«....... da tempo la mamma aveva cominciato a cancellare a ritroso, con una gomma, la lunga linea della sua vita, forse in modo inconsapevole, forse inevitabilmente. Perché a tenere in mano la gomma era quell’evento ineluttabile che è la vecchiaia ma soprattutto l'Alzheimer.
Così la mamma, soprattutto nell'ultimo periodo, dava l’impressione di essere un meccanismo rotto.
Non era gravemente malata, ma una parte di lei aveva ceduto ...
Le parti integre e quelle compromesse si mischiavano di continuo ed era arduo distinguerle. Nonostante fosse afflitta da una mancanza di memoria, vi erano particolari che ricordava perfettamente e che nelle lunghe chiaccherate domenicali venivano a galla come mai prima di allora.
Ed è così che ho appreso tante cose della sua e della mia vita che mi hanno aiutato a capire e comprendere.
E alla fine avvicinarmi a lei.»
Sorrido al tuo ricordo che tante emozioni ancora mi dona, ora consapevole che nella vita come nella morte mi hai sempre protetto come un angelo.
Lounge Music
sabato 6 gennaio 2018
venerdì 5 gennaio 2018
Lago di Calaita - malga Grugola
panorama dalla malga: a sinistra le Pale e a destra cima Granda e l'Agner
Una volta arrivati al Lago di Calaita si ridiscende per la strada asfaltata per un centinaio di metri fino a dei cartelli segnavia alla nostra destra. Prendiamo la strada forestale e seguiamo sempre la traccia (segnavia cai 358), tralasciando dapprima una traccia alla nostra destra che sale alla valle Pisorno e relativo lago (segnavia cai n. 347) e successivamente un secondo bivio che segna, alla nostra sinistra, il sentiero che scende alla malga Lozen.
Proseguiamo sempre dritti seguendo la forestale che si inoltra nel bosco con leggera pendenza fino a due tornanti che ci portano ai prati sottostanti la malga che si intravvede in alto.
Sopra la malga, in evidenza si vedono a sinistra cima Folga (la più elevata del gruppo con i suoi 2.436 mt) e a destra cima Grugola.
Saliamo lentamente (questo è il tratto più ripido) fino alla malga Grugola ( 1.789 mt) da cui si gode uno splendido panorama.
Dopo una sosta meritata (la malga possiede un bivacco invernale sempre aperto) si può proseguire nella traccia che, restando nella parte orografica sinistra del Rio Grugola si inerpica fino al Lago Giarine (2.125 mt). E da li, se la stabilità del manto nevoso lo permette alla forcella Folga ( 2.197 mt).
Per scendere, ripercorriamo la strada forestale seguendo la quale si ritorna al punto di partenza.
Partenza: Lago di Calaita ( mt 1.610)
Lunghezza: 3,8 km
Durata: 2 h circa
Dislivello: 180 m
mercoledì 3 gennaio 2018
Lago di Calaita
Il lago di Calaita è un lago di origine naturale provocato da uno sbarramento morenico. A valle dello sbarramento, l'acqua riemerge in diverse polle.
Il livello dell'acqua non è costante e ciò dà origine alla peculiarità naturalistica del lago, cioè quella fascia fangosa che viene periodicamente sommersa. A questo particolare ambiente sono legate specie floristiche rare e interessanti e proprio per questo il lago è situato nel territorio del Parco naturale Paneveggio.
Questo specchio d’acqua è l’ideale punto di partenza per una breve passeggiata che ci condurrà fino alla forcella Calaita, splendido punto panoramico dove possiamo ammirare il gruppo montuoso delle Pale di San Martino in tutta la sua maestosità, dal Cimon della Pala fino al Sass Maor e al Velo della Madonna. Uno scorcio veramente unico.
Al termine della strada provinciale che sale da Canal San Bovo si trova il parcheggio, punto di partenza di questa piccola escursione. Davanti al rifugio Miralago Calaita (nei mesi invernali aperto durante i fine settimana) si trova l’inizio del sentiero invernale. Bellissimo anche il colpo d’occhio che si ha una volta parcheggiata la macchina. La parete del Cimone sembra messa lì apposta per attirare la nostra attenzione, con i suoi tipici sovrascorrimenti inclinati, inquadrata dalla pecceta che chiude la conca del lago.
