Lounge Music

venerdì 30 maggio 2008

meme musicale


Mi sono ripromesso, fin da subito, di non accettare alcun Meme, anche perché nella blogosfera ne escono sempre di più come le lumache con la pioggia, ma poi quando mi capita di vedermi citato in uno dei blog che leggo volentieri (quello di chimera in questo caso), non riesco a dire di no!

Ora il Regolamento dice che lo scopo di questo meme è di scrivere le cinque migliori canzoni di tutti i tempi (secondo noi), e di passarlo ad altre cinque persone. Ovviamente fornendo il link di chi ve lo ha passato.

Certamente ritengo che i 5 brani musicali che ognuno sceglie rappresentano in qualche modo una specie di colonna sonora della propria vita, brani che ci ricordano momenti particolari, brani che non ci stancheremmo mai di ascoltare...
Ma, premesso questo, non è stato facile per me scegliergli, i miei gusti sono variabili, ma quelli che mi vengono in mente oggi sono questi:

1. No Ordinary Love (Sade) ....... ...diciamo che mi piacciono TUTTE le canzoni di Sade ma, se proprio devo sceglierne una, scelgo questa perché ogni volta che l'ascolto mi emoziona riportandomi molto indietro nel tempo in un paesino dell'Alto Adige.....

2. Exile (Enya) ... vale lo stesso discorso che ho fatto per Sade, solo che il ricordo è molto più recente.

3. Wish You Were Here (Pink Floyd) ... in questo caso ho scelto due brani per sottolineare ancora di più il fatto che mi era veramente difficile decidere per uno escludendo altri. Le canzoni di questo gruppo hanno accompagnato buona parte della mia vita passata nel bene e nel male. E così eccovi il secondo brano dei mitici Pink Floyd

4. The Great Gig In The Sky questo è un brano che ascolto sempre ad occhi chiusi.........(provare per credere)

5. You And Your Friend (Dire Straits) .........così bello che spesso inserisco il "repeat" per ricordarmi con maggior intensità il lago di Garda.


Potrei continuare ancora per molto, ma molta della musica che rappresenta il mio presente la potete ascoltare in questo blog, e così mi fermo.
Ora però non riesco a pensare a qualcuno a cui passare questo meme. Sinceramente sono poche le amiche che ho nella blogosfera e penso che molte di loro si scoccerebbero se passassi loro questo meme, quindi mi scuso con chimera se la mia disponibilità si ferma qui.

lunedì 26 maggio 2008

Nel Lagorai a ruota del "Giro d'Italia"

Sabato 24 maggio il grande "Giro" è arrivato nelle dolomiti.
Partiti da Verona i ciclisti, dopo le salite di Cerro Veronese e Fosse, sono scesi nel fondovalle della Val Lagarina per arrivare alle porte di Trento. Poi, dopo aver percorso la parte nord della Valsugana, sono saliti per la Val Calamento al Passo Manghen (Gruppo del Lagorai), con una suggestiva salita. Dal Passo sono poi scesi in Val di Fiemme, per affrontare l'arrampicata finale all'Alpe di Pampeago.
L'Alpe di Pampeago è legata a Marco Pantani, che nel 1999 vinse questa tappa, e come allora anche questa tappa ha visto vincitore e protagonista di una splendida fuga durata 180 km un giovane scalatore vicentino: Emanuele Sella.Complice l'entusiasmo per l'impresa di Sella e stimolato dalle riprese televisive della tappa, ieri mattina sono partito alla volta del Passo Manghen per la prima escursione del 2008 nella catena del Lagorai.
Il Lagorai è' una lunga catena montuosa nel Trentino orientale, separa la Val di Fiemme a nord dalla Valsugana a sud, e si estende dall'Altopiano di Piné, a pochi km a est da Trento, proseguendo verso oriente fino al passo Rolle.
E' uno dei luoghi più incontaminati di tutto il Trentino, uno dei pochi "wilderness" rimasti in tutto l'arco alpino, dove tra le vette e i boschi che la ricoprono si scorgono solamente delle malghe ancora in uso.

E' l'unico massiccio montuoso della regione dove la natura è rimasta quasi intatta: questo lo si deve principalmente alla quasi totale assenza di strade asfaltate in quota, con l'eccezione di quella di Passo Manghen che valica la catena a 2.047 metri e mette in comunicazione la Valsugana con la Val di Fiemme e dalla rada presenza dell'uomo. Mentre in altri luoghi molto più blasonati delle dolomiti bisogna mettersi in coda sui sentieri, qui può capitare di camminare giorni interi in quota senza incontrare nessuno

Il Lagorai è ricco di pascoli, fitte abetaie, torrenti e splendidi laghetti alpini (più di cento!), con un'interessante fauna e una ricca flora.
La catena del Lagorai è percorsa a bassa quota da una fitta rete di strade forestali chiuse al traffico, e da centinaia di lunghi e magnifici sentieri in alta quota, in gran parte tracciati durante la Prima Guerra Mondiale, con frequentissimi resti di trinceramenti, fortificazioni, mulattiere, grotte e gallerie, ma soprattutto di filo spinato simbolo dell'odio e della divisione che regnava agli inizi del novecento.
Ora per fortuna la natura ricopre e fa nascere nuova vita tra quei poveri resti

un'anemone primaverile (Pulsatilla vernalis) tra rocce e i resti di filo spinato

Una delle più belle valli del Lagorai, la Val Calamento, è l'ingresso privilegiato per la salita all'imponente piramide del Monte Croce, la vetta più alta del Lagorai occidentale con i suoi quasi 2500 metri (2490) e che rappresenta il traguardo della nostra escursione.
Oltre la metà del percorso si svolge su comoda e lunga forestale che porta fino a Malga Cagnon di sotto.Poco a monte della malga la forestale sterza decisamente verso nord con un tornante quindi, traversando a zig zag uno splendido bosco di larici, sbuca nella spettacolare piana del Campiò, che anticamente era un lago, oggi completamente intorbato. Finalmente vediamo l'inconfondibile sagoma del Monte Croce e, ad est, il passo Cadin. Si costeggia la piana per la forestale, arrivando rapidamente a Malga Cagnon di sopra, in splendida posizione, ideale anche per una sosta per uno spuntino sui tavoli di legno all'aperto. A nord-est della Malga il sentiero 407 si inerpica per le pendici meridionali della cima fino al Passo Scalet a 2212 metri di quota.
Ora inizia la parte più impegnativa, con gli ultimi ma più duri 280 metri di dislivello su una cresta di sfasciumi e roccette. Peccato per le nubi basse che hanno creato un effetto nebbia che non mi ha permesso di fare le foto dalla vetta.
foto dal Passo Scalet.
sullo sfondo si riconoscono da destra i versanti nord
ancora ampiamente innevati di cima Sette Selle, cima D'Ezze e cima Cagnon.

Lungo l'itinerario di ritorno abbiamo avuto la fortuna di trovare lungo l'argine di un fossato un gruppo di splendide spugnole (una trentina circa) che ha reso ancora più indimenticabile questa giornata.



martedì 20 maggio 2008

La mescolanza è un seme gettato nel futuro

a Rovereto
dal 31 maggio - 6 giugno 2008

si terrà una iniziativa eno-culturale che vorrei portare alla vostra attenzione.

L'edizione 2008 del Festival Mescolanze si articola in tre distinte situazioni. Si tratta delle tre dimensioni che stanno al cuore dell’idea di Mescolanze e che, nelle scorse edizioni, si incrociavano nel corso del Festival:

  • il cibo e la tavola come incontro tra persone, popoli e culture
  • il cibo come gesto quotidiano carico di significati politici, nel senso più alto della parola, sorta di promemoria sui temi della solidarietà, dell’equità e della giustizia sociale e come decisione critica sui modelli di consumo
  • il cibo come festa, rituale collettivo dove ricercare o celebrare amicizie, appartenenze, incontri.


L'assessore della Provincia Autonoma di Trento Iva Berasi così introduce il Festival 2008

"Mescolanze" evocano colori che si amalgamano, sapori che si incontrano, profumi speziati che si inebriano, volti di tanti paesi diversi che si sorridono. Insieme nel rito antico ed universale del consumare cibo valorizzando il significato della comunione del gesto. E' soprattutto attorno ad una tavola imbandita - ricca o povera che sia, purché frutto della dignità delle persone - che una società costruisce il suo cammino. Per questo è bello ed importante, in un tempo che parrebbe segnato da un egoismo sempre più rampante, che Mescolanze ritorni per proporre il coinvolgimento, assicurato dal linguaggio universale del cibo, una riflessione attorno a temi decisivi per il futuro del pianeta, e dunque di ognuno di noi. Noi lasciamo la terra in eredità ai nostri figli e ai figli dei nostri figli. Essi dovranno avere il diritto di godere dell'aria, dell'acqua e del cibo che oggi, a fatica, cerchiamo di difendere da speculatori e avvelenatori. Mescolarsi è bello. La mescolanza è un seme gettato nel futuro.

Come non fare proprie le parole dell'assessore Berasi e non lasciarci coinvolgere da questo programma

Programma Festival Mescolanze


Blinis di Karen -
Piccole crespelle soffici con tartare di salmerino marinato e le sue uova, su crescione di sorgente
edizione 2004

domenica 18 maggio 2008

Spugnole di conifera


E’ primavera ma di neve in montagna ce n’è ancora, e molta.
L’inverno quest’anno è stato lungo e la neve scesa fino a venti giorni fa ha rallentato i segni del risveglio primaverile in quota.

Camminavo lento qualche giorno fa, assorto in questi pensieri, lungo il sentiero, in parte acciottolato, che dalle contrade più alte di Asiago mi avrebbe portato tra le abetaie in cerca delle amate spugnole di conifera (morchella conica, elata e deliciosa).
Siamo a maggio ma la neve è ancora molto presente sui pascoli alti; eppure i verdi prati che riempiono la conca dell’Altopiano sono costellati del giallo del tarassaco in fiore.
Dopo questo lungo inverno è davvero bella la primavera in montagna e più passano gli anni e più l’ammiro e la godo. Quando ero ragazzo la vivevo e basta; la primavera era con e dentro di me, ma ora il suo odore e i suoi colori me la rendono unica.
Lascio il sentiero e mi arrampico su di un pendio scosceso: sorpresa, davanti a me ci sono pennellate di viola, lilla, blu, azzurro...tutto così perfettamente armonizzato dal vapore della pioggia.
Un tappeto di genzianelle tra i primi ciuffi di verde, e in mezzo ad esse...........


L’insieme di forme e colori che questo incontro regala è davvero di quelli che deliziano l’animo e non si scordano più.
Spesso capita di passare a due passi da questi funghi senza riuscire a notarli. Ci passiamo di fianco più volte senza nemmeno accorgerci che esistono e poi, all’ennesimo ritorno, ecco che all’improvviso ci appaino lì, così ben visibili nel loro ergersi dritte, come orgogliose, ben al di sopra della timida e bassa erbetta che segue il disgelo.A guardarle da vicino, poi, le spugnole hanno un’architettura eccezionale, un’impalcatura degna di un progetto architettonico fantasioso ed ambizioso. Su di un gambo bianco o color crema, si erge un cappello (la mitra) che sembra fatto a nido d’ape.

Le spugnole hanno un odore un po’ particolare che gli esperti definiscono “spermatico”, tipico di diversi altri funghi. Forse ricorda alla lontana ciò che l’aggettivo indica, ma certamente, e da sempre, tutti i grandi chef lo considerano un profumo gradevolissimo.
In effetti nella cucina internazionale e soprattutto in quella francese, le spugnole sono il fungo più pregiato e più presente proprio per il suo odore che durante la cottura si evolve in un profumo invitante e complesso. Le origini di questa fama si perdono nel tempo: le mangiavano e le cucinavano con fantasia gli antichi romani, le troviamo nei ricettari rinascimentali, ma soprattutto erano gli ingredienti delle portate più prelibate nelle tavole dei papi e degli imperatori.

Dobbiamo però ricordarci che le spugnole per essere consumate senza dare problemi non vanno mai consumate crude ma dobbiamo cuocerle per almeno 20 minuti in piccoli pezzi per favorire la migliore cottura. Sono funghi che contengono tossine termolabili (ovvero che si distruggono con il calore), per questo è assolutamente necessaria una cottura adeguata!

Risotto agli asparagi bianchi e spugnole di montagna

ingredienti:

200 g. di spugnole di montagna
200 g. di asparagi bianchi di Bassano
320 g. di riso carnaroli
1 spicchio d'aglio e un cipollotto
brodo vegetale
un bicchiere di Vespaiolo
20 g. di burro
40 g. di grana padano grattugiato
prezzemolo, sale e pepe q.b.

mercoledì 23 aprile 2008

" Cacciatore di aquiloni " .....per amicizia e amore

Il passo del libro di Hosseini, che ho trascritto nel post precedente, è la chiave per leggere il film che il regista Marc Forster ha tratto dal romanzo.
Fin dalla sua uscita in Italia nel 2004 , il romanzo di Hosseini aveva attirato l' attenzione di Hollywood e il regista S. Spielberg se ne era fin da subito assicurato i diritti cinematografici, salvo poi affidare la regia a Marc Forster.

Forster, in assoluta aderenza al testo letterario, ha deciso di girare il film non in inglese, ma in lingua "dari" ed ha scelto come protagonisti non due attori, ma due bambini, allievi di una scuola elementare di Kabul, per interpretare Amir ed Hassan.
Amir, di etnia pashtun, è un ragazzo fragile, ama leggere e scrivere romanzi.
Hassan, figlio del servo del papà di Amir è invece di etnia hazara.
I due ragazzi sono inseparabili ed insieme imbattibili nelle gare di aquiloni che per entrambi è gioco, fantasia e passione, ma per Amir anche il modo per essere accettato dal padre.

A Kabul quello degli aquiloni è un gioco nazionale. Ragazzi di tutte le età si allenano costantemente per poi partecipare al torneo nel mese di aprile che vedrà, alla fine, un solo aquilone nel cielo: il vincitore. Gli aquiloni vengono allestiti da mani sapienti per renderli i più leggeri possibile e la lunghissima cordicella viene passata nella colla e nella polvere di vetro, così da rendere il filo tagliente. Sta poi nella bravura del proprietario abbattere il più grande numero di aquiloni tranciando, con delle virate, le cordicelle avversarie. L’aquilone in caduta sarà cacciato (rincorso) per essere conservato come trofeo di vittoria.

Ma l'amicizia è vissuta in maniera diversa dai due protagonisti. Amir, cerca di sfruttare la bravura di Hassan, come cacciatore di aquiloni, per vincere il torneo ed essere finalmente apprezzato da suo padre, un ricco diplomatico, ma soprattutto un uomo segnato dalla perdita della moglie e che non riesce ad instaurare un buon rapporto educativo con il figlio.
Hassan è invece un'anima innocente, disposto a tutto per amore dell'amico. "Per te un milione di volte" grida all'amico quando questi lo esorta a recuperare l'ultimo aquilone abbattuto.

Molti hanno criticato il regista per aver fatto un film eccessivamente legato al testo letterario e quindi senza uno spessore cinematografico proprio. Un film appiattito sulla trama del romanzo senza preoccuparsi di reinterpretarlo e che rinuncia alla narrazione in prima persona della voce fuori campo.
Ma se il regista è stato aderente al romanzo fin quasi all'appiattimento cinematografico, il tutto è avvenuto per dare una maggior caratterizzazione psicologica ai personaggi nel confronto con la Storia che fa da sfondo al racconto, e soprattutto per permettere una sottolineatura del tema principale del film: l'amicizia vissuta come vincolo.

Un vincolo che ad Hassan fa dare senza aspettare nulla in cambio: una mano sempre tesa per aiutare Amir, una parola pronunciata per dare sollievo alle sue paure, una parola di speranza per asciugare una lacrima, il proprio esserci sempre e comunque anche nei momenti più tragici ed infine una fedeltà assoluta al vincolo di amicizia.
Un dare, quello di Hassan, che lo ripaga con la sola gioia del donare.
Un integrarsi nel dolore e nella gioia, un condividere la vita dell'altro pur rimanendo due esseri distinti il più delle volte molto diversi.
Ed è per aver disatteso questo vincolo che Amir cercherà, per un senso di colpa, di allontanare Hassan e la sua amicizia, perché, all'amicizia assoluta dell'amico, lui non riesce e non sa rispondere con la stessa intensità di sentimento.

Amir, testimone della violenza che Hassan subisce per difenderlo, non reagisce sia perché più fragile, sia per paura. Esemplare il tentativo degli aguzzini di screditare Amir agli occhi del piccolo Hassan, dicendogli che il ricco Amir non è in fondo un vero amico e che non avrebbe mai messo a repentaglio la sua incolumità per un servo. Ma il piccolo Hassan non ha dubbi e con le guance accese dalla rabbia risponde convinto:"io e Amir siamo amici!" Infatti Hassan non ha mai nutrito alcun dubbio sulla fedeltà e sull'amicizia di Amir e non crede neppure che l'amico possa sfruttarlo.
Nella sua mente balena solo un pensiero: l'amicizia non è quella che provo io?
Ed in nome di essa Hassan soccombe alla violenza e poi accetta di essere allontanato da Amir per una colpa non commessa.

Fortunatamente per Amir il destino, molti anni dopo, gli darà l'opportunità di potersi riscattare.
Forse per molti questa presa di coscienza di Amir arriva troppo tardi, forse la sua capacità di capire il gesto di Hassan assoluto ed infantile è insufficiente.
Ma quanti di noi ,tradendo una amicizia o un amore, desiderano e cercano poi di avere un'altra possibilità?
E soprattutto quanti riuscirebbero a raccoglierla?


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martedì 8 aprile 2008

Risotto alle erbette di primavera


Cantano flebilmente gli uccelli come se piangessero il giorno che muore, mugghiano le giovenche, e il vento pare che si compiaccia del susurrar delle fronde. Ma da settentrione si dividono i colli, e s'apre all'occhio una interminabile pianura: si distinguono ne' campi vicini i buoi che tornano a casa: lo stanco agricoltore li siegue appoggiato al suo bastone; e mentre le madri e le mogli apparecchiano la cena alla affaticata famigliuola........

Così Ugo Foscolo raccontava nel suo "Le ultime lettere di Jacopo Ortis" il momento della cena di una famiglia residente nelle nostre campagne, in una tiepida sera di maggio.
Ed io, fin da quando a scuola sentivo leggere queste righe, immaginavo la scena come fosse uno dei momenti della mia infanzia, con mia madre intenta a servire nei piatti la minestra di "bruscandoli", raccolti nei campi durante i lunghi pomeriggi primaverili da me e mio padre.

Lancia il Sole partendo pochi raggi, come se quelli fossero gli estremi addio che dà alla Natura; e le nuvole rosseggiano, poi vanno languendo, e pallide finalmente si abbujano: allora la pianura si perde, l'ombre si diffondono su la faccia della terra; ed io, quasi in mezzo all'oceano, da quella parte non trovo che il cielo.

Come allora non tentare di esprimere in cucina questo legame tra memoria e natura che mi addolcisce sempre i pensieri e il cuore ?
Così ho pensato di preparare un risotto alla erbette di primavera in cestino di formaggio di malga.
Le erbette raccolte (bruschi, tanoni, schioppettini e bruscandoli) per esprimere al massimo il loro valore in cucina devono essere trattate in modo diverso tra di loro.

I bruschi (turioni del pungitopo) vanno cotti al microonde per renderli più morbidi ma anche per poter mantenere, nello stesso tempo, intatto il loro sapore leggermente amaro e gli elementi nutritivi ad azione diuretica di cui sono ricchi.

I Tanoni (germogli del Tamaro), in maniera precauzionale e secondo alcuni autori, andrebbero sbollentati per eliminare quella piccolissima quantità di principi attivi tossici presenti nella pianta.
Anche se la droga vera e propria, simile all'istamina, si trova essenzialmente nella radice e nelle bacche rosse di cui sono avidi gli uccelli.

I bruscandoli e gli schioppettini, essendo molto delicati possono essere cucinati direttamente nella casseruola, oppure mangiati in insalata crudi e conditi con del buon olio extravergine amabile.



Risotto alle erbette di primavera

clicca sopra per vedere la ricetta illustrata

lunedì 7 aprile 2008

Erbette di primavera

Sensi e fantasia ti aiutano a scoprire la primavera che è sempre misteriosa, segreta e viva.
Se la prima neve che senti scendere in una notte di dicembre è un invito a raccogliersi nei ricordi o nella lettura, la prima pioggia di aprile, che ascolti volentieri battere sui coppi della casa e sulla tettoia della veranda, ti da ristoro e distensione.
Ritrovi un sonno piacevole e poi, al mattino, il desiderio di andare, di uscire fuori a camminare in libertà, senza una meta come la primavera che non ha confini.
E mentre cammini tra le colline punteggiate dal bianco dei ciliegi in fiore, speri di ritrovare, come ogni anno i segnali della nuova stagione.

Ad ogni passo cerchi con lo sguardo ai lati del sentiero i "bruscandoli"
(germogli del luppolo, Humulus lupulus l.), che cambiano nome di terra in terra
e forse anche per questo sono inafferrabili, cercati sempre un pò più in là dove il ciglio dell'argine è già vuoto e diventa solo aria e cespuglio.
Chiedono pericolo e graffi sulle braccia perché si accompagnano sempre ai rovi.
Sull'argine dove il verde ha un colore che solo l'erba di primavera può.

