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venerdì 22 gennaio 2010

QUERIDO PERU’: le molte meraviglie della Cordillera Blanca



Per la rassegna di viaggi e incontri " Senza Orario Senza Bandiera" si è svolto ieri sera a Pianezze un incontro con Bruno Bruni, presidente della sezione CAI di Recoaro Terme, e la partecipazione di Sabina Bollori e Goretta Traverso.
La serata è stata dedicata all’apertura del nuovo Centro di Andinismo “Renato Casarotto” nelle Ande Peruviane - realizzato con il sostegno delle Sezioni Vicentine del Club Alpino Italiano – e alla bellezza della Cordillera Blanca.

La Cordillera Blanca del Perù, lunga in linea d'aria 180 km e culminante in una trentina di 6000 e un centinaio di 5000, è una delle catene di roccia e neve di più abbagliante bellezza dell'America Latina.
Sulla Cordillera Blanca, da trent'anni un movimento vastissimo di volontari partito dall'Italia, attraverso l'Operazione Mato Grosso, sta cercando di dare non solo un esempio della gratuità, ma anche di formare giovani andini in vari arti e mestieri. Sono stati fondati e fatti funzionare laboratori artistici e artigiani, scuole, ospedali, centri di forestazione, bellissimi rifugi d'alta quota e case attorno a cui si sviluppano innumerevoli attività che danno lavoro e sostegno a migliaia di persone del luogo.
In questo modo si vuole tentare di interrompere l'esodo dei campesinos dalla montagna verso la capitale Lima.

Ragazzi e ragazze campesinos che nelle scuole imparano un mestiere che permette loro di cambiare vita.
Così avviene anche nella nuovissima Escuela (scuola) de Alta Montaña don Bosco intitolata a " Renato Casarotto" di Marcarà, dove gli allievi si preparano a diventare guide andine.
La scuola è nata nel lontano 1999 e grazie all’impegno di tante persone e volontari, vi si iniziò un corso di tre anni per guide andine al quale parteciparono ragazzi poveri ma dotati per la montagna.
Oggi alcuni di loro,superato l’esame per diventare guide Uiagm, lavorano come guide alpine.Sono alpinisticamente preparati, allegri ed entusiasti e soprattutto disponibili e pazienti.



Il corso è una parte di un vasto progetto di solidarietà che ha visto la realizzazione di tre rifugi: il Perù, l’Ishinca, e il Huascaran, nei pressi dei rispettivi campi base. Migliaia di ragazzi volontari degli oratori italiani e peruviani hanno unito le loro forze partecipando ai campi di lavoro, raccogliendo finanziamenti e facendo lavori il cui ricavato veniva e viene ancora oggi destinato all’Omg. L’abitudine al lavoro durissimo dei giovani campesinos ha reso possibile quello che sembrava impossibile: una catena umana che dalla Valle ha trasportato il materiale in quota e ha permesso la realizzazione dei rifugi: rifugi belli, comodi, attrezzati, con i pannelli solari, l’acqua calda nei servizi igienici, i letti a castello puliti e confortevoli, insomma con uno standard qualitativo sicuramente migliore rispetto a molti rifugi delle nostre dolomiti.



I rifugi sono oggi utilizzati dalle spedizioni alpinistiche di tutto il mondo, ma
anche per trekking d'alta quota.Trekking e spedizioni che diventano in questo modo oltre che un'avventura turistica anche un’esperienza umana e di partecipazione ad un progetto di riscatto.
Siamo in tanti oggi a cominciare a pensare che l’ingiustizia di questo mondo, che vede da una parte troppa richezza e consumismo e dall’altra una povertà assurda, non può continuare.
Siamo in tanti ad aver voglia di incominciare a fare qualcosa: si può cominciare anche così, andando a fare il ”turista” sui sentieri delle Ande coi ragazzi di Marcarà, invece che con le Agenzie specializzate.


Per chi volesse provare una vacanza diversa, un'esperienza alpinistica indimenticabile, un trekking d'alta quota senza dover assumersi tutti i disagi organizzativi di una spedizione, a prezzi concorrenziali,
può contattare la Società delle Guide Andine don Bosco


domenica 17 gennaio 2010

Alpinismo o Arrampicata ?

