Siamo a metà di marzo e questa volta le nevicate sono state abbondanti.
Ritorniamo sul Grappa con l'idea di fare la dorsale che unisce il monte Asolone con la cima Grappa.
Saliamo sempre fino a Ponte S.Lorenzo dove seguiamo la strada per Cima Grappa fino al bivio in localita' Val dea Giara (m.1130). Parcheggiamo.
Iniziamo a salire per la strada asfaltata con poca neve e ghiacciata.
Con il sole che spesso fa capolino tra banchi di nuvole basse giungiamo in breve alla Malga Asolone (m.1418).
La neve ora e' perfetta: all'inzio compatta ma poi salendo diventa bella, soffice. A metà salita si rivedono le tracce delle motoslitte, che all'inizio malediciamo, ma dopo un po' è evidente a tutti che con questa neve soffice su cui sprofondiamo ci facilitano il passo.
Arriviamo ad un colletto intermedio (m.1473) e poi verso la cima ormai a vista.
Wow !! Che spettacolo!
Laggiu all'orizzonte, oltre la dorsale che dall'Asolone scende verso il Col della Berretta e, più sotto, la Valsugana tutte le nostre montagne innevate e cosi' vicine che sembra di toccarle.
Tentiamo di dare un nome a ciascuna vetta, cima, punta, spigolo, ma ben presto questa sfida si rivela un azzardo.
Svoltiamo a destra e ci incamminiamo lungo la traccia evidente che sale alla Cima Grappa, che ci sembra ancora così distante.
La dorsale è un continuo saliscendi che tocca diverse cime tutte intorno ai 1500 mt: Costa Sella, Monte Coston, Monte Rivon, fino ad incrociare la strada asfaltata che proveniente dal Feltrino sale al rifugio Bassano.
Un paio di sci-alpinisti stanno chiaccherando comodamente sistemati su una panchetta fatta con i loro stessi sci.
Il tempo è peggiorato ed il denso banco di nuvole basse che precede in nostro passo copre completamente alla nostra vista l'Ossario, la cima ed anche la traccia da seguire.
Facciamo una breve pausa con la speranza che la nebbia si diradi e che ci permetta di capire la direzione da seguire.
Ad un certo punto gli sciatori ci salutano e partono.
Le nuvole sembrano diradarsi ed ora la traccia lasciata da coloro che sono saliti prima di noi è evidente e ci permette di proseguire.
Saliamo con fatica perché la pendenza in questo tratto è notevole, e dopo tanta fatica e qualche piccola sosta arriviamo in vista dell'Ossario Austriaco.
Questa volta sostiamo un bel po' per goderci il tutto piu' a lungo possibile.
Non c'è nessuno attorno a noi e così restiamo ad assaporare il silenzio assoluto che ci circonda, interrotto solo dal suono leggero del vento tra le lapidi che ricordano i nomi delle cime teatro di violenti scontri e dove centinaia di migliaia di vite sono state spese per una guerra insensata.
Decidiamo di raggiungere il Rifugio Bassano, che ha un locale sempre aperto e riscaldato anche nella stagione invernale, per bere la consueta tisana allo zenzero. L'aria è pungente e il termometro all'esterno segna -12°. Dopo la pausa usciamo e risaliamo le poche decine di metri che ci separano dall'Ossario. Arrivati ci accorgiamo che il sole ha già assunto i colori caldi dei tramonti invernali. Un ultimo sguardo e poi via. La discesa e' divertente, con le ciaspe che affondano nella neve fresca.
Partenza: Baita Monte Asolone (1130 mt)
Arrivo: Cima Grappa (1780 mt)
Dislivello acc. totale: 750 mt
Distanze con altitudine: 16 km
Tempo impiegato: 4 h e 30' circa
Lounge Music
lunedì 18 marzo 2013
venerdì 15 marzo 2013
Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus
Di quanto poco rimane traccia, e di quel poco non troviamo spesso le parole giuste per renderlo meno sfocato, e di quello che non troviamo parole, si ricorda dopo soltanto una parte.
Mentre camminiamo nel nostro transitare verso altri lidi e altri ricordi."
Parole che raccontano storie, che rievocano un passato, episodi forse banali, che riescono però a sconvolgere il nostro quotidiano, lasciandoci poi con l'amarezza di non essere riusciti a trasmettere agli altri qualcosa di noi che ritenevamo importante.
Che invece non è stato colto e ora giace abbandonato, dimenticato, forse per sempre.
