Lounge Music

venerdì 28 maggio 2010

Sablè con mousse di asparagi e fiori di rosmarino

Sablè con mousse di asparagi e fiori di rosmarino

Sablè
(per 24 pezzi)
Farina gr150
Fecola gr50
Burro gr100
Nocciole gr 100
Zucchero a velo gr15
1 albume
Un pizzico di sale

Mousse di asparagi
Punte di aspargi (irca 250gr) cotte brevemente con un po’ di olio, scalogno sale e pepe e frullate.
Robiola preferibilmente di caprino o misto pecora-capra
Poco formaggio parmigiano
Il tutto mantecato e fatto riposare e raffreddare in frigorifero.

Impastare velocemente tutti gli ingredienti e tenere in frigo per almeno un’ora. Stendere la pasta ad uno spessore di 3/4 mm e con uno stampino per biscotti del diametro di 5 cm ricavarne 24 pezzi che cuocerete in forno a 180° per 15 minuti. Fate raffreddare e guarnite ogni sablè con la mousse di asparagi fatta scendere da un sac a poche. I fiori di rosmarino aggiungeranno una nota colorata e aromatica piacevolissima…

Amaranto

Sentiero attrezzato Giovanelli al Burrone di Mezzocorona

Il “Sentiero attrezzato Giovanelli” al Burrone di Mezzocorona in provincia di Trento fu costruito nel 1906 e poi dedicato a Tullio Giovanelli nel 1941, quale promotore dell’opera, patriota giudicariese e medico di Mezzocorona.
E' una famosa e suggestiva via attrezzata che si inerpica lungo una selvaggia gola incisa fra le pareti del Monte di Mezzocorona. I tratti più impegnativi sono attrezzati con scale e funi metalliche. E' consigliato l'uso di scarponi con un buon grip e cordino di sicurezza. Assenza di vertigini e molta attenzione per il terreno bagnato e scivoloso sono le qualità richieste

L’escursione inizia in località Ischia, al margine superiore dei vigneti a circa due Km dal centro rotaliano, dal parcheggio del vicino bacino del Club Rotaliano Pescatori.
Dal parcheggio si sale nella pineta e subito ci si trova davanti ad un bivio che ti permette due varianti: a destra si sale per un sentierino molto esposto con una suggestiva vista sulla piana rotaliana fino al passaggio scavato sulla roccia da dove inizia la via ferrata vera e propria, se guendo la variante di sinistra il sentiero, dopo un primo tratto in bosco, entra nella forra.
Dai piedi di un’affascinante cascata a scivolo si sale, mediante due scale, la parete che si presenta subito verticale. Le successive balze rocciose si superano in parte su gradoni naturali ed in parte su scale di ferro.

Ad ogni passo la vista aumenta. Le ripide rocce dello zoccolo, parzialmente coperte di piante, offrono lo spunto all’osservazione del fenomeno erosivo dell’acqua e degli agenti atmosferici mentre, a fianco una cascata che precipita per 200 m dall’ingresso del burrone riempie l’atmosfera di suggestiva magia. Si esce dalla via esposta e ci si inerpica per un sentierino ricavato nelle roccette esposto, per cui il caldo si fa sentire facendo diventare faticosa la salita.

A circa 430 m, si incrocia il sentiero che proviene dalla destra e si entra in una bassa e levigata galleria, aperta su un lato e si scende, mediante una scaletta nel greto del torrente. A fianco, l’acqua spumeggiante cerca lo sfogo d’uscita. Le pareti qui formano un’alta volta, in cui il sole riesce a penetrare solo per pochi minuti al giorno, per rischiarare il fantastico scenario di natura selvaggia.

Mediante un paio di scale si sale nella semioscurità facendo attenzione al terreno bagnato, all’interno della forra fino a circa 630 m. Lo stretto letto del torrente che dobbiamo percorrere è fiancheggiato da elevate pareti rocciose.

