Sono a Caorle per qualche giorno a scontare un impegno di lavoro che comunque non mi occupa interamente le giornate, lasciandomi più di qualche ora libera. E allora come non approfittarne per andare a visitare la laguna di Caorle con i suoi famosi "Casoni".
A pochi chilometri dalla spiaggia già affollata di bagnanti c’è un mondo silenzioso, lontano, quasi segreto, un mondo di storie da ascoltare, di chiacchiere allegre in compagnia di una buona “ombreta”,un mondo fatto di antiche tradizioni marinare, il mondo dei "Casoni".
Un modo molto bello per raggiungere e visitare i casoni e l’isola dei pescatori è utilizzare un barchino, oppure noleggiando una bicicletta, in questo modo si ha la possibilità di osservare anche il pittoresco centro di Caorle girovagando tra calli e campielli e ammirando le facciate delle case deliziosamente dipinte con colori pastello.
Una volta inforcate le biciclette, che noleggiate presso "Caorlebike" che si trova in prossimità della Piazza S.Antonio a 100 mt. dal centro storico, percorriamo via Dal Moro Luigi e poi via Roma fino ad arrivare nella piazzetta del Duomo con il suo splendido campanile cilindrico simbolo della cittadina e circondato da calli e campielli che rimandano a quelle di Venezia.
Lasciato il Duomo e il centro storico, poco dopo, dove la terra incontra l'acqua, ci troviamo davanti alla Chiesetta sul mare. Secondo la tradizione, il Santuario della Madonna dell’Angelo è stato
edificato attorno al VI °secolo dagli abitanti di Concordia Sagittaria
che, emigrati nell'isola per sfuggire alle invasioni barbariche, vi edificarono questa piccola costruzione che con il passare degli anni divenne un simbolo per tutta la città di Caorle. Lasciata la chiesetta costeggiamo la lunga spiaggia di Levante fino alla località Falconera.
Si prosegue da Falconera sull'argine che costeggia il Nicesolo, in direzione Nord-Ovest, lungo la pista ciclabile nuova. Durante il percorso, guardando sempre a destra, si possono scorgere i 'ghebi' - piccoli canaletti che entrano tra le canne di falasco con cui i pescatori costruiscono i casoni.
In un attimo ci troviamo nella splendida campagna veneta, e dato che pedaliamo sopra l'argine, abbiamo un po' di vista tutt'attorno. Ogni tanto sulla nostra destra, tra la strada e il canale compare seminascosto tra il canneto qualche casone.
Qualcuno risistemato, ma chiuso in un silenzio d'altri tempi. In qualche altro udiamo voci che si rincorrono tra l'interno dell'edificio e il giardino ben tenuto con gli alberi da frutto e una siepe che nascondono alla nostra vista attimi di vita quotidiana. La cosa che più ci colpisce è l'accativante odere di pesce cucinato alla griglia che si accompagna in una sinfonia inebriante, vista anche l'ora, al profumo di piante aromatiche e delle tamerici in fiore.
Storditi in tutti i sensi arriviamo alla fine della pista ciclabile, e troviamo un parcheggio delle biciclette. Scendiamo, e ci avventuriamo a piedi sull'"isola dei casoni", congiunta tramite un piccolo ponte. Ai bordi del sentiero i vari appezzamenti, con allevamenti di cigni, anatre, e vari animali da cortile. Tutto pulito e lindo, ma senz'anima... Senza difficoltà arriviamo alla fine del sentiero, dove incontriamo alcuni pescatori.
La vegetazione è lussureggiante, con canneti, ma di animali liberi neanche la traccia..
Lungo il percorso arriviamo ad un casone, dove un signore anziano ci
invita ad una visita dell'interno. Fortuna insperata, non osavo
chiedere... Mi lascia fotografare l'interno, e inizia a decantare le
meraviglie della zona, ma lentamente ci rendiamo conto che sa di costruito per la curiosità dei turisti.