Ci si incammina in direzione nord lungo il lago e per tutta la distesa il percorso è ben tracciato e facile da camminare, quasi pianeggiante. Dopo 1,5 km circa, si arriva al bosco, dove prosegue un percorso battuto dagli escursionisti con le ciaspole. Proseguendo in direzione nord, si arriverebbe fino a San Martino di Castrozza, passando per la malga Scanaiol e per malga Crel.
Oggi però ci accontentiamo di una breve passeggiata, e imbocchiamo il sentiero a destra che ci porta alla forcella Calaita e poi a destra ad un punto panoramico che apre la vista sul gruppo delle Pale di San Martino, dal Cimon della Pala fino al Sass Maor e al Cimerlo. Si ritorna sul sentiero basso che attraversa il lago.
Punto di partenza: Rifugio Miralago Calaita
Percorso: Rifugio Miralago - Forcella Calaita
Lunghezza del percorso: 3 km
Tempo di percorrenza: 1 ora
Dislivello: 90 m (tra 1.610 e 1.690 m)
Le Ciaspole si possono anche noleggiare al rifugio (il fine settimana), ma per questa passeggiata non sono necessarie. E’ però possibile allungare l’escursione in direzione San Martino di Castrozza o verso malga Grugola e forcella Folga, rendendola più lunga e più impegnativa.
Ci si incammina in direzione nord lungo il lago e per tutta la distesa il percorso è ben tracciato e facile da camminare, quasi pianeggiante. Dopo 1,5 km circa, si arriva al bosco, dove prosegue un percorso battuto dagli escursionisti con le ciaspole. Proseguendo in direzione nord, si arriverebbe fino a San Martino di Castrozza, passando per la malga Scanaiol e per malga Crel.Oggi però ci accontentiamo di una breve passeggiata, e imbocchiamo il sentiero a destra che ci porta alla forcella Calaita e poi a destra ad un punto panoramico che apre la vista sul gruppo delle Pale di San Martino, dal Cimon della Pala fino al Sass Maor e al Cimerlo. Si ritorna sul sentiero basso che attraversa il lago.
Punto di partenza: Rifugio Miralago Calaita
Percorso: Rifugio Miralago - Forcella Calaita
Lunghezza del percorso: 3 km
Tempo di percorrenza: 1 ora
Dislivello: 90 m (tra 1.610 e 1.690 m)
Le Ciaspole si possono anche noleggiare al rifugio (il fine settimana), ma per questa passeggiata non sono necessarie. E’ però possibile allungare l’escursione in direzione San Martino di Castrozza o verso malga Grugola e forcella Folga, rendendola più lunga e più impegnativa.
sabato 30 dicembre 2017
il camminare sulla neve riempiva i nostri giorni
Il tempo aiuta a rendere leggera e lieve, come questa neve, la tua mancanza.
Mi sono chiesto tante volte se le mie parole tu abbia mai saputo, o voluto, veramente leggerle.
Le tue le ho aspettate da quando lamentasti la mia indifferenza e il mio sbadato alibi del tempo che non c’era.
Le poche e straordinarie che avevo le ho portate sempre con me, ripiegate con cura tra le pieghe e le sfumature grigie di un libro che non ho mai disperato di poter riempire di tempo e di profumi lasciati a metà.
Ed era un bel camminare sulla neve quello che riempiva alcuni dei nostri giorni d'inverno.
Ed è un ritorno a casa di malinconica dolcezza, quello che oggi mi porta via da queste seducenti montagne con poche nuvole che si allontanano all'orizzonte, ogni volta per sempre.
E oggi, come ieri, c’era la neve per desiderare di partire, ma niente di più per volerlo fare.
Le tue le ho aspettate da quando lamentasti la mia indifferenza e il mio sbadato alibi del tempo che non c’era.
Le poche e straordinarie che avevo le ho portate sempre con me, ripiegate con cura tra le pieghe e le sfumature grigie di un libro che non ho mai disperato di poter riempire di tempo e di profumi lasciati a metà.
Ed era un bel camminare sulla neve quello che riempiva alcuni dei nostri giorni d'inverno.