Estendi i tuoi limiti, innalza il tuo spirito e punta alla cima.




Il viaggio sulla montagna per un alpinista è soprattutto un viaggio dentro se stesso. All'alpinista interessa spesso l'ascesi fisica quanto quella spirituale e si proietta verso l'alto come per volare, alla ricerca del cielo, del sogno……… forse consciamente o inconsciamente spinto dalla ricerca dell'ascesi mistica.



La vita che facciamo chiusa fra le quattro pareti delle nostre abitazioni, dei nostri uffici, delle nostre città non fa altro che indebolirci svuotandoci della nostra capacità di sopravvivere. Siamo fragili e facili al turbamento.
Giorno per giorno sappiamo solo recitare quel buffo teatrino nel quale siamo solo goffe marionette ammaestrate. Passiamo lungo i sentieri della vita senza riuscire a comprendere assolutamente nulla di noi stessi e dei nostri limiti, come diceva K. Unterkircher nell'intervista rilasciata a Sky Sport(1).



Allora la montagna vissuta nella suo aspetto più selvaggio, con un approccio diverso da quello dell'Arrampicata può rappresentare per chiunque l'occasione di iniziare quel viaggio che nella vita di tutti i giorni non sempre è facile intraprendere.
Alpinismo e Arrampicata stanno diventando, sempre di più, modi diversi di intendere la montagna.
L'ipotesi prospettata dall'Accademia del CAI, e direi oramai da tutti accettata, è che Alpinismo e Arrampicata siano due attività diverse (vedi La Rivista del C.A.I. nel numero di marzo-aprile 2009.

"Arrampicare è un gesto fisico, anzi una sequenza appropriata di gesti che permettono ad un individuo, attraverso il coordinato movimento dei quattro arti, di salire in alto superando ostacoli, dislivelli, asperità vincendo la forza stessa di gravità.
Questa sequenza di gesti costituisce l'essenza stessa dell'arrampicata e permette a soggetti allenati il superamento di pareti sempre più difficili." (2)
Arrampicare, in questo senso, diventa allora una tecnica sportiva e come tale prevede delle gare e delle sfide con vincitori e perdenti.


L'Alpinismo, al contrario, non è e non sarà mai uno sport.
Può avere in comune con l'Arrampicata alcuni gesti fisici, forse la tecnica, ma possiede una prospettiva sia individuale sia progettuale molto più ampia.
Una scalata alpinistica nasce da un pensiero, un'ideazione, una spinta che non comprendono solo l'elevazione fisica, ma anche una ricerca interiore, una conoscenza dell'ambiente e un'avventura.
Come giustamente scrive Reinold Messner:
"In montagna non c'è nulla da conquistare. Quel che dobbiamo conquistare sono gli angoli remoti della nostra anima. Come essere imperfetto, l'uomo diventerà consapevole della propria limitatezza solo quando si scontrerà con le proprie debolezze psicofisiche.
Le montagne come mezzo, come percorsi per la conoscenza di sé." (3)

Credo allora che si possa definire l'Alpinismo come una ricerca e insieme un'avventura fisica e spirituale che ci porta, attraverso dubbi e domande, a trovare risposte e certezze che ci aiutano a vincere le nostre paure.
 E questa diventa anche la bellissima utupia dell'Alpinismo: aiutarci a conoscere noi stessi per migliorarci e migliorare il mondo in cui viviamo.





(1) Intervista a Karl Unterkircher
(2) La Rivista del CAI - marzo aprile 2009
(3) Montagne - Immagini e pensieri - Reinhold Messner - DeAgostini (2002)
Le foto sono dell'amico Matteo F.

sabato 16 gennaio 2010

Cima Fradusta: una giornata indimenticabile

Nelle vibranti e libere ascensioni sui pendii nevosi,
nei muti e lunghi colloqui con il sole, con il vento, con l'azzurro,
nella dolcezza un pò stanca dei delicati tramonti,
ritrovavo la serenità e la tranquillità.

