Nel novembre scorso, durante il nostro incontro a Breganze , in vista proprio di questa scalata, Nones aveva detto che è sempre "la montagna a decidere se farsi scalare", ed ora, dopo il freddo e definitivo abbraccio che il Cho Oyu gli ha riservato domenica, sono in molti a domandarsi cosa spinga un uomo a rischiare tanto.
Ma per coloro che non amano la montagna qualsiasi risposta sarà sempre inadeguata.
Ma per chi ama (nel senso più pieno e viscerale del termine) la montagna, avvicinarsi a Lei e salirla non significa solamente raggiungere o conquistare una vetta, ma anche inebriarsi dell’infinito visibile, sentirsi vivi perché morti di fatica, avere piena fiducia nel compagno di cordata, seguire quella passione che brucia dentro e che ci porta a guardare sempre in alto, che mette alla prova quello che si è realmente, perché quando si sale in montagna si è esclusivamente sé stessi.
E’ condividere con i propri compagni esperienze fantastiche, silenzi assoluti, vedute indescrivibili, gioia, divertimento, sole; ma anche fame, sete, stanchezza, paura, freddo, vento, fatica ed infinito.
Andare in montagna è sentirsi parte di essa, infinitamente piccoli in mezzo ad un mare di roccia, neve, nubi, cielo; come granelli di sabbia nel deserto.
Ed è solamente quando si arriva a scalare le montagne estreme che si può avere quella visione del Divino che nessun altra persona che vive nelle valli avrà mai la possibilità di vedere.
E Walter Nones ha avuto la possibilità di quella visione, inseguendo la quale ha dato sostanza alla sua intera, breve, ma intensa vita.
E’ meglio morire sulla montagna che vivere nella valle, recita una antica ballata trentina che Nones conosceva molto bene e, per lui come per altri alpinisti, questo tragico verso è stato la ragione autentica di vita, fino all’ultima, estrema avventura.
Nel suo film "Illuminazione" il regista Krzysztof Zanussi ci dice che in montagna, chi ha cuore puro, può ascoltare la sua autentica voce interiore.
Sul Cho Oyu domenica, un’attimo prima della fine, Walter quella voce l’ha certo sentita ed assieme ad essa ha raggiunto per sempre la meta: il cielo.
“L'essenza dell'alpinismo consiste nella conquista metro per metro della propria vita.
Dunque in fondo è rischio, ma il rischio non è fine a se stesso bensì solo la premessa necessaria alla conquista.
La vita vissuta è solo quella conquistata.”
Ettore Castiglioni
le foto sono tratte dal sito di Walter Nones e Karl Unterkircher
Lounge Music
mercoledì 6 ottobre 2010
lunedì 4 ottobre 2010
Crema di castagne e funghi d'autunno
Mentre il mondo cambia e nuovi sapori arrivano alle nostre bocche, i profumi della cucina di un tempo, anche in povertà, ci restituisce l’orgoglio del proprio passato e ci permette un confronto.
Così mentre al ristorante ordiniamo un "Cappuccino di fagioli di Lamon, spuma di Parmigiano e pepe nero", a casa riscopriamo la minestra, piatto base dell’alimentazione contadina, con tutte le sue favolose varianti.
Pasta e fagioli, passato di verdure, crema di patate ( quelle che Virgilio Scapin chiamava le “patate abbronzate”, quelle che si cuocevano nel minestrone assieme ai fagioli e che prendevano quel colore marrone che le rendevano una prelibatezza) tornano a profumare ancora le nostre cucine permettendoci di usare le verdure secondo stagione e coniugandole con le erbe aromatiche.
Questa cucina non è stata inventata da Vissani o da Ferran Adrià ma è una tradizione contadina, frutto della sapienza delle nonne e delle nostre mamme. La minestra è da definire orgoglio della tavola, fumante, segno di un modesto benessere,emblema e decoro della famiglia. Lo stesso piatto che si offriva a testimonianza di amicizia e solidarietà, quando ancora si diceva ad un amico o ad un parente: “Per te un piatto di minestra in questa casa ci sarà sempre”.
E' stato per decenni il piatto base dell’alimentazione dei nostri genitori quando le condizioni economiche rendevano assolutamente indispensabile la preparazione di un piatto caldo per quasi tutta la parte dell’anno. Ed era, la minestra, quasi sempre un piatto unico che veniva prodotta e servita in quantità maggiori di adesso, anche due piatti, dovendo da sola sfamare e corroborare uomini e donne nel duro lavoro dei campi.