Ed è un ritorno a casa di malinconica dolcezza, quello che oggi mi porta via da queste seducenti montagne con poche nuvole che si allontanano all'orizzonte, ogni volta per sempre.
E oggi, come ieri, c’era la neve per desiderare di partire, ma niente di più per volerlo fare.
domenica 24 dicembre 2017
Buon Natale
Camminare per perderci ma anche ritrovarci.
In
questi tempi difficili non rinunciamo all’unico lusso che ci è rimasto:
mettiamoci in cammino.
Come antichi pellegrini attraverso le valli, i campi, le montagne e i boschi.
Convinti che ci sia
un solo modo per avere delle risposte: camminare.
Solvitur ambulando.
Camminando tutto si risolve.
Buon Natale
giovedì 9 novembre 2017
Zaibena - Col Del Rosso: la battaglia dei tre monti
Natale 1917 .
Questo poteva essere l'incipit di un ipotetico diario scritto da uno delle migliaia di soldati che combatterono l'ultima battaglia della guerra degli altipiani.
" Il gen. Conrad andava preparando da due settimane un attacco sugli Altopiani, e lo iniziò il giorno 9 novembre del 1917. Gli Austro-Tedeschi portavano complessivamente 55 Divisioni contro le 33 italiane. Un milione e mezzo di uomini che si combattereno in un fazzoletto di terra nella zona est dell'Altopiano di Asiago.
Il toponimo comparve per la prima volta nei bollettini di guerra dopo la battaglia delle Melette del 1917. In quella occasione gli austriaci avevano costretto le truppe italiane a ripiegare su una linea del tutto nuova che, prima di scendere in Val Brenta, si appoggiava alle alture di Valbella, Col del Rosso ed Ecchele, linea che venne chiamata appunto "dei tre monti". Il contrattacco italiano fu preparato e attuato nel gennaio 1918.
Per approfondimento: La battaglia dei 3 monti
Per arrivare nella zona dei "Tre Monti" dobbiamo spingerci in auto oltre Gallio sulla strada che porta a Stoccareddo. Il panorama ci si apre sulla Val Frenzela, ormai impercorribile chiusa com’è fra ripide pareti di roccia, intatta, fuori dalle solite rotte turistiche e commerciali. Passato il ponte, sulla nostra destra, possiamo intravvedere il santuario della Madonna del Buso, ed in breve saliamo a Stoccareddo.
Alla Chiesa svoltiamo a destra e seguiamo le indicazioni per Zaibena, una contrada dalle case dipinte con colori vivaci. Il parcheggio si trova vicino alla Chiesa. Questo è il miglior punto di partenza per una escursione che contempli un passaggio a Valbella, valle di Melago e Col del Rosso. Alla partenza non si vede la cima nascosta dagli alberi, ma non sarà lunga.
Dopo 40 minuti circa la strada forestale ci porta fuori dal bosco, vicino al primo dei 4 monumenti in ricordo della battaglia dei tre monti.
Siamo nei pressi della casara Melaghetto. Tiriamo il fiato mentre osserviamo sui pendii le migliaia di crateri dei colpi di artiglieria che la poca neve di questo periodo mette ancora più in risalto invece di nascondere.
Impressionante.

C'è una distanza tra un cratere e l'altro di meno di un metro.
Qui la mano dell’uomo ha lasciato tutto com’era. La prima domanda che ti fai è: ma quanti proiettili sono stati sparati? e quanti sono quelli inesplosi che si nascondono ancora sotto il terreno?
Solo in questo luogo possiamo tentare di immaginare e rivedere con gli occhi del tempo passato quale fosse la situazione in cui milioni di persone sono state costrette a combattere.
Perché quì la natura non è riuscita a saldare le ferite o a nasconderle.
Per raggiungere infine anche il monumento dedicato a Roberto Scarfati bisogna tornare al parcheggio, riprendere l'auto, e andare a Sasso dove, nei pressi della chiesa, prendiamo a destra una strada che ci porta al Col D'Ecchele.
