Lukla h. 8: 30 ( 4:45 ora italiana)
Siamo arrivati a Lukla con un atterraggio da brivido.
Ora stanno preparando i portatori e poi finalmente partiamo
per il trekking.
Il tempo è incerto.
Da qui in poi non so come saranno le comunicazioni.
Ciao
Roberto & company
Note e commento:
Il trekking finalmente prende avvio dal villaggio di Lukla (2.800 metri) dove aerei bimotore STOL "Twin Otter" - adatti a decolli e atterraggi su brevi piste, per un trasporto di al massimo 20 persone con bagagli - atterrano su una pista da poco ristrutturata, dopo un fantastico viaggio parallelo alla catena Himalayana della durata di circa 40 minuti. Anche se i voli da Kathmandu sono normalmente programmati subito dopo l'alba, subiscono spesso ritardi a causa della nebbia e delle nubi dato che il pilotaggio è costantemente a vista con ausilio strumentale limitato .
Una volta a Lukla, i gruppi di spedizione organizzati dovranno trascorrere un paio di ore di attesa affinché le guide o sirdar possano procedere con la divisione e il carico dei bagagli dei portatori.
Nota culturale: Se le guide e i sirdar sono generalmente Sherpa, spesso provenienti dalla regione del Solu-Khumbu, i portatori sono normalmente lavoratori stagionali di altre regioni del Nepal.
I bagagli vengono trasportati per l'intero tragitto dai portatori (circa 30 Kg a persona) o dagli animali da soma: yak o dzos (un incrocio fra uno yak e una mucca).
Lounge Music
martedì 12 ottobre 2010
lunedì 11 ottobre 2010
Kathmandu
Ieri siamo arrivati a Kathmandu.
Di giorno fa caldo, 26° circa mentre la sera (13°) e la mattina bisogna mettere il piumino. In giro per la città c’è tantissimo turismo, una vera fiumana di gente.
Oggi abbiamo ultimato i preparativi per la spedizione con l'acquisizione di tutti i permessi.
Domani, tempo permettendo, voliamo a Lukla.
Siamo stanchissimi.
Namasté!
Roberto & company
Note a commento:
La parola namasté letteralmente significa "mi inchino a te", e deriva dal sanscrito: namas (inchinarsi, salutare con reverenza) e te (a te)
E' un tipico saluto originario della zona di India e Nepal.
Di giorno fa caldo, 26° circa mentre la sera (13°) e la mattina bisogna mettere il piumino. In giro per la città c’è tantissimo turismo, una vera fiumana di gente.
Oggi abbiamo ultimato i preparativi per la spedizione con l'acquisizione di tutti i permessi.
Domani, tempo permettendo, voliamo a Lukla.
Siamo stanchissimi.
Namasté!
Roberto & company
Note a commento:
La parola namasté letteralmente significa "mi inchino a te", e deriva dal sanscrito: namas (inchinarsi, salutare con reverenza) e te (a te)
E' un tipico saluto originario della zona di India e Nepal.
sabato 9 ottobre 2010
Barun Tse & Mera Peak in Nepal con ....
Oggi sono partiti in aereo con destinazione Kathmandu gli amici Enrico D., Daniela B., Massimo R., Sergio Z., Roberto R, Corrado P., Tania R. e Corrado C.
L'obiettivo della spedizione è quello di salire alla vetta del Baruntse ( 7.129 mt.) una spettacolare cima al cospetto dell'Everest, del Makalù e di altri giganti Himalayani.
L'inizio del trekking è previsto per il giorno 13 ottobre con partenza da Lukla (villaggio sherpa) ove arriveranno con un volo interno.
Dopo 8 giorni di cammino tra alcune valli del Nepal tra le più boscose e disabitate e, attraverso i passi Zatrawa La (4.600 mt) e Mera La (5.400 mt) dovrebbero arrivare al campo base del Mera martedì 19 ottobre.
Avranno una finestra di due giorni (20 e 21) per poter salire al Mera Peak (6.476 mt) vetta che si innalza in una zona isolata, poco battuta e di grande fascino.