Salutiamo e ringraziamo per l’ospitalità, e torniamo verso le nostre biciclette, per proseguire la nostra avventura….
Resta il piacere della bella pedalata, e di essere usciti per un po'
dagli schemi della solita vacanza, facendo quattro passi in una zona
sicuramente bellissima paesaggisticamente, ma che ha un pò venduto quell'anima magica e solitaria che tanto aveva ammaliato Hemingway.
Lounge Music
martedì 2 giugno 2015
lunedì 1 giugno 2015
Caorle e la Laguna di Hemingway
"Un autunno di giornate splendide, di brevissime piogge che lasciano il cielo più terso di prima e accendono di arcobaleno il collo e la testa dei germani reali e dei codoni che si alzano all'improvviso dai canneti verso spazi che sembrano eterni. I silenzi sono dolcissimi. I rumori sono quelli di un cefalo che qua e là guizza a mezz'aria e ricade nell'acqua, del fruscio delle foglie appena mosse dal vento, del richiamo degli uccelli migratori che arrivano dopo un lungo viaggio dai Paesi dell'Est e scendono con larghe volute sulla laguna di Caorle rimasta antica nei suoi umori e nel sapore della vita." (Ernest Hemingway, "Di là dal fiume e tra gli alberi ", 1948)
Alla laguna di Caorle, lo scrittore americano, si ispira per alcune pagine del romanzo "Di là del fiume e tra gli alberi", pubblicato in America nel 1950 ma in Italia solamente nel 1965 dopo la morte dello scrittore per sua espressa volontà. Hemingway pensava di aver trovato in questo remoto angolo della laguna veneta quello che invano aveva sempre cercato nel suo girovagare per il mondo: la felicità e l'amore espressi nel gioioso rapporto con la giovane fanciulla veneziana (Adriana Ivancich), descritto nelle pagine del suo libro.
In effetti fu proprio Adriana Ivancich, ma anche la malìa del paesaggio della laguna veneziana, a produrre in Hemingway quella sorta di incantamento che gli permise di tradurre in finzione letteraria le sue più vive esperienze di vita : la seconda guerra mondiale; il declino dell'età; i ricordi della giovinezza; l'inquietudine e il sogno di una ritrovata giovinezza.
"Quattro barche risalivano il canale principale verso la grande laguna a nord...Spuntò l'alba prima che giungessero alla botte di doghe di quercia immersa nel fondo della laguna... il cacciatore.. Osservò il cielo rischiararsi oltre il lungo margine della palude e vide in lontananza le montagne coperte di neve. Il colonnello udì uno sparo alle spalle dove sapeva che non c'erano appostamenti e voltò il capo a guardare di là della laguna gelata la lontana spiaggia. Volavano alti nel cielo i germani reali e i codoni si alzavano all'improvviso dai canneti verso spazi eterni; guizzava il cefalo a mezz'aria ricadendo nell'acqua e le anatre si perdevano nei giochi di ali e di luci." (E. Hemingway).
Sono i momenti più belli di Hemingway quelli che egli vive in questo paesaggio magico, in queste solitudini dove la voce umana viene appena sussurrata. E dove il mondo e i suoi rumori diventano lontani; dove la quiete assume dimensioni nitide e leggere. Leggere, appunto, come il volo degli uccelli, che solcano eleganti il cielo incontaminato della laguna di Caorle, un paesaggio unico per ritrovare l'autenticità della natura.
Alla laguna di Caorle, lo scrittore americano, si ispira per alcune pagine del romanzo "Di là del fiume e tra gli alberi", pubblicato in America nel 1950 ma in Italia solamente nel 1965 dopo la morte dello scrittore per sua espressa volontà. Hemingway pensava di aver trovato in questo remoto angolo della laguna veneta quello che invano aveva sempre cercato nel suo girovagare per il mondo: la felicità e l'amore espressi nel gioioso rapporto con la giovane fanciulla veneziana (Adriana Ivancich), descritto nelle pagine del suo libro.