E l'ebrezza di quelle ore passate lassù,
isolato dal mondo, nella gloria delle altezze,
potrebbe essere sufficiente a giustificare qualunque follia.

Giusto Gervasutti, alpinista

 Maestose ed eleganti cattedrali di pietra che svettano nel cielo, il gruppo delle Pale di San Martino è il più esteso delle Dolomiti, con circa 240 kmq di estensione, ed è situato in parte nel Trentino ed in parte nel Veneto.

La loro bellezza ha attirato fin dall’800 viaggiatori ed alpinisti, sia italiani che stranieri.
Ma la particolarità di questo splendido gruppo montuoso è nella presenza di un altopiano: un tavolato sospeso a oltre 2000 metri di quota.
Un luogo lunare, per certi aspetti misterioso, situato nella parte centrale del Gruppo e chiuso a sud dalla Fradusta con il suo ghiacciaio.

La cima Fradusta, che con la sua altezza di 2939 m è una delle più alte cime del Gruppo, è caratterizzata da una imponente parete sud che precipita verticale nella valle delle Lede ma soprattutto dalla presenza dell’omonimo ghiacciaio, ubicato nel suo versante nord       Il piccolo ghiacciaio della Fradusta, uno dei pochissimi residui glaciali è considerato oramai agonizzante. Purtroppo, il progressivo ritiro dei ghiacciai alpini ha portato nella torrida estate del 2003 alla rottura del ghiacciaio in due piccole parti.

In questo periodo dell'anno la salita alla cima della Fradusta riserva momenti di grande intensità emotiva e di felicità spirituale.
Da un alto perché l'altopiano completamente innevato risulta essere così unico nell'ambiente dolomitico da renderlo quasi simile all'altopiano del Tibet.
Dall'altro perché nel periodo invernale capita spesso di poter percorrere i sentieri dell'altopiano delle Pale in completa solitudine.

E tutto questo può rendere questa escursione unica e grandiosa.

Così questa mattina ci siamo alzati di buon'ora per poter essere a San Martino di Castrozza in tempo per la prima corsa della funivia che in due tronconi ci porta in prossimità del rifugio Rosetta, a quota 2.630 metri.

Il cielo è perfettamente pulito e fa molto freddo.
Silenzio totale, solo il rumore dei nostri passi. Dietro di noi, lontano, osservo (un po’ nascosto) il Cimon della Pala, la bianca Valle dei Cantoni, la Vezzana, i Bureloni e il Focobon.

Camminiamo lentamente perché la neve scesa qualche giorno fa non è trasformata e dobbiamo alternarci per battere traccia dal momento che nei giorni precedenti nessuno si è avventurato sull'Altopiano. 

Così impieghiamo più di due ore per arrivare al Passo Pradidali Basso dove ci fermiamo per una breve sosta e per pianificare la salita alla cima.

Purtroppo attraversare il ghiacciaio senza traccia e con neve fresca è troppo pericoloso e così decidiamo di aggirarlo.

Per salire alla cima dobbiamo compiere un ampio giro passando per il passo della Fradusta e quindi per la Forcella Alta del Ghiacciaio.
Questo è il sentiero estivo che, aggirando tutto il ghiacciaio, consente di risalire agevolmente e senza alcuna difficoltà il dislivello di circa 250 m che c’è tra l’altopiano e la Fradusta.

Questo è un tratto che consente di ammirare l’altipiano in tutta la sua vastità e maestosità, ma che purtroppo allunga di molto i tempi di risalita, costringendoci alla resa.

A meno di 200 metri dalla vetta dobbiamo a malincuore tornare sui nostri passi per rientrare in tempo per l'ultima corsa di discesa della funivia.

 Ma non voglio dimenticare lo spettacolo che mi offre in questo momento la montagna. E così per un istante mi fermo ad ammirare il grandioso panorama, chiuso dentro il pile e la giacca termica.  Il sole è riuscito a scaldare un po’ l’aria ma fa ancora freddo. 

Una leggera brezza di vento mi sfiora la pelle del viso, così mi sistemo il frontino del cappuccio e chiudo gli occhi.

