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lunedì 15 luglio 2013

La Strada degli Eroi e la zona sacra del Pasubio

Da molto tempo avevo intenzione di fare questo percorso che mi avrebbe permesso di visitare la zona sacra del Pasubio.Quando ero un ragazzo ero salito al Pasubio più di una volta per la celeberrima strada delle 52 gallerie, opera splendida di ingegneria militare, ma mi ero sempre ripromesso di salire a visitare l'altopiano del Pasubio per la Strada degli Eroi.

La Strada degli Eroi è un tratto di strada carrabile costruita in seguito alla Prima Guerra Mondiale per dotare la zona sommitale del monte, zona Sacra alla Patria per decreto del 1922, di una via d'accesso sicura. La strada degli Eroi vera e propria è lunga circa 3 chilometri e collega la Galleria d'Havet al Rifugio Achille Papa alle Porte del Pasubio, e lungo la quale si trovano le targhe celebrative con i nomi dei dodici eroi.

Mentre oggi per estensione con il termine di Strada degli Eroi ci si riferisce all'intera rotabile della Val Fieno, che sale dal Pian delle Fugazze (1162 m), al confine fra la provincia di Vicenza e di Trento fino al Rifugio Papa (1928 m). La strada, chiusa al traffico è lunga nella sua interezza 10,6 chilometri, segnati da pietre miliari che ogni chilometro danno la distanza dall'inizio.

La partenza di questa escursione avviene da uno dei vari parcheggi, per la maggior parte a pagamento ma alcuni liberi, disposti al Pian delle Fugazze. Per convenienza, dal momento che una volta arrivati sulle cime del Pasubio ci siamo riproposti di esplorare l'Altopiano in lungo e largo, abbiamo deciso di risparmiarci metà salita usufruendo del servizio di bus navetta  (a pagamento ) che ci porta fino alla galleria Havet saltando così 7 km di tornanti in salita.

Una volta parcheggita l'auto siamo riusciti a prendere la navetta da 20 posti (parte quando è abbastanza piena) e dopo circa 30 minuti, fra spettacolari tornanti e incroci con nugoli di ciclisti in MTB, arriviamo alla galleria a quota 1797 m.
Arrivati, scendiamo e, pagati i 10 € a testa, ci incamminiamo lungo la galleria e verso il rifugio Papa.

Purtroppo una volta percorsa la galleria, intitolata al Generale del genio d' Havet, e passati dalla Val di Fieno alla Val Canale, ci troviamo all'improvviso immersi in una nebbia (calivo) che non ci saremmo mai aspettati.
Un piccolo squarcio nel calivo lascia intravvedere in valle le case puntiformi delle contrade sopra Valli del Pasubio.

Dopo cinquencento metri, la nebbia si alza lasciandoci intravvedere un panorama  radicalmente cambiato; sono spariti i larici e gli abeti e tutte le piante d'alto fusto sono state sostituite da rocce ed arbusti (pino mugo) in un paesaggio irreale e lunare.
In lontananza si intravvede anche il Rifugio Papa.

Lasciamo la strada degli eroi che riprenderemo al ritorno e imbocchiamo a sinistra uno stretto sentierino contrassegnato con il segnavia n. 398 e denominato sentiero delle creste che ci condurrà fino ai 2120 metri della Sella dell'Incudine.
Dopo alcuni iniziali tornati  tra rigogliosi pini mugo e rododendri in fiore, il sentiero diventa stretto e quasi sempre esposto sui ripidi dirupi del Soglio dell'Incudine.

Il sentiero risulta spesso intagliato nella roccia, in gallerie strette o sostenuto da muretti a secco ma rimane veramente divertente e poco faticoso da percorrere nonostante i continui saliscendi, risultando un vero e proprio sentiero di arroccamento dal quale potrete godere di splendide viste sulla Val Canale e sulle dirupate e scoscese pareti del Campanile della Val Fontana d'Oro, se solo sarete tanto fortunati da non trovare (come noi) una giornata nebbiosa.

In compenso ci siamo fermati almeno una decina di volte per ammirare e fotografare intere praterie di stelle alpine. Sinceramente, durante le mie escursioni, neppure sulle dolomiti non ne avevo mai viste così tante e così grandi. Solitarie, in gruppi o accompagnate da altri fiori di tutti i colori, le stelle alpine ci hanno regalato quelle emozioni che il calivo ci aveva negato. Ora capisco perché, secondo alcuni, la stella alpina è il simbolo del Pasubio.

Il sentiero, una volta raggiunta la quota più elevata dell'Incudine, in una giornata limpida offre ad ovest una vista spettacolare su tutta la Vallarsa  mentre il Pasubio nelle sue cime sommitali, traforate e percorse da centinaia di gallerie e ricoveri, dà il meglio di sè mostrando il suo ambiente selvaggio e petroso.

Questa escursione dobbiamo vederla come un "pellegrinaggio", pertanto il nostro procedere è tranquillo e condizionato dall'osservazione delle infinite postazioni militari, gallerie, caverne, manufatti, resti arrugginiti di "cose" metalliche e di ossa umane.
Ci incamminiamo per il sentiero 105 e dopo circa 30 minuti arriviamo alla cima Palon a 2232 metri.

Da qui lo sguardo, causa nuvole basse, stenta a vedere il Cornetto e il gruppo del Carega, immaginando, se il tempo fosse bello, quale sarebbe lo spettacolo. A questo punto decidiamo per una sosta cercando di riprendere le forze con quello che ognuno si è portato da casa; qualche panino, della frutta, per me le solite scorze di arancia candite (vi ricordate la ricetta dello scorso anno ?) e della cioccolata fondente.

Superiamo il Palon e cominciamo a scendere verso il Dente Italiano, ancora tra caverne e trinceramenti, resti di ricoveri e cisterne per l'acqua che doveva essere pompata dalla Val Leogra o portata a dorso di mulo per le decine di migliaia di soldati che hanno vissuto anni in questo infinito altopiano di rocce perforate da chilometri di gallerie.

Arrivati al Dente lo percorriamo verso nord, osservando le postazioni di artiglieria e di mitragliatrici, diverse tabelle illustrano gli appostamenti ed il volume di fuoco, arriviamo così al termine, o almeno a quello che rimane del Dente, una immensa frana ci si presenta agli occhi, frana dovuta ad una mina fatta brillare dagli Austriaci il 13.3.1918. La desolazione di questo ammasso di pietre ci rende tristi e ancora più silenziosi.

fine prima parte


La Strada degli Eroi e la zona sacra del Pasubio 2° parte

 Sulle pareti di una galleria, un anonimo soldato ha scritto: 
 "Tutti avevano la faccia del Cristo, nella livida aureola dell'elmetto, 
 tutti portavano l'insegna del supplizio nella croce della baionetta, 
nelle tasche il pane dell'Ultima Cena, 
e nella gola il pianto dell'ultimo Addio".

Chiunque cammini sul Pasubio, tra le sue cime e i suoi avallamenti si renderà conto di visitare un grande museo a cielo aperto.
Zona Sacra il Pasubio lo diventò a seguito di un Regio Decreto del 29 ottobre 1922, privilegio condiviso con sole altre tre zone del fronte di guerra e cioè con il massiccio del Monte Grappa, il Monte San Michele e il Monte Sabotino.

La chiesetta sul Pasubio - 1964

Al lettore attento non sfuggirà una certa coincidenza di date, forse casuale ma comunque significativa: solo il giorno prima si era svolta la “marcia su Roma” e il Decreto Legge si poneva davvero in sintonia con la monumentalizzazione e la sacralizzazione della Grande Guerra promossa poi in grande stile dal Regime fascista.


Le baracche della Brigata Liguria


 Ma quello che hanno vissuto migliaia di soldati in queste montagne non fu enfatico e glorioso ne tantomeno sacro, ma fu sicuramente eroico  per le condizioni in cui si trovarono a combattere un nemico sicuramente più preparato.
Sono andati in guerra perchè sono stati mandati, spesso costretti, altre volte coinvolti da una campagna mediatica progettata ad hoc, altre volte con promesse, sicuramente alcuni sono andati spontaneamente, addirittura come volontari.