Mi viene alla mente l'epilogo de Il nome della rosa: "Fa freddo nello scriptorium,
il pollice mi duole.
Lascio questa scrittura,
non so per chi,
non so più intorno a che cosa:
stat rosa pristina nomine,
nomina nuda tenemus".
La rosa che era, esiste solo nel nome, e
ora noi ne possediamo soltanto il nome nudo.
Forse, quello che inseguiamo è solamente un sogno confuso, una idealizzazione ad ogni passo sempre più lontana e sbiadita.
Ma oggi, per un istante infinito, pensa a me.
venerdì 22 febbraio 2013
L'Altopiano d'inverno
Nella società contadina, l'inverno segnava un rallentamento dei ritmi della vita quotidiana.
Soprattutto dopo una nevicata. Il tempo allora, non era più tiranno come nei mesi estivi e autunnali, permettendo a noi bambini dei paesi e delle contrade sparse sulle colline al pomeriggio dopo aver terminato le lezioni o alla sera, dopo una frugale cena fatta di caffelatte e pane, di ritrovarsi in qualche casa.
Radunati attorno al fuoco del camino o al calore di una stufa a legna, gli adulti mettevano a confronto le esperienze vissute, mentre noi ascoltavano racconti e storie destinate a tramandare gli elementi fondanti della cultura popolare delle nostre valli e dei nostri paesi.
La tradizione vuole che in quelle serate facessero capolino racconti legati a esseri fantastici che si nascondevano nei boschi o negli sperduti valloni immersi nella bianca coltre, per uscire allo scoperto ai rintocchi di mezzanotte, lasciando evidentissime impronte nella neve.
I Salbanei, folletti burloni tutti vestiti di rosso, gli Orchi e i Gighigeghi, le Anguane e le Streghe, erano questi i personaggi più noti e più antichi che animavano quelle storie.
Si creavano storie e personaggi fantastici per dare risposte al mistero dei fenomeni naturali (voragini, echi, sibili del vento, pietre collocate nei luoghi più strani) e per tenere noi bambini lontano da questi posti pericolosi durante i nostri giochi. Infatti i personaggi che nascevano dalla fantasia avevano caratteristiche sempre legate alla conformazione del terreno: ai loch, agli anfratti e cavità del terreno, oppure alle grotte e alle grandi pietre. Tutto questo è rimasto nel corso dei secoli nella toponomastica delle Valli della Pedemontana e dell’Altopiano, ed ha permesso di salvare e trasmettere fino ai nostri giorni un ricco patrimonio di leggende e di fiabe.
Così, chi volesse armarsi di coraggio potrebbe percorrere un ideale tour dei luoghi legati alle leggende cimbre. Scoprendo, ad esempio, che poco sopra l’ex Istituto Elioterapico di Mezzaselva si trova la Stonhaus, una voragine in cui si nasconde la Casa dell’Orco, il luogo in cui vanno a finire i bambini disubbidienti. O che li vicino, a Camporovere, esiste il Tanzerloch, il buco della danza dove le streghe tenevano i loro sabba.
Luoghi fatati, misteriosi, che riecheggiano di voci lontane e inquietanti. Una camminata sull'Altopiano di Asiago o di Vezzena può essere anche questo, un modo per unire l’escursionismo, la possibilità di ammirare incantevoli paesaggi e il contatto con una cultura ormai quasi del tutto scomparsa.
Ma attenzione a non mettere il piede sulle orme di un dispettoso Sanguinello, perchè si rischia di perdere l’orientamento e di smarrirsi nel bosco!
Percorso proposto:
Partenza: Laghetto di Roana (1100 mt)
Arrivo: malga Monte Erio (1536 mt)
Dislivello accum. totale ( 436 mt)
Distanza con altitudine: 9 km e 200 mt
Tempo impiegato: 3 h e 40'
Soprattutto dopo una nevicata. Il tempo allora, non era più tiranno come nei mesi estivi e autunnali, permettendo a noi bambini dei paesi e delle contrade sparse sulle colline al pomeriggio dopo aver terminato le lezioni o alla sera, dopo una frugale cena fatta di caffelatte e pane, di ritrovarsi in qualche casa.
Radunati attorno al fuoco del camino o al calore di una stufa a legna, gli adulti mettevano a confronto le esperienze vissute, mentre noi ascoltavano racconti e storie destinate a tramandare gli elementi fondanti della cultura popolare delle nostre valli e dei nostri paesi.