Questa notte ho dormito poco; forse è per questo motivo che senza rendermene conto mi assopisco.  In uno stato di dormiveglia irreale mi sembra di essere sospeso nel nulla e i pensieri iniziano a volare senza confini.

Abbiamo ammesso e accettato la rinuncia alla cima rendendo ancora plausibile il valore di quello che abbiamo fatto oggi; la rinuncia alla vetta non è stata una sconfitta.

Il tuo tocco lieve sulla mia spalla mi richiama dall'assopimento sognante, poi le voci dei miei compagni d'avventura mi riportano definitivamente alla realtà e alla fatica del percorso di ritorno che dobbiamo ancora fare.

 

Arriviamo alla funivia appena in tempo per prendere l'ultima corsa. Le ultime luci del giorno colorano con sfumature tenui e delicate il paesaggio, riempendoci il cuore di malinconia, ma anche di felicità  per la giornata trascorsa quassù, isolati dal mondo tra la gloria di queste altezze dove, per un tempo indeterminato, ci è sembrato di essere stati realmente più vicini al cielo che non alla terra.


le fotografie sono dell'amico Matteo F. 



domenica 10 gennaio 2010

Alpinismo o Turismo ?

Nella tragedia di cui ho raccontato nel precedente post, pubblicando l'intervento di Agostino Da Polenza, mi ritrovo sempre di più nelle parole espresse da chi del Soccorso Alpino ha partecipato a quella tragedia riuscendo a scampare alla morte per un miracolo.
Intervistati Martin Riz e Sergio Valentino, due dei sette esperti operatori del Soccorso Alpino che la sera del 27 dicembre scorso si sono diretti verso la Val Lasties dove erano dispersi due alpinisti friulani, hanno così commentato quello che è successo:


" È duro accettare quello che è successo. Ma non è stata un’i mprudenza partire l’altra sera. Un nostro collega era sceso dalla val Lasties nel pomeriggio. Quando ci hanno chiamato per l’i ntervento di soccorso a due escursionisti travolti da una valanga erano da poco passate le sei.
Quando arriva una chiamata per andare a soccorrere qualcuno c’è sempre un’incertezza, la proviamo ogni volta. Ma poi lo spirito di soccorso ti fa partire. L’anno scorso abbiamo fatto un intervento nello stesso posto in condizioni ancora più difficili.
Quando siamo arrivati all’imbocco della val Lasties abbiamo valutato insieme la situazione, eravamo tutti e sette gente esperta del posto. Questa montagna la conosciamo da quando siamo bambini. Ma la montagna, per quanti calcoli e valutazioni tu possa fare, ha sempre in sè qualcosa di imponderabile. Non puoi annullare quel minimo margine di rischio, non puoi.
Così ora posso dire che contro la furia di quella neve salvarsi era impossibile, se non per un miracolo. Era un fronte troppo grande. Ci ha travolti tutti, e per alcuni di noi non c’è stato scampo. Mentre scendevamo per il pendio, con la coda dell’occhio ho fatto in tempo a vedere la neve che si staccava alla mia sinistra. Io ero con il toboga, ho sentito la spinta fortissima della neve che mi buttava in avanti. Sono rimasto sotto e ho rotolato, rotolato non so per quanto. Poi la forza della valanga mi ha sbalzato fuori, e improvvisamente ho sentito che ero in superficie.
Ero vivo. Mi sono liberato dalla neve, ho gridato. C’era solo buio attorno, vedevo solo le luci delle pile. Ho sentito che Roberto mi rispondeva, era vivo anche lui, era poco sopra di me. Non so com’è stato possibile, ma è successo. Abbiamo dato l’allarme e poi abbiamo iniziato a cercare i nostri compagni.
"


Ma la montagna, per quanti calcoli e valutazioni tu possa fare, ha sempre in sè qualcosa di imponderabile. Non puoi annullare quel minimo margine di rischio, non puoi.
Chi sale in montagna sa benissimo che, al di là delle normali e corrette precauzioni che bisogna sempre prendere prima di partire, c'è sempre un rischio, un fattore imponderabile che la montagna riserva a se.
Qualsiasi montagna; dal K2 alle Dolomiti, dall'Everest alle Alpi, dal Nanga Parbat al vicino Pasubio.
E se vogliamo salire in montagna da alpinisti questo rischio bisogna accettarlo e viverlo imparando a calcolare i nostri limiti e a conoscere in maniera profonda la montagna che abbiamo deciso di incontrare.