Secondo molti alpinisti è uno dei migliori punti panoramici dell’Himalaya con una vista che spazia su Everest, Lhotse, Nuptse, Manaslu, Cho Oyu, Makalu e Kangchenjunga, senza contare gli innumerevoli “seimila” che lo circondano.
Una volta ridiscesi il giorno successivo si avvicineranno al Baruntse fino al campo base che si trova nella parte superiore del bacino nei pressi dei laghi a Panch Pokari.
Dal 23 ottobre al 3 novembre saranno i giorni dedicati alla salita del Baruntse, attraverso l'allestimento di altri due campi: il primo posizionato in cima al West Col (6.143 mt) sul vasto plateau ai piedi della Cresta Sud Est e il secondo a quota 6.500 mt da dove tenteranno la salita finale alla vetta.
Il giorno 4 novembre dovrebbero scendere al campo base. Poi altri 5 gg di cammino scollinando il famoso e difficile passo Ambhu Laptsa (5.800 mt) passando per Namche Bazar dove faranno visita alla scuola oggetto di una donazione di 1.400,00 € raccolti prima della partenza.
Ritorneranno al villaggio di Lukla per riprendere il volo che li riporterà a Kathmandu.
Saranno di nuovo in Italia il giorno 12 novembre.
Per chi desidera seguirli in questa fantastica spedizione terrò aggiornato questo Blog scusandomi fin d'ora per le difficoltà delle comunicazioni che potranno esserci tra noi e loro.
L'obiettivo della spedizione è quello di salire alla vetta del Baruntse ( 7.129 mt.) una spettacolare cima al cospetto dell'Everest, del Makalù e di altri giganti Himalayani.
L'inizio del trekking è previsto per il giorno 13 ottobre con partenza da Lukla (villaggio sherpa) ove arriveranno con un volo interno.
Dopo 8 giorni di cammino tra alcune valli del Nepal tra le più boscose e disabitate e, attraverso i passi Zatrawa La (4.600 mt) e Mera La (5.400 mt) dovrebbero arrivare al campo base del Mera martedì 19 ottobre.
Avranno una finestra di due giorni (20 e 21) per poter salire al Mera Peak (6.476 mt) vetta che si innalza in una zona isolata, poco battuta e di grande fascino.
Secondo molti alpinisti è uno dei migliori punti panoramici dell’Himalaya con una vista che spazia su Everest, Lhotse, Nuptse, Manaslu, Cho Oyu, Makalu e Kangchenjunga, senza contare gli innumerevoli “seimila” che lo circondano.
Una volta ridiscesi il giorno successivo si avvicineranno al Baruntse fino al campo base che si trova nella parte superiore del bacino nei pressi dei laghi a Panch Pokari.
Dal 23 ottobre al 3 novembre saranno i giorni dedicati alla salita del Baruntse, attraverso l'allestimento di altri due campi: il primo posizionato in cima al West Col (6.143 mt) sul vasto plateau ai piedi della Cresta Sud Est e il secondo a quota 6.500 mt da dove tenteranno la salita finale alla vetta.Il giorno 4 novembre dovrebbero scendere al campo base. Poi altri 5 gg di cammino scollinando il famoso e difficile passo Ambhu Laptsa (5.800 mt) passando per Namche Bazar dove faranno visita alla scuola oggetto di una donazione di 1.400,00 € raccolti prima della partenza.
Ritorneranno al villaggio di Lukla per riprendere il volo che li riporterà a Kathmandu.
Saranno di nuovo in Italia il giorno 12 novembre.
Per chi desidera seguirli in questa fantastica spedizione terrò aggiornato questo Blog scusandomi fin d'ora per le difficoltà delle comunicazioni che potranno esserci tra noi e loro.
LE TERRE ALTE: vita e uomini di confine tra la terra e il cielo
“Troverai più nei boschi e nelle montagne che nei libri.
Gli alberi e le rocce sapranno insegnarti cose
che nessun maestro ti potrà mai dare.”
Bernardo di Chiaravalle
Questa edizione della rassegna è dedicata agli uomini e alla vita nelle terre alte: Ci saranno soprattutto film e autori di libri molto dedicati a questo tema. Non mancano come al solito gli incontri con alpinisti. Abbiamo però focalizzato l’attenzione su come il cinema, la rappresentazione video-documentaristica e i libri descrivano la vita di persone che vivono ai confini tra la terra ed il cielo.