La tradizione vuole che in quelle serate facessero capolino racconti legati a esseri fantastici che si nascondevano nei boschi o negli sperduti valloni immersi nella bianca coltre, per uscire allo scoperto ai rintocchi di mezzanotte, lasciando evidentissime impronte nella neve.
I Salbanei, folletti burloni tutti vestiti di rosso, gli Orchi e i Gighigeghi, le Anguane e le Streghe, erano questi i personaggi più noti e più antichi che animavano quelle storie.
Si creavano storie e personaggi fantastici per dare risposte al mistero dei fenomeni naturali (voragini, echi, sibili del vento, pietre collocate nei luoghi più strani) e per tenere noi bambini lontano da questi posti pericolosi durante i nostri giochi. Infatti i personaggi che nascevano dalla fantasia avevano caratteristiche sempre legate alla conformazione del terreno: ai loch, agli anfratti e cavità del terreno, oppure alle grotte e alle grandi pietre. Tutto questo è rimasto nel corso dei secoli nella toponomastica delle Valli della Pedemontana e dell’Altopiano, ed ha permesso di salvare e trasmettere fino ai nostri giorni un ricco patrimonio di leggende e di fiabe.
Così, chi volesse armarsi di coraggio potrebbe percorrere un ideale tour dei luoghi legati alle leggende cimbre. Scoprendo, ad esempio, che poco sopra l’ex Istituto Elioterapico di Mezzaselva si trova la Stonhaus, una voragine in cui si nasconde la Casa dell’Orco, il luogo in cui vanno a finire i bambini disubbidienti. O che li vicino, a Camporovere, esiste il Tanzerloch, il buco della danza dove le streghe tenevano i loro sabba.
Luoghi fatati, misteriosi, che riecheggiano di voci lontane e inquietanti. Una camminata sull'Altopiano di Asiago o di Vezzena può essere anche questo, un modo per unire l’escursionismo, la possibilità di ammirare incantevoli paesaggi e il contatto con una cultura ormai quasi del tutto scomparsa.
Ma attenzione a non mettere il piede sulle orme di un dispettoso Sanguinello, perchè si rischia di perdere l’orientamento e di smarrirsi nel bosco!
Percorso proposto:
Partenza: Laghetto di Roana (1100 mt)
Arrivo: malga Monte Erio (1536 mt)
Dislivello accum. totale ( 436 mt)
Distanza con altitudine: 9 km e 200 mt
Tempo impiegato: 3 h e 40'
martedì 12 febbraio 2013
Per non dimenticare
Non potrò mai ringraziare abbastanza la vita stessa per avermi riservato un'infanzia dove, quasi inconsapevolmente e pur in un contesto che mi ha privato della presenza di mia madre per un anno, sono cresciuto nella spensieratezza e nell'allegria regalati dall'affetto con cui, chi mi era rimasto accanto, mi ha sempre circondato.
Ritornando con la memoria a quegli attimi di vita apparentemente così lontani, ancora oggi mi stupisco per la forza con la quale essi richiamano in vita sensazioni che credevo di avere ormai perduto. Ecco allora l'aria profumata di cielo delle prime giornate che annunciavano la primavera quando, all'alba, spalancavo le verdi imposte delle finestre della casa dove abitavo.
Per la verità non era la mia casa ma quella dei proprietari che io inconsapevolmente chiamavo nonni e dove ho avuto la fortuna di abitare per i miei primi anni di vita. Fortuna certo, perché avevo capito già allora che proprio lì, e soltanto in quel paradiso fatto di niente, avrei imparato ad inventarmi la gioia.
E mi ritrovo ora, riandando a quei momenti, a pensare che forse tutto quello che ho vissuto in quegli anni non sia altro che un sogno.
Altre volte, al contrario ho la certezza che non sono stati solamente dei "bei sogni" (come scrive M. Gramellini).

Eppure, nel profondo del mio cuore, in questo momento sento che è così e non potrebbe essere altrimenti. La gioia di quell'infanzia, quei "bei sogni", è qualcosa che mi appartiene. E' qualcosa che mi ha cambiato per sempre e che mi fa sentire vivo ora come lo ero allora. A rendermela, forse, così languida è soltanto la nostalgia di persone e di attimi di vita che se ne sono andati per sempre.
domenica 3 febbraio 2013
Pale di San Martino - Bivacco Menegazzi
Questa escursione ci porta in un ambiente assolutamente discosto dai tragitti domenicali delle grandi masse, e che ci fa assaporare un panorama insolito: dal Civetta, al gruppo della Schiara, dalle Vette Feltrine all'Agner. E' un itinerario che coniuga alpinismo ed avventura all’ombra di alcune vette dolomitiche nella parte più meridionale delle Pale di San Martino: la Croda Granda, i Vani Alti e il Sass d’Ortiga.