Se invece vogliamo salire la montagna in tutta sicurezza da turisti, allora dovremmo fare come nell'Everest, dove è stata completamente attrezzata con corde fisse e scale tutta la salita in modo che tutti possano accedervi in sicurezza.
Gli zaini sono portati dagli sherpa e lungo il percorso ci sono dei bivacchi attrezzati di tutto punto con cucina, viveri e bombole di ossigeno a disposizione.
Il Ministero del Turismo Pakistano ha inoltre diffuso le nuove tariffe agevolate e scontate (anche del 50%) per l'anno 2010. Così per salire l'Everest bastano ora solamente 6.000 dollari per un gruppo di 7 persone.
Di questo passo si farà la fila per salire la montagna più alta al mondo come davanti ad uno skilift.


* le foto sono tratte dal sito di M. Confortola

venerdì 1 gennaio 2010

Montagna pericolosa e assassina ?

Vi riporto quello che ha detto Agostino Da Polenza, esperto alpinista ed ora presidente del comitato EvK2Cnr, sulla tragedia accaduta in Val Lastie (laterale della Val di Fassa)il 26 dicembre scorso.


Ha ragione da vendere Bertolaso quando afferma che non vuole più perdere uomini per l’incoscienza e l’irresponsabilità altrui. Ha ragione anche chi del Soccorso dice che bisogna rispondere a tutte le chiamate, anche a quelle degli incoscienti che si sono messi nei guai. Ma ha in parte torto chi anche del “Soccorso” obbietta che comunque di fronte chiamata di pronto intervento si deve sempre intervenire, subito.

Certo è più che comprensibile sul piano umano questa presa di posizione, ma non è vero che bisogna sempre partire a qualunque costo e prezzo, anche se è difficilissimo dire no, aspettare condizioni e situazioni meno critiche. Ma deve prevalere la logica del soccorritore (ancorché volontario e straordinariamente generoso) che valuta con estrema professionalità, freddezza, determinazione e attenzione la situazione, il rischio e i pericoli. Che non si lascia condizionare da pressioni esterne dei famigliari delle vittime. Se il rischio era troppo elevato per due sprovveduti, colpevoli di aver ignorato ogni allerta e di essersi avventurati verso la Val Lasties, risalendo pendii instabili con il livello di rischio 4 su 5, ma lì, che con quelle caratteristiche del terreno era ancor più elevato, lo era di certo anche per i 7 soccorritori, per quanto esperti fossero.

Fare il pompiere, il soccorritore della protezione civile nelle pianure alluvionate o nelle città terremotate o del soccorso alpino è un mestiere duro e pericoloso, ma anche estremamente specializzato. Lo slancio umano generoso e irrefrenabile per portare aiuto e soccorso a persone in difficoltà, aumenta di sicuro il livello di accettazione del rischio da parte del soccorritore, ma mai e poi mai deve diventare accettabile l’infilarsi in situazioni di pericolo oggettivo dove la probabilità di cavarsela è veramente troppo sotto il livello di guardia. Anche se come dice il mio amico Gnaro Mondinelli: “Quando fai una salita non dai mai il 100 per cento, quando fai un soccorso sì”. Forse la misura sta nel non andare oltre. Simone Moro in queste ore si arrabbia molto con la legislazione italiana che impedisce il volo notturno con l’elicottero. E probabilmente ha ragione. Ma se tutto questo è vero, e se l’elicottero era l’unico mezzo abbastanza sicuro di fare una ricognizione, perché non si è aspettato il mattino?

Non so se questa tragedia sia ascrivile a questi ragionamenti indotti dalla sensazione che mi deriva dalla lettura delle cronache, ma so che questa casistica di incidenti e interventi va valutata, profondamente e studiata, deve diventare esperienza. Anche se , bisogna riconoscerlo, il sistema dell’emergenza in Italia, anche sulle montagne, è tra i migliori al mondo.