Con la collaborazione del TrentoFilmFestival e del Cineforum G. Verdi ne è scaturito un programma ricco, denso e di grande qualità che offriamo al nostro fedele ed esigente pubblico di SenzaOrarioSenzaBandiera.
Segnaliamo che pure quest’anno tutti gli eventi sono gratuiti. C’è solo un film, Nanga Parbat, che faremo pagare per i costi della sottotitolazione
non esistendo ancora la versione italiana.
Per il resto l’ampia offerta e l’articolazione territoriale degli eventi garantiranno la molteplicità delle scelte.
Al Cineforum G.Verdi, che offre il suo qualificato sostegno, a tutti i Comuni, enti e associazioni un grazie sentito per la collaborazione.
Agli sponsor, che ancora hanno creduto in questa idea, va il nostro riconoscente plauso. Con il saluto di benvenuto a tutti gli ospiti che parteciperanno ci auguriamo che le proposte incontrino come sempre il vostro favore.
Il Presidente dell'Associazione
SenzaOrarioSenzaBandiera
Gli alberi e le rocce sapranno insegnarti cose
che nessun maestro ti potrà mai dare.”
Bernardo di Chiaravalle
Martedì 12 ottobre alle ore 20 e 30
presso il Cinema-Teatro G. Verdi di Breganze
serata inaugurale della VI° Rassegna di
Film, Viaggi e Incontri sulla montagna, l'esplorazione, le scoperte.
Questa edizione della rassegna è dedicata agli uomini e alla vita nelle terre alte: Ci saranno soprattutto film e autori di libri molto dedicati a questo tema. Non mancano come al solito gli incontri con alpinisti. Abbiamo però focalizzato l’attenzione su come il cinema, la rappresentazione video-documentaristica e i libri descrivano la vita di persone che vivono ai confini tra la terra ed il cielo.
Con la collaborazione del TrentoFilmFestival e del Cineforum G. Verdi ne è scaturito un programma ricco, denso e di grande qualità che offriamo al nostro fedele ed esigente pubblico di SenzaOrarioSenzaBandiera.
Segnaliamo che pure quest’anno tutti gli eventi sono gratuiti. C’è solo un film, Nanga Parbat, che faremo pagare per i costi della sottotitolazione non esistendo ancora la versione italiana.
Per il resto l’ampia offerta e l’articolazione territoriale degli eventi garantiranno la molteplicità delle scelte.
Al Cineforum G.Verdi, che offre il suo qualificato sostegno, a tutti i Comuni, enti e associazioni un grazie sentito per la collaborazione.
Agli sponsor, che ancora hanno creduto in questa idea, va il nostro riconoscente plauso. Con il saluto di benvenuto a tutti gli ospiti che parteciperanno ci auguriamo che le proposte incontrino come sempre il vostro favore.
Il Presidente dell'Associazione
SenzaOrarioSenzaBandiera
mercoledì 6 ottobre 2010
L'Ultima scalata di Walter Nones
Nel novembre scorso, durante il nostro incontro a Breganze , in vista proprio di questa scalata, Nones aveva detto che è sempre "la montagna a decidere se farsi scalare", ed ora, dopo il freddo e definitivo abbraccio che il Cho Oyu gli ha riservato domenica, sono in molti a domandarsi cosa spinga un uomo a rischiare tanto.
Ma per coloro che non amano la montagna qualsiasi risposta sarà sempre inadeguata.
Ma per chi ama (nel senso più pieno e viscerale del termine) la montagna, avvicinarsi a Lei e salirla non significa solamente raggiungere o conquistare una vetta, ma anche inebriarsi dell’infinito visibile, sentirsi vivi perché morti di fatica, avere piena fiducia nel compagno di cordata, seguire quella passione che brucia dentro e che ci porta a guardare sempre in alto, che mette alla prova quello che si è realmente, perché quando si sale in montagna si è esclusivamente sé stessi.
E’ condividere con i propri compagni esperienze fantastiche, silenzi assoluti, vedute indescrivibili, gioia, divertimento, sole; ma anche fame, sete, stanchezza, paura, freddo, vento, fatica ed infinito.
Andare in montagna è sentirsi parte di essa, infinitamente piccoli in mezzo ad un mare di roccia, neve, nubi, cielo; come granelli di sabbia nel deserto.
Ed è solamente quando si arriva a scalare le montagne estreme che si può avere quella visione del Divino che nessun altra persona che vive nelle valli avrà mai la possibilità di vedere.
E Walter Nones ha avuto la possibilità di quella visione, inseguendo la quale ha dato sostanza alla sua intera, breve, ma intensa vita.
E’ meglio morire sulla montagna che vivere nella valle, recita una antica ballata trentina che Nones conosceva molto bene e, per lui come per altri alpinisti, questo tragico verso è stato la ragione autentica di vita, fino all’ultima, estrema avventura.
Nel suo film "Illuminazione" il regista Krzysztof Zanussi ci dice che in montagna, chi ha cuore puro, può ascoltare la sua autentica voce interiore.
Sul Cho Oyu domenica, un’attimo prima della fine, Walter quella voce l’ha certo sentita ed assieme ad essa ha raggiunto per sempre la meta: il cielo.
“L'essenza dell'alpinismo consiste nella conquista metro per metro della propria vita.
Dunque in fondo è rischio, ma il rischio non è fine a se stesso bensì solo la premessa necessaria alla conquista.
La vita vissuta è solo quella conquistata.”
Ettore Castiglioni
le foto sono tratte dal sito di Walter Nones e Karl Unterkircher
Ma per coloro che non amano la montagna qualsiasi risposta sarà sempre inadeguata.
Ma per chi ama (nel senso più pieno e viscerale del termine) la montagna, avvicinarsi a Lei e salirla non significa solamente raggiungere o conquistare una vetta, ma anche inebriarsi dell’infinito visibile, sentirsi vivi perché morti di fatica, avere piena fiducia nel compagno di cordata, seguire quella passione che brucia dentro e che ci porta a guardare sempre in alto, che mette alla prova quello che si è realmente, perché quando si sale in montagna si è esclusivamente sé stessi.
E’ condividere con i propri compagni esperienze fantastiche, silenzi assoluti, vedute indescrivibili, gioia, divertimento, sole; ma anche fame, sete, stanchezza, paura, freddo, vento, fatica ed infinito.
Andare in montagna è sentirsi parte di essa, infinitamente piccoli in mezzo ad un mare di roccia, neve, nubi, cielo; come granelli di sabbia nel deserto.
Ed è solamente quando si arriva a scalare le montagne estreme che si può avere quella visione del Divino che nessun altra persona che vive nelle valli avrà mai la possibilità di vedere.
E Walter Nones ha avuto la possibilità di quella visione, inseguendo la quale ha dato sostanza alla sua intera, breve, ma intensa vita.
E’ meglio morire sulla montagna che vivere nella valle, recita una antica ballata trentina che Nones conosceva molto bene e, per lui come per altri alpinisti, questo tragico verso è stato la ragione autentica di vita, fino all’ultima, estrema avventura.
Nel suo film "Illuminazione" il regista Krzysztof Zanussi ci dice che in montagna, chi ha cuore puro, può ascoltare la sua autentica voce interiore.
Sul Cho Oyu domenica, un’attimo prima della fine, Walter quella voce l’ha certo sentita ed assieme ad essa ha raggiunto per sempre la meta: il cielo.
“L'essenza dell'alpinismo consiste nella conquista metro per metro della propria vita.
Dunque in fondo è rischio, ma il rischio non è fine a se stesso bensì solo la premessa necessaria alla conquista.
La vita vissuta è solo quella conquistata.”
Ettore Castiglioni
le foto sono tratte dal sito di Walter Nones e Karl Unterkircher
lunedì 4 ottobre 2010
Crema di castagne e funghi d'autunno
Mentre il mondo cambia e nuovi sapori arrivano alle nostre bocche, i profumi della cucina di un tempo, anche in povertà, ci restituisce l’orgoglio del proprio passato e ci permette un confronto.
Così mentre al ristorante ordiniamo un "Cappuccino di fagioli di Lamon, spuma di Parmigiano e pepe nero", a casa riscopriamo la minestra, piatto base dell’alimentazione contadina, con tutte le sue favolose varianti.
Pasta e fagioli, passato di verdure, crema di patate ( quelle che Virgilio Scapin chiamava le “patate abbronzate”, quelle che si cuocevano nel minestrone assieme ai fagioli e che prendevano quel colore marrone che le rendevano una prelibatezza) tornano a profumare ancora le nostre cucine permettendoci di usare le verdure secondo stagione e coniugandole con le erbe aromatiche.
Questa cucina non è stata inventata da Vissani o da Ferran Adrià ma è una tradizione contadina, frutto della sapienza delle nonne e delle nostre mamme. La minestra è da definire orgoglio della tavola, fumante, segno di un modesto benessere,emblema e decoro della famiglia. Lo stesso piatto che si offriva a testimonianza di amicizia e solidarietà, quando ancora si diceva ad un amico o ad un parente: “Per te un piatto di minestra in questa casa ci sarà sempre”.
E' stato per decenni il piatto base dell’alimentazione dei nostri genitori quando le condizioni economiche rendevano assolutamente indispensabile la preparazione di un piatto caldo per quasi tutta la parte dell’anno. Ed era, la minestra, quasi sempre un piatto unico che veniva prodotta e servita in quantità maggiori di adesso, anche due piatti, dovendo da sola sfamare e corroborare uomini e donne nel duro lavoro dei campi.
Certo quasi sempre le ricette erano diverse da famiglia a famiglia, risultato di una personalissima interpretazione da parte delle donne di casa, ed era raro trovare eguaglianza fra di loro perché cambiavano le
componenti fondamentali dei piatti: le quantità, i tempi di cottura, la qualità delle materie utilizzate, la “sorveglianza” al piatto, l’esperienza e, non da ultima, la fame di chi mangiava.
Questo comunque era il cuore della cucina casalinga di quel tempo, quella che Enzo Biagi chiamava la cucina dell’amore. Quella della mamma che con pazienza e passione stava davanti al fornello e che, pian piano, diffondeva per la casa un profumo antico che nessun cuoco di questa attuale “tecnocucina” saprà mai eguagliare!
Crema di castagne e funghi d'autunno
Così mentre al ristorante ordiniamo un "Cappuccino di fagioli di Lamon, spuma di Parmigiano e pepe nero", a casa riscopriamo la minestra, piatto base dell’alimentazione contadina, con tutte le sue favolose varianti.
Pasta e fagioli, passato di verdure, crema di patate ( quelle che Virgilio Scapin chiamava le “patate abbronzate”, quelle che si cuocevano nel minestrone assieme ai fagioli e che prendevano quel colore marrone che le rendevano una prelibatezza) tornano a profumare ancora le nostre cucine permettendoci di usare le verdure secondo stagione e coniugandole con le erbe aromatiche.
Questa cucina non è stata inventata da Vissani o da Ferran Adrià ma è una tradizione contadina, frutto della sapienza delle nonne e delle nostre mamme. La minestra è da definire orgoglio della tavola, fumante, segno di un modesto benessere,emblema e decoro della famiglia. Lo stesso piatto che si offriva a testimonianza di amicizia e solidarietà, quando ancora si diceva ad un amico o ad un parente: “Per te un piatto di minestra in questa casa ci sarà sempre”. E' stato per decenni il piatto base dell’alimentazione dei nostri genitori quando le condizioni economiche rendevano assolutamente indispensabile la preparazione di un piatto caldo per quasi tutta la parte dell’anno. Ed era, la minestra, quasi sempre un piatto unico che veniva prodotta e servita in quantità maggiori di adesso, anche due piatti, dovendo da sola sfamare e corroborare uomini e donne nel duro lavoro dei campi.
Certo quasi sempre le ricette erano diverse da famiglia a famiglia, risultato di una personalissima interpretazione da parte delle donne di casa, ed era raro trovare eguaglianza fra di loro perché cambiavano le
componenti fondamentali dei piatti: le quantità, i tempi di cottura, la qualità delle materie utilizzate, la “sorveglianza” al piatto, l’esperienza e, non da ultima, la fame di chi mangiava.
Crema di castagne e funghi d'autunno
sabato 2 ottobre 2010
Non c'è castagna senza spine
Siamo in autunno e i nostri monti hanno paesaggi sovrastati dai primi toni caldi dei colori che la vegetazione mutevole presenta e di cui il castagno ne è pieno protagonista.
Cadono, ai suoi piedi, ricci che stanno prendendo il marrone dell’autunno e lasciano intravedere stupendi frutti, brillanti, turgidi, che, saltati in una padella forata saranno compagni di un buon bicchiere di vino nuovo, e riempiranno di profumo le contrade e i borghi delle nostre colline.
Per me ottobre e con esso l'autunno ha sempre rappresentato un mese carico di eventi e ricordi speciali. Oltre ad essere il mese in cui si iniziava nuovamente la scuola era il periodo in cui i primi ricci cominciavano a schiudersi per lasciar ruzzolare lungo i pendii i loro frutti, tanto saporiti quanto umili: le castagne.
E allora nelle prime giornate soleggiate di ottobre, dopo la scuola, si correva tutti nel bosco per la raccolta dei "maroni".
Ma, come per la vendemmia, anche la raccolta delle castagne era un momento altrettanto gioioso e rocambolesco, e non solamente perché arrampicarsi sui castagni non era per nulla facile e liberare le castagne dal riccio spinoso richiedeva una certa cautela.
Infatti non erano solamente i proprietari dei fondi con tutta la loro famiglia ad andare a raccogliere le castagne, ma anche tutti noi ragazzi che non resistevano alla tentazione di raccogliere e poi cucinare le caldarroste, affollando così i boschi alla ricerca delle piante che producevano i frutti più grossi e più saporiti.
Il problema era che la maggior parte delle volte, quella che doveva essere la ricerca delle castagne dimenticate a terra, diveniva invece una vera e propria raccolta che anticipava sul tempo i proprietari dei migliori "maronari" ove la battitura non aveva ancora avuto luogo.
Alle volte però servivano a poco i vari stratagemmi che noi, raccoglitori abusivi, escogitavano per farla franca e scappare con il maltolto.
E allora, quando non riuscivamo a scappare in tempo e venivamo raggiunti dai burberi contadini, nasceva un diverbio che sfociava spesso in parolacce e urla e qualche volta terminava anche a "schiopettate"!
Cadono, ai suoi piedi, ricci che stanno prendendo il marrone dell’autunno e lasciano intravedere stupendi frutti, brillanti, turgidi, che, saltati in una padella forata saranno compagni di un buon bicchiere di vino nuovo, e riempiranno di profumo le contrade e i borghi delle nostre colline.
Per me ottobre e con esso l'autunno ha sempre rappresentato un mese carico di eventi e ricordi speciali. Oltre ad essere il mese in cui si iniziava nuovamente la scuola era il periodo in cui i primi ricci cominciavano a schiudersi per lasciar ruzzolare lungo i pendii i loro frutti, tanto saporiti quanto umili: le castagne.
E allora nelle prime giornate soleggiate di ottobre, dopo la scuola, si correva tutti nel bosco per la raccolta dei "maroni".
Ma, come per la vendemmia, anche la raccolta delle castagne era un momento altrettanto gioioso e rocambolesco, e non solamente perché arrampicarsi sui castagni non era per nulla facile e liberare le castagne dal riccio spinoso richiedeva una certa cautela.
Infatti non erano solamente i proprietari dei fondi con tutta la loro famiglia ad andare a raccogliere le castagne, ma anche tutti noi ragazzi che non resistevano alla tentazione di raccogliere e poi cucinare le caldarroste, affollando così i boschi alla ricerca delle piante che producevano i frutti più grossi e più saporiti.
Il problema era che la maggior parte delle volte, quella che doveva essere la ricerca delle castagne dimenticate a terra, diveniva invece una vera e propria raccolta che anticipava sul tempo i proprietari dei migliori "maronari" ove la battitura non aveva ancora avuto luogo. Alle volte però servivano a poco i vari stratagemmi che noi, raccoglitori abusivi, escogitavano per farla franca e scappare con il maltolto.
E allora, quando non riuscivamo a scappare in tempo e venivamo raggiunti dai burberi contadini, nasceva un diverbio che sfociava spesso in parolacce e urla e qualche volta terminava anche a "schiopettate"!
mercoledì 29 settembre 2010
Quando l'estate sembra finire.....
Ora, la brina con la prima neve lassù, alle quote più alte, ha rinsecchito l'erba assieme agli ultimi fiori, e nei luoghi a nord, dove il sole fa capolino solamente per pochi minuti al giorno, è rimasto quell'odore umido di muschio e felci che accompagna sempre la stagione dei tramonti.
Ma le giornate che hanno preceduto l'ultima perturbazione si sono avvicinate molto alla perfezione, all'idea che tutti noi abbiamo di 'estate', con la classica nuvoletta su un cielo terso ed azzurro, i boschi ed i prati ancora di un bel colore verde, una leggera brezza al mattino che ci sfiorava ed accarezzava il viso illuminato da un sole tiepido.
Ma forse sapevamo già che tutto questo era destinato a rimanere tale solo per poco tempo.
E l'inquietudine per la fine di questa particolare estate ha iniziato allora a pervadere il nostro animo
Quell'inquietudine che accompagna sempre lo scuotersi e il fremere della vita quando è pervasa dalla nostalgia dei ricordi;
L'inquietudine che accompagna il vento temporalesco che spezza la luce e irrompe sugli alberi strappando loro le foglie, preavviso della caducità della vita;
L'inquietudine che accompagna l'addensarsi di nubi cariche di pioggia che oscurano il cielo rendendo cupi e smorti tutti i colori.
Allora, e più di prima, ci aggrappiamo alla speranza che uno squarcio tra le nubi
ci mostri un altro orizzonte,
un nuovo cielo e una terra nuova.
Solo così l'inquietudine e il dolore che pervade la nostra anima può trasformarsi in una sfida a osare, a buttarci, a lasciarci andare nella corrente, nella vita
dalla quale proveniamo e alla quale aneliamo a fare ritorno.
"Inqueutm est cor nostrum donec requiescat in Te, Domine."
"inquieto è il nostro cuore finché non trova pace e riposo in Te, o Signore".
così scriveva Sant'Agostino nelle Confessioni e raramente un filosofo è riuscito a dare forma alla nostra inquietudine con un pensiero così sintetico.
Ma le giornate che hanno preceduto l'ultima perturbazione si sono avvicinate molto alla perfezione, all'idea che tutti noi abbiamo di 'estate', con la classica nuvoletta su un cielo terso ed azzurro, i boschi ed i prati ancora di un bel colore verde, una leggera brezza al mattino che ci sfiorava ed accarezzava il viso illuminato da un sole tiepido.
Ma forse sapevamo già che tutto questo era destinato a rimanere tale solo per poco tempo.
E l'inquietudine per la fine di questa particolare estate ha iniziato allora a pervadere il nostro animo
Quell'inquietudine che accompagna sempre lo scuotersi e il fremere della vita quando è pervasa dalla nostalgia dei ricordi;
L'inquietudine che accompagna il vento temporalesco che spezza la luce e irrompe sugli alberi strappando loro le foglie, preavviso della caducità della vita;
L'inquietudine che accompagna l'addensarsi di nubi cariche di pioggia che oscurano il cielo rendendo cupi e smorti tutti i colori.
Allora, e più di prima, ci aggrappiamo alla speranza che uno squarcio tra le nubi
ci mostri un altro orizzonte,
un nuovo cielo e una terra nuova.
Solo così l'inquietudine e il dolore che pervade la nostra anima può trasformarsi in una sfida a osare, a buttarci, a lasciarci andare nella corrente, nella vita
dalla quale proveniamo e alla quale aneliamo a fare ritorno.
"Inqueutm est cor nostrum donec requiescat in Te, Domine.""inquieto è il nostro cuore finché non trova pace e riposo in Te, o Signore".
così scriveva Sant'Agostino nelle Confessioni e raramente un filosofo è riuscito a dare forma alla nostra inquietudine con un pensiero così sintetico.
a Giuseppe e Giovanna con affetto
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