E il verde continua lungo il sentiero, dove sai che c'era una casa, che ora non trovi più.
Oramai coperta, presa, stretta dentro le braccia di rami e rampicanti.
Sulla riva opposta il bosco ancora spoglio attira la tua attenzione per le uniche macchie di verde con qualche punteggiatura di rosso che in questo periodo esprime: sono le foglie e le bacche del pungitopo Ruscus aculeatus L.
Allora come resistere alla tentazione di dare uno sguardo tra gli steli di questa pianta per vedere se per caso non siano spuntati i primi amari turioni (in veneto "bruschi") di questa liliacea .

Ai margini del boschetto di roverelle e carpino nero, lungo le siepi che delimitano i vecchi confini di proprietà, si trovano pure i "tanoni" che sono gettiti spontanei del Tamaro, Tamus communis L., pianta perenne immediatamente riconoscibile nei boschi perché ha lo stesso comportamento dei germogli del luppolo.
Non potendo stare eretta da sola si avvolge sempre su un sostegno girando verso destra. I frutti sono delle bacche rosse molto ricercate dagli uccelli ma velenose per l'uomo.

Più volte durante la passeggiata ti fermi ad ammirare chiazze e mazzetti di viole di ogni colore e specie.
Viola odorata , dark ladies in velluto viola scuro e intensamente profumate e con le foglie a forma di cuore perfetto, viole canine, azzurro pallido o lilla sbiadito, un po’ anemiche e senza profumo.
E a far compagnia alle viole l’azzurro delle pervinche.

In una fascia di prato secco, sempre ai margini del boschetto di querce, sono concentrate tantissime specie diverse , ed è un vero paradiso di profumi e odori.
E proprio là, in mezzo a questo spettacolo di colori e sentori di profumo di primavera, si possono scorgere anche ciuffi di "schioppetini" o "carletti", Silene vulgaris , una tra le migliori erbe commestibili e per questo molto ricercata in gastronomia.

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martedì 12 febbraio 2008

In ricordo di mio padre



Te ne sei andato una sera, nel cuore ancora il brusio delle nostre parole, hai visto la vita sparire
lasciando a poco a poco un abbraccio di lumi.
Non ci siamo neppure salutati, e neppure ti ho "accompagnato" verso un'altra vita.
Tutto lasciato lì così come un sentiero in montagna che si interrompesse all'improvviso e sparisse nel vuoto lasciandomi solo con un angoscia senza risposte..
Difficile capire, accettare..

Sei scivolato dalla vita alla morte in silenzio.
Quel silenzio che la tua lunga malattia ti aveva imposto, obbligato e costretto.
Quella malattia che non era riuscita a rubarti gli occhi, il cuore e l'anima,
ti ha però obbligato lentamente all'immobilità e al silenzio, togliendoti da ultimo
anche la possibilità dei ricordi.
Quel silenzio e quella immobilità che non ci ha più permesso di comunicare con te negli ultimi giorni della tua presenza tra di noi.


Sono passati anni eppure mi accorgo sempre più frequentemente
che ci sono paesaggi interiori che si svelano lentamente tra i ricordi di una vita vissuta a margine della tua, mentre altri ritornano con la forza di un fuoco che si accende con fatica tra la legna ancora umida di pianto.


Momenti che ritornano a ricordarmi che non siamo mai soli ad attraversare l'inverno, neppure quando non ci sono più pagine da strappare, momenti duri e scomodi da ridipingere, .... rapporti da chiudere definitivamente ed altri da riaprire.

Oggi mi sembra come se il tempo passato sia una distanza ricoperta da mille fotografie di cui io ne possiedo e ricordo solo una minima parte.

Qualcuna in cui i colori si sono prima affievoliti e poi persi negli occhi di un ragazzo che non sapeva ancora interpretare quel tuo tenero sentimento così bene espresso dal tuo capo leggermente reclinato verso di me e dalla mano sulla spalla quasi a proteggere l'oggetto del tuo amore.
Questa, tra le altre di noi due, mi sembra sin troppo bella per poter essere stata vera, eppure eri lì come sempre accanto a me come lo sei ora.

E i tuoi silenzi capaci più di mille parole taciute di illuminare quel sentiero interiore che oggi, ancora una volta, mi riporta lentamente a te.