Da anni mi batto per far passare l’accettazione di un’etica della vita in montagna tra gli alpinisti più bravi e quelli meno, tra i neofiti , ma anche tra coloro che sono chiamati a lavorare e operare in quota. Esemplare ciò che il padre dell’alpinismo Riccardo Cassin , centenario proprio in questo 2009, ci diceva spesso : “il miglior alpinista è quello che torna a casa vivo”.

Altra questione riguarda i due giovani alpinisti che armati di “ciaspole” si sono avventurati verso il proprio suicidio. Assolutamente impossibile capire cosa sia loro passato per la testa. Un’azione colposa verso se stessi e verso i loro soccorritori quella che hanno messo in atto, scambiandola per una gioiosa ascensione in cerca di cascate di ghiaccio da salire.

Questi comportamenti vanno scoraggiati con la cultura e con campagne d’informazione e poi perseguiti con le leggi attuali e se necessario inasprendo specifiche norme. Nessuno può dire ormai “ non sapevo del pericolo”. Televisione, giornali, internet, enti locali e loro mezzi di comunicazione, ci informano ora per ora, con dovizia di particolari sullo stato di sicurezza della montagna. Chi trasgredisce colpevolmente spesso viene punito troppo duramente dalla montagna e da se stesso, ma se la fa franca, almeno una punizione dagli uomini dovrebbe assaggiarla.

Come fare per ovviare a tutto questo? Non lo so nello specifico dei singoli casi. So però che se è accettabile e nella vita anche auspicabile prendersi dei rischi perché serve a crescere , so anche che in alpinismo abbiamo superato il limite e dobbiamo fare un passo indietro. Troppi incidenti e morti anche tra gente molto brava. C’è una tendenza a mettersi in gioco e mettere in gioco la propria incolumità infilandosi in situazioni di pericolo incontrollabili. Non è chiaro se per rincorrere eroismi e riconoscimenti personali e privati o semplicemente per fare i “fenomeni” al bar, per gli sfigati, sulla grande stampa e in TV, per pochi altri. E mi vien persino il sospetto che qualcuno cerchi di fare il “fenomeno” perché gli incidenti danno notorietà. E’ questo in ogni caso un gioco mortale per se stessi, che abbassa in continuazione il livello di percezione e accettazione generale del pericolo.

Di questo dovremmo continuare a preoccuparci per tentare di invertire la rotta. Se non lo faremo, all’aumento degli incidenti, si sommerà un effetto allarme e allora, come per l’alcol, il rischio sarà quello di indurre il legislatore e le istituzioni ad adottare norme restrittive e punitive che forse metteranno un freno alle tragedie, ma di certo toglieranno il gusto della libertà a chi frequenta le montagne.

Agostino Da Polenza

tratto da Montagna TV

giovedì 24 dicembre 2009

Natale: il silenzio della montagna

Questa notte è una notte particolare, per molti motivi, ma anche perché regala il dono del silenzio.
Il misterioso, magico ed estatico silenzio.
E' una delle poche cose che ho compreso appieno in questa vita; e cioè che nel mondo moderno il silenzio ha una rilevanza notevole!
La nostra vita, il nostro tempo sta diventando fin troppo assordante e raramente ce ne accorgiamo così presi come siamo dal rincorrere le cose che dobbiamo fare.
E, spesso anche quando siamo soli e senza alcun "obbligo di fare" non riusciamo a creare uno spazio attorno a noi in cui vi sia il silenzio.
La cosa che ci sembra naturale è quella di accendere la TV o la Radio.
Siamo così abituati al "rumore" delle nostre giornate lavorative che quando siamo soli e restiamo per un attimo in silenzio ci prende quasi una crisi di panico.



Parlo spesso di silenzio e, se osserviamo bene, è piuttosto strano il fatto di dover sprecare tante parole per descrivere una dimensione priva di parole, una dimensione dove le parole non hanno ragione di esistere.
Tuttavia se ne parlo è solo perché mi piacerebbe che lo sperimentassero tutti; che ognuno di noi riuscisse a viverlo in modo pieno almeno una volta.
E l'angolo più bello per cercarlo ed assaporarlo è la vetta di una montagna.
Quando sei lassù nel silenzio tutto si acquieta, la nebbia si dissipa e inizia a sorgere la luce della consapevolezza.
Ed è allora che ti accorgi che non puoi più farne a meno.


Buon Natale

lunedì 21 dicembre 2009

Cornetto di Folgaria

Partenza: Pizzeria Keizel loc. costa di Folgaria 1.280 m.
Arrivo: Cornetto di Folgaria 2.060 m.
Dislivello complessivo: 780 m.
Tempo di salita: 2 ore e 40 circa (anche meno, dipende dalle soste).
Difficoltà: nessuna.


In località Costa di Folgaria m 1280, nei pressi della pizzeria Keizel di Port Vincenzo con ampio parcheggio (che serviva agli impianti di risalita ormai in disuso) si mettono le ciaspole e si comincia a salire seguendo la vecchia pista da sci.

Dopo una curva a sinistra e il successivo tornante a destra si sale ripidamente fino a sbucare nelle vicinanze di un vecchio edificio un tempo adibito a ristorante.
Siamo fuori dal bosco ed ora la pista diventa più ampia e ripida.
Si sale con fatica e con frequenti soste brevi per riprendere fiato.
Raggiunta la stazione a monte si incrocia il segnavia cai che ci indica la nuova direzione. Il cartello dichiara 1h e 30' alla cima del Cornetto, ma realmente il tempo che si impiega è molto meno (1h circa anche con numerose soste).
Ci si inoltra a sinistra nel bosco con una traversata in obliquo che ci raccorda nuovamente, in uscita dal bosco, con la vecchia pista, mentre alla nostra sinistra osserviamo i piloni del vecchio skilift in disuso.

In breve si raggiunge la spalla nei pressi dei ruderi della stazione di arrivo dello skilift dove la vista si apre sulla Valsugana e sul Lago di Caldonazzo.
Ora ci attende l’ultimo tratto.
A sinistra si risale la dorsale fra mughi coperti in parte dalla neve fino a raggiungere la vetta (dopo un breve passaggio in cresta) del Cornetto (m 2.060).

Dalla cima si gode un panorama stupendo che ripaga ampiamente della fatica fatta.
Sotto di noi uno strapiombo mozzafiato conduce lo sguardo nella Vallagarina ancora immersa nella nebbia.

Ad est le cime innevate dell'Altopiano (ben visibile la parete del Portule), del Lagorai e delle Dolomiti (visibilissima l'inconfondibile parete sud della Marmolada, Le Pale di San Martino e Cima D'Asta) e le lontane Alpi Austriache.

L'unico spicchio di orizzonte che ci e' precluso e quello a nord dalle ripidi pareti del bellissimo Becco di Filadonna, proprio di fronte a me.
Infine ad ovest si riconoscono perfettamente tutte le cime del gruppo del Brenta e alla sua sinistra il ghiacciaio della Presanella.

L'assenza di vento e il tepore del sole inducono a restare ancora un pò.
Gli ultimi scialpinisti sono scesi da una mezz'ora e sono rimasto solo quassù, e mi ritornano alla mente le parole di Cristina Castagna:
 "Sulla Cima di un 8000 cè solo il Silenzio.
Un Silenzio che lascia spazio solamente al battito del tuo cuore, al respiro affannoso, a te stesso.
Il mondo rumoroso è distante, il cielo è solo ad un passo."


Un po' di controvoglia prendo la via del ritorno. La discesa e' velocissima: in breve sono al sentiero Gentilini e poi alla pista che scende nel bosco.
Rientro con calma alla 'base' non senza una sosta alla pizzeria per la classica birra da Vincenzo.

lunedì 7 dicembre 2009

Monte Fior


Escursione mista, di un certo impegno, che nella parte iniziale prevede una dura, anche se breve, salita.
Dalla valle di Campomulo si sale dapprima alle Melette e poi, dopo la discesa alla malga Slapeur, si risale lungo le trincee del lato nord fino alla sommità del Monte Fior, teatro di sanguinose battaglie tra il giugno del 1916 e il novembre del 1917, e dove il panorama è semplicemente eccezionale.