Un Natale diverso, l’ennesimo ordine da due mesi di uscire dalle trincee arriva secco ed inaspettato. Usciamo per il Melago, col freddo che ti penetra nelle ossa e ti lascia senza respiro, per correre verso l’ignoto. Neanche il cordiale ormai ti scalda più. E’ buio quando partiamo, ma alle 7 le quote 1284 e 1231 sono nostre. Ricatturiamo 10 nostri cannoni e mitraglie sottratteci dagli austriaci. Ora si va ora verso il Col del Rosso. Da giorni va avanti questa lotta con gli austriaci: postazioni perse e poi recuperate, infiniti crateri, filo spinato e morti ingombrano il terreno.
E ....... non c’è tempo per recuperarli.
Per approfondimento: La battaglia dei 3 monti
Per arrivare nella zona dei "Tre Monti" dobbiamo spingerci in auto oltre Gallio sulla strada che porta a Stoccareddo. Il panorama ci si apre sulla Val Frenzela, ormai impercorribile chiusa com’è fra ripide pareti di roccia, intatta, fuori dalle solite rotte turistiche e commerciali. Passato il ponte, sulla nostra destra, possiamo intravvedere il santuario della Madonna del Buso, ed in breve saliamo a Stoccareddo.
Alla Chiesa svoltiamo a destra e seguiamo le indicazioni per Zaibena, una contrada dalle case dipinte con colori vivaci. Il parcheggio si trova vicino alla Chiesa. Questo è il miglior punto di partenza per una escursione che contempli un passaggio a Valbella, valle di Melago e Col del Rosso. Alla partenza non si vede la cima nascosta dagli alberi, ma non sarà lunga.
Dopo 40 minuti circa la strada forestale ci porta fuori dal bosco, vicino al primo dei 4 monumenti in ricordo della battaglia dei tre monti.
Siamo nei pressi della casara Melaghetto. Tiriamo il fiato mentre osserviamo sui pendii le migliaia di crateri dei colpi di artiglieria che la poca neve di questo periodo mette ancora più in risalto invece di nascondere.
Impressionante.

C'è una distanza tra un cratere e l'altro di meno di un metro.
Qui la mano dell’uomo ha lasciato tutto com’era. La prima domanda che ti fai è: ma quanti proiettili sono stati sparati? e quanti sono quelli inesplosi che si nascondono ancora sotto il terreno?
Solo in questo luogo possiamo tentare di immaginare e rivedere con gli occhi del tempo passato quale fosse la situazione in cui milioni di persone sono state costrette a combattere.
Perché quì la natura non è riuscita a saldare le ferite o a nasconderle.
Per raggiungere infine anche il monumento dedicato a Roberto Scarfati bisogna tornare al parcheggio, riprendere l'auto, e andare a Sasso dove, nei pressi della chiesa, prendiamo a destra una strada che ci porta al Col D'Ecchele.
lunedì 30 ottobre 2017
Sovramonte: alla ricerca delle casere a gradoni
In auto, lungo la SR 50 che collega Arsiè a Fiera di Primiero, oltrepassato il ponte Otra si svolta a destra per la SP 473 che sale a Sorriva, Zorzoi e Aune.
Poco prima di entrare nelle strette viuzze di Zorzoi sulla destra in salita, al punto panoramico con cartello descrittivo, si dirama una stretta stradina asfaltata che sale a tornanti al Col dei Mìch.
Per non sbagliare basta seguire le tabelle direzionali per "ristorante all'antica torre" con il simbolo della genziana blu. Appena sbucati sull'altipiano del Col dei Mich si trova un altro bivio con una piccola area attrezzata con cartelli e vecchie panchine. Seguiamo le indicazioni a sinistra che ci portano al parcheggio del "ristorante all'antica torre". Una volta parcheggiata l'auto seguiamo le freccie rosse dove è incollato il bollino colore arancione.
A piedi saliamo per la stradina sterrata, segnata CAI 818, verso destra che, mano a mano che si sale, si fa via via più ripida. In località Carf troviamo dapprima in un prato aperto un'altra casera a gradoni che, a causa del degrado, si riconoscono a malapena e, un po' più avanti sulla strada una terza casera con il frontale a gradoni a suo tempo ristrutturata e ampliata in altezza. Si continua a salire la ripidissima stradina fino ad un tornante (una specie di bivio).
