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domenica 18 ottobre 2009

Col Ombert ...... e la prima neve

...........oramai siamo vicini ad incrociare il sentiero che proviene dal Passo S. Nicolò e quindi alla ripidissima lingua di terra della valletta che ci porterà alla cima. Salgo lentamente a causa del vento che continua a sferzarmi il viso e a congelarmi le mani, con la nebbia e le nubi che hanno completamente oscurato alla mia destra le strapiombanti rocce della parete sud della Marmolada.
Sulla destra inquadro, nell'ultima schiarita che questo tempo autunnale mi concede, il Piz Ciavazes del Sella e ancora più a destra i contrafforti occidentali della piramide del Piz Boè.
Ogni cima un tuffo al cuore…

Superato non senza qualche difficoltà l'ultimo tratto tra friabili roccette e ghiaino mi ritrovo, dopo 2 ore, in vetta.
Tutte le volte che riesco a raggiungere la cima di una montagna scopro che più salgo in alto e più riesco a scendere dentro me stesso, a  riconoscere i miei limiti, le mie debolezze, e i miei bisogni.
Accettando me stesso come piccola parte di un tutto.  Allora una gioia inebriante pervade la mia anima e il mio corpo regalandomi una sensazione di smarrimento e di vertigine.

La gioia però è leggermente permeata dal rammarico per non avere la possibilità di osservare uno dei panorami di vetta più belli per una cima non eccessivamente elevata come il Col Ombert (2.670 m) a causa di un tempo cupo e di nubi basse che oscurano tutto il paesaggio intorno. Inizia a cadere anche qualche fiocco di neve che mi costringe a accelerare il ritorno.
Il tempo di una foto con i compagni di scalata e poi la discesa fino ai piani delle "Laste" seguendo inizialmente il sentiero 609 .


Ora la neve sta aumentando anche se i fiocchi sono così piccoli che sembrano palline di polistirolo.
Cerchiamo, non senza qualche difficoltà, e troviamo la traccia di sentiero che, staccandosi dal 609 ci porta, perdendo circa 50 metri di quota, lungo la base della parete nord del Col Ombert al Passo di S. Nicolò.



Mi fermo un attimo  e guardo a destra, sopra il rifugio, dove ritrovo la massiccia mole della montagna che oggi mi ha svelato alcuni aspetti del suo carattere permettendomi di conoscerla un pò più da vicino.

Ora le neve fiocca con più intensità e il paesaggio perde sempre di più i propri colori autunnali per assumere un aspetto uniforme, quasi invernale.



Ridiscendo velocemente lungo la carrareccia che attraversa i pendii e i prati della testata sud della valle.
Il silenzio è assoluto, rotto solamente dal rumore smorzato dei nostri passi sull'erba coperta dalla prima neve.
E' un paesaggio quasi irreale quello che mi accompagna durante il ritorno, che però riesce a riconciliarmi con me stesso e con la montagna, e soprattutto con la nostalgia di un bisogno di condivisione negato e che al sopraggiungere di ogni autunno invade il mio animo, proprio come il tempo che ha accompagnato questa escursione.



* Partenza: Baita Ciampiè (1.828 mt)
* Arrivo: vetta Col Ombert (2.670 mt)
* Durata ore 4 e 30 min
* Distanza: 9 km
* Dislivello:  900 mt

venerdì 16 ottobre 2009

Insalatina di ovuli e eaestivalis

L'Amanita caesarea era il "porcino" degli antichi romani, cibo degli Dei appunto, prezioso fin da allora e destinato esclusivamente alle tavole imperiali. E' da sempre un vero protagonista, non soltanto nella storia della gastronomia, poiché la sua fama e la sua bontà al palato ha permesso a quei rarissimi conoscitori (empirici) del passato che erano già al corrente dell'esistenza di amanite mortali di sfruttare la golosità di questo fungo da parte di re, nobili, principi e vescovi per perpetrare assassini ed attentati. Sono molti infatti i personaggi storici che furono quasi certamente uccisi da ovuli di Amanita phalloides cucinati al posto della caesarea.