In effetti fu proprio Adriana Ivancich, ma anche la malìa del paesaggio della laguna veneziana, a produrre in Hemingway quella sorta di incantamento che gli permise di tradurre in finzione letteraria le sue più vive esperienze di vita : la seconda guerra mondiale; il declino dell'età; i ricordi della giovinezza; l'inquietudine e il sogno di una ritrovata giovinezza.
"Quattro barche risalivano il canale principale verso la grande laguna a nord...Spuntò l'alba prima che giungessero alla botte di doghe di quercia immersa nel fondo della laguna... il cacciatore.. Osservò il cielo rischiararsi oltre il lungo margine della palude e vide in lontananza le montagne coperte di neve. Il colonnello udì uno sparo alle spalle dove sapeva che non c'erano appostamenti e voltò il capo a guardare di là della laguna gelata la lontana spiaggia. Volavano alti nel cielo i germani reali e i codoni si alzavano all'improvviso dai canneti verso spazi eterni; guizzava il cefalo a mezz'aria ricadendo nell'acqua e le anatre si perdevano nei giochi di ali e di luci." (E. Hemingway).
Sono i momenti più belli di Hemingway quelli che egli vive in questo paesaggio magico, in queste solitudini dove la voce umana viene appena sussurrata. E dove il mondo e i suoi rumori diventano lontani; dove la quiete assume dimensioni nitide e leggere. Leggere, appunto, come il volo degli uccelli, che solcano eleganti il cielo incontaminato della laguna di Caorle, un paesaggio unico per ritrovare l'autenticità della natura.
venerdì 10 aprile 2015
Ristorante Rifugio Da Aurelio al Passo Giau
Con alcuni amici abbiamo organizzato un weekend sulla neve (ciaspole) nella zona di Passo Giau. Sole, neve, panorami mozzafiato e natura meravigliosa non potevano trovare giusto accompagnamento che con una cena presso il rifugio Da Aurelio. Logicamente dopo aver prenotato con largo anticipo. Una location, soprattutto invernale unica e fantastica, tanto che prima di accomodarci in tavola siamo saliti al Passo per scattare qualche foto al tramonto.Una volta accomodati al tavolo ci siamo lasciati convincere dai suggerimenti di Annalisa ed abbiamo scelto il menù degustazione, con qualche variazione che ci ispirava per la sua ardita composizione ed accostamento. Tra tutti quelli degustati alcuni meritano sicuramente anche la lode.
Uovo pochè su crema di patate, tartufo e finferli i cui profumi erano da soli capaci di darci piena soddisfazione. In bocca i gusti si amalgamavano perfettamente senza che, ad esempio, il tartufo coprisse gli altri come ci si aspeterebbe da un piatto così composto. Ottimi i finferli che risultavano per niente gommosi ma perfettamente croccanti come fossero stati raccolti in giornata.
Magnifico !
Panna cotta al fieno d'alpeggio con lichene croccante.
Un dolce davvero originale, pensato ed elaborato, ma nella sostanza molto semplice e straordinario. Soprendentemente buono il gusto amaro-croccante del lichene a contrastare la dolcezza della panna cotta sfumata dal fieno.
Peccato solo vedere molti commensali cenare chiaccherando animatamente senza rendersi conto di quello che stavano mangiando.
Qualsiasi piatto composto da Gigi Dariz, il figlio di Aurelio che oggi gestisce il ristorante Rifugio, anche il più semplice, è una creazione artistica e andrebbe valorizzato per quello che di bello e buono sa darci.
* la prima foto è dell'amico Mark con cui ho condiviso questo favoloso weekend
domenica 29 marzo 2015
Al rifugio Città di Fiume
L'itinerario che conduce al Rifugio Città di Fiume è un ottimo compromesso che consente, anche ai principianti, di godere di uno splendido panorama sulle più famose cime dolomitiche: Monte Pelmo, Marmolada, Croda da Lago, Lastoni del Formin. Il Rifugio è aperto durante l’inverno nei fine settimana, tutto il mese di febbraio e nelle festività e rappresenta quindi un ottimo punto di sosta e ristoro. Per arrivarci ci vuole circa un'ora.