Il Dente Austriaco da una postazione del Palon
Ma credo che la maggior parte di loro, se avesse potuto scegliere, sarebbe rimasta a casa.
Non per vigliaccheria, ma per continuare a lavorare per sfamare le loro famiglie.
Basta leggere le intense pagine di "La storia di Tonle" di M. Rigoni Stern
Credo che il loro grande eroismo non sia stato il partire, ma il restare al fronte, con le scarpe rotte e le cartucce contate, con gli ufficiali spesso incompetenti (vedi tra tutti il gen.Cadorna) e il freddo che li congelava, con le razioni che arrivavano a giorni alterni e la durezza della guerra in montagna, e infine con il tifo che li uccideva anche se si erano salvati dalle armi del nemico.

Così come accadde ad Edoardo Ostinelli, soldato che combattè sul Pasubio e la cui storia e il cui diario potete leggerli nelle pagine di questo Blog. Voglio solo riportarvi un passo accompagnandolo con una sua foto che ritrae proprio il sentiero che oggi chiamiamo la Strada degli Eroi.

La strada nel 1916
La strada oggi  - 2013
9.10.1916
Lettera 27 Antonietta……..
anche grande bombardamento venuto 
nessuna immaginazione
 potrà mai dire cosè guerra. 


Torniamo in silenzio verso la selletta comando nei pressi della quale sorge la chiesetta di S. Maria, soffermandoci qualche minuto ad ammirare il camminamento coperto progettato dal gen. Ghersi e recentemente recuperato (2010). Il camminamento collegava la Selletta Comando con la Selletta Damaggio che si trovava tra il Palon e il Dente Italiano

Poi in discesa raggiungiamo il rifugio Papa, percorrendo il sentiero 120.
L'ambiente è molto affollato sia dentro che fuori, con persone sedute sugli scalini e per terra. Probabilmente molti sono saliti per la strada delle 52 gallerie, e poichè nel nostro odierno pellegrinaggio abbiamo incontrato solo una decina di persone, deduco che forse a pochi di coloro che sono al rifugio interessa sapere e capire.

Decidiamo allora di non fermarci e di fare in discesa la strada degli eroi fino alla galleria Havet, anche se eravamo tentati dal sentiero n. 300 che, dopo una ripida discesa, scendeva lungo la Val Canale fino alla Colonia estiva di Marano. Alla fine abbiamo deciso di scendere per il sentiero con segnavia cai 179 (ex 399) che precipita nella Val di Fieno verso Pian delle Fugazze dove arriviamo verso le ore 16.

Partenza: galleria d'Havet 1.797 m
Arrivo: Pian delle Fugazze 1162 m
Massima elevazione: C.ma Palon  2232 m
Ascens acc.: 600 m
Discesa: 1196 m
Distanza con alt: 13 km e 18 m
Tempo: 6 ore e 20'
Energia: 1481,5 kcal  




domenica 14 luglio 2013

Lagorai: al Rifugio "Giovanni Tonini"

Ricordo due anni fa di aver letto la notizia dell'inaugurazione del Rifugio Tonini dopo recente ristrutturazione. La mia ultima visita al rifugio risale al mese di luglio del 2008. Sono passati molti anni da quella escursione, e visto che una pioggia leggera mi sta accompagnando dal Lago di Caldonazzo e il meteo non promette nulla di buono, abbandono l'idea del programma che mi ero preparato e decido di provare a salire al rifugio partendo dal Redebus.

Risalgo quindi in auto la Val dei Mocheni e giro a sinistra per il Passo del Redebus (m 1450) dove lascio l'auto e prendo a destra la strada sterrata (segnavia 443B) che sale tra i boschi. Dopo pochissimi minuti di cammino, in una piccola e pendente radura incontro la graziosa Baita della Faida dell'ASUC di Bedollo,recuperata e ristrutturata nel 2008 utilizzando materiali locali (pietra e legno).

Proseguo il cammino sul medesimo sentiero che nel tratto successivo si infila nuovamente nel bosco, con un piacevole andamento a sali-scendi, in mezzo ad una fitta foresta di abeti e di cirmoli. Dopo una mezzoretta di cammino mi appare un ripido rampone al termine del quale sbuco nell'ampia radura di Malga Pontara. Dal 1982 al 1986 il Coro "Abete Rosso" ristrutturò l'allora malga in disuso ai fini di ritrovo per le prove del coro stesso.