Seguendo la stradina verso sinistra si sale alle case di Ost oppure verso destra si raggiunge subito una casetta in una bella radura. Proprio a fianco della casetta (caratteristica per una statuetta lignea sul frontone) si riconosce la mulattiera che scende al Col Fariet dove possiamo trovare un'altra bella casetta a gradoni ristrutturata. Da qui per una stradella asfaltata in breve si raggiunge nuovamente il parcheggio del ristorante dove abbiamo lasciato l'auto.
Poco prima di entrare nelle strette viuzze di Zorzoi sulla destra in salita, al punto panoramico con cartello descrittivo, si dirama una stretta stradina asfaltata che sale a tornanti al Col dei Mìch.
Per non sbagliare basta seguire le tabelle direzionali per "ristorante all'antica torre" con il simbolo della genziana blu. Appena sbucati sull'altipiano del Col dei Mich si trova un altro bivio con una piccola area attrezzata con cartelli e vecchie panchine. Seguiamo le indicazioni a sinistra che ci portano al parcheggio del "ristorante all'antica torre". Una volta parcheggiata l'auto seguiamo le freccie rosse dove è incollato il bollino colore arancione.
A piedi saliamo per la stradina sterrata, segnata CAI 818, verso destra che, mano a mano che si sale, si fa via via più ripida. In località Carf troviamo dapprima in un prato aperto un'altra casera a gradoni che, a causa del degrado, si riconoscono a malapena e, un po' più avanti sulla strada una terza casera con il frontale a gradoni a suo tempo ristrutturata e ampliata in altezza. Si continua a salire la ripidissima stradina fino ad un tornante (una specie di bivio).
Seguendo la stradina verso sinistra si sale alle case di Ost oppure verso destra si raggiunge subito una casetta in una bella radura. Proprio a fianco della casetta (caratteristica per una statuetta lignea sul frontone) si riconosce la mulattiera che scende al Col Fariet dove possiamo trovare un'altra bella casetta a gradoni ristrutturata. Da qui per una stradella asfaltata in breve si raggiunge nuovamente il parcheggio del ristorante dove abbiamo lasciato l'auto.
domenica 29 ottobre 2017
Sovramonte: le casere a gradoni
Le casere a gradoni sono delle costruzioni multifunzionali nel senso di stalla, fienile, magazzino agricolo (avevano cioè la stessa funzionalità dei 'Casoni a Sfojarol' della non lontana Valle di Seren sul Grappa), parenti strette di quelle presenti in Alpago.
Questi edifici sono composti di un corpo a pianta rettangolare, composto generalmente da due vani: al piamo terra con accesso indipendente a valle vi si trovava la stalla mentre al piano superiore con accesso a monte il fienile.
La parte nord dell'edificio risulta parzialmente interrata nel pendio per permettere il trasporto diretto dei carichi di fieno. Il tetto che prevale per importanza compositiva, la simmetria dei fori di facciata e il coronamento a gradoni delle pareti nord e sud, conferiscono un aspetto caratteristico alla costruzione.
La prima domanda che ci si pone quando osserviamo queste caratteristiche costruzioni è: ma da cosa nascono questi frontoni del tetto a gradoni?
Le ipotesi sono diverse, ma probabilmente la più plausibile fa risalire la loro nascita dopo il 1300 quando si sono incontrate due culture diverse, quella germanica e quella latina, e per diversi fattori sarebbe stata introdotta, soprattutto dopo l'intenso e disastroso terremoto del 1348 e la successiva pestilenza che dimezzò la popolazione locale, questa tipica tipologia edilizia germanica.
Infatti dopo questi due catastrofici eventi si pensa che in alcune zone la ricostruzione urbanistica del territorio possa essere stata opera di maestranze provenienti dal nord europa, appositamente chiamate, le quali promossero la diffusione di tale modello a loro consono.
La seconda domanda che ci si pone è relativa al perché di questa tecnica costruttiva e a cosa poteva servire?
In una realtà, come quella di montagna, dove tutto era essenziale e doveva avere caratteristiche di durata, non si può immaginare che la tecnica costruttiva dei "frontoni a gradoni" non dovesse servire ad uno scopo ben preciso. Le costruzioni avevano caratteristiche tali da consentire la loro massima durata, ed erano il frutto di una cultura secolare che aveva selezionato i tipi edilizi migliori, compatibilmente con il materiali a disposizione.