Un tempo le conoscenze della natura e soprattutto dei funghi, prodotti misteriosi della natura visti con sospetto per la loro fugacità ed apparente crescita da nulla, era talmente sommaria e costellata da fantasiosi pregiudizi che il fungo mortale era l'arma preferita per il delitto perfetto. A nulla valse ad alcuni principi il tentativo di circondarsi di schiavi con il compito di assaggiare le portate, dato il lungo tempo di incubazione dell'Amanita phalloides.

Eppure la caesarea si può considerare una delle specie più facili e sicura da identificare, con caratteristiche anatomiche nettamente diverse da qualsiasi altra amanita.

Il modo ideale di consumarlo è sicuramente quello crudo in insalata, ma senza troppi intrusi. Forse solamente alcune specie di pesce potrebbero accompagnarsi al sapore della caesarea senza sovrastarlo. Provate ad esempio in abbinata a delle canocchie cucinate al vapore e condite con la stessa vinagrette con cui avete condito gli ovuli.

In questa ricetta classica, l'unica licenza che personalmente mi sono preso è quella di aver usato dei chicchi di sale rosa che danno una nota croccante alla morbidezza del piatto.

E allora cosa c'è di meglio che assaporare il loro aroma naturale gustandoli crudi in insalata ? Assicurano un insuperabile profumo, un sapore fresco e soprattutto tanto colore autunnale, caldo e stimolante.
Servite in apertura di pranzo, quando il palato è fresco e ben ricettivo, ma ricordatevi che la caesarea può essere usata anche come ingrediente di piatti particolari come nella CREMA di FINFERLI e OVULI con CROSTINI al LARDO

domenica 4 ottobre 2009

Pollicino alla ricerca dell'amanita caesarea

Sono già diversi anni che qualcuno ha iniziato nuovamente a ritrovare funghi che sembravano spariti (?!? ) dalle colline della zona pedemontana.

Si è sentito sempre più spesso raccontare di bolatine di boletus aereus e di boletus aestivalis nei boschi di castagno e roverella ma, soprattutto, di alcuni ritrovamenti, anche se esigui, di amanita caesarea.

Tutto questo mi portato con il pensiero al passato, a quando da bambino, mi appassionavo ai racconti del nonno che mi raccontava di quando, andando a funghi nei castagneti in collina, si imbatteva in bellissime bolatine di "ovuli".


Certo a quei tempi, nessuno partiva dalla pianura per andare a cercare funghi nei boschi di montagna, ne tantomeno in quelli della maremma.
La ricerca dei funghi era assai limitata: si mangiava quello che si trovava, più spesso chiodini che porcini o brise.

E sicuramente gli ovuli erano, già allora, una vera rarità, tanto che il loro ritrovamento costituiva motivo di racconti e storie che spesso venivano arricchite di particolari e dettagli di pura fantasia.


E questi erano i racconti che tenevano maggiormente viva la mia attenzione durante il "filò" delle lunghe sere invernali.

E così, dopo che in settimana si sono rincorse numerose voci di ritrovamenti, ho deciso di provare a ripercorrere alcuni sentieri che erano parte delle storie del nonno.

Piccole tracce per ripercorrere con la memoria quei racconti che riempivano di sogni le mie notti di bambino.

Parole e racconti vissuti, come le molliche di pane lasciate da Pollicino per non perdere di vista il cammino,
per ritrovare la strada fatta e da fare.

Ecco, la breve evocazione di un sogno che vorrei invitarvi a seguire,
sostando assieme sul crinale fra veglia e sonno,
tra fantasia e realtà.

domenica 27 settembre 2009

Autunno: il silenzio del bosco

E' arrivato l'autunno e il bosco ritrova ritmi e silenzi che gli sono propri.
Ha lasciato sciamare i turisti e i raccoglitori frettolosi e vocianti dell'estate, ed ora, grazie anche alle copiose piogge dei primi giorni di settembre, sembra donare a chi lo frequenta gioie inaspettate e impagabili.