Certo quasi sempre le ricette erano diverse da famiglia a famiglia, risultato di una personalissima interpretazione da parte delle donne di casa, ed era raro trovare eguaglianza fra di loro perché cambiavano le
componenti fondamentali dei piatti: le quantità, i tempi di cottura, la qualità delle materie utilizzate, la “sorveglianza” al piatto, l’esperienza e, non da ultima, la fame di chi mangiava.
Questo comunque era il cuore della cucina casalinga di quel tempo, quella che Enzo Biagi chiamava la cucina dell’amore. Quella della mamma che con pazienza e passione stava davanti al fornello e che, pian piano, diffondeva per la casa un profumo antico che nessun cuoco di questa attuale “tecnocucina” saprà mai eguagliare!
Crema di castagne e funghi d'autunno
Così mentre al ristorante ordiniamo un "Cappuccino di fagioli di Lamon, spuma di Parmigiano e pepe nero", a casa riscopriamo la minestra, piatto base dell’alimentazione contadina, con tutte le sue favolose varianti.
Pasta e fagioli, passato di verdure, crema di patate ( quelle che Virgilio Scapin chiamava le “patate abbronzate”, quelle che si cuocevano nel minestrone assieme ai fagioli e che prendevano quel colore marrone che le rendevano una prelibatezza) tornano a profumare ancora le nostre cucine permettendoci di usare le verdure secondo stagione e coniugandole con le erbe aromatiche.
Questa cucina non è stata inventata da Vissani o da Ferran Adrià ma è una tradizione contadina, frutto della sapienza delle nonne e delle nostre mamme. La minestra è da definire orgoglio della tavola, fumante, segno di un modesto benessere,emblema e decoro della famiglia. Lo stesso piatto che si offriva a testimonianza di amicizia e solidarietà, quando ancora si diceva ad un amico o ad un parente: “Per te un piatto di minestra in questa casa ci sarà sempre”. E' stato per decenni il piatto base dell’alimentazione dei nostri genitori quando le condizioni economiche rendevano assolutamente indispensabile la preparazione di un piatto caldo per quasi tutta la parte dell’anno. Ed era, la minestra, quasi sempre un piatto unico che veniva prodotta e servita in quantità maggiori di adesso, anche due piatti, dovendo da sola sfamare e corroborare uomini e donne nel duro lavoro dei campi.
Certo quasi sempre le ricette erano diverse da famiglia a famiglia, risultato di una personalissima interpretazione da parte delle donne di casa, ed era raro trovare eguaglianza fra di loro perché cambiavano le
componenti fondamentali dei piatti: le quantità, i tempi di cottura, la qualità delle materie utilizzate, la “sorveglianza” al piatto, l’esperienza e, non da ultima, la fame di chi mangiava.
Crema di castagne e funghi d'autunno
sabato 2 ottobre 2010
Non c'è castagna senza spine
Siamo in autunno e i nostri monti hanno paesaggi sovrastati dai primi toni caldi dei colori che la vegetazione mutevole presenta e di cui il castagno ne è pieno protagonista.
Cadono, ai suoi piedi, ricci che stanno prendendo il marrone dell’autunno e lasciano intravedere stupendi frutti, brillanti, turgidi, che, saltati in una padella forata saranno compagni di un buon bicchiere di vino nuovo, e riempiranno di profumo le contrade e i borghi delle nostre colline.
Per me ottobre e con esso l'autunno ha sempre rappresentato un mese carico di eventi e ricordi speciali. Oltre ad essere il mese in cui si iniziava nuovamente la scuola era il periodo in cui i primi ricci cominciavano a schiudersi per lasciar ruzzolare lungo i pendii i loro frutti, tanto saporiti quanto umili: le castagne.
E allora nelle prime giornate soleggiate di ottobre, dopo la scuola, si correva tutti nel bosco per la raccolta dei "maroni".
Ma, come per la vendemmia, anche la raccolta delle castagne era un momento altrettanto gioioso e rocambolesco, e non solamente perché arrampicarsi sui castagni non era per nulla facile e liberare le castagne dal riccio spinoso richiedeva una certa cautela.