Il percorso termina in uno dei più spettacolari pianori di tutta la catena dolomitica, il Pianlonch, al centro del quale sorge il Bivacco Menegazzi. La conca del Pianloch è divenuta famosa perché vi è stato girato quasi interamente L'orso, un film del 1988 diretto da Jean-Jacques Annaud, e tratto dal romanzo The Grizzly King di James Oliver Curwood. Film che ebbe molto successo e fu anche candidato all'Oscar.
Si parte dalla località di Sarasin, frazione di Sagron-Mis, che si incontra scendendo dal Passo Cereda (Fiera di Primiero) verso Agordo. A onor del vero ci stavamo guardando intorno per vedere dove incastrare l'auto lungo la strada nel momento in cui abbiamo visto un'auto salire per la stretta stradina ancora imbiancata dalla recente nevicata verso località Faustin - Domadori per cui ci siamo azzardati a salire al seguito.
Passate le case Faustin si perviene ad uno spiazzo dove si parcheggia facilmente. (1250 mt) Da questo punto si sale dolcemente seguendo la strada forestale che in breve ci porta ai prativi delle case Domadori dove il silenzio è rotto solamente dal rumore dell'acqua del torrente Mis che scende dalle pareti verticali della Cima d'Oltro e del Sass d'Ortiga.
Continuando a seguire le tracce per la strada forestale e mantenendoci sulla sinistra si arriva ad una larga sella Pra di Forca (1418 mt). A sinistra parte il sentiero cai 720 che utilizzeremo per il ritorno. La rotabile punta invece in alto con alcuni tornanti per pervenire al limite superiore degli alberi; quindi, in prossimità della sponda orografica destra della Valle dei Molini con un tornante verso sinistra si porta tra in vista di Casera Cavallera (1679 m).
Il vento, che prima era rallentato nel suo spirare, dalle fronde del bosco, ora, libero da impedimenti, si fa maggiormente sentire e ci costringe per qualche istante a fermarci a ripararci. Quando la folata cessa tentiamo di proseguire non prima di ammirare la neve sollevata dal vento lassù verso la forcella tra la Croda Granda e i Vani Alti. Uno spettacolo.
In prossimità della malga giriamo a destra e continuiamo a salire dolcemente per la strada fino a quando il nostro sguardo si apre sulla conca del Pianlonch, stupendo pianoro sovrastato dalla piramide del Sass d’Ortiga, al margine del quale e’ posto il Bivacco Menegazzi (1737 mt), meta della nostra escursione. Il bivacco è sempre aperto anche nei mesi invernali, ma oggi, anche a causa dell'ora tarda della nostra partenza, non siamo i primi e dobbiamo cercare di trovare una sistemazione all'esterno.
Ma il vento soffia ancora troppo e così decidiamo di ritornare sui nostri passi e di cercare riparo tra gli annessi della malga Cavallera. Questa deviazione, oltre a farci trovare un luogo riparato dal vento ci permette di ammirare un altro scorcio di un panorama che oggi è veramente grandioso. Da quà si capisce perfettamente perché questo luogo sia stato scelto per l'ambientazione di quel straordinario film.
Terminata la pausa e risistemata la nostra attrezzatura, siamo ripartiti accodandoci al gruppo del cai di Mirano che, arrivati prima di noi, si erano accampati al rifugio Menegazzi.
Dopo aver scambiato qualche impressione siamo scesi con loro per il sentiero 720 che, per bosco, ci ha riportati in breve al parcheggio dove avevamo lasciato l'auto.
Il percorso termina in uno dei più spettacolari pianori di tutta la catena dolomitica, il Pianlonch, al centro del quale sorge il Bivacco Menegazzi. La conca del Pianloch è divenuta famosa perché vi è stato girato quasi interamente L'orso, un film del 1988 diretto da Jean-Jacques Annaud, e tratto dal romanzo The Grizzly King di James Oliver Curwood. Film che ebbe molto successo e fu anche candidato all'Oscar.
Si parte dalla località di Sarasin, frazione di Sagron-Mis, che si incontra scendendo dal Passo Cereda (Fiera di Primiero) verso Agordo. A onor del vero ci stavamo guardando intorno per vedere dove incastrare l'auto lungo la strada nel momento in cui abbiamo visto un'auto salire per la stretta stradina ancora imbiancata dalla recente nevicata verso località Faustin - Domadori per cui ci siamo azzardati a salire al seguito.