Sono questi i giorni più belli per camminare le terre alte e per cercare i nostri amati porcini, da solo o con poca compagnia.
Le prime piogge hanno lavato i residui dell'estate e ogni foglia d'erba, ogni ramoscello ha la sua perla.
I cervi e i caprioli, immobili dentro il bosco, hanno goduto della pioggia che li ha lavati e liberati dai fastidi degli insetti alati.

Ed anche per me è bello e liberatorio andare con scarponi e la mantellina impermeabile tra i rami ancora gocciolanti di pioggia, vagabondare senza prefissare una meta e incontrare con reciproca sorpresa animali non più impauriti dai rumori continui e fastidiosi provocati dai frequentatori estivi dei boschi.


Tante cose nel corso delle stagioni la natura può insegnare a chi osserva.
Ma è principalmente in autunno che il bosco si fa leggere con chiarezza: dall'abbondanza delle squame e dei torsi degli strobili sotto le conifere possiamo intuire la presenza di scoiattoli acrobati sopra le nostre teste, dai coni di cirmolo sgusciati e disseminati comprendiamo di trovarci nel territorio della nocciolaia, da un boletus pinicola sbocconcellato possiamo supporre il passaggio di un capriolo che abbia voluto assaporarne il gusto.

Il desiderio di restare tra questi silenzi interrotti solo verso sera dall’aritmico clangore dei campanacci delle mucche di ritorno per la mungitura, è forte.
Mi fermo ancora una volta e la brezza della sera mi porta nuovamente profumi di resina e di fiori che il bosco continua ad emanare dopo la pioggia di questa notte.

Il desiderio di indugiare, nel tepore del sole al tramonto, ancora tra questi colori così riposanti è forte e devo raccogliere tutte le mie forze per rialzarmi e tornare sui mie passi, lasciando che tutto questo si sedimenti dentro il mio cuore e la mia anima per diventare ricordo e memoria.

sabato 19 settembre 2009

CREMA di FINFERLI, PUNICEA e OVULI con CROSTINI al LARDO

CREMA di FINFERLI, PUNICEA e OVULI con CROSTINI al LARDO

Ingredienti (per 4 persone):
½ litro di brodo vegetale
200 g di finferli
100 g di punicea
100 g di ovuli
40 g di crema di latte
20 g di burro di malga
2 spicchi d’aglio
Olio, sale e pepe q.b.

Per i crostini:
1 baguette sottile
4fettine di lardo tagliate a velo
Origano
Olio extravergine di oliva

Per preparare questo piatto rivisitato della cucina Trentina dobbiamo ricorrere ad un frullatore ad immersione per ridurre i funghi.
Prima però dobbiamo cuocerli per 15 minuti in una padella con dell’olio extravergine di oliva e due spicchi di aglio tritati. Dopo averli salati li versiamo nella casseruola dove abbiamo precedentemente preparato il brodo vegetale.
Quindi frulliamo il tutto con il nostro minipimer.
Riportiamo sul fuoco la crema così ottenuta, spolveriamo con del pepe macinato sul momento, aggiungiamo il burro e continuiamo la cottura per altri 5/6 minuti a fuoco basso.
Nel frattempo tagliamo la nostra baguette a fettine di 1 cm di spessore.
Adagiamo i crostini, su cui abbiamo versato un filo di olio extravergine e spolverati con un po’ di origano, in una padella antiaderente finché non saranno croccanti e assumeranno un bel colore dorato.
A questo punto adagiamo sopra ad ogni crostino ancora caldo circa 1/3 di una fettina di lardo di Siror o di Colonnata tagliata a velo.
Lasciamo che il lardo sciogliendosi insaporisca i crostini che terremo da parte in caldo.
Incorporiamo la panna fresca alla crema già pronta e lasciamo cuocere a fuoco basso ancora per un paio di minuti continuando a mescolare il composto.
Serviamo in una ciotola di vetro dopo aver aggiunto un paio di crostini al lardo.