Poi trent'anni dopo è stato recuperato ed ampliato anche lo stallone. L'ingresso del locale principale, con una scala in legno che porta al piano sottotetto, sembra quello di una lussuosa struttura turistica alpina più che quello di una dimora per pastori! La casara, non svolge però servizio di rifugio ma viene solamente affittata a colonie o agli amici del coro che lo richiedono durante il periodo estivo mentre la stalla e' adibita a dormitorio per i campeggiatori.

Proseguo fino a confluire sulla strada asfaltata che proviene dal passo e in breve raggiungo il grande pascolo delle due malghe Stramaiolo, preceduto da un parcheggio dove ci sono una decina di auto. La prima malga quella Bassa che era già da tempo un agritur, ha subito un ampliamento (si chiaccherava di un ipotetico centro benessere) che l'ha ulteriormente imbruttita sia all'interno ma soprattutto all'esterno dove ora assomiglia ad una squallida pizzeria di periferia.  Fuori due auto della TV trentina stanno facendo un servizio sull'agriturismo di montagna. E mentre penso a quali "baggianate" si staranno inventando per decantare questo disney-park  mi allontano velocemente per la strada forestale con segnavia n. 443.

Prima che il bosco mi inghiotta lancio uno sguardo alla malga Stramaiolo Alta.
Qui, l'ultima volta che ci sono passato, c'era una scuola di cani da slitta che ora è sparita senza lasciare traccia, com'è destino di troppi finanziamenti europei dati a queste montagne per recuperi e valorizzazioni che lasciano l'amaro in bocca. In questa zona del Lagorai ho spesso l'impressione che i recuperi di molte malghe abbandonate siano stati finalizzati solamente ad uso personale.
"Se la fanno e se la godono" direbbe con voce rauca e in cimbro M. R. Stern.

Abbandonati i prati delle Stramaiolo, supero una erta salita che porta in breve al Passo di Campivèl (m 1830) da dove proseguo più o meno in piano e superando tre piccoli torrenti fino al rifugio Tonini. (m 1900 - ore 2:30 dal Passo).
Il Rifugio Giovanni Tonini è frutto della ristrutturazione della vecchia Malga Sprugio Alta effettuata nel 1972, quando i figli dell'ingegnere Giovanni Tonini, Chiara, Leo e Serenella, decisero di contribuire ai lavori e di intitolarlo al padre scomparso nello stesso anno.

Una volta terminato il recupero e la ristrutturazione, il Rifugio è stato poi donato alla sezione SAT di Baselga di Pinè. Al rifugio è stato aggiunto un doppio corpo in pietra e legno, col tetto in scandole. L'effetto complessivo non è male (a riprova che - quando si vuole - si può anche non fare schifezze come alla Stramaiolo Bassa). C'è anche un impianto fotovoltaico e una teleferica di servizio che giunge fin dentro l'edificio, facilitando la vita al gestore.

Nel settembre del 2000, a cura della SAT centrale, è stato inaugurato il ristrutturato "stallone", poco sopra il rifugio. Questa struttura, indipendente, è utilizzata per le attività di alpinismo giovanile.
Quando arrivo il tempo sembra mettersi al peggio e qualche goccia di pioggia inizia a scendere. Entro ma con mia sorpresa trovo la sala ristorante e la piccola saletta del bar già piena di gente.

Ordino una fetta di torta e mi accomodo fuori sotto il porticato.
Poco male perché non c'è nessuno e riesco così ad assaporare in completa pace la mia fetta di torta, il panorama verso la valle, il silenzio e anche qualche piccolo particolare che fanno di questo ambiente d'alta quota qualcosa di unico.

giovedì 4 luglio 2013

Lagorai: ancora neve sul Rava

La partenza usuale di questa escursione ad anello sul gruppo del Rava sarebbe quella dall'ex rifugio Spiado, a Pieve Tesino, ora recuperato ad abitazione privata. A causa della presenza nella cartografia anche recente e nella segnaletica del SAT della scritta "Rif. Spiado" gli attuali proprietari, stanchi di dover spiegare agli escursionisti, che cercano parcheggio nei pressi di quello che credono ancora un rifugio, hanno deciso di appendere un eloquente cartello.

L'alternativa potrebbe essere quella di salire per segnavia SAT 332, la cui partenza è appena dopo il paese di Bieno (all’incirca a quota 880 metri). Noi però vogliamo risparmiarci 400 metri di dislivello per cui raggiungiamo in auto le ultime case a sinistra del campeggio arrivando fin davanti al divieto di accesso forestale, dove c'è un cartello in legno che segna il percorso della Tesino Bike.

Si tratta di un giro piuttosto impegnativo dal punto di vista fisico, ma estremamente remunerativo ed emozionante per i luoghi che attraversa. Si segue la strada forestale fino ad incrociare, dopo 4 tornanti, a quota 1440 m. un'altra strada forestale contrassegnata dal segnavia sat 365 che sale appunto dall'ex rifugio Spiado. (come si evidenzia dalla foto è ancora presente la segnaletica sat che indica "Rif. Spiado")

La strada, dopo aver superato con un nuovo ponte a sfioro il rio di Fierollo, si ferma in uno slargo proprio a ridoso del cancello in legno che delimita il pascolo di malga Fierollo di sotto (1540 m). E' presente qualche cavallo avelinese e alcuni asini che, forse abituati dal passaggio quasi continuo di escursionisti, si avvicinano per cercare di recuperare qualche pezzo di pane o qualche biscotto.

Abbandoniamo ora il sentiero 365 che ritroveremo al ritorno e prendiamo il sentiero con segnavia 366 che con direzione nord sale alla Forcella Fierollo che rappresenta il punto di elevazione massima della nostra escursione.
Saliamo, superando sia la malga che la stalla in bosco rado di larici, piacevole, e, dopo uno strappo ci portiamo in un altro spiazzo a nord del quale è posizionata la malga Fierollo di sopra (1754).

La malga è stata recentemente recuperata dal comune di Bieno con una pregevole ristrutturazione che ha consentito di creare gli spazi per un bivacco sempre aperto.
Appena entrati troviamo una stanza giorno con un caminetto, una stufa a legna dove si può cucinare, un lavello con acqua corrente, una dispensa fornita di tutto il necessario e una tavola con panche e sedie.

Superata la porta a destra della credenza-dispensa, troviamo la piccola stanza dormitorio con 6 nuovi letti a castello, sprovvisti però di materasso. Se ci  fosse bisogno di ulteriori posti letto c'è sempre il soppalco a cui si accede attraverso una scala da fienile.
Un bivacco molto bello e ben attrezzato anche per gruppi numerosi situato in una posizione strategica sia per escursioni estive che invernali.

Lasciamo mal volentieri questo posto, promettendo di ritornarci magari in autunno, quando la voglia di accendere un fuoco è sicuramente più stimolante. Il sentiero si inerpica ancora tra rododendri in fiore e radi larici fino ai laghi della Bella Venezia ??!!??. Non ho mai capito e non sono mai riuscito a trovare qualche informazione che mi facesse comprendere il perché di questa denominazione.

In realtà sono due pozze neppure carine, tanto che non siamo per nulla incentivati a fermarci.
Così rimandiamo la breve pausa poco più sopra davanti ad una piccola costruzione (bivacco piccolo e praticamente vuoto ma con libro degli ospiti) denominato baito dei Laghi Bella Venezia (2013 m).
Grazie ad una schiarita momentanea da qui possiamo godere di un bel panorama e della vista sul passo del Brocon.

Riusciamo a malapena a bere qualcosa che subito il tempo torna ad essere minaccioso costringendoci ad accelerare nuovamente il passo per abbreviare i tempi di marcia. Saliamo così, non senza qualche breve pausa, il ripido canalone finale che ci porta al cancelletto con filo spinato della forcella Fierollo (2254 m) che ricorda chiaramente a tutti coloro che calpestano questo sentiero, un tempo lastricato con il sangue di tante persone, che siamo in una zona dove si è combattuta per anni una guerra insensata.

In assenza di vento ed aria fredda decidiamo di fermarci per una meritata pausa panino. Rimettiamo gli zaini e riprendiamo il sentiero che, lasciata la Valle di Fierollo, si affaccia ora sulla parte alta di quella di Rava. Ci sorprendiamo, ma non più di tanto vista l'esperienza di domenica, nel trovare il canalone che alimenta il Lago di Mezzo completamente ricoperto da uno strato di neve considerevole.

Scendiamo con attenzione anche perché il sentiero è franato in più punti e reso scivoloso dalla neve marcia. A fianco del limpidissimo Lago di Mezzo troviamo, a quota 2030 m, la malga Rava di Sopra anche questa recentemente ristrutturata con un intervento che ha consentito di ricavare degli spazi per un bivacco.
Più piccolo del precedete ma non meno organizzato (stufa-cucina a legna, tavolo, sedie e letti a castello tutto in un'unica graziosa stanza).

La malga è su un terrazzo che ora scendiamo verso il fondovalle con un ripido sentierino. Un paio di guadi tra mille rivoli d'acqua e raggiungiamo un bivio dove lasciamo il segnavia 366 - Col degli Osei per il 365 in discesa per prati aperti.  Poco dopo l’ennesima malga: Ravetta di sotto (comune di Strigno - non ristrutturata). Alle spalle della malga un canalone tapezzato di rododendri attira la nostra attenzione per una pausa fotografica.

Il sentiero, che scende per la Val di Rava, è oggetto di recente recupero, così come la prossima e ultima malga, Rava di sotto, decisamente più spartana delle altre (forse la sistemazione non è ancora completata), ma ugualmente carina. Peccato che la zona sia infestata dalle zanzare. Poi con un lungo traverso, passando per un bel bosco di abeti e faggi, raggiungiamo i prati di Malga Fierollo di sotto dove riprendiamo la strada forestale che ci riporta al parcheggio dove abbiamo lasciato l'auto.

Partenza: parcheggio quota 1280 m
Altezza massima: forcella Fierollo 2254
Dislivello accumulato in salita: circa 1050 m
Distanze con altitudini: 15 km e 200 m
Difficoltà: E
Tempo di percorrenza comprese le soste: 6 h e 32'

lunedì 1 luglio 2013

Lagorai: Hoabonti e Monte Cola da Rifugio Serot mancato

Bella escursione che vi permetterà di osservare panorami vastissimi, soprattutto se riuscirete ad arrivare alla cima del Gronlait o dell'Haobonti, e di scoprire, come ho già detto uno degli angoli del Lagorai, sicuramente meno selvaggio, ma non per questo meno paradisiaco.
Da Roncegno o da Torcegno, lungo la direttrice della SS della Valsugana, seguite le indicazioni per Rifugio Serot o località Le Pozze.

Dal parcheggio nei pressi del Rifugio Serot (1566 m) siamo ritornati indietro verso ovest seguendo la strada bianca fino ad  un  vicino bivio dove la traccia (segnavia cai 371) prende a destra, passando per Malga Fravort, per poi inoltrarsi in un rado bosco di larici e abete rosso.
Dopo circa mezz’ora di cammino in mezzo al bosco intravvediamo in basso sulla nostra sinistra i contorni del piccolo Lago delle Prese, mentre di fronte a noi appare sempre più grande il lungo profilo del crinale del Fravort .

Fati pochi passi usciamo dal bosco per immeterci sulla strada forestale che sale dall'agriturismo Rincher verso le baite ristrutturate della Val d'Ilba. Poco dopo lasciamo il sentiero che si inerpica per la valle a raggiungere il baito d'Ilba e seguendo la strada che voltando a sinistra attraversa il rio ci dirigiamo verso la Val Portelle.

La valle è molto ampia e sale con pendenza costante, tra rododendri in  che stanno per aprirsi in piena fioritura e qualche rado larice le cui gemme rosse emanano un profuo inebriante. Saliamo senza strappi e pause fino ad arrivare ad una sella dove c’è un piccolo e grazioso baito dei pastori  in  muratura e legno:  a nord si vede l’avvallamento di Passo La Portella che divide il Monte Gronlait a sinistra dal Monte Hoabonti a destra ammantati di bianco dopo la recente nevicata.

Al passo l’orizzonte ora si apre verso nord e  ci fa subito cogliere la lunga dorsale del Ruioch e più a destra il Fregasoga e la piramide del Monte Croce che, con la sua cima a quota 2490, rappresenta la massima elevazione della catena del Lagorai occidentale.
Ora si può decidere se puntare direttamente al  compimento dell’itinerario oppure se fare una digressione  verso il  Gronlait, (2383 m)cima assai panoramica.


La salita al Gronlait, segnavia 325, è dapprima assai ripida su un terreno misto tra detriti porfirici e zolle erbose.  La pendenza una volta arrivati sul crinale  si addolcisce sempre più e in poche battute si arriva al punto sommitale con una piccola croce lignea (circa 40 minuti dal Passo). Bellissimo il panorama sulle Dolomiti di Brenta,  sull’Adamello – Carè Alto sulle cime del Lagorai.

Decidiamo di completare l'itinerario verso la forcella del Lago per poi calarci lungo la Val di Cavè dove il sentiero (segnavia 323) ci riporta verso i prati di malga Trenca e infine al Serot. Affrontiamo quindi l'impegnativa ma abbastanza breve salita  che segna il cammino lungo la dorsale ovest dell’Hoabonti, più affusolata ondulata  e tormentata di quella dolce del Gronlait.

Arrivati a quota (2240 m) seguendo il segnavia 325  ci troviamo ad un passaggio esposto; si tratta di uno stretto sentiero che corre lungo la dorsale nord-ovest dell'Hoabonti. Non presenta comunque difficoltà anche parchè nei tratti esposti è munito di fune d’acciaio mentre delle travi in legno permettono il passaggio sicuro nei canaloni più franosi. Purtroppo però la neve recente ha reso alquanto scivoloso il transito tanto da costringerci a rinunciare.
(nella mappa in rosso l'itinerario fatto e in blu quello mancante per completare l'anello).

A malincuore ritorniamo sui nostri passi e scendiamo alla forcella per poi riprendere il sentiro 371 che ripercorre la Val Portella.
Arrivati al limite del bosco decidiamo di raccogliere qualche gemma di larice.
Ci servirà per preparare, una volta tornati a casa, il laricino, un liquore resinoso e molto profumato a base di grappa, zucchero e gemme di larice.

Una volta tornati alla macchina, decidiamo di fare due passi intorno al Serot, oggetto di una recentissima ristrutturazione che lo ha reso un grazioso rifugio di charme. Certo non aspettatevi un centro benessere o un albergo di lusso, ma un rifugio e quindi un ambiente accogliente, caldo, confortevole, un posto dove "staccare la spina" dallo stress ed immergersi nei boschi o salire le cime di una montagna che ha una bellezza e un fascino unici.

Ci sono mille motivi che ognuno può trovare senza difficoltà per salire fin quassù ...E quando siete quà, non siate troppo pigri da non alzarvi presto al mattino e perdervi così un'alba tra le montagne della Valsugana, e non siate troppo affamati da avere fretta nel sedervi a tavola e perdervi così il calar del sole e il dolce passaggio dal giorno alla notte. Ogni stagione è buona per venire quassù ma in questo periodo di inizio estate è un tripudio di colori con i prati che sembrano la tavolozza di un pittore.

Per non parlare del panorama che offre il rifugio. Davanti a noi, in bella mostra, tutte le vette e le cime delle montagne che fanno da corona  all'Altopiano di Asiago: da Cima della Caldiera all'Ortigara, da Cima Undici a Cima Dodici, dal monte Trentin alla dorsale del Portule, da cima Larici e Manderiolo  allo Spitz Vezzena.
Un panorama che nelle ore della sera si staglia nitido donandoci un panorama unico.

Prima di ristorarci al rifugio proseguiamo lungo la strada sterrata che ci porta in località Trenca. Passiamo davanti alla rimodernata  malga Trenca che montica ben 85 vacche, 50 capre e 70 pecore. Come allora non fermarci ad acquistare del burro, della ricotta o del formaggio "originale malghe del Lagorai".
Continuando per la strada si apre davanti a noi un paesaggio quasi fiabesco fatto di prati costellati di baite recuperate in pietra locale e legno del Lagorai come la Baita Mazoleta . Chissà forse a ottobre ....