Passate le case Faustin si perviene ad uno spiazzo dove si parcheggia facilmente. (1250 mt) Da questo punto si sale dolcemente seguendo la strada forestale che in breve ci porta ai prativi delle case Domadori dove il silenzio è rotto solamente dal rumore dell'acqua del torrente Mis che scende dalle pareti verticali della Cima d'Oltro e del Sass d'Ortiga.
Continuando a seguire le tracce per la strada forestale e mantenendoci sulla sinistra si arriva ad una larga sella Pra di Forca (1418 mt). A sinistra parte il sentiero cai 720 che utilizzeremo per il ritorno. La rotabile punta invece in alto con alcuni tornanti per pervenire al limite superiore degli alberi; quindi, in prossimità della sponda orografica destra della Valle dei Molini con un tornante verso sinistra si porta tra in vista di Casera Cavallera (1679 m).
Il vento, che prima era rallentato nel suo spirare, dalle fronde del bosco, ora, libero da impedimenti, si fa maggiormente sentire e ci costringe per qualche istante a fermarci a ripararci. Quando la folata cessa tentiamo di proseguire non prima di ammirare la neve sollevata dal vento lassù verso la forcella tra la Croda Granda e i Vani Alti. Uno spettacolo.
In prossimità della malga giriamo a destra e continuiamo a salire dolcemente per la strada fino a quando il nostro sguardo si apre sulla conca del Pianlonch, stupendo pianoro sovrastato dalla piramide del Sass d’Ortiga, al margine del quale e’ posto il Bivacco Menegazzi (1737 mt), meta della nostra escursione. Il bivacco è sempre aperto anche nei mesi invernali, ma oggi, anche a causa dell'ora tarda della nostra partenza, non siamo i primi e dobbiamo cercare di trovare una sistemazione all'esterno.
Ma il vento soffia ancora troppo e così decidiamo di ritornare sui nostri passi e di cercare riparo tra gli annessi della malga Cavallera. Questa deviazione, oltre a farci trovare un luogo riparato dal vento ci permette di ammirare un altro scorcio di un panorama che oggi è veramente grandioso. Da quà si capisce perfettamente perché questo luogo sia stato scelto per l'ambientazione di quel straordinario film.
Terminata la pausa e risistemata la nostra attrezzatura, siamo ripartiti accodandoci al gruppo del cai di Mirano che, arrivati prima di noi, si erano accampati al rifugio Menegazzi.
Dopo aver scambiato qualche impressione siamo scesi con loro per il sentiero 720 che, per bosco, ci ha riportati in breve al parcheggio dove avevamo lasciato l'auto.
La prima escursione invernale che faccio con te e, se anche non sono forse riuscito a trasmettertelo, ricorderò per sempre quelle orme accanto alle mie.
lunedì 28 gennaio 2013
Nessun rumore... nessun suono, solo....
...nessun rumore, nessun suono, solo ogni tanto il lontano scorrere dell'acqua di qualche rivolo che non vuole morire congelato...
a pochi passi dalla "civiltà" degli impianti per lo sci da discesa e per il fondo, ma così lontano da tutto,da ogni preoccupazione e soprattutto dal caos dei paesi e città di pianura....
Ad un tratto mi fermo per godere appieno di questo silenzio.
Resto immobile a guardare la meraviglia delle neve sugli alberi, il silenzio del momento mentre qualche folata di brezza gelida mi accarezza il volto.
Ecco il vero silenzio, cosa ormai impossibile da sentire se non in inverno subito dopo una nevicata.
Perchè nelle altre stagioni il canto degli uccelli, per quanto godibili, o delle attività dell'uomo (taglio del bosco, lavori in malga) non possono regalarci questo assoluto.
Mi sento pervaso da mille emozioni e pensieri che mi accompagnano in uno stato di torpore.
Apro e chiudo gli occhi e non sò cosa sia la cosa da fare.
Continuare ad osservare la natura o assentarmi da tutto tenendo gli occhi chiusi.
Chiudo nuovamente gli occhi e mi vengono alla mente tanti ricordi.
Ricordo quando da piccolo, calzate le calze grosse di lana e gli stivali andavo con la slitta nella collina vicino a casa e ci rimanevo fino all'imbrunire, qualche volta costretto a tornare dai richiami sempre più insistenti di mia madre.
Ricordo quelle sere d'inverno quando dalla mia camera guardavo il muro del corridoio che rifletteva i bagliori della stufa a legna situata in cucina.