Dopo un paio di anse s’intravedono nuovamente spiazzi e vegetazione. Poco più su, la valle si allarga per permettere all’escursionista di ammirare un’altra alta, larga e meravigliosa cascata sul lato orografico sinistro. E’ la tappa per permettere la classica foto di rito. Costeggiando il torrente si arriva ben presto alle ultime due scale. Poi il sentiero si addentra in un bosco misto ricco di tassi.

L’itinerario supera quindi il solco della “Val del Bus” e raggiunge in breve una deviazione. Si tiene la destra e sempre seguendo il sentiero n. 505 (per Monte) si raggiunge il “Bait dei Manzi” a quota 876 m. Recentemente ristrutturato è diventato un punto di appoggio e rifugio per gli escursionisti (compresi quelli domenicali che arrivano dalla stazione a monte della funivia che sale da Mezzocorona).
Il posto è davvero splendido e riposante.

 Prima che divenisse bene di consumo per i turisti e coloro che qui hanno le seconde case, quest’area costituiva l’alpeggio di Mezzocorona.

Il rientro al parcheggio può essere previsto scegliendo tre alternative:
a) sul sentiero 505 (Valle lunga)con un lungo tratto di percorso coperto recentemente di porfido dai vigili del fuoco e con una pendenza oltre il 20% che ci impegnerà notevolmente la muscolatura delle nostre gambe e i nostri piedi.
b) Da qui, in mezzora circa su larga strada forestale, attraversiamo bosco misto sino al piccolo abitato di Monte di Mezzocorona (m 891 – ore 3 dalla partenza). Possiamo ora rientrare a Mezzocorona seguendo il sentiero n° 504 che in un’ora circa, con numerosi tornanti, riporta in paese.
c) arrivati all'abitato di Monte si può scendere con la funivia che porta al paese in appena 4 - 5 minuti, per evitare la lunga discesa con pendenze molto ripide.

Da notare, sia con la funivia che col sentiero, il magnifico panorama sulla Piana Rotaliana in direzione di Trento, con bella visione della Paganella e del Bondone. Da Mezzocorona, un paio di chilometri (30' circa) lungo strada asfaltata ci riportano al parcheggio presso il quale abbiamo lasciato l’automobile.

martedì 20 aprile 2010

Spugnole: tesori di primavera

Si pensa ai funghi come ai sovrani del bosco autunnale, ma è proprio vero che l’autunno sia la stagione tipica dei funghi?
Tradizionalmente è considerata tale per la varietà e la gran quantità reperibile in questo periodo.
In realtà i funghi nascono in ogni periodo dell'anno e ogni specie ha il suo periodo.
Con la primavera spuntano le prelibate spugnole, veri tesori della natura.
Nessun fungo più delle spugnole può esemplificare il mistero del mimetismo in natura.

Il più delle volte crescono erette e ben al di fuori del tappeto di foglie o del manto erboso, eppure capita spesso di passare oltre e non scorgerle, quasi fossero invisibili e giocassero a nascondino.
Ci vuole esperienza per trovarle, bisogna farsi l'occhio; poi però non si sbaglia perché non esiste altro fungo fatto così: un gambo cavo sovrastato da un cappello (la mitra) formato da tante cavità, gli alveoli, un odore caratteristico (definito anche spermatico) e una particolare consistenza ceracea.

Si dividono in due grandi gruppi.
Ci sono le spugnole gialle (Morchella esculenta e le sue varietà) e le spugnole coniche (Morchella conica e alcune specie molto simili).
Le prime hanno il cappello di forma da rotonda a quasi conica (ma con base ampia) a globosa e gli alveoli sono profondi e posti in modo disordinato. Il colore va dal giallo-ocra, al giallocrema, al grigiognolo, raramente al grigio-nero. Questo tipo di spugnola cresce di preferenza sotto frassino, olmo o pioppo, raramente nelle vigne o nei frutteti. Preferisce le ripe dei ruscelli, i pendii dei canaloni umidi, le zone con terreno sabbioso lungo il mare o i grandi fiumi.
Le spugnole gialle grazie al loro delizioso sapore sono le più ricercate e apprezzate dai gourmet.