martedì 15 settembre 2009

Meet Joe Black

Erich Fromm sosteneva che nella vita di un uomo vi è certezza solo per ciò che riguarda il passato, mentre per ciò che riguarda il futuro , solo la morte è certa e indicava come soluzione alla disperazione di tale certezza un unica possibilità: l’amore. E proprio amore e morte sono i protagonisti del film andato in onda ieri sera in prima serata su rete 4. Diretto da Martin Brest, lo stesso dello storico “Profumo di donna” con Al Pacino, “Vi presento Joe Black” (1998), sebbene ormai abbastanza datato come film, rimane un classico da tenere nella propria videoteca personale, se non altro per essere il film più costoso mai prodotto senza uso di particolari effetti speciali. Molti, circa 90 milioni, dunque, i dollari spesi per mettere in scena la storia del magnate William (Bill) Parrish, interpretato da un magistrale Anthony Hopkins, la cui vita, tutta affari e famiglia, viene improvvisamente sconvolta dalla presenza di uno sconosciuto. Il suo nome è Joe Black ed è lo stesso Bill a dargli questo nome per nasconderne l’identità agli affetti più cari. Come vi dicevo, rimane nella mia lista dei film preferiti, di quelli che ogni volta che lo guardo non riesco ad annoiarmi, pur conoscendo a memoria le battute. Un film un po' strano, da guardare con attenzione, soprattutto se è la prima volta, perché il film, anche se molto lungo, corre veloce e non sempre fornisce spiegazioni. Il film i realtà è il remake di "Death Takes a Holiday" ("La morte va in vacanza") del 1934, questa volta ad impersonare l'Angelo della Morte abbiamo un Brad Pitt che offre un'interpretazione sempre all'altezza, in grado di rendere il sinistro personaggio, a tratti buffo, a tratti autoritario, con lo straordinario talento e il fascino che l’ hanno reso celebre. Il film che unisce dramma, commedia, amore e un pizzico di finanza non dura poco, 3 ore, ricevendo molte critiche per questo motivo, però se il film è tra quelli preferiti sono comunque tre ore che trascorrono veloci tanti sono gli eventi che si susseguono nel film, ma anche i momenti più lenti con dialoghi da ascoltare. Assolutamente da riascoltare la colonna sonora, che accompagna le immagini del film, composta da Thomas Newman. In particolar modo bellissima risulta la rivisitazione di "What a wonderful world" di Louis Armstrong suonata dalla sua orchestra con una delicatezza che lascia sempre a bocca aperta.
"Non un'ombra di trasalimento, non un bisbiglio di eccitazione; questo rapporto ha la stessa passione di un rapporto di nibbi reali. Voglio che qualcuno ti travolga, voglio che leviti,voglio che canti con rapimento e danzi come un derviscio! Voglio che tu abbia una felicità delirante! O almeno non respingerla.
Perché il suo canto è antico, costante e amorevole.
Lo so che ti sembra smielato ma l'amore è passione, ossessione, qualcuno senza cui non vivi. Io ti dico:"Buttati a capofitto! Trovati qualcuno che ami alla follia e che ti ami alla stessa maniera!" Come trovarlo? Beh, dimentica il cervello e ascolta solo il cuore. Io non sento il tuo cuore perché la verità, tesoro, è che non ha senso vivere se manca questo. Fare il viaggio e non innamorarsi profondamente, equivale a non vivere. Ma devi tentare perché se non hai tentato non hai vissuto."
Caspita quanto è vero e quanto sarebbe dannatamente meraviglioso incontrare una persona con cui poterla davvero vivere quella felicità delirante. Ogni tanto ci chiediamo se là fuori ci sia ... anzi, forse abbiamo la presunzione di pensare che realmente esista ma non sappiamo se riusciremo mai a incontrarla. E se poi la incontrassimo, …saremmo in grado di capire che ? "La donna o l’uomo della propria vita". E' sempre stato un concetto che sa di troppo maestoso, che odora di una ricerca che potrebbe diventare ossessiva e non condurre a niente, perché poi chiunque correrebbe il rischio di non essere "abbastanza". Ma forse un incontro importante quello sì: quello che ci fa cambiare le cose, quello che può davvero modificare la nostra vita in un istante. E ci dà la possibilità di credere nelle opportunità che ogni giorno ci passano accanto. Anche se a volte in un'altra dimensione, come in treno, in una prospettiva orizzontale. Noi siamo abituati a guardare davanti, come quando siamo in auto, o in bicicletta, o come quando saliamo in montagna. In treno invece il mondo ci scorre a destra o a sinistra, in una prospettiva che diventa per noi orizzontale. E a volte anche nella vita le cose non compaiono davanti a noi, ma ci passano a destra e a sinistra; e così può succedere che noi non le vediamo, o se le vediamo non ne intuiamo subito il loro valore. Troppo concentrati a guardare avanti, spesso troppo impantanati a guardare indietro ...