Ricordo ancora la piacevole sensazione di potersi mettere a letto tra le coperte rese calde dalla "foghera", quando fuori imperversava la neve: ciò mi donava un forte senso di protezione e, anche se la camera era completamente fredda ed il respiro trasformandosi in nuvoletta si ghiacciava sui vetri della finestra, il sonno arrivava subito e mi rapiva nei sogni delle storie che il nonno ogni sera mi raccontava.........
a pochi passi dalla "civiltà" degli impianti per lo sci da discesa e per il fondo, ma così lontano da tutto,da ogni preoccupazione e soprattutto dal caos dei paesi e città di pianura....
Ad un tratto mi fermo per godere appieno di questo silenzio.
Resto immobile a guardare la meraviglia delle neve sugli alberi, il silenzio del momento mentre qualche folata di brezza gelida mi accarezza il volto.
Ecco il vero silenzio, cosa ormai impossibile da sentire se non in inverno subito dopo una nevicata.
Perchè nelle altre stagioni il canto degli uccelli, per quanto godibili, o delle attività dell'uomo (taglio del bosco, lavori in malga) non possono regalarci questo assoluto.
Mi sento pervaso da mille emozioni e pensieri che mi accompagnano in uno stato di torpore.
Apro e chiudo gli occhi e non sò cosa sia la cosa da fare.
Continuare ad osservare la natura o assentarmi da tutto tenendo gli occhi chiusi.
Chiudo nuovamente gli occhi e mi vengono alla mente tanti ricordi.
Ricordo quando da piccolo, calzate le calze grosse di lana e gli stivali andavo con la slitta nella collina vicino a casa e ci rimanevo fino all'imbrunire, qualche volta costretto a tornare dai richiami sempre più insistenti di mia madre.
Ricordo quelle sere d'inverno quando dalla mia camera guardavo il muro del corridoio che rifletteva i bagliori della stufa a legna situata in cucina.
Ricordo ancora la piacevole sensazione di potersi mettere a letto tra le coperte rese calde dalla "foghera", quando fuori imperversava la neve: ciò mi donava un forte senso di protezione e, anche se la camera era completamente fredda ed il respiro trasformandosi in nuvoletta si ghiacciava sui vetri della finestra, il sonno arrivava subito e mi rapiva nei sogni delle storie che il nonno ogni sera mi raccontava.........
...tracce sulla neve
.....ricordo....
...e rimango immobile....
così....
per minuti e minuti,
senza muovere un braccio,....
senza alzare un dito...
Alla fine riapro gli occhi dal sogno e mi accorgo che sulla neve ci sono delle tracce che prima non avevo osservato.
Nel silenzio ovattato dalla neve, anche gli animali più schivi, affamati e in cerca di cibo diventano quasi meno sospettosi e, anche se resta sempre difficile un loro avvistamento, il fondo innevato manifesta involontariamente la loro presenza.
Sono tracce evidenti e nitide perché il manto nevoso è compatto ma non troppo alto e umido, e dopo l'ultima nevicata non è ancora passato nessuno.
Questa neve, inoltre, non ha ancora subito quei sbalzi termici tra il giorno e la notte che permettono la sua trsformazione. Nel mantello candido della neve appena caduta posso così scorgere le orme di una timida volpe a caccia di piccole prede, molto simili all’impronta di un cane o di un lupo.
E in un punto posso notare anche le sue fatte.....
Sembra a prima vista un luogo abbandonato ed oltremodo silenzioso, ma una volta addentrato nel bosco, dietro le casare e la malga chiusa dopo la transumanza, mi accorgo che in realtà non lo è affatto: sul manto bianco sono evidenti ora anche alcune tracce del passaggio di un capriolo o cervo in cerca dei pochi fili di erba secca e dura che le fronde dei pecci hanno protetto dalla neve.
Fa uno strano effetto camminare con le ciaspe su una coltre di neve dove nessuno è ancora transitato.
Sono da poco passate le feste, e forse abbiamo tutti bisogno di questa coltre bianca che ci porti lontano con la fantasia e la memoria. E anche il cuore chiede un po’ di questa purezza, per aiutarci ad essere un po’ più solidali, a condividere lasciandoci andare.

Una parte di noi, sono sicuro vorrebbe che questa purezza restasse eterna e non venisse violata da alcuna orma di uomo.