Da Gallio si entra nella valle di Campomulo, e prima di raggiungere i nuovi impianti di risalita delle Melette, si parcheggia e si cerca sulla dx, poco prima della casetta di partenza dei vecchi e dismessi impianti di risalita del “Salto degli Alpini” a quota 1400 m, una carrareccia con divieto di transito per veicoli motorizzati).
Si attraversa subito un bosco di abeti rossi e ci si dirige verso la pista di discesa in direzione Est. Mantanendosi sul lato destro della pista si risale la sua parte più ripida denominata "salto degli alpini" che in breve ci porta fuori dal bosco a quota 1.577.


Ora lo spazio aperto ci permette di scegliere la via di risalita che riteniamo più idonea.
Alcuni scorci sulla cresta contro il cielo delle Melette e gli evidenti impianti di risalita delle medesime alla nostra sinistra accompagnano questa lunga e faticosa salita che ci porta alla stazione a monte dei nuovi impianti.

Abbiamo raggiunto, dopo un'ora circa dalla partenza quota 1.735 e il nostro sguardo può iniziare a spaziare a nord e a est cercando di riconoscere le varie cime in un susseguirsi di splendidi panorami.
Dopo questa pausa ristoratrice, dobbiamo scendere, perdendo circa 150 m di quota,  verso Bocchetta Slapeur e l’omonima Malga posta a 1.628 m.


La Malga Slapeur è posta tra le Melette di Gallio e il Monte Fior in un passo naturale che mette in comunicazione la Val Miela e la Piana di Marcesina. Nel 1986 furono reperiti in loco alcuni manufatti in selce attribuibili al Paleolitico medio.
Questo darebbe adito all'ipotesi che cacciatori-raccoglitori possano aver raggiunto la Piana di Marcesina da Sud, seguendo la direttrice Vai Frenzela-Val Miela, per scopi di caccia.


Poco prima di essa, nei pressi di una lapide commemorativa, un paletto con segnavia indica la direzione verso il bosco di abeti da un lato e dall’altro rocce e roccioni che formano colonne di rosso ammonitico e che hanno indotto a denominare il sito “Città di roccia”, e dove possiamo scoprire gallerie e caverne di ricovero e altre curiose formazioni rocciose, dette Karren.

Dopo questo tratto usciamo in prato aperto, tra trincee e avallamenti provocati dalle granate dei mortai, e con una seconda e più lunga salita lungo la dorsale nord in prossimità della selletta Stringa,che divide la dorsale nord del Monte Fior dal M. Castelgomberto, abbiamo la possibilità di vedere in tutto il loro splendore bianco le Pale di San Martino, e sotto di noi la piana di Marcesina.
E poi per la cresta sommitale arriviamo finalmente, a quota 1.824 m, al punto sommitale del Monte Fior.

Su queste balze infernali ha combattuto ed è morta la 'mejo' gioventù europea.
Testimone di quei tragici avvenimenti fu Emilio Lussu che nel suo libro 'Un anno sull'Altipiano', ci ha lasciato memoria di quei drammatici avvenimenti , e dal quale Francecso Rosi ha tratto ispirazione per il suo film “Uomini Contro “.

Il panorama è uno di quelli che non si dimentica tanto facilmente.
Lo sguardo spazia sulla pianura e, in giornate limpide, arriva a Venezia, la laguna fino alle coste istriane.
Il massiccio del Grappa sembra così vicino da poterlo toccare con mano, ancora ad est le prealpi Feltrine con la Schiara ed il Pavione in primo piano, più a nord il gruppo delle Pale di San Martino, Cima D’Asta, e il Lagorai.

Infine tutta la catena nord dell'Altopiano con l’Ortigara, cima Dodici, lo spallone est del Portule, e ad ovest il Pasubio, il gruppo del Carega e i Lessini.

Semplicemente stupendo!