Infatti non erano solamente i proprietari dei fondi con tutta la loro famiglia ad andare a raccogliere le castagne, ma anche tutti noi ragazzi che non resistevano alla tentazione di raccogliere e poi cucinare le caldarroste, affollando così i boschi alla ricerca delle piante che producevano i frutti più grossi e più saporiti.
Il problema era che la maggior parte delle volte, quella che doveva essere la ricerca delle castagne dimenticate a terra, diveniva invece una vera e propria raccolta che anticipava sul tempo i proprietari dei migliori "maronari" ove la battitura non aveva ancora avuto luogo.
Alle volte però servivano a poco i vari stratagemmi che noi, raccoglitori abusivi, escogitavano per farla franca e scappare con il maltolto.
E allora, quando non riuscivamo a scappare in tempo e venivamo raggiunti dai burberi contadini, nasceva un diverbio che sfociava spesso in parolacce e urla e qualche volta terminava anche a "schiopettate"!
Cadono, ai suoi piedi, ricci che stanno prendendo il marrone dell’autunno e lasciano intravedere stupendi frutti, brillanti, turgidi, che, saltati in una padella forata saranno compagni di un buon bicchiere di vino nuovo, e riempiranno di profumo le contrade e i borghi delle nostre colline.
Per me ottobre e con esso l'autunno ha sempre rappresentato un mese carico di eventi e ricordi speciali. Oltre ad essere il mese in cui si iniziava nuovamente la scuola era il periodo in cui i primi ricci cominciavano a schiudersi per lasciar ruzzolare lungo i pendii i loro frutti, tanto saporiti quanto umili: le castagne.
E allora nelle prime giornate soleggiate di ottobre, dopo la scuola, si correva tutti nel bosco per la raccolta dei "maroni".
Ma, come per la vendemmia, anche la raccolta delle castagne era un momento altrettanto gioioso e rocambolesco, e non solamente perché arrampicarsi sui castagni non era per nulla facile e liberare le castagne dal riccio spinoso richiedeva una certa cautela.
Infatti non erano solamente i proprietari dei fondi con tutta la loro famiglia ad andare a raccogliere le castagne, ma anche tutti noi ragazzi che non resistevano alla tentazione di raccogliere e poi cucinare le caldarroste, affollando così i boschi alla ricerca delle piante che producevano i frutti più grossi e più saporiti.
Il problema era che la maggior parte delle volte, quella che doveva essere la ricerca delle castagne dimenticate a terra, diveniva invece una vera e propria raccolta che anticipava sul tempo i proprietari dei migliori "maronari" ove la battitura non aveva ancora avuto luogo. Alle volte però servivano a poco i vari stratagemmi che noi, raccoglitori abusivi, escogitavano per farla franca e scappare con il maltolto.
E allora, quando non riuscivamo a scappare in tempo e venivamo raggiunti dai burberi contadini, nasceva un diverbio che sfociava spesso in parolacce e urla e qualche volta terminava anche a "schiopettate"!
mercoledì 29 settembre 2010
Quando l'estate sembra finire.....
Ora, la brina con la prima neve lassù, alle quote più alte, ha rinsecchito l'erba assieme agli ultimi fiori, e nei luoghi a nord, dove il sole fa capolino solamente per pochi minuti al giorno, è rimasto quell'odore umido di muschio e felci che accompagna sempre la stagione dei tramonti.
Ma le giornate che hanno preceduto l'ultima perturbazione si sono avvicinate molto alla perfezione, all'idea che tutti noi abbiamo di 'estate', con la classica nuvoletta su un cielo terso ed azzurro, i boschi ed i prati ancora di un bel colore verde, una leggera brezza al mattino che ci sfiorava ed accarezzava il viso illuminato da un sole tiepido.
Ma forse sapevamo già che tutto questo era destinato a rimanere tale solo per poco tempo.
E l'inquietudine per la fine di questa particolare estate ha iniziato allora a pervadere il nostro animo
Quell'inquietudine che accompagna sempre lo scuotersi e il fremere della vita quando è pervasa dalla nostalgia dei ricordi;
L'inquietudine che accompagna il vento temporalesco che spezza la luce e irrompe sugli alberi strappando loro le foglie, preavviso della caducità della vita;
L'inquietudine che accompagna l'addensarsi di nubi cariche di pioggia che oscurano il cielo rendendo cupi e smorti tutti i colori.