Le spugnole coniche hanno invece generalmente una forma più slanciata,
con cappello conico o quasi cilindrico, hanno gli alveoli allineati in file verticali. Il loro colore è il grigio scuro (a volte con riflessi verdi o bruni), il bruno, il grigio chiaro con riflessi rosa.
Crescono prevalentemente in montagna, nelle radure dei boschi di conifere, ma si possono trovare anche nelle vigne e nei giardini delle case dove l'anno precedente è stata eseguita una pacciamatura con corteccia di conifera.

Tutte le varietà sono commestibili e gastronomicamente considerate eccellenti (a livello internazionale) , ma devono essere consumate solamente dopo una cottura di almeno venti minuti oppure dopo essicazione.
L'essicazione o una cottura completa e prolungata difatti sono gli unici metodi per renderle commestibili, eliminando così le tossine termolabili presenti(acido elvellico).

Fettuccine con spugnole gialle e ragù di tordo allo spiedo.

Ingredienti

* 240 g di fettuccine
* 300 g di spugnole gialle
* 4 tordi precedentemente cotti allo spiedo
* 2 fettine sottili di lardo di Siror
* 1 rametto di timo
* 1 rametto di maggiorana
* 2 spicchi d’aglio
* olio e prezzemolo q.b.
* 50 g di burro


Saltare in olio d’oliva il lardo, gli spicchi d’aglio, il timo, la maggiorana e aggiungere le spugnole.
Bagnare con 1 dl di vino bianco, lasciar restringere e coprire con un paio di cucchiai di acqua. Cuocere per 20 minuti a padella scoperta.
Tritare i tordi amalgamando con un filo di olio di oliva e del burro.
Aggiungere la purea così ottenuta nella padella delle spugnole e continuare la cottura per altri tre minuti.

Cuocere le tagliatelle in abbondante acqua con sale per 4 minuto e mezzo in modo che rimangano abbastanza croccanti e dargli una consistenza cremosa mescolandole bene con il ragù precedentemente preparato di spugnole e tordi.
Distribuire le tagliatelle in 4 piatti.

domenica 7 marzo 2010

Con le ciaspole al rifugio Sette Selle

Nell'Alta Val Laner (Intertol), forse la piu' alpina delle vallette che convergono sulla Val dei Mocheni (o Valle del Fersina), sorge il rifugio Sette Selle. Costruito nel 1978 con pietre del luogo, semplice ed austero, ma dotato di tutti i servizi indispensabili, il rifugio e' stato recentemente ristrutturato grazie al lavoro dei soci della Sezione SAT di Pergine Valsugana e riaperto nel 2006.


Da Pergine Valsugana si prende la strada con indicazioni per la Valle dei Mocheni e si sale all'abitato di Palù di Fersina. Seguendo i cartelli scritti nell'idioma della valle parcheggiamo l'auto in località Vrottn (Frotten) a 1.500 mt.

Anziché prendere la comoda strada forestale che porta alla miniera-museo Grua va Hardömbl, la via di salita più facile e quindi la più affollata dagli scialpinisti, prendiamo il sentiero 343 che sale ripidamente nel bosco.

Dopo aver attraversato la strada che conduce alla frazione Tasaineri ci fermiamo per mettere ai piedi le ciaspole. 

Il termometro segna -6° e il freddo pungente si fa sentire anche sotto la giacca termica. Così approfittiamo della pausa e, dopo esserci intabarrati e aver bevuto della tisana calda, siamo finalmente pronti per partire.



Ripartiamo e percorriamo un tratto nel bosco davvero suggestivo.
Qualche metro più in su ci fermiamo ancora per bere.
Poi un ripido prato ed ecco... la magia.. il sole fa capolino dai monti e dinnanzi a noi la testata della val di Laner: un bosco d’abeti e larici con sullo sfondo una corona di cime di scuro porfido, tra cui spicca l’inconfondibile profilo di cima Setteselle.

Uno scenario commovente con le cime del Lagorai cariche di neve e davanti a noi una baita innevata da cartolina. Raffica di foto.  Percorriamo ora uno dei tratti più belli del sentiero che procede abbastanza regolare senza grossi strappi. E così in breve giungiamo alla nostra meta, il Rifugio Sette Selle (2014 m) dove, approfittando dell'apertura invernale, scegliamo di assaporare assieme alla pausa anche una buona fetta di strudel.


Per il ritorno decidiamo di scendere per il sentiero sulla sinistra orografica del torrente Laner (segnavia n° 324 e 343 bis), che in modo estremamente panoramico scende lungo i prati della stupenda Val di Làner fino a raggiunge la strada forestale che con segnavia 325 sale alla miniera.
 

La scelta del sentiero si mostra ancora una volta azzeccata, incrociamo poche persone (scialpinisti) che ancora salgono. 

E la nostra solitaria discesa è allietata dal canto di numerosi lucherini che si stanno cibando delle rosse bacche dei sorbi.
E mentre riponiamo le ciaspole mi vengono alla mente le parole dello scrittore  Hugo Von H.

Tra queste montagne (Lagorai) ci sono tornato perchè amo queste valli, e più passano gli anni, e più mi sembrano uniche e preziose. Quando sarò vecchio, dai suoi monti, dai suoi laghi e dai suoi boschi mi verranno incontro i ricordi, e il cerchio si chiuderà.
E adesso so che quei ricordi si accompagneranno con le orme dei tuoi passi accanto alle mie.

 

lunedì 1 marzo 2010

Valle dei Mocheni

La Valle dei Mocheni, comunemente conosciuta come "Valle incantata" per come la
descrisse lo scrittore ed intellettuale austriaco Robert Musil, agli inizi del Novecento è una piccola valle laterale della Valsugana a nord est del grosso centro abitato di Pergine. In passato è stata per anni una valle isolata e molto povera economicamente.
Si tratta in effetti di una valle particolare, non solo dal punto di vista paesaggistico e naturalistico, ma anche storico-culturale. L’isolamento che l’ha caratterizzata è stato, paradossalmente, un limite ma al contempo anche una risorsa.
 

Ora un certo benessere è arrivato grazie anche a molte attività di turismo sostenibile che hanno privilegiato l'ambiente naturale, che è poi la principale ricchezza della valle.

Un turismo insomma che ha cercato di preservare l'identità culturale di questa valle che rappresenta un'isola linguistica di origine tedesca già dal 1200, favorendo la nascita di piccole attività imprenditoriali fortemente legate alle caratteristiche del territorio, rallentando quindi l'esodo della popolazione verso il fondovalle o la città, cercando di superare le mille difficoltà ed ostacoli che coloro che abitano la valle incontrano ogni giorno nella vita quotidiana (si pensi solo alla mancanza di servizi)..

Si tratta certamente di tentativi di sviluppo difficili da realizzare, quasi una scommessa. Tuttavia la grande forza della Valle dei Mocheni è proprio quella di essere un piccolo gioiello naturale, che andrebbe irrimediabilmente perduto se, anche qui, prendesse piede un certo turismo selvaggio del tipo mordi e fuggi che altrove (vedi Altopiano di Asiago o molte aree del Trentino) ha creato danni ambientali non indifferenti e, purtroppo, irreversibili.


Un turismo insomma del tutto disinteressato alla dimensione storico-culturale così come alla difesa e tutela del territorio e tutto orientato alla ricerca delle stesse attrazioni offerte ormai da quasi tutte le mete del turismo di massa, in una devastante omologazione in grado di rendere, in definitiva, ogni posto uguale a tutti gli altri.

