Portule fino ad arrivare all'antico Eremo di S. Lorenzo, non può essere considerato soltanto un itinerario escursionistico.

Infatti il punto di arrivo, una minuscola radura incastonata come uno smeraldo sul crinale settentrionale dell'Armentera, a picco sopra Borgo Valsugana, e un posto veramente "magico".

Testimonianze che si perdono nella notte dei tempi lo identificano come un luogo di culto già in epoca celtica.
Gli antichi druidi erano esperti nella localizzazione di poli geomagnetici, a cui attribuivano poteri magici e sui quali erigevano i loro templi. Il piccolo eremo cristiano paleo-medioevale sembra essere costruito proprio sopra le tracce di un sito religioso pagano.


Pur senza scomodare antiche credenze, nessuno può rimanere indifferente alla pacata atmosfera di San Lorenzo, e nella quiete assoluta del luogo è facile percepire una indefinita e diffusa energia positiva.
Anche il panorama è straordinario: si esce dalla piccola soglia posta nella facciata rivolta a sud e l'occhio si posa immediatamente sull'imponente piramide della Cima Dodici, mentre come una terrazza il piccolo prato che si affaccia a nord ci fa intravvedere, tra le fronde di faggi e pini, la Valsugana quasi mille metri più in basso.

La chiesa è un’aula rettangolare con il soffitto in legno e il pavimento in larice. Il tetto è ricoperto per metà da scandole e metà di lamiera che serve alla raccolta dell’acqua piovana in un pozzo, non essendoci infatti nessuna sorgente.

Pregevoli sono gli affreschi interni tra cui spicca l’Ultima Cena, ricca in particolari ed espressività dei personaggi, allineati tutti dalla parte di Gesù tranne Giuda, più piccolo e dall’altra parte del tavolo. Questo modello di Ultima Cena viene dal Vangelo di Giovanni ed era abituale al tempo in cui vennero eseguiti questi dipinti.

Verso la metà del Trecento la chiesa viene ampliata, segno che era molto frequentata, e sulle pareti vengono eseguiti nuovi affreschi. Su quella nord e parte di quella ovest venne eseguito un altro ciclo con scene del martirio di San Lorenzo. Sono 7 riquadri, tutti riconducibili alla storia del Santo.
Nonostante alcuni siano rovinati, si riesce a capire per tutti cosa descrivano le scene e, specialmente nel quadro del supplizio del Santo sulla graticola, si percepisce un’alta qualità artistica.

Il romitorio a poca distanza dalla Chiesa, invece, fu realizzato alla fine del Trecento su volere di Siccone II di Caldonazzo Castronovo che, secondo la leggenda, fece un voto per aver avuto salva la vita durante un incidente di caccia sull’Armentera.


Descrizione: dopo aver lasciato l'autovettura sul piazzale dell'Hotel Legno (830 m), ritorniamo indietro di poche decine di metri per imboccare una strada forestale sterrata che sale verso sinistra.
Dopo circa un chilometro, ad un tornante, la abbandoniamo  per seguire una mulattiera sulla sinistra.
L'agevole sentiero con qualche passaggio tra le roccette (purtroppo recentemente rovinato da una nuova strada forestale che non trova motivo) prende quota tra bei boschi di faggio che a tratti lasciano il posto alle aghifoglie, fino ad un incrocio di sentieri in prossimità di un'insellatura a quota 1120m.
A sinistra parte il sentiero che sale alla cima dell'Armentera, a destra quello che scende verso la strada che porta a Olle; noi proseguiamo invece dritti, e dopo pochi ripidi tornantini nel bosco, raggiungiamo la chiesa e il romitorio di San Lorenzo a quota 1.185 m.
Durante il ritorno una volta scesi alla forcelletta incontriamo un ragazzo che ci chiede se vogliamo visitare la Chiesa. E' il nipote del custode che sta salendo per curare il piccolo orto a fianco del romitorio.
Una coincidenza unica che non ci lasciamo di certo sfuggire. Così risaliamo nuovamente con lui il sentiero fino a questo incantevole e coinvolgente luogo di silenzio e preghiera.