Allora, e più di prima, ci aggrappiamo alla speranza che uno squarcio tra le nubi
ci mostri un altro orizzonte,
un nuovo cielo e una terra nuova.
Solo così l'inquietudine e il dolore che pervade la nostra anima può trasformarsi in una sfida a osare, a buttarci, a lasciarci andare nella corrente, nella vita
dalla quale proveniamo e alla quale aneliamo a fare ritorno.
"Inqueutm est cor nostrum donec requiescat in Te, Domine."
"inquieto è il nostro cuore finché non trova pace e riposo in Te, o Signore".
così scriveva Sant'Agostino nelle Confessioni e raramente un filosofo è riuscito a dare forma alla nostra inquietudine con un pensiero così sintetico.
Ma le giornate che hanno preceduto l'ultima perturbazione si sono avvicinate molto alla perfezione, all'idea che tutti noi abbiamo di 'estate', con la classica nuvoletta su un cielo terso ed azzurro, i boschi ed i prati ancora di un bel colore verde, una leggera brezza al mattino che ci sfiorava ed accarezzava il viso illuminato da un sole tiepido.
Ma forse sapevamo già che tutto questo era destinato a rimanere tale solo per poco tempo.
E l'inquietudine per la fine di questa particolare estate ha iniziato allora a pervadere il nostro animo
Quell'inquietudine che accompagna sempre lo scuotersi e il fremere della vita quando è pervasa dalla nostalgia dei ricordi;
L'inquietudine che accompagna il vento temporalesco che spezza la luce e irrompe sugli alberi strappando loro le foglie, preavviso della caducità della vita;
L'inquietudine che accompagna l'addensarsi di nubi cariche di pioggia che oscurano il cielo rendendo cupi e smorti tutti i colori.
Allora, e più di prima, ci aggrappiamo alla speranza che uno squarcio tra le nubi
ci mostri un altro orizzonte,
un nuovo cielo e una terra nuova.
Solo così l'inquietudine e il dolore che pervade la nostra anima può trasformarsi in una sfida a osare, a buttarci, a lasciarci andare nella corrente, nella vita
dalla quale proveniamo e alla quale aneliamo a fare ritorno.
"Inqueutm est cor nostrum donec requiescat in Te, Domine.""inquieto è il nostro cuore finché non trova pace e riposo in Te, o Signore".
così scriveva Sant'Agostino nelle Confessioni e raramente un filosofo è riuscito a dare forma alla nostra inquietudine con un pensiero così sintetico.
a Giuseppe e Giovanna con affetto
martedì 28 settembre 2010
Il peso della farfalla
“Il peso della farfalla” di Erri De Luca è a metà fra una favola ed una riflessione esistenziale.
Potremmo definirla una favola per adulti in due racconti.

Nel primo racconto i protagonisti sono due: un grande camoscio, re del branco, talmente grande che gli altri camosci non tentano neppure di sfidarlo, e un vecchio cacciatore, un uomo solitario, cresciuto in montagna, tanto schivo alla città e alla civiltà quanto profondo conoscitore di ogni angolo di quella montagna.
Si conoscono da tempo il camoscio ed il cacciatore: da giovani il secondo uccise la madre del primo: l’odore di quel cacciatore e dell’olio usato per lubrificare l’arma è rimasto impresso nelle narici del camoscio fino alla vecchiaia.
Ed ogni volta che il cacciatore sale la montagna per predare il branco, il camoscio lo sente e lo sfida.
E’ strano il camoscio: non vive col branco. Lo controlla, gli sta vicino, ma si presenta a loro solo nella stagione degli amori. Il resto dell’anno vive per conto suo, proprio come il cacciatore che vive solitario in una casetta ai margini del bosco. Quest'ultimo caccia per vivere e fornire di carne ristoranti ed alberghi avendo la sensazione di essere comunque un predatore, un “ladro di bestiame” nei confronti di Colui a cui tutto appartiene. E sa che dovrà pagare, alla fine, tutti i suoi “furti”.
Nel secondo racconto, decisamente più breve, De Luca ribadisce l’elogio della solitudine che è il leitmotiv di tutto il volume.
Siamo nelle Dolomiti ai piedi delle Tofane nel parco naturale di Fanes, dove Erri, almeno una volta all’anno, va a visitare un cirmolo (pino cembro) nato da un fulmine, che aveva spezzato l’albero precedente, che si protende sul vuoto della Valle in una posizione solitaria ma dominante.
“Il peso della farfalla” torna a ribadire l'amore dello scrittore per la montagna, per quelle cime che gli uomini un tempo destinavano alle divinità e che oggi, invece, sfidano con l'alpinismo estremo.

Forse ha ragione Melville quando dice che Colombo ha esaurito il romanzo della Terra.
A noi, quindi, restano solo le montagne: territori ostili dove costituiamo specie intrusa cui le forze della natura concedono un temporaneo lasciapassare, con i ghiacciai e le vette che hanno saputo mantenerci ospiti, scrollandosi di dosso noi e il nostro concetto di conquista.
Potremmo definirla una favola per adulti in due racconti.

Nel primo racconto i protagonisti sono due: un grande camoscio, re del branco, talmente grande che gli altri camosci non tentano neppure di sfidarlo, e un vecchio cacciatore, un uomo solitario, cresciuto in montagna, tanto schivo alla città e alla civiltà quanto profondo conoscitore di ogni angolo di quella montagna.
Si conoscono da tempo il camoscio ed il cacciatore: da giovani il secondo uccise la madre del primo: l’odore di quel cacciatore e dell’olio usato per lubrificare l’arma è rimasto impresso nelle narici del camoscio fino alla vecchiaia.
Ed ogni volta che il cacciatore sale la montagna per predare il branco, il camoscio lo sente e lo sfida.
E’ strano il camoscio: non vive col branco. Lo controlla, gli sta vicino, ma si presenta a loro solo nella stagione degli amori. Il resto dell’anno vive per conto suo, proprio come il cacciatore che vive solitario in una casetta ai margini del bosco. Quest'ultimo caccia per vivere e fornire di carne ristoranti ed alberghi avendo la sensazione di essere comunque un predatore, un “ladro di bestiame” nei confronti di Colui a cui tutto appartiene. E sa che dovrà pagare, alla fine, tutti i suoi “furti”.
Nel secondo racconto, decisamente più breve, De Luca ribadisce l’elogio della solitudine che è il leitmotiv di tutto il volume.Siamo nelle Dolomiti ai piedi delle Tofane nel parco naturale di Fanes, dove Erri, almeno una volta all’anno, va a visitare un cirmolo (pino cembro) nato da un fulmine, che aveva spezzato l’albero precedente, che si protende sul vuoto della Valle in una posizione solitaria ma dominante.
“Il peso della farfalla” torna a ribadire l'amore dello scrittore per la montagna, per quelle cime che gli uomini un tempo destinavano alle divinità e che oggi, invece, sfidano con l'alpinismo estremo.

Forse ha ragione Melville quando dice che Colombo ha esaurito il romanzo della Terra.
A noi, quindi, restano solo le montagne: territori ostili dove costituiamo specie intrusa cui le forze della natura concedono un temporaneo lasciapassare, con i ghiacciai e le vette che hanno saputo mantenerci ospiti, scrollandosi di dosso noi e il nostro concetto di conquista.
domenica 26 settembre 2010
Il Cirmolo
“Si sporge dalla roccia su un abisso.
Il suo ceppo iniziale era sul bordo e fu distrutto da un fulmine.
Allora la radice ha ributtato in fuori, sopra il vuoto, un ramo orizzontale.
Da quello è ripartito verso l’alto: l’albero sta così appoggiato all’aria, da gomito su un tavolo.
È un cirmolo, parente dell’abete, ma più folto di rami e solitario, inadatto al servizio di Natale dei suoi simili decimati nei boschi dei pendii più facili.
Se ne sta a quota 2200, con gli ultimi tronchi che azzardano l’altezza, poggiati sbiechi su versanti scoscesi offrendo angolo retto al cielo.
Nessuno sale a tagliarlo, troppo rischioso sporgersi sul vuoto, trascinerebbe con sé il boscaiolo.
D’estate riceve il primo sole alle 6, salito dietro una cima di Fanes.
Una volta all’anno salgo a salutare l’albero,
mi porto da scrivere e mi siedio al suo piede.
A due metri da lui, ovest preciso, spuntano dai sassi quattro stelle alpine, un principio di costellazione.
Ancora un paio di metri a ovest un mugo accovacciato al suolo sparge i suoi rami in cerchio. Dentro vive una vipera, la sento soffiare poi calmarsi.
Un albero solitario ha un recinto invisibile, largo quanto l’ombra da poggiare intorno. Prima di entrarci tolgo i sandali.
Mi stendo alla sua luce.
Il cirmolo solitario è capace di biforcarsi in due rami principali, impossibile per l’abete e il larice.
Il fusto di quello quassù ha due braccia levate, parallele, una è per il fulmine. Sa di essere a bersaglio, l’altezza solitaria lo comporta. È nato dalla scarica che uccise il tronco precedente a lui.
Il fulmine è suo padre secondario. Varie paternità si succedono a cause, i loro figli a effetto. Terra è sua madre in cui si attacca a polipo di scoglio. “……
tratto da
" Il peso della Farfalla"
di Erri De Luca
ed. Feltrinelli, 2009
Il suo ceppo iniziale era sul bordo e fu distrutto da un fulmine.
Allora la radice ha ributtato in fuori, sopra il vuoto, un ramo orizzontale.
Da quello è ripartito verso l’alto: l’albero sta così appoggiato all’aria, da gomito su un tavolo.
È un cirmolo, parente dell’abete, ma più folto di rami e solitario, inadatto al servizio di Natale dei suoi simili decimati nei boschi dei pendii più facili.
Se ne sta a quota 2200, con gli ultimi tronchi che azzardano l’altezza, poggiati sbiechi su versanti scoscesi offrendo angolo retto al cielo.
Nessuno sale a tagliarlo, troppo rischioso sporgersi sul vuoto, trascinerebbe con sé il boscaiolo.
D’estate riceve il primo sole alle 6, salito dietro una cima di Fanes.
Una volta all’anno salgo a salutare l’albero,
mi porto da scrivere e mi siedio al suo piede.
A due metri da lui, ovest preciso, spuntano dai sassi quattro stelle alpine, un principio di costellazione.
Ancora un paio di metri a ovest un mugo accovacciato al suolo sparge i suoi rami in cerchio. Dentro vive una vipera, la sento soffiare poi calmarsi.
Un albero solitario ha un recinto invisibile, largo quanto l’ombra da poggiare intorno. Prima di entrarci tolgo i sandali.
Mi stendo alla sua luce.
Il cirmolo solitario è capace di biforcarsi in due rami principali, impossibile per l’abete e il larice.
Il fusto di quello quassù ha due braccia levate, parallele, una è per il fulmine. Sa di essere a bersaglio, l’altezza solitaria lo comporta. È nato dalla scarica che uccise il tronco precedente a lui.
Il fulmine è suo padre secondario. Varie paternità si succedono a cause, i loro figli a effetto. Terra è sua madre in cui si attacca a polipo di scoglio. “……
tratto da
" Il peso della Farfalla"
di Erri De Luca
ed. Feltrinelli, 2009
venerdì 24 settembre 2010
Grappa al cirmolo e miele di acacia
1° PartePer la grappa al cirmolo o pino cembro sono necessari:
500 g di pigne di pino cembro
1 litro di grappa di vinaccia a 35° o 40 °
10 g di zenzero fresco
1 buccia di arancia non trattata
Mettete in un vaso di vetro le pigne insieme alla grappa allo zenzero fresco ridotto in pezzetti e alla buccia dell'arancio non trattato.
Ponete il vaso per 40 giorni circa al sole, avendo cura di agitare il vaso una volta al giorno.
Filtrate e tenete da parte.
2° parte
Per la grappa al miele:
1 litro di grappa al cirmolo
500 g di miele di acacia
Ponete la grappa ed il miele in un vaso di vetro che inserirete in una pentola piena d'acqua.Scaldate a bagnomaria e mescolate con un mestolo di legno finché il miele non si sarà completamente sciolto (intorno ai 40 gradi), quindi lasciate raffreddare.
Imbottigliate e.........
domenica 1 agosto 2010
Malga Fane
In macchina da Rio Pusteria si raggiunge il paese di Valles, dove al limite del paese, dopo la stazione a Valle della cabinovia Jochtal si trova un grande parcheggio sulla sinistra.
Da qui un bus navetta ci porta al parcheggio di Malga Fane.
Scendendo dal bus navetta si prosegue a piedi per 20 minuti ca. fino a raggiungere diversi casolari di montagna: Malga Fane, idilliaco conglomerato di costruzioni alpestri circondato da verdeggianti prati dove, per un momento, sembra che il tempo si sia fermato.