Solo così questa coltre bianca e pura sulla quale lasciamo la traccia del nostro cammino può diventare l'abbraccio caldo di un amica, la carezza di un'amante, la dolcezza di un ricordo che ancora ci trattiene, la poesia della memoria.
E' tardi e la luce del tramonto mi ricorda gli impegni che ho temporaneamente abbandonato a casa.
Così con un pò di rammarico,
mi volto e ritorno sui miei passi,
guardando con occhi sognanti,
un ultima volta,
la magia di quelle tracce sulla neve.
...e rimango immobile....
così....
per minuti e minuti,
senza muovere un braccio,....
senza alzare un dito...
Alla fine riapro gli occhi dal sogno e mi accorgo che sulla neve ci sono delle tracce che prima non avevo osservato.
Nel silenzio ovattato dalla neve, anche gli animali più schivi, affamati e in cerca di cibo diventano quasi meno sospettosi e, anche se resta sempre difficile un loro avvistamento, il fondo innevato manifesta involontariamente la loro presenza.
Sono tracce evidenti e nitide perché il manto nevoso è compatto ma non troppo alto e umido, e dopo l'ultima nevicata non è ancora passato nessuno.
Questa neve, inoltre, non ha ancora subito quei sbalzi termici tra il giorno e la notte che permettono la sua trsformazione. Nel mantello candido della neve appena caduta posso così scorgere le orme di una timida volpe a caccia di piccole prede, molto simili all’impronta di un cane o di un lupo.
E in un punto posso notare anche le sue fatte.....
Sembra a prima vista un luogo abbandonato ed oltremodo silenzioso, ma una volta addentrato nel bosco, dietro le casare e la malga chiusa dopo la transumanza, mi accorgo che in realtà non lo è affatto: sul manto bianco sono evidenti ora anche alcune tracce del passaggio di un capriolo o cervo in cerca dei pochi fili di erba secca e dura che le fronde dei pecci hanno protetto dalla neve.
Fa uno strano effetto camminare con le ciaspe su una coltre di neve dove nessuno è ancora transitato.
Sono da poco passate le feste, e forse abbiamo tutti bisogno di questa coltre bianca che ci porti lontano con la fantasia e la memoria. E anche il cuore chiede un po’ di questa purezza, per aiutarci ad essere un po’ più solidali, a condividere lasciandoci andare.

Una parte di noi, sono sicuro vorrebbe che questa purezza restasse eterna e non venisse violata da alcuna orma di uomo.
Solo così questa coltre bianca e pura sulla quale lasciamo la traccia del nostro cammino può diventare l'abbraccio caldo di un amica, la carezza di un'amante, la dolcezza di un ricordo che ancora ci trattiene, la poesia della memoria.
E' tardi e la luce del tramonto mi ricorda gli impegni che ho temporaneamente abbandonato a casa.Così con un pò di rammarico,
mi volto e ritorno sui miei passi,
guardando con occhi sognanti,
un ultima volta,
la magia di quelle tracce sulla neve.
domenica 6 gennaio 2013
"bergvagabunden"
Ognuno di noi porta dentro di sè le tracce delle strade percorse: strade della memoria legate a persone o a cose scomparse, agli entusiasmi delle prime escursioni, ai luoghi della propria infanzia; strade e sentieri dell'anima popolate di visi, di luci particolari, di incontri fortuiti.
Strade di esperienze che hanno lasciato un segno, fondali e quinte che fanno da sfondo alla nostra vita.
Se poi si ha la fortuna di abitare da tempo le stesse strade, cresce dentro la convinzione di conoscerne l’intera trama e soprattutto di essere gli unici depositari degli snodi più segreti e più nascosti.
Col passare degli anni si arriva perfino a rinominare le valli e gli alpeggi, i sentieri e i boschi, i paesi e le contrade, le colline di casa come le vette in alta quota.

Prima o poi però capita di scoprire che altri "bergvagabunden" hanno calpestato le stesse pietre e gli stessi pendii, altri "bergvagabunden" hanno fermato gli occhi sugli stessi colori e gli stessi profili di vetta segnati dal tramonto, altri "bergvagabunden" si son incuriositi e meravigliati per la cima di un monte, per un bosco, una contrada isolata, una vecchia panchina con un panorama indelebile.
Ed è così che ci accorgiamo che questa terra, come tutte le terre, è disponibile ad ospitare le radici di chiunque voglia stabilire un contatto non frettoloso e non superficiale con i luoghi che frequenta.
Per arrivare a ricomporre un proprio e personale reticolo di sentieri, di percorsi che vanno a formare il paesaggio interiore della nostra anima.