* l'Eremo viene aperto dalla metà di luglio fino alla metà di agosto con un momento particolare nel giorno e soprattutto nella notte di S. Lorenzo (10 agosto)

domenica 10 aprile 2011

Sentiero del Durer 2° tappa

Sopra Salorno, su un terrazzo naturale ricoperto da vigneti e meleti attraverso i quali si possono intravvedere le cime del gruppo del Brenta, si trova la frazione di Pochi con i suoi 200 abitanti.
Distante ca. 5 km da Salorno e parte del Parco Naturale Monte Corno, Pochi è caratterizzato da una struttura urbanistica e territoriale che ne ha preservato la fisionomia mantenendo intatto il suo fascino contadino, le sue residenze storiche e le fattorie, le strette stradine fiancheggiate da muri in pietra, una varietà di piante e di fiori che rallegrano ovunque il paesaggio..

Attraverso questa piccola località passa il sentiero del Dürer che ricorda il viaggio dell’artista pittore tedesco attraverso l’Italia nel 1494. Quando il fondovalle era alluvionato ed impraticabile, questo percorso divenne l’unica via per raggiungere il Passo Sauch e da questo Cembra e la città di Trento.

Evitiamo di parcheggiare l'auto presso la chiesa di Sant'Orsola nel centro di Pochi per non perdere quota e per abbreviare il percorso che altrimenti risulta forse eccessivamente lungo.
Prendiamo la strada asfaltata che incrociamo sulla nostra sinistra salendo da Salorno prima del maso Ceschini.
Dopo aver parcheggiato l'auto ci incamminiamo lungo la strada tra alcuni masi tipici e i meleti in piena fioritura.

Attraversando prima la Val Masera e poi la Val Fredda, la segnaletica ci conduce lungo un sentiero che alterna bosco, strada sterrata, carrarecce e strada forestale.
Attraverso una affascinante foresta di faggi, carpini, abete bianco, rosso e qualche pino nero il sentiero ci porta al passo Sauch a 915 m.s.l.m.

Abbiamo lasciato alle nostre spalle la maggior parte del sentiero in salita e dopo una piacevole sosta al rifugio “Sauch” proseguiamo in direzione Lago Santo, non prima di aver fatto visita al Roccolo del Sauch.
Il roccolo del Sauch è un interessante complesso vegetale, una splendida scultura arborea formata da doppi colonnati e piante potate con forme rotondeggianti che un tempo era utilizzato per la caccia agli uccelli e che oggi è stato trasformato in un osservatorio ornitologico per lo studio delle rotte migratorie dell’avifauna.

Anche in questo tratto del Sentiero del Dürer, il percorso alterna strada forestale e sentiero boschivo attraversando anche il biotopo di Lagabrun in cui sono inserite alcune baite forestali molto carine.
Ora il sentiero spesso spiana e questo ci induce a rallentare il passo e a lasciare spazio al silenzio.

Sono posti che in piena estate risultano molto frequentati, ma in questa stagione sono poche le persone che incontriamo lungo il percorso e questo ci permette di assaporare appieno il fascino di questi luoghi.

Partenza: Pochi - loc. San Valentin
Segnavia: Sentiero del Dürer - AD
Lunghezza: ca. 8 km (ma può essere abbreviato)
Tempo di percorrenza: ca. 3h e 15m.
Dislivello: ca. 720 m

mercoledì 6 aprile 2011

Primavera

Un giorno di primavera mi sedetti cercando di scrivere, ma subito capii che quel giorno la scrivania dello studio non era il luogo ideale in cui si potevano rielaborare i pensieri del cuore.
Così in una collina subito a nord di casa, costellata di ciliegi in fiore, uscii a fare una passeggiata, su per la valle del vecchio mulino e lungo il crinale, e poi giù fino al torrente.

La primavera era arrivata dopo un inverno insolitamente umido e piovoso e le colline erano diventate di quel verde sfrenato ed esuberante che dimentico e riscopro ogni volta che esco a camminare al tepore dei primi caldi primaverili. Attraverso l'erba novella sporgeva il giallo oro dei fiori di tarassaco che rendeva la tavolozza più carica del resto dell'anno.

Queste carrarecce e questi sentieri congiunti formano un circuito di circa sette chilometri, che ricominciai a percorrere a piedi circa dieci anni fa per fare svaporare, camminando, l'ansia di un anno difficile. Continuavo a ripercorrere questi itinerari per concedere una tregua ai problemi e al lavoro.

"In una cultura,come la nostra, orientata alla produzione e al consumo, pensare è generalmente concepito come un fare niente, e il fare niente è difficile da fare. La via migliore per realizzarlo è di mascherarlo nel "fare qualcosa", e ciò che più si avvicina al fare niente è il camminare.
Camminare in sé è l'atto volontario più vicino ai ritmi involontari del corpo: il respiro e il battito del cuore."


Stabilisce un delicato equilibrio tra la mente sempre operosa e l'anima che anela al silenzio.

Non sapevo con precisione se ero troppo in anticipo o troppo in ritardo per i germogli di luppolo che in queste colline è quasi invasivo, ma lo sguardo era attratto dalle chiazze e mazzetti di viole di ogni colore e specie.
Viola odorata , dark ladies in velluto viola scuro e intensamente profumate e con le foglie a forma di cuore perfetto, viole canine, azzurro pallido o lilla sbiadito, un po’ anemiche e senza profumo.

E a far compagnia alle viole l’azzurro delle pervinche che mi ricordavano le camminate fatte con mio padre in stagioni ormai lontane a cercare le prime erbe di stagione: bruscandoli, bruschi e tanoni.


Muoversi a piedi sembra rendere più facile muoversi nel tempo; la mente vaga dai pensieri ai ricordi e rende all'anima un silenzio intriso di malinconia.

martedì 5 aprile 2011

Storia del camminare

"La storia del camminare è una storia non scritta, segreta, i cui frammenti si possono rintracciare con parole semplici in migliaia di passi di libri come anche di canzoni, nelle strade e in quasi tutte le avventure di ciascuno di noi.


....E sebbene la storia del camminare, in quanto appartenente all'esperienza di ciascuno di noi, sia virtualmente infinita, la mia storia del camminare può essere solo parziale, un cammino idiosincratico tracciato da un viandante che si guarda attorno e ritorna più volte sui propri passi.


.......Camminare è, idealmente, uno stato in cui la mente, il corpo e il mondo sono allineati come se fossero tre personaggi che finiscono per dialogare tra loro, tre note che improvvisamente formano un accordo. Camminare ci permette di essere nel nostro corpo e nel mondo senza esserne sopraffatti. Ci lascia liberi di pensare senza perderci totalmente nei pensieri.

...Il ritmo del passo genera una specie di ritmo del pensiero, e il tragitto attraverso un paesaggio echeggia o stimola il tragitto attraverso un corso di pensieri. Il che crea tra percorso interno e percorso esterno una strana consonanza che suggerisce come la mente sia essa stessa un paesaggio di generi e che il camminare sia un mezzo per attraversarlo."

Rebecca Solnit, Storia del camminare

lunedì 4 aprile 2011

Sentiero del Durer

Quando nel 1494 il pittore, incisore e matematico tedesco Albrecht Dürer fece il suo viaggio in Italia per recarsi a Venezia, la Valle dell’Adige era inondata a causa dello straripamento dell’omonimo fiume.
Così dovette percorrere una via alternativa che lo portasse fino a Trento.

L’artista, dopo aver probabilmente sostato presso l'Ospizio "Klösterle" di San Floriano presso Egna (costruito nel XII secolo e legato alla accoglienza dei viandanti) dalla piazza di Laghetti (213 mt) deviò lungo il sentiero per salire a Pochi di Salorno.
Da Pochi raggiunse il Passo del Sauch e percorse la Val di Cembra raggiungendo così la città del Concilio per poi raggiungere Venezia.

Oggi questo percorso lungo 35 km, percorribile a tappe, è diventata un’escursione che fa rivivere, a chi lo percorre, le emozionanti scoperte paesaggistiche dei viandanti di un tempo.

Dal Parcheggio sud di Laghetti si seguono le indicazioni del sentiero del Durer. Inizialmente la strada è asfaltata, dopodiché la traccia avviene su terreno sterrato e successivamente su strada lastricata e forestale.


Dopo un tratto in salita, il sentiero si allarga e diventa di facile percorrenza con una bellissima vista sulla Bassa Atesina e sulle montagne circostanti.

Percorrendo questo sentiero si riesce quasi ad immaginare lo scenario che si poteva ammirare ai tempi del Dürer. Infine raggiungiamo la Valle del Rio Lauco, dove attraversiamo il famoso “ponte romano”, che ci proietta in un’altra epoca.

Attraversata la valle si prosegue lungo il sentiero circondato da vigneti e meleti che ci porterà fino a Pochi di Salorno (Bucholz 560 mt).
La piccola località sopra la Valle dell'Adige costituisce la meta del nostro percorso.

Decidiamo comunque di proseguire per il sentiero che in discesa, dopo la chiesa di Sant'Orsola, ci porta al mulino di fronte al Pichlhof. Questo vecchio mulino ad acqua, disegnato dallo stesso Durer, puó essere visitato insieme alla fucina.
Poi continuando fino alla originaria Pichlmühle si passa una sorte di tunnel fino al ponte in legno sopra il rio Geaderlebach.

Dopo si prosegue lungo un muro a secco, tra frutteti e vigneti passando alcuni masi. Un buon sentiero porta verso la strada principale, che va seguita in salita per ritornare in paese al ristorante Speckstube Perkeo dove ci attende un menù pasquale veramente da gourmet.

Una strada alternativa per tornare a Laghetti può essere quella che dal ristorante Perkeo scende fino alla chiesa dove si prende il sentiero n. 1 che dapprima per strada asfaltata e poi per sterrato ci conduce fino in valle alla Baita Garba. Da qui si prosegue sulla strada che conduce alla tenuta “Karneid” e poi costeggiando meleti e vigneti si ritorna al parcheggio di Laghetti.

Punto di partenza: Parcheggio c/o Laghetti di Egna
Segnavia: Sentiero del Dürer, AD
Lunghezza: ca. 7,5 km (singola direzione)
Dislivello: ca. 430 m

le foto  1-3-6 sono tratte dal sito http://www.weinstrasse.com/

giovedì 31 marzo 2011

Intimità di stube

Ricordo........
Con l'ultima luce prima del tramonto abbandoniamo la pista principale per inoltrarci lungo il sentiero di raccordo che ci porterà in breve al maso di Villpederhof.  La neve attutisce i rumori e l'aria cristallina della sera trasforma ogni scorcio in un quadro, mentre il paesaggio completamente innevato ci trasmette una calma irreale che emoziona il cuore.

Appena entriamo le orecchie si scaldano immediatamente e finalmente ci liberiamo di sciarpe, berretti e guanti.
Ancora accecati dalla luce del sole riflessa dalla neve, cerchiamo di mettere a fuoco i tavoloni di legno nella vecchia stube.
Le pareti di legno trasmettono storia e calore mentre la luce dei lampadari che scendono da antichi soffitti in legno intarsiato illumina vecchi quadri di vita contadina, battute di caccia e scorci e panorami insospettabili della vallata e dell'alpe.
Un antico orologio e ghirlande di fiori secchi ed altre composizioni natalizie completano un arredamento che profuma di bosco e di montagna.

La vecchia stufa in muratura, tinteggiata di nuovo, vicino alle panche di legno emana un tepore intenso e piacevole, che accende le guance e scalda il cuore. Dalle finestrelle in legno si intravvedono solamente pini innevati e sullo fondo il Sass de Putia che si erge maestoso sull'intera valle di Luson.

Ho sempre pensato, fin da quando ho iniziato a frequentare questi luoghi, che non c'è posto al mondo che dia maggior senso di intimità, di piacere profondo allo stare assieme, che la vecchia stube di un maso altoatesino come questo.

martedì 29 marzo 2011

L'orso e la farfalla

C’era una volta un orso di nome Grandecuore.....
....un giorno in cui la nebbia era scesa sul bosco se ne andò, con il cuore che tratteneva fiero le lacrime, se ne andò senza sapere dove in cerca di tranquillità e di un mondo diverso.

A mano a mano che si allontanava si sentiva meglio come se potesse finalmente uscire da una prigione d’oro. Al tramonto si sedette su una roccia e si mangiò le squisite fragoline di bosco e i mirtilli, quando ad un tratto sentì dietro alle spalle un vocione che lo salutava, impaurito si girò e vide un vecchio Gufo ma appena poté fissarlo negli occhi si accorse che non era pericoloso.
Vecchiogufo gli chiese :” Non ti ho mai visto amico orso da dove vieni?”, rispose “ Dalla valle dei Cardi”.
Cominciarono così a parlare, a raccontarsi le loro avventure e Grandecuore sentì per la prima volta che non aveva più paura di un altro essere e si sentiva stranamente tranquillo.

I giorni passavano e conobbe la volpe, il cervo, il rospo e il ghiro si divertiva un sacco, spesso lo invitavano nelle loro tane a cena e cantavano insieme fino a notte fonda con la luna che li guardava sorpresa.
Grandecuore sentiva che avrebbe voluto anche lui una casa tutta sua come aveva sempre sognato.
Cosi si fece aiutare da Vecchiogufo e trovarono una magnifica grotta che dava su un immenso panorama in cui la valle si riposava tra la catena dei Sassi Dorati e quella del Ligustro, i colori erano incredibilmente belli e Grandecuore si innamorò di quel posto.
Ne fece una casa splendida con una pergola di frasche e l’uva selvatica che cresceva accanto, fiori e profumi invadevano l’olfatto di chiunque entrasse.
Per non parlare dei profumi e dei sapori che l’orso riusciva a creare cucinando per gli amici. I suoi amici, pensava, erano tutto per lui era finalmente felice, solo quando se ne andavano sentiva su di lui un velo di tristezza ma il ricordo delle loro risate e dei complimenti riempiva ogni vuoto.

Un giorno, forse attirata dagli intensi profumi dei fiori si posò davanti al suo antro una farfalla dai colori luminosi, si chiamava Luna e Grandecuore non potè non notarla tanto era bella e si muoveva delicatamente sui suoi fiori.
Per la prima volta sentì che quei fiori avevano un significato vitale per qualcuno e che nulla era successo per caso.

La farfalla lo guardò negli occhi azzurri e fuggenti e decise di fermarsi in quel posto.
Così passarono le stagioni allietati dalla presenza l’uno dell’altra a ridere, a rincorrersi, a prendersi in giro e a chiacchierare davanti alla luna nelle lunghe sere d’inverno.
Grandecuore aveva un solo rammarico che non poteva baciarla, stringerla o accarezzarla perché con le sue grosse zampe avrebbe potuto ucciderla, allora la copriva di profumi di nettari deliziosi con la delicatezza che si doveva ad una principessa.
Anche lei aveva lo stesso rammarico perché non poteva volare con lui tra i boschi e le montagne, sopra i ruscelli, fare le capovolte in aria e correre tra il vento.
Le sue ali piano piano stavano avvizzendo, Luna amava molto Grandecuore ma al contempo sentiva che tra loro c’era questo sottile dolore degli esseri dissimili.

Un giorno volò a cercare Vecchiogufo, che un po’ si intendeva di magia, per chiedergli un incantesimo: trasformarla in una piccola orsa. “Questo no è possibile!” sentenziò Vecchigufo “Il dio della montagna non si priva di una rara farfalla, i tuoi colori e le tue ali hanno un senso nella natura”.

La poverina tornò a casa sconsolata e al tramonto si posò lieve sulla spalla di Grandecuore cominciò a piangere in silenzio, le lacrime scendevano sul pelo dell’orso e penetravano fino al cuore grande e solitario, così anche dal cuore dell’orso salirono grosse lacrime che sgorgavano come ruscelli dalle sue dolci sorgenti azzurre.
Piansero così tanto che le lacrime li trasformarono in pietra e ancora oggi dopo tanti anni la vetta di quel monte assomiglia ad un orso con una piccola farfalla sulla spalla e sulle sue pendici tutto l’anno fioriscono migliaia di fiori dall’intenso profumo.

E.P.

* L’ORSO DELLA LUNA (2009) Acquerello e acrilico su carta 30x23 di Eliseo Oberti