Impossibile resistere. La tentazione di sfilarsi scarponi e calze ed appoggiare finalmente i piedi nudi sull’erba fresca è troppo forte! I grandi prati attorno ai masi sono verdi e morbidi, curatissimi, come i graziosi steccati in legno, costruiti a mano, che li delimitano. Un’oasi di pace, dove riposarsi al sole e sgranchirsi le dita dei piedi al fresco solletichio dell’erba o dell’acqua del torrente.
La „Malga Fane“, che si trova a 1739 metri è una delle più conosciute malghe dell’Alto Adige, che ha mantenuto nel tempo il suo carattere tipico di grande suggestione storica e architettonica.
Dal Medioevo, periodo in cui la malga era nata quale rifugio dalla peste che aveva colpito le valli, fino ad oggi, il piccolo paesino con i prati confinanti era per lo più zona da pascolo. L’insieme idilliaco della chiesetta, delle casette in legno, delle stalle e dei fienili meritano una visita in tutte le stagioni. Unici sono anche il formaggio casereccio ed i piatti tradizionali serviti nelle baite.
Una volta giunti nei pressi dell'alpeggio ci si può avviare lungo la carrozzabile che oltrepassando la stretta gola del Rio di Valles conduce verso il rifugio Brixen che si trova al centro di un anfiteatro di splendide cime alpine tra cui il Picco della Croce (3.132 m), la Cima di Valmala (3.022 m) e la Cima della Vista (2.988 m). In mezzo a queste due cime passa il sentiero 18 che passa per lo splendido lago Selvaggio (a 2.532 m).
Queste remote montagne, percorse anche da una ben segnalata Alta Via, offrono panorami incantevoli e sono ancora poco frequentate, nonostante una rete di ottimi sentieri consenta di visitarle assaporandone colori e silenzi interrotti dai segnali d'allarme delle marmotte mentre sui ripidi e verdi pendii si può avere anche la fortuna di notare l'evoluzione di un' aquila.
Da qui un bus navetta ci porta al parcheggio di Malga Fane.
Scendendo dal bus navetta si prosegue a piedi per 20 minuti ca. fino a raggiungere diversi casolari di montagna: Malga Fane, idilliaco conglomerato di costruzioni alpestri circondato da verdeggianti prati dove, per un momento, sembra che il tempo si sia fermato.
Impossibile resistere. La tentazione di sfilarsi scarponi e calze ed appoggiare finalmente i piedi nudi sull’erba fresca è troppo forte! I grandi prati attorno ai masi sono verdi e morbidi, curatissimi, come i graziosi steccati in legno, costruiti a mano, che li delimitano. Un’oasi di pace, dove riposarsi al sole e sgranchirsi le dita dei piedi al fresco solletichio dell’erba o dell’acqua del torrente.
La „Malga Fane“, che si trova a 1739 metri è una delle più conosciute malghe dell’Alto Adige, che ha mantenuto nel tempo il suo carattere tipico di grande suggestione storica e architettonica.Dal Medioevo, periodo in cui la malga era nata quale rifugio dalla peste che aveva colpito le valli, fino ad oggi, il piccolo paesino con i prati confinanti era per lo più zona da pascolo. L’insieme idilliaco della chiesetta, delle casette in legno, delle stalle e dei fienili meritano una visita in tutte le stagioni. Unici sono anche il formaggio casereccio ed i piatti tradizionali serviti nelle baite.
Una volta giunti nei pressi dell'alpeggio ci si può avviare lungo la carrozzabile che oltrepassando la stretta gola del Rio di Valles conduce verso il rifugio Brixen che si trova al centro di un anfiteatro di splendide cime alpine tra cui il Picco della Croce (3.132 m), la Cima di Valmala (3.022 m) e la Cima della Vista (2.988 m). In mezzo a queste due cime passa il sentiero 18 che passa per lo splendido lago Selvaggio (a 2.532 m).
Queste remote montagne, percorse anche da una ben segnalata Alta Via, offrono panorami incantevoli e sono ancora poco frequentate, nonostante una rete di ottimi sentieri consenta di visitarle assaporandone colori e silenzi interrotti dai segnali d'allarme delle marmotte mentre sui ripidi e verdi pendii si può avere anche la fortuna di notare l'evoluzione di un' aquila.
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