Fino a saper riconoscere quella speciale trama fitta di simpatie e di affinità elettive con i singoli elementi di un particolare territorio.
Per arrivare infine a lasciarsi trascinare fuori dai tracciati segnati per farsi guidare solamente dai propri occhi e dalle proprie gambe lungo percorsi nuovi e inesplorati.
Così ieri pomeriggio sono salito in Altopiano a camminare e a calpestare la neve con l’indolenza e la tranquillità di chi non ha una meta, ma solamente il desiderio di misurare con i propri passi un ambiente di cui non si vuole perdere nemmeno un frammento, per scoprire con i propri occhi quello che si trova dentro un panorama, ma che di solito per la fretta non si riesce a scorgere.
Mi ero solamente prefissato, come ogni anno in questo periodo, di arrivare in qualche punto esposto verso la pianura che mi permettesse di osservare ed assaporare il tramonto sulle piccole dolomiti mentre la foschia ricopriva la pianura e le città rendendo visibili agli occhi solo le vette e le cime delle montagne. Certo molti penseranno che non ci può essere nulla di nuovo da scoprire in un tramonto invernale già visto e rivisto.
Eppure uno sguardo attento e un animo aperto non può non ravvisare quello che fino a ieri ci era oscuro.
Perché ogni itinerario parte da paesi, luoghi e cose che pensiamo di conoscere, per portarci a scoprire qualcosa alla cui esistenza fino a ieri non avevamo mai pensato.
Per ricomporre quel paesaggio interiore che rende unica la nostra anima e il nostro cuore.
* le ultime 6 foto sono state scattate durante una ciaspolata dal rifugio Campolongo al Forte di cima Campolongo
Strade di esperienze che hanno lasciato un segno, fondali e quinte che fanno da sfondo alla nostra vita.
Se poi si ha la fortuna di abitare da tempo le stesse strade, cresce dentro la convinzione di conoscerne l’intera trama e soprattutto di essere gli unici depositari degli snodi più segreti e più nascosti.Col passare degli anni si arriva perfino a rinominare le valli e gli alpeggi, i sentieri e i boschi, i paesi e le contrade, le colline di casa come le vette in alta quota.

Prima o poi però capita di scoprire che altri "bergvagabunden" hanno calpestato le stesse pietre e gli stessi pendii, altri "bergvagabunden" hanno fermato gli occhi sugli stessi colori e gli stessi profili di vetta segnati dal tramonto, altri "bergvagabunden" si son incuriositi e meravigliati per la cima di un monte, per un bosco, una contrada isolata, una vecchia panchina con un panorama indelebile.
Ed è così che ci accorgiamo che questa terra, come tutte le terre, è disponibile ad ospitare le radici di chiunque voglia stabilire un contatto non frettoloso e non superficiale con i luoghi che frequenta.
Per arrivare a ricomporre un proprio e personale reticolo di sentieri, di percorsi che vanno a formare il paesaggio interiore della nostra anima.
Per arrivare infine a lasciarsi trascinare fuori dai tracciati segnati per farsi guidare solamente dai propri occhi e dalle proprie gambe lungo percorsi nuovi e inesplorati.
Così ieri pomeriggio sono salito in Altopiano a camminare e a calpestare la neve con l’indolenza e la tranquillità di chi non ha una meta, ma solamente il desiderio di misurare con i propri passi un ambiente di cui non si vuole perdere nemmeno un frammento, per scoprire con i propri occhi quello che si trova dentro un panorama, ma che di solito per la fretta non si riesce a scorgere.
Mi ero solamente prefissato, come ogni anno in questo periodo, di arrivare in qualche punto esposto verso la pianura che mi permettesse di osservare ed assaporare il tramonto sulle piccole dolomiti mentre la foschia ricopriva la pianura e le città rendendo visibili agli occhi solo le vette e le cime delle montagne. Certo molti penseranno che non ci può essere nulla di nuovo da scoprire in un tramonto invernale già visto e rivisto.
Eppure uno sguardo attento e un animo aperto non può non ravvisare quello che fino a ieri ci era oscuro.
Perché ogni itinerario parte da paesi, luoghi e cose che pensiamo di conoscere, per portarci a scoprire qualcosa alla cui esistenza fino a ieri non avevamo mai pensato.
Per ricomporre quel paesaggio interiore che rende unica la nostra anima e il nostro cuore.
* le ultime 6 foto sono state scattate durante una ciaspolata dal rifugio Campolongo al Forte di cima Campolongo
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