Molte Amministrazioni comunali e provinciali stanno corteggiando da tempo un turista senza occhi per guardare il mondo che visita, e senza alcuna curiosità e voglia di capire quello che incontra. Certo questo tipo non è un turista a cui interessa la storia e la cultura delle terre che calpesta ma, in compenso è quello che riempie i ristoranti e spende i suoi soldi in dozzinali souvenir da mettere in soffitta.

Si tratta più in generale di un modello di turismo che vuole riprodotti ovunque gli stessi luoghi, o meglio sarebbe più corretto dire "non luoghi", secondo celebre la definizione di Augé, avendo a disposizione gli stessi modi di divertirsi e gli stessi svaghi che può trovare al mare, come al lago e così in montagna.

La val dei Mocheni non può certo competere su questo piano anche perché, per la sua conformazione territoriale e geografica sarebbe una gara persa in partenza.


L'insediamento mocheno comprende la sponda sinistra e parte della sponda destra della valle del fiume Fèrsina.
Caratteristica principale di questo insediamento è sempre stato quello "a maso sparso", senza quindi un centro abitato unico con servizi ed infrastrutture comuni, ma la disseminazione di tanti piccoli nuclei famigliari sparsi per il territorio.
Il maso è composto a sua volta da un gruppo di edifici: abitazioni, stalle, fienili, è circondato da campi, prati e boschi e comprende una stalla estiva, "summerstol" ai margini dei pascoli alti, oltre i 1500 metri di quota, che sono di proprietà comunale.



domenica 28 febbraio 2010

Malga Cambroncoi

Andando a Trento lungo la statale n. 47 della Valsugana, si esce a Pergine, e si risale la Valle dei Mocheni e prima di Palù di Fèrsina si gira a destra verso il Passo Redebus.
Arrivati al Passo Redebus si parcheggia l'auto e si sale per sentiero 404 oppure per strada forestale fino alla Malga Cambroncoi.
Dopo un'ora circa il sentiero si scioglie nel silenzio e nella meraviglia di questa malga il cui nome si perde nel tempo e nell'idioma di lingua mochena.


Il posto è una fiaba: una valletta grande dove in estate pascolano liberi maiali,cavalli, vacche e vitelli di razza Bruna o Pezzata Rossa, mentre nella stagione invernale e nelle notti di luna piena la radura dove sorge la malga assume i connotati di una "valle incantata", per usare le parole con cui lo scrittore ed intellettuale austriaco Robert Musil, agli inizi del Novecento descriveva la Valle dei Mocheni su cui si affaccia la malga.

Malga Cambroncoi comprende, in un’unica struttura, stalla e casera mentre
a nord un pò più in alto, un altro edificio ristrutturato di recente in sassi a vista, è adibito ad uso turistico. Era la vecchia malga.
Un grande Cristo di legno scolpito da Lunz a mo’ di crocefisso situato sul dosso vicino, guarda la malga donando al luogo un’aurea di tranquillità e sacralità davvero invidiabile.


Appena entrati ci accoglie un'ambiente di eleganza semplice e accattivante, dandoci subito la possibilità di calarci in un quadro di quella che fu la vita dei contadini della zona. Qualche foto d’epoca, oggetti della tradizione locale, la tipica stufa in maiolica completano il quadro di una realtà domestica che pare voglia offrirsi in una calda accoglienza che ti scalda subito il corpo ed il cuore infreddoliti dalla camminata notturna.

Portati in semplicità e familiarità anche i piatti: taglieri di affettati, gnocchi di ricotta (una vera delizia), canederli in brodo, spätzle all’ortica, rape rosse e bianche, polenta taragna e “schiz” (tosella e panna), oppure spezzatino di manzo o cervo. E per finire la treccia mochena; un pan brioche con all'interno crema pasticcera e frutti di bosco. Un ambiente e un mix di sapori che ci rallegra lo spirito. E non poco.


Durante l'inverno questo è sicuramente il posto ideale per allontanare e fare scivolare via quella malinconia che durante le corte e fredde giornate invernali spesso assale il nostro cuore mentre i ricordi affiorano copiosi coprendo ogni angolo della nostra anima come la neve.


domenica 21 febbraio 2010

Raperonzoli o "rampusoi"

Dalla favola dei fratelli Grimm che tutti i bambini almeno una volta si sono sentiti raccontare, ad una versione di successo nientemeno che della Barbie, ovvero la più celebre bambola al mondo.
Strano destino, quello del raperonzolo, nome latino Campanula rapunculus L., celebre grazie alla protagonista di una favola, e non sicuramente per merito della croccantezza della sua radice che nel gusto ricorda molto la dolcezza della noce e della nocciola.


Tanto per chiarire, si tratta probabilmente dell’erba spontanea più pregiata che esista in Italia, di sicuro nel Veneto, viste le cifre a cui viene venduta. Al tempo stesso però è anche una delle meno conosciute, se è vero che soltanto in poche zone - tra cui il vicentino - il consumo non è limitato a rari appassionati, ma ha una sua diffusione.

Il “rampusolo”, come viene chiamato nel Vicentino, cresce ai margini dei vicoli di campagna e delle strade, fino ad 800-1.000 metri di altezza, e già d’inverno la sua bianca radice è sviluppata nel terreno, talvolta piccola e tonda, quando fa più fatica ad affondare, altrimenti - se la terra è tenera - più lunga e affusolata.


Il raperonzolo, pianta erbacea annua o biennale appartenente alla famiglia delle Campanulacee, è una delle moltissime specie del genere Campanula presenti nella nostra flora spontanea. I suoi fiori, dalla corolla blu o lilla a forma di campanella, hanno suggerito il nome del genere che deriva dal latino e significa piccola campana. Il nome rapunculus (dal latino rapa) è derivato, invece, dall’uso culinario che si è sempre fatto della sua radice.

Le prime ad essere raccolte sono le rosette basali delle foglie con le radici sottili, che si mangiano crude in insalata; sul finire dell’inverno si raccoglieranno, invece, le radici ormai ingrossate che si consumeranno cotte, da sole o assieme alle foglie, e condite come tutte le altre radici. Il sapore dolciastro e gradevole di queste ultime è dovuto al fatto che le riserve, come in genere in tutte le Campanulacee, sono costituite da inulina anziché da amido. Quando poi appariranno, si potranno gustare anche i fiori. Queste graziose campanelle si possono infatti includere nell’elenco dei fiori commestibili
che, con le loro variopinte corolle, rendono gradevoli alla vista le “misticanze” esaltandone anche il sapore.

Se trovarle e raccoglierle non è semplice, pulirle a casa lo è ancora meno: le foglie più belle vanno isolate e le radici, anche quelle di pochi centimetri vanno grattate una per una senza staccarle dalle foglioline per togliere la pellicina che avvolge la rapa e che ne limita la croccantezza.


La ricetta classica, di cui Galdino Gianesin, il fondatore della trattoria “Isetta” di Pederiva di Grancona, è un grande esperto, prevede che si debba passarli velocemente nell’acqua calda, scolarli e condirli con una battuta di lardo bollente e una spruzzata di aceto balsamico insieme a del salame fresco cotto alla brace e polenta di mais marano.

Io nella ricetta ho voluto sostituire la pasta del salame fresco con degli scampi dell'Adriatico e il risultato è questo:

Scampi scottati su insalata di raperonzoli 
e polentina di mais marano

sabato 20 febbraio 2010

La vita non è sogno

La luna rossa, il vento, il tuo colore
di donna del Nord, la distesa di neve...
Il mio cuore è ormai su queste praterie,
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Dicevi: morte, silenzio, solitudine; come amore, vita.