Per coloro che volessero provare l'emozione di trovarsi ad un passo dalle strapiombanti pareti del m. Pelmo consigliamo di continuare, una volta arrivati al rifugio, seguendo la traccia che a destra attraversa il vallone e raggiunge Forcella Forada. Per i più allenati c'è invece la possibilità di proseguire dal Rifugio Città di fiume verso una meta un po' più impegnativa: il Col de la Puina punto molto panoramico, oppure proseguire verso Malga Prendera, per garantirsi una giornata di pura immersione nello spettacolare scenario invernale.
Accesso
La partenza può avvenire indifferentemente o dal Rifugio Aquileia, che si può raggiungere direttamente in automobile andando da Selva di Cadore in direzione Passo Staulanza, e svoltando a sx seguendo le indicazioni per il Rifugio e il Centro fondo (circa 7km dal centro di Selva di Cadore). Oppure si può partire dal 3° tornante del Passo Staulanza, direzione Val di Zoldo, dove c'è un ampio parcheggio segnalato.
Itinerario
Partendo dal parcheggio del terzo tornate del Passo Staulanza, il percorso è ben tracciato. La prima meta è Malga Fiorentina, una malga non più attiva da dove già si cominciano a scorgere i primi meravigliosi scorci panoramici. Dalla malga si prosegue tenendo la destra e in breve si esce dal bosco rado (lariceto) e si raggiungono i prati del Rifugio.
Per coloro che volessero provare l'emozione di trovarsi ad un passo dalle strapiombanti pareti del m. Pelmo consigliamo di continuare, una volta arrivati al rifugio, seguendo la traccia che a destra attraversa il vallone e raggiunge Forcella Forada. Per i più allenati c'è invece la possibilità di proseguire dal Rifugio Città di fiume verso una meta un po' più impegnativa: il Col de la Puina punto molto panoramico, oppure proseguire verso Malga Prendera, per garantirsi una giornata di pura immersione nello spettacolare scenario invernale.
Accesso
La partenza può avvenire indifferentemente o dal Rifugio Aquileia, che si può raggiungere direttamente in automobile andando da Selva di Cadore in direzione Passo Staulanza, e svoltando a sx seguendo le indicazioni per il Rifugio e il Centro fondo (circa 7km dal centro di Selva di Cadore). Oppure si può partire dal 3° tornante del Passo Staulanza, direzione Val di Zoldo, dove c'è un ampio parcheggio segnalato.
Itinerario
Partendo dal parcheggio del terzo tornate del Passo Staulanza, il percorso è ben tracciato. La prima meta è Malga Fiorentina, una malga non più attiva da dove già si cominciano a scorgere i primi meravigliosi scorci panoramici. Dalla malga si prosegue tenendo la destra e in breve si esce dal bosco rado (lariceto) e si raggiungono i prati del Rifugio.
sabato 28 marzo 2015
Il monte Pore dal Passo Giaù
Il Monte Pore (2405 m) è una cima isolata a forma piramidale che fa parte del gruppo Averau-Nuvolau, meno slanciata e famosa delle vette dolomitiche circostanti. Presenta su tutti e quattro i lati delle coste che scendono verso il fondo valle ed in particolare incombono sugli abitati di Larzonei (Livinallongo) e Colle Santa Lucia. Queste coste un tempo erano utilizzate soprattutto per pascolo e per la fienagione anche se una vasta area era destinata all'attività mineraria estrattiva (miniere del Fursil) e collocandosi quindi lungo l’antica via del ferro, posta geograficamente al centro dell’area dolomitica, nella parte più a nord dell’Agordino, compresa fra i massicci della Marmolada, del Civetta e del Pelmo.
La sua isolatezza però la rende anche un punto panoramico eccezionale e i suoi pendii, quasi tutti sciabili, fanno di questa montagna un'interessante e appagante meta scialpinistica. E non solo. Poco prima di giungere al passo di Giau da Selva di Cadore, sulla sinistra si trova la località Fedare, qualche fienile adattato a baita, un rifugetto, la seggiovia che raggiunge forcella Averau con le relative piste da sci a cavallo tra l'Averau e il Nuvolau.
Con questa relativamente breve ma impegnativa escursione volevamo invece puntare a sud, verso la grande piramide erbosa del m. Pore, sorella del non lontano Col di Lana, caratteristica per la roccia magmatica nera che contrasta nettamente con le rosate rocce dolomitiche. Dalla Cima si gode uno splendido paesaggio sia sulle Dolomiti Agordine che sulle Dolomiti Ampezzane; infatti è un itinerario molto apprezzato non solo dagli scialpinisti ma anche dagli escursionisti.
Accesso:
Partendo da Selva di Cadore, si prosegue verso il Passo Giau, fino al Rifugio Fedare (mt. 2.000), a circa tre km dalla cima del Passo, dove un ampio parcheggio consente di lasciare l'automobile. In stagione è attivo anche un servizio di Skibus (costo Euro 4.00 A/R), che consente di raggiungere la partenza di Fedare senza muovere la macchina. Lasciamo dunque l’automobile al Rifugio Fedare, dove parte la seggiovia che sale al Rifugio Averau.

Subito a fianco del parcheggio, passiamo sotto alla seggiovia (leggere bene la cartellonistica), seguendo i segnavia bianco-rossi (sentiero CAI 463). Purtroppo le difficoltà iniziano già da subito in quanto la traccia di salita si ferma ad una chiesetta alpina circondata da graziose baite. Da questo punto dobbiamo battere traccia affondando nella neve fresca che è caduta abbondante l'altro giorno (40 cm).
Proseguiamo con difficoltà, puntando a destra e seguendo una dorsale punteggiata da baite e fienili, e dopo circa un'ora dalla partenza giungiamo alla cresta del Jof de Melei, a quota 2.140 mt. Siamo sulla cima dello spartiacque fra la montagna di Andraz e Fedare, Il cielo è terso e, davanti a noi si apre uno splendido panorama sulle valli e sulle montagne circostanti. Spiccano in primo luogo a sud-est il Pelmo e il Civetta, mentre a sud-ovest spicca la Marmolada con il suo ghiacciaio sciabile, ma non sfigurano l’Antelao, il Boè, il Sassongher, il Sorapis e molte altre crode.
Non c'è una nuvola in cielo, ma questo grazie ad un vento che sta spirando ad 80-90 km/h con un wind chill marcatamente sotto lo zero termico. Dopo una brevissima pausa, giusto il tempo per qualche foto e prima di trovarci con le mani congelate, ripartiamo seguendo la cresta che separa la Val Codalonga dai prati del Monte Pore e che risale l’evidente costone nord-est del monte.
Oggi sicuramente dobbiamo rinunciare a salire in vetta così decidiamo, assieme ad altri due escursionisti, di tentare almeno di arrivare alla croce posta di recente in ricordo di Don Claudio Sacco, travolto da una valanga mentre sciava in solitaria il 3/12/2009. Purtroppo il vento spira ancora più forte e non ci lascia neppure per un istante.
Sotto di noi uno speedriding rinuncia alle sue evoluzioni e, disteso sulla neve, aspetta che il vento cessi per recuperare la sua attrezzatura. La situazione è veramente critica; con il vento facciamo veramente fatica a reggerci in piedi e inoltre dovremmo battere traccia con 50-60 cm di neve fresca e ventata. Così, dopo averne discusso, decidiamo di ritornare a valle.

Qualche volta la rinuncia alla vetta pesa come un macigno, ma non oggi. Ci riteniamo pienamente appagati dalla splendida giornata e dai panorami incantevoli che si sono aperti davanti a noi.
Una volta scesi, poco sopra la chiesetta ci fermiamo in un grazioso baito per gustarci un po' di sole primaverile, prima di ritornare al Fedare dove abbiamo l'auto.
La sua isolatezza però la rende anche un punto panoramico eccezionale e i suoi pendii, quasi tutti sciabili, fanno di questa montagna un'interessante e appagante meta scialpinistica. E non solo. Poco prima di giungere al passo di Giau da Selva di Cadore, sulla sinistra si trova la località Fedare, qualche fienile adattato a baita, un rifugetto, la seggiovia che raggiunge forcella Averau con le relative piste da sci a cavallo tra l'Averau e il Nuvolau.
Con questa relativamente breve ma impegnativa escursione volevamo invece puntare a sud, verso la grande piramide erbosa del m. Pore, sorella del non lontano Col di Lana, caratteristica per la roccia magmatica nera che contrasta nettamente con le rosate rocce dolomitiche. Dalla Cima si gode uno splendido paesaggio sia sulle Dolomiti Agordine che sulle Dolomiti Ampezzane; infatti è un itinerario molto apprezzato non solo dagli scialpinisti ma anche dagli escursionisti.
Accesso: Partendo da Selva di Cadore, si prosegue verso il Passo Giau, fino al Rifugio Fedare (mt. 2.000), a circa tre km dalla cima del Passo, dove un ampio parcheggio consente di lasciare l'automobile. In stagione è attivo anche un servizio di Skibus (costo Euro 4.00 A/R), che consente di raggiungere la partenza di Fedare senza muovere la macchina. Lasciamo dunque l’automobile al Rifugio Fedare, dove parte la seggiovia che sale al Rifugio Averau.

Subito a fianco del parcheggio, passiamo sotto alla seggiovia (leggere bene la cartellonistica), seguendo i segnavia bianco-rossi (sentiero CAI 463). Purtroppo le difficoltà iniziano già da subito in quanto la traccia di salita si ferma ad una chiesetta alpina circondata da graziose baite. Da questo punto dobbiamo battere traccia affondando nella neve fresca che è caduta abbondante l'altro giorno (40 cm).
Proseguiamo con difficoltà, puntando a destra e seguendo una dorsale punteggiata da baite e fienili, e dopo circa un'ora dalla partenza giungiamo alla cresta del Jof de Melei, a quota 2.140 mt. Siamo sulla cima dello spartiacque fra la montagna di Andraz e Fedare, Il cielo è terso e, davanti a noi si apre uno splendido panorama sulle valli e sulle montagne circostanti. Spiccano in primo luogo a sud-est il Pelmo e il Civetta, mentre a sud-ovest spicca la Marmolada con il suo ghiacciaio sciabile, ma non sfigurano l’Antelao, il Boè, il Sassongher, il Sorapis e molte altre crode.
Non c'è una nuvola in cielo, ma questo grazie ad un vento che sta spirando ad 80-90 km/h con un wind chill marcatamente sotto lo zero termico. Dopo una brevissima pausa, giusto il tempo per qualche foto e prima di trovarci con le mani congelate, ripartiamo seguendo la cresta che separa la Val Codalonga dai prati del Monte Pore e che risale l’evidente costone nord-est del monte.
Oggi sicuramente dobbiamo rinunciare a salire in vetta così decidiamo, assieme ad altri due escursionisti, di tentare almeno di arrivare alla croce posta di recente in ricordo di Don Claudio Sacco, travolto da una valanga mentre sciava in solitaria il 3/12/2009. Purtroppo il vento spira ancora più forte e non ci lascia neppure per un istante.
Sotto di noi uno speedriding rinuncia alle sue evoluzioni e, disteso sulla neve, aspetta che il vento cessi per recuperare la sua attrezzatura. La situazione è veramente critica; con il vento facciamo veramente fatica a reggerci in piedi e inoltre dovremmo battere traccia con 50-60 cm di neve fresca e ventata. Così, dopo averne discusso, decidiamo di ritornare a valle.

Qualche volta la rinuncia alla vetta pesa come un macigno, ma non oggi. Ci riteniamo pienamente appagati dalla splendida giornata e dai panorami incantevoli che si sono aperti davanti a noi.
Una volta scesi, poco sopra la chiesetta ci fermiamo in un grazioso baito per gustarci un po' di sole primaverile, prima di ritornare al Fedare dove abbiamo l'auto.
sabato 21 marzo 2015
Dal Serot al monte ... Cola o Colo ?
Come scritto sopra, l'idea era di salire per la dorsale sud-est, utilizzata dagli scialpinisti come alternativa per raggiungere la vetta del monte Cola. Ma non conosco il percorso, peraltro assolutamente non segnalato dal momento che generalmente la via principale passa per la Val d' Ilba.
In questa parte del Lagorai ha nevicato poco recentemente, inoltre ha sventato molto e le temperature dei giorni scorsi erano elevate per il periodo con il risultato che le cime sono pelate, anche se ai loro piedi ci sono accumuli alle volte ingannevoli.
La strada forestale (asfaltata) che sale da Roncegno, è percorribile fino al rifugio Serot dove decidiamo di parcheggiare l'auto. Siamo soli anche se l'orario non è proprio da scialpinisti. E infatti non lo siamo per nulla. Neppure nel piccolo parcheggio di malga Fravort (vendono latticini ma non è una vera malga, a memoria direi che fino a qualche anno fa era una semplice una baita) non abbiamo visto auto parcheggiate.
Brutto segno, se gli sciatori hanno abbandonato in questo periodo di fine stagione queste cime, significa solo una cosa; la neve non è sciabile o non c'è più. Percorriamo la strada che porta a malga Trenca, la neve è compatta e permette una camminata tranquilla anche senza le ciaspe. Tracce più ampie dopo la Trenca: le seguiamo fino al ponte sul torrente Chiavona che è un punto di incrocio con il sentiero estivo CAI 323 che sale al lago delle Carezze (avendolo visto in estate sappiamo che ormai è quasi intorbato) e la strada forestale che con lungo traverso si porta al baito della Val d' Ilba.
Ci fermiamo un attimo, davanti a noi due scialpinisti stanno parlando tra di loro e sembrano indecisi sul da farsi. In effetti da dove siamo arrivati la dorsale sud-est del m. Cola è tappezzata a macchie di leopardo di zone dove la neve si è completamente dissolta lasciando emergere il marrone dell'erba vecchia, mentre altre zone sembrano bombate da accumuli di neve ventata. Difficile proseguire con gli sci in questa situazione.
Proviamo a proseguire seguendo la strada che in breve ci porta a malga Colo e poi con breve salita raggiungiamo il Lago Grande, scontrandoci qualche volta con gli accumuli di neve descritti prima. Quì la neve copre completamente il paesaggio. Con notevole sforzo potremmo raggiungere la dorsale, e poi la croce di vetta, ma la salita in questa situazione sarebbe molto impegnativa e per nulla appagante la discesa ...
Alla fine decidiamo di fare il giro del lago e riprendo le tracce di altri escursionisti ci portiamo al lago delle Carezze, un posto davvero splendido per fare una pausa pranzo, ma oggi il tempo non è dei migliori, anzi e le nuvole basse non permettono alcuno sguardo verso la Valsugana e le cime della dorsale nord dell'Altopiano di Asiago.
Per bosco rado fino a malga Trenca e poi su prati punteggiati da radi larici al Serot il percorso di ritorno è intuitivo con un fuoripista che ci porta a curiosare tra le baitine che si sporgono verso il rifugio.
La strada forestale (asfaltata) che sale da Roncegno, è percorribile fino al rifugio Serot dove decidiamo di parcheggiare l'auto. