Lounge Music

domenica 18 maggio 2008

Spugnole di conifera


E’ primavera ma di neve in montagna ce n’è ancora, e molta.
L’inverno quest’anno è stato lungo e la neve scesa fino a venti giorni fa ha rallentato i segni del risveglio primaverile in quota.

Camminavo lento qualche giorno fa, assorto in questi pensieri, lungo il sentiero, in parte acciottolato, che dalle contrade più alte di Asiago mi avrebbe portato tra le abetaie in cerca delle amate spugnole di conifera (morchella conica, elata e deliciosa).
Siamo a maggio ma la neve è ancora molto presente sui pascoli alti; eppure i verdi prati che riempiono la conca dell’Altopiano sono costellati del giallo del tarassaco in fiore.
Dopo questo lungo inverno è davvero bella la primavera in montagna e più passano gli anni e più l’ammiro e la godo. Quando ero ragazzo la vivevo e basta; la primavera era con e dentro di me, ma ora il suo odore e i suoi colori me la rendono unica.
Lascio il sentiero e mi arrampico su di un pendio scosceso: sorpresa, davanti a me ci sono pennellate di viola, lilla, blu, azzurro...tutto così perfettamente armonizzato dal vapore della pioggia.
Un tappeto di genzianelle tra i primi ciuffi di verde, e in mezzo ad esse...........


L’insieme di forme e colori che questo incontro regala è davvero di quelli che deliziano l’animo e non si scordano più.
Spesso capita di passare a due passi da questi funghi senza riuscire a notarli. Ci passiamo di fianco più volte senza nemmeno accorgerci che esistono e poi, all’ennesimo ritorno, ecco che all’improvviso ci appaino lì, così ben visibili nel loro ergersi dritte, come orgogliose, ben al di sopra della timida e bassa erbetta che segue il disgelo.A guardarle da vicino, poi, le spugnole hanno un’architettura eccezionale, un’impalcatura degna di un progetto architettonico fantasioso ed ambizioso. Su di un gambo bianco o color crema, si erge un cappello (la mitra) che sembra fatto a nido d’ape.

Le spugnole hanno un odore un po’ particolare che gli esperti definiscono “spermatico”, tipico di diversi altri funghi. Forse ricorda alla lontana ciò che l’aggettivo indica, ma certamente, e da sempre, tutti i grandi chef lo considerano un profumo gradevolissimo.
In effetti nella cucina internazionale e soprattutto in quella francese, le spugnole sono il fungo più pregiato e più presente proprio per il suo odore che durante la cottura si evolve in un profumo invitante e complesso. Le origini di questa fama si perdono nel tempo: le mangiavano e le cucinavano con fantasia gli antichi romani, le troviamo nei ricettari rinascimentali, ma soprattutto erano gli ingredienti delle portate più prelibate nelle tavole dei papi e degli imperatori.

Dobbiamo però ricordarci che le spugnole per essere consumate senza dare problemi non vanno mai consumate crude ma dobbiamo cuocerle per almeno 20 minuti in piccoli pezzi per favorire la migliore cottura. Sono funghi che contengono tossine termolabili (ovvero che si distruggono con il calore), per questo è assolutamente necessaria una cottura adeguata!

Risotto agli asparagi bianchi e spugnole di montagna

ingredienti:

200 g. di spugnole di montagna
200 g. di asparagi bianchi di Bassano
320 g. di riso carnaroli
1 spicchio d'aglio e un cipollotto
brodo vegetale
un bicchiere di Vespaiolo
20 g. di burro
40 g. di grana padano grattugiato
prezzemolo, sale e pepe q.b.

mercoledì 23 aprile 2008

" Cacciatore di aquiloni " .....per amicizia e amore

Il passo del libro di Hosseini, che ho trascritto nel post precedente, è la chiave per leggere il film che il regista Marc Forster ha tratto dal romanzo.
Fin dalla sua uscita in Italia nel 2004 , il romanzo di Hosseini aveva attirato l' attenzione di Hollywood e il regista S. Spielberg se ne era fin da subito assicurato i diritti cinematografici, salvo poi affidare la regia a Marc Forster.

Forster, in assoluta aderenza al testo letterario, ha deciso di girare il film non in inglese, ma in lingua "dari" ed ha scelto come protagonisti non due attori, ma due bambini, allievi di una scuola elementare di Kabul, per interpretare Amir ed Hassan.
Amir, di etnia pashtun, è un ragazzo fragile, ama leggere e scrivere romanzi.
Hassan, figlio del servo del papà di Amir è invece di etnia hazara.
I due ragazzi sono inseparabili ed insieme imbattibili nelle gare di aquiloni che per entrambi è gioco, fantasia e passione, ma per Amir anche il modo per essere accettato dal padre.

A Kabul quello degli aquiloni è un gioco nazionale. Ragazzi di tutte le età si allenano costantemente per poi partecipare al torneo nel mese di aprile che vedrà, alla fine, un solo aquilone nel cielo: il vincitore. Gli aquiloni vengono allestiti da mani sapienti per renderli i più leggeri possibile e la lunghissima cordicella viene passata nella colla e nella polvere di vetro, così da rendere il filo tagliente. Sta poi nella bravura del proprietario abbattere il più grande numero di aquiloni tranciando, con delle virate, le cordicelle avversarie. L’aquilone in caduta sarà cacciato (rincorso) per essere conservato come trofeo di vittoria.

Ma l'amicizia è vissuta in maniera diversa dai due protagonisti. Amir, cerca di sfruttare la bravura di Hassan, come cacciatore di aquiloni, per vincere il torneo ed essere finalmente apprezzato da suo padre, un ricco diplomatico, ma soprattutto un uomo segnato dalla perdita della moglie e che non riesce ad instaurare un buon rapporto educativo con il figlio.
Hassan è invece un'anima innocente, disposto a tutto per amore dell'amico. "Per te un milione di volte" grida all'amico quando questi lo esorta a recuperare l'ultimo aquilone abbattuto.

Molti hanno criticato il regista per aver fatto un film eccessivamente legato al testo letterario e quindi senza uno spessore cinematografico proprio. Un film appiattito sulla trama del romanzo senza preoccuparsi di reinterpretarlo e che rinuncia alla narrazione in prima persona della voce fuori campo.
Ma se il regista è stato aderente al romanzo fin quasi all'appiattimento cinematografico, il tutto è avvenuto per dare una maggior caratterizzazione psicologica ai personaggi nel confronto con la Storia che fa da sfondo al racconto, e soprattutto per permettere una sottolineatura del tema principale del film: l'amicizia vissuta come vincolo.

Un vincolo che ad Hassan fa dare senza aspettare nulla in cambio: una mano sempre tesa per aiutare Amir, una parola pronunciata per dare sollievo alle sue paure, una parola di speranza per asciugare una lacrima, il proprio esserci sempre e comunque anche nei momenti più tragici ed infine una fedeltà assoluta al vincolo di amicizia.
Un dare, quello di Hassan, che lo ripaga con la sola gioia del donare.
Un integrarsi nel dolore e nella gioia, un condividere la vita dell'altro pur rimanendo due esseri distinti il più delle volte molto diversi.
Ed è per aver disatteso questo vincolo che Amir cercherà, per un senso di colpa, di allontanare Hassan e la sua amicizia, perché, all'amicizia assoluta dell'amico, lui non riesce e non sa rispondere con la stessa intensità di sentimento.

Amir, testimone della violenza che Hassan subisce per difenderlo, non reagisce sia perché più fragile, sia per paura. Esemplare il tentativo degli aguzzini di screditare Amir agli occhi del piccolo Hassan, dicendogli che il ricco Amir non è in fondo un vero amico e che non avrebbe mai messo a repentaglio la sua incolumità per un servo. Ma il piccolo Hassan non ha dubbi e con le guance accese dalla rabbia risponde convinto:"io e Amir siamo amici!" Infatti Hassan non ha mai nutrito alcun dubbio sulla fedeltà e sull'amicizia di Amir e non crede neppure che l'amico possa sfruttarlo.
Nella sua mente balena solo un pensiero: l'amicizia non è quella che provo io?
Ed in nome di essa Hassan soccombe alla violenza e poi accetta di essere allontanato da Amir per una colpa non commessa.

Fortunatamente per Amir il destino, molti anni dopo, gli darà l'opportunità di potersi riscattare.
Forse per molti questa presa di coscienza di Amir arriva troppo tardi, forse la sua capacità di capire il gesto di Hassan assoluto ed infantile è insufficiente.
Ma quanti di noi ,tradendo una amicizia o un amore, desiderano e cercano poi di avere un'altra possibilità?
E soprattutto quanti riuscirebbero a raccoglierla?


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martedì 8 aprile 2008

Risotto alle erbette di primavera


Cantano flebilmente gli uccelli come se piangessero il giorno che muore, mugghiano le giovenche, e il vento pare che si compiaccia del susurrar delle fronde. Ma da settentrione si dividono i colli, e s'apre all'occhio una interminabile pianura: si distinguono ne' campi vicini i buoi che tornano a casa: lo stanco agricoltore li siegue appoggiato al suo bastone; e mentre le madri e le mogli apparecchiano la cena alla affaticata famigliuola........

Così Ugo Foscolo raccontava nel suo "Le ultime lettere di Jacopo Ortis" il momento della cena di una famiglia residente nelle nostre campagne, in una tiepida sera di maggio.
Ed io, fin da quando a scuola sentivo leggere queste righe, immaginavo la scena come fosse uno dei momenti della mia infanzia, con mia madre intenta a servire nei piatti la minestra di "bruscandoli", raccolti nei campi durante i lunghi pomeriggi primaverili da me e mio padre.

Lancia il Sole partendo pochi raggi, come se quelli fossero gli estremi addio che dà alla Natura; e le nuvole rosseggiano, poi vanno languendo, e pallide finalmente si abbujano: allora la pianura si perde, l'ombre si diffondono su la faccia della terra; ed io, quasi in mezzo all'oceano, da quella parte non trovo che il cielo.

Come allora non tentare di esprimere in cucina questo legame tra memoria e natura che mi addolcisce sempre i pensieri e il cuore ?
Così ho pensato di preparare un risotto alla erbette di primavera in cestino di formaggio di malga.
Le erbette raccolte (bruschi, tanoni, schioppettini e bruscandoli) per esprimere al massimo il loro valore in cucina devono essere trattate in modo diverso tra di loro.

I bruschi (turioni del pungitopo) vanno cotti al microonde per renderli più morbidi ma anche per poter mantenere, nello stesso tempo, intatto il loro sapore leggermente amaro e gli elementi nutritivi ad azione diuretica di cui sono ricchi.

I Tanoni (germogli del Tamaro), in maniera precauzionale e secondo alcuni autori, andrebbero sbollentati per eliminare quella piccolissima quantità di principi attivi tossici presenti nella pianta.
Anche se la droga vera e propria, simile all'istamina, si trova essenzialmente nella radice e nelle bacche rosse di cui sono avidi gli uccelli.

I bruscandoli e gli schioppettini, essendo molto delicati possono essere cucinati direttamente nella casseruola, oppure mangiati in insalata crudi e conditi con del buon olio extravergine amabile.



Risotto alle erbette di primavera

clicca sopra per vedere la ricetta illustrata

lunedì 7 aprile 2008

Erbette di primavera

Sensi e fantasia ti aiutano a scoprire la primavera che è sempre misteriosa, segreta e viva.
Se la prima neve che senti scendere in una notte di dicembre è un invito a raccogliersi nei ricordi o nella lettura, la prima pioggia di aprile, che ascolti volentieri battere sui coppi della casa e sulla tettoia della veranda, ti da ristoro e distensione.
Ritrovi un sonno piacevole e poi, al mattino, il desiderio di andare, di uscire fuori a camminare in libertà, senza una meta come la primavera che non ha confini.
E mentre cammini tra le colline punteggiate dal bianco dei ciliegi in fiore, speri di ritrovare, come ogni anno i segnali della nuova stagione.

Ad ogni passo cerchi con lo sguardo ai lati del sentiero i "bruscandoli"
(germogli del luppolo, Humulus lupulus l.), che cambiano nome di terra in terra
e forse anche per questo sono inafferrabili, cercati sempre un pò più in là dove il ciglio dell'argine è già vuoto e diventa solo aria e cespuglio.
Chiedono pericolo e graffi sulle braccia perché si accompagnano sempre ai rovi.
Sull'argine dove il verde ha un colore che solo l'erba di primavera può.

E il verde continua lungo il sentiero, dove sai che c'era una casa, che ora non trovi più.
Oramai coperta, presa, stretta dentro le braccia di rami e rampicanti.
Sulla riva opposta il bosco ancora spoglio attira la tua attenzione per le uniche macchie di verde con qualche punteggiatura di rosso che in questo periodo esprime: sono le foglie e le bacche del pungitopo Ruscus aculeatus L.
Allora come resistere alla tentazione di dare uno sguardo tra gli steli di questa pianta per vedere se per caso non siano spuntati i primi amari turioni (in veneto "bruschi") di questa liliacea .

Ai margini del boschetto di roverelle e carpino nero, lungo le siepi che delimitano i vecchi confini di proprietà, si trovano pure i "tanoni" che sono gettiti spontanei del Tamaro, Tamus communis L., pianta perenne immediatamente riconoscibile nei boschi perché ha lo stesso comportamento dei germogli del luppolo.
Non potendo stare eretta da sola si avvolge sempre su un sostegno girando verso destra. I frutti sono delle bacche rosse molto ricercate dagli uccelli ma velenose per l'uomo.

Più volte durante la passeggiata ti fermi ad ammirare chiazze e mazzetti di viole di ogni colore e specie.
Viola odorata , dark ladies in velluto viola scuro e intensamente profumate e con le foglie a forma di cuore perfetto, viole canine, azzurro pallido o lilla sbiadito, un po’ anemiche e senza profumo.
E a far compagnia alle viole l’azzurro delle pervinche.

In una fascia di prato secco, sempre ai margini del boschetto di querce, sono concentrate tantissime specie diverse , ed è un vero paradiso di profumi e odori.
E proprio là, in mezzo a questo spettacolo di colori e sentori di profumo di primavera, si possono scorgere anche ciuffi di "schioppetini" o "carletti", Silene vulgaris , una tra le migliori erbe commestibili e per questo molto ricercata in gastronomia.

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martedì 12 febbraio 2008

In ricordo di mio padre



Te ne sei andato una sera, nel cuore ancora il brusio delle nostre parole, hai visto la vita sparire
lasciando a poco a poco un abbraccio di lumi.
Non ci siamo neppure salutati, e neppure ti ho "accompagnato" verso un'altra vita.
Tutto lasciato lì così come un sentiero in montagna che si interrompesse all'improvviso e sparisse nel vuoto lasciandomi solo con un angoscia senza risposte..
Difficile capire, accettare..

Sei scivolato dalla vita alla morte in silenzio.
Quel silenzio che la tua lunga malattia ti aveva imposto, obbligato e costretto.
Quella malattia che non era riuscita a rubarti gli occhi, il cuore e l'anima,
ti ha però obbligato lentamente all'immobilità e al silenzio, togliendoti da ultimo
anche la possibilità dei ricordi.
Quel silenzio e quella immobilità che non ci ha più permesso di comunicare con te negli ultimi giorni della tua presenza tra di noi.


Sono passati anni eppure mi accorgo sempre più frequentemente
che ci sono paesaggi interiori che si svelano lentamente tra i ricordi di una vita vissuta a margine della tua, mentre altri ritornano con la forza di un fuoco che si accende con fatica tra la legna ancora umida di pianto.


Momenti che ritornano a ricordarmi che non siamo mai soli ad attraversare l'inverno, neppure quando non ci sono più pagine da strappare, momenti duri e scomodi da ridipingere, .... rapporti da chiudere definitivamente ed altri da riaprire.

Oggi mi sembra come se il tempo passato sia una distanza ricoperta da mille fotografie di cui io ne possiedo e ricordo solo una minima parte.

Qualcuna in cui i colori si sono prima affievoliti e poi persi negli occhi di un ragazzo che non sapeva ancora interpretare quel tuo tenero sentimento così bene espresso dal tuo capo leggermente reclinato verso di me e dalla mano sulla spalla quasi a proteggere l'oggetto del tuo amore.
Questa, tra le altre di noi due, mi sembra sin troppo bella per poter essere stata vera, eppure eri lì come sempre accanto a me come lo sei ora.

E i tuoi silenzi capaci più di mille parole taciute di illuminare quel sentiero interiore che oggi, ancora una volta, mi riporta lentamente a te.




lunedì 28 gennaio 2008

Camminare nelle Terre Alte .......


Il racconto di una vita parte dall'inverno e chiude il cerchio con l'attesa della neve che verrà.
Così questo nostro narrare, procedendo da una stagione all'altra, vi cammina a fianco tanto da poter calzare con il piede l'orma già impressa in una neve che ha memoria di altre nevi e di ricordi ancora vivi.

Camminare è la nostra capacità di restare sempre in attesa, nulla dando per scontato ne di quello che abbiamo, ne di quello che siamo.

Camminare è sapere interpretare i segni, le ombre e "la luce" che fa chiare le cose e lievi i corpi, indicandoci sempre la via anche quando il buio sembra avvolgere la nostra vita senza lasciarci alcuna speranza.
Camminare è accogliere le regole di ogni esistenza scrutando il cielo o poggiando l'orecchio sulla terra umida per poter lasciarci guidare dal più ancestrale dei sensi: l'odore della nebbia e della neve, della legna e del fieno, del bosco e di tutte le sue vite segrete.

Camminare è carpire i profumi di un tramonto, specchio di transitorietà mentre l'inverno cresce pacato e lento sulle ceneri di questo sapersi fragili.

Camminare è accettare il mutare repentino delle cose che ci coglie alle spalle - come un dolore, un amore finito, una paura del futuro, una perdita- mentre noi siamo intenti a fare tutt'altro.

Camminare tra le stagioni della terra e dell'uomo con uno sguardo che si posa sui “Frammenti” del presente per riuscire a riconoscere le orme del passato, sopravvivendo al gelo, alle bufere. Alla nostalgia, anche.
Perché non è possibile tornare indietro, ma neppure dimenticare.

Certi giorni eravamo felici e forse non lo sapevamo.


(dedicato a Stefania, Ermes ed Ernesta)

lunedì 21 gennaio 2008

Camminare ......... per le Terre Alte

Camminare è un'arte che spesso noi adulti abbiamo rimosso e sostituito con l'agonismo del jogging, del fitness o della palestra.
Camminare è staccare la spina a chi ogni giorno vende il futuro in offerta speciale, dimenticando il passato.


Camminare è non avere paura di ascoltarsi. . ………
è un perdersi breve, in un piccolo spazio, una microfisica dell'avventura, da cui si torna con una storia da raccontare.
Camminare è ritornare a se stessi e a quella parte di noi che è la premessa di tutto.


Camminare non serve per tenersi in forma, ma a dare forma alla vita.
Camminare ……….è la forza che ti permette di farle ritornare ancora una volta per un momento vicino a te, al tuo fianco




venerdì 18 gennaio 2008

Altopiano di Asiago



L’essenza delle Terre Alte è da sempre il suo paesaggio, le sue montagne prealpi, dolomiti o alpi che siano. Il cuore delle Terre Alte è sempre stato il silenzio che si respira tra i suoi boschi, le sue vette, i suoi alpeggi di alta quota.
Ma ora che l’economia della montagna si basa per 80% sul turismo e sul suo indotto e per il restante 20% sull’agricoltura e sugli allevamenti, l’essenza e il cuore delle Terre Alte sono continuamente sottoposti ad uno stillicidio quotidiano che ne mina i valori e le qualità.

 Leggo anche oggi di nuovi impianti previsti dal Piano Neve della Regione Veneto per l’Altopiano di Asiago: alle Melette per l’integrazione con il comprensorio di Enego, al Verena per l’integrazione con il comprensorio di Lavarone-Folgaria.
Asiago ha già al suo attivo 22 stazioni sciistiche con ben 69 impianti di risalita e 100 km di piste che segnano in maniera pesante il territorio.
Viene spontaneo chiedersi se sono realmente necessari questi nuovi impianti per continuare a definire nella pubblicità turistica l’Altopiano di Asiago la “Capitale dello sci nordico” ?
 Perché visti i costi sempre più elevati e la diminuzione della presenze nelle piste (che negli ultimi anni sono scesi mediamente del 15-20%) si continuare a sfruttare il territorio fin dove è possibile e anche oltre con un turismo che oramai è divenuto di élite ?
 Perché invece non si spendono energie e denaro pubblico per diversificare l’offerta e potenziare attività sportive che hanno un minor impatto ambientale (sci da fondo, o da escursionismo, ciaspole) e che permettono a chi le pratica di assaporare in modo vero l’essenza e il cuore della montagna ?
 

E’ triste constatare come in questi casi siano gli stessi abitanti della montagna che, abbagliati da miraggi di facili guadagni, trasformano la loro terra in un parco giochi, devastando boschi e alterando profondamente l’ambiente per fare posto a nuovi impianti di risalita, o per creare nuovi comprensori sciistici.
Perché scegliere di fare della propria casa una vetrina come fosse un centro commerciale, e delle tradizioni uno spettacolo finendo per vivere in un redditizio ma finto zoo ?