Parole delle nostre provvisorie immagini.

S. Quasimodo


L’essere smarriti nel deserto del cuore e tutta l’agitazione e l’ansietà che ciò produce sono ciò che nella tradizione buddista viene chiamato samsara:  una sorta di perpetuo vagare, come in un sogno, in un ripetersi di cicli di insoddisfazione o disagio.
Tutto questo, però, non rimanda a uno scenario di disperazione o di impotenza nel senso che ci sono ancora possibilità di gioia, di felicità o di libertà. Il problema è che spesso siamo noi, per lo più inconsciamente, i nostri stessi carcerieri, noi che facciamo girare questa ruota di insoddisfazione soltanto finché non troviamo un modo o una via per uscire fuori dal deserto.


Per analogia come non ricordare allora quando  abbiamo deciso di fare una escursione con le ciaspe in una zona ancora sconosciuta e magari di sera per osservare un tramonto.
Il territorio non ci era ancora familiare perché eravamo saliti in quella montagna solamente in estate e mai in inverno con la neve che nasconde sentieri e segnali.
Così, mentre in solitaria ci addentravamo nel bosco e salivamo per quel sentiero non ancora battuto lentamente cominciavamo a renderci conto di quello che avevamo fatto; ci stavamo allontanando sempre di più dalla sicurezza del mondo abitato, per entrare in un mondo di imprevisti o di pericoli.
Ad un certo punto la luce della sera ha  iniziato a sfumare i contorni delle cose e del paesaggio inducendoci nell'idea di non sapere più esattamente dove ci trovavamo.


Quel sentirci smarriti ha iniziato a portare con sé sentimenti di insicurezza e vulnerabilità; forse sentivamo dei rumori nel bosco e immediatamente li interpretavamo come indicativi di un pericolo o di una minaccia.
Così abbiamo iniziato a sentire il peso della nostra solitudine in un mondo che ci appariva sempre più ostile e in quella paura ci siamo biasimiati per aver abbandonato così facilmente le sicurezze e le certezze per qualcosa di sconosciuto.
Nel momento in cui ci siamo sentiti smarriti quella montagna, che stavamo salendo, è diventata allora un nemico, qualcosa di cui avere paura.


E spesso quando siamo assaliti da quella paura cadiamo preda del panico; il cuore inizia a battere sempre più veloce ed il respiro diviene superficiale e leggero, le forze sembrano abbandonarci e la mente diviene preda di mille pensieri e paure fino a quando non cadiamo nella trappola della frenesia di ritornare di corsa al punto di partenza dove ci aspettano certezze e sicurezze.

Ora, cosa accadrebbe se invece, cercassimo di non lasciarci prendere dal panico e fossimo capaci di rimanere fermi e di lasciare che la montagna ci parli?
Forse potremmo vedere le deboli tracce di un sentiero nei pressi della malga che abbiamo appena abbandonato.
Potremmo renderci conto del modo in cui la luce delle stelle può farci da guida, oppure potrebbe anche accaderci di vedere che su quell’albero, vicino a noi, c’è un segno che ci indica la strada del ritorno.


Nel momento in cui ci sentiamo nuovamente sicuri la montagna non è più un nemico e, invece della paura, c’è un senso di fiducia e di sicurezza, così che torniamo ad amare ed a godere quel luogo.
Sentiamo gli stessi rumori che abbiamo sentito prima, ma essi non sono più qualcosa di temibile. Sono semplicemente i rumori di un piccolo animale nel bosco; diamo loro il benvenuto e in quel momento il bosco e la montagna davanti a noi si trasformano.
Così accade che salire una montagna presuppone la presa di coscienza di un'altra scalata; quella della propria vita, della conoscenza di se stessi, dei propri limiti, delle proprie paure che non appartengono alla montagna ma trovano radice dentro di noi. Quella montagna interiore che, coscienti o meno, giorno dopo giorno siamo invitati a scalare