Così l'ipotesi più palusibile interpreta la particolare conformazione a gradoni dei frontoni come strettamente connessa al manto di copertura originario; la copertura vegetale (in paglia) richiedeva infatti una buona protezione dalle infiltrazioni laterali della pioggia battente come pure dai venti che potevano sollevarla e rovinarla facendole perdere la sua peculiare caratteristica. Poi i gradoni venivano protetti da una copertura di lastre di pietra; le lastre venivano così impiegate per il coronamento della linea di gronda per agevolare lo scarico delle acque.
Bibliografia
M. Vedana, Malghe e casère a gradoni. Tracce di matrici culturali germaniche nell'architettura tradizionale, in Insediamenti temporanei nella montagna bellunese, a cura di D. Perco, Comunità Montana Feltrina - C.D.C.P. - Quaderno n.14, Libreria Pilotto Editrice, Feltre 1997, pp. 157-172.
M. Bortot - G. Rossi, Tesi di laurea Sulle tracce della cultura germanica nell'architettura minore della Valbelluna, I.U.A.V. Istituto Universitario di Architettura di Venezia, a.a.1995/96.
Questi edifici sono composti di un corpo a pianta rettangolare, composto generalmente da due vani: al piamo terra con accesso indipendente a valle vi si trovava la stalla mentre al piano superiore con accesso a monte il fienile.
La parte nord dell'edificio risulta parzialmente interrata nel pendio per permettere il trasporto diretto dei carichi di fieno. Il tetto che prevale per importanza compositiva, la simmetria dei fori di facciata e il coronamento a gradoni delle pareti nord e sud, conferiscono un aspetto caratteristico alla costruzione.
La prima domanda che ci si pone quando osserviamo queste caratteristiche costruzioni è: ma da cosa nascono questi frontoni del tetto a gradoni?
Le ipotesi sono diverse, ma probabilmente la più plausibile fa risalire la loro nascita dopo il 1300 quando si sono incontrate due culture diverse, quella germanica e quella latina, e per diversi fattori sarebbe stata introdotta, soprattutto dopo l'intenso e disastroso terremoto del 1348 e la successiva pestilenza che dimezzò la popolazione locale, questa tipica tipologia edilizia germanica.
Infatti dopo questi due catastrofici eventi si pensa che in alcune zone la ricostruzione urbanistica del territorio possa essere stata opera di maestranze provenienti dal nord europa, appositamente chiamate, le quali promossero la diffusione di tale modello a loro consono.
La seconda domanda che ci si pone è relativa al perché di questa tecnica costruttiva e a cosa poteva servire?
In una realtà, come quella di montagna, dove tutto era essenziale e doveva avere caratteristiche di durata, non si può immaginare che la tecnica costruttiva dei "frontoni a gradoni" non dovesse servire ad uno scopo ben preciso. Le costruzioni avevano caratteristiche tali da consentire la loro massima durata, ed erano il frutto di una cultura secolare che aveva selezionato i tipi edilizi migliori, compatibilmente con il materiali a disposizione.
Così l'ipotesi più palusibile interpreta la particolare conformazione a gradoni dei frontoni come strettamente connessa al manto di copertura originario; la copertura vegetale (in paglia) richiedeva infatti una buona protezione dalle infiltrazioni laterali della pioggia battente come pure dai venti che potevano sollevarla e rovinarla facendole perdere la sua peculiare caratteristica. Poi i gradoni venivano protetti da una copertura di lastre di pietra; le lastre venivano così impiegate per il coronamento della linea di gronda per agevolare lo scarico delle acque.
Bibliografia
M. Vedana, Malghe e casère a gradoni. Tracce di matrici culturali germaniche nell'architettura tradizionale, in Insediamenti temporanei nella montagna bellunese, a cura di D. Perco, Comunità Montana Feltrina - C.D.C.P. - Quaderno n.14, Libreria Pilotto Editrice, Feltre 1997, pp. 157-172.
M. Bortot - G. Rossi, Tesi di laurea Sulle tracce della cultura germanica nell'architettura minore della Valbelluna, I.U.A.V. Istituto Universitario di Architettura di Venezia, a.a.1995/96.
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