martedì 8 settembre 2009

I segreti di un grande formaggio

Storicamente gli allevatori del comune di Levico hanno sempre alpeggiato il proprio bestiame sull’Altopiano delle Vezzene: una zona del tutto diversa dalle vallate del Lagorai e particolarmente vocata al pascolo.
Infatti il toponimo “Vezzena” è fatto derivare dal tedesco Wiesen che significa prati.
Il territorio occupa la parte nord-occidentale dell’altopiano di Asiago.
I pascoli, suoi componenti principali, conquistati alla foresta da tempo immemorabile, sono circondati da boschi di abete rosso e, in misura minore, di abete bianco e di larice.
La vegetazione dei pascoli dell’altopiano può essere rappresentativa di molti pascoli del Trentino, anche se in questo altopiano si trovano delle specie che si possono definire “ottime foraggere” e che danno al formaggio, che qui si produce, un sapore ed un profumo del tutto particolare.
Ed è proprio da queste erbe che nasce un formaggio eccellente quando viene stagionato oltre l’anno: il Vezzena.
E il formaggio prodotto in malga, così come il vino, sono l’espressione del clima e del territorio in cui viene prodotto. A riprova di ciò, il nome di questo formaggio richiama quello del toponimo della località. Un legame inscindibile garantito dal sapiente lavoro del casaro e rafforzato dalle certezze di una tradizione centenaria. Dare il proprio nome ad un formaggio non è il risultato di una momentanea mancanza di fantasia, ma la prova che quanto uscito da queste malghe conserva la stessa identità di chi l’ha prodotto.

Durante la lavorazione del latte, Tullio il casaro di malga Biscotto, è l’officiante di un rito arcaico, fatto di gesti che non hanno età.
La mungitura della sera prima si lascia raffredare in recipienti larghi e bassi nel locale più fresco della casara e dopo aver levato la panna affiorata la si aggiunge alla mungitura del mattino già versata nella grande caldaia di rame. Con il fuoco il latte viene portato a 27°. A questo punto viene aggiunto il caglio per il coagulo che viene successivamente rotto e rimestato fino a formare dei granuli come dei chicchi di riso. La temperatura viene allora portata a 37-38° e solo allora viene levato il fuoco da sotto la caldaia.
Quando la cagliata si è depositata sul fondo, con l'avvenuta separazione dal siero, verrà lasciata riposare ed infine levata e riposta, comprimendola con le mani, dentro le apposite fasciere in legno.
Dopo qualche giorno incomincerà la salatura, non per salamoia, ma a secco che durerà quindici giorni.
Poi ci sarà il voltamento delle forme, la raschiatura e la oliatura con olio di lino crudo.
A sei mesi si potrà gustare, a un anno è ottimo, a due è degno del miglior torcolato di Breganze.

Dal latte al formaggio, con movenze solenni e sicure che oggi ben si sposano con nuove tecnologie. La modernità, in malga, riesce ad avere ancora un volto umano e a conservare il prezioso retaggio del passato senza stravolgerlo. Così il sapore di questo formaggio, famoso fin dai tempi della Serenissima Repubblica è rimasto immutato nel tempo.
Un sapore che ci parla di tante cose.
Delle levatacce per la prima mungitura, ai temporali estivi che sorprendono per la loro intensità e brevità, dal silenzio indimenticabile di questo altipiano, ai pascoli e alle erbe che le bestie hanno brucato, essenze floreali, particolari ed uniche, che ritroviamo, miracolosamente trasformate, nel formaggio Vezzena che stiamo degustando.

Così ogni semplice assaggio può trasformarsi in una gioia per i sensi, un’esperienza ludica capace al contempo di educare ai piaceri di un piatto semplice ma nello stesso tempo straordinario nella sua armonia: Delizia di edulis e Vezzena

Le malghe dell' Altipiano


…Le vecchie casare di tronchi che restavano nel ricordo dell’infanzia costruite con il nordico e antico sistema bloch-bau (abeti squadrati e incastrati agli angoli) ora sono quasi tutte sostituite con fabbricati in muratura, che però mantengono lo stesso schema e orientamento… A sinistra il vano per la refrigerazione del latte e l'affioramento della panna, la conservazione del burro; a destra il vano per la lavorazione del latte.
Difronte o di lato a questo fabbricato un altro con la stanza della salagione e la lavorazione del formaggio nei primi quindici giorni, a sinistra il vano per la conservazione e la stagionatura fino a settembre; sopra le stanze per la famiglia del malghese e gli aiutanti" *

Oggi sono risalito per la vecchia strada che M. Rigoni Stern faceva da ragazzo con suo padre per visitare le malghe più belle dell'Altipiano.
Certo ora le malghe sono quasi tutte ristrutturate ed hanno la corrente elettrica e l'acqua corrente, cose impensabili fino a 50 anni fa.
Ma i problemi che i malgari devono affrontare sono rimasti sempre gli stessi; da un lato il controllo del bosco affinché non invada la zona di pascolo, che va possibilmente allargata ma soprattutto mantenuta libera da arbusti, cespugli ed erbe infestanti come il nardo, il senecio, il cirsio spinoso, le felci e il velenoso veratro.

L'altro grave problema che devono affrontare è quello dell’approvvigionamento idrico. Ciò è dovuto in parte alle particolari condizioni climatiche: in genere le precipitazioni sono elevate, però le piogge estive sono scarse. Anche il substrato geologico, di natura calcarea, è all’origine della povertà d’acqua che si perde rapidamente nel sottosuolo per fenomeni carsici.
Di norma l’abbeveraggio degli animali viene eseguito mediante pozze d’alpeggio. La pozza d’alpeggio è tipica dei pascoli prealpini che si trovano su questi tipi di substrati calcarei.
I pastori, in passato, realizzavano delle pozze in terra battuta generalmente a forma circolare, stendendo degli strati sovrapposti di argilla e foglie di faggio ben compattate dal calpestio dei bovini.
Le pozze per raccogliere l’acqua piovana e abbeverare le mandrie sono un elemento importante per l’allevamento ma anche per il paesaggio rupestre. Questi invasi punteggiano i pascoli assolvendo una funzione primaria tanto da essere battezzate con un nome: Pozza Gioconda, Pozza del prato, Pozzona.

* M Rigoni Stern, Amore di Confine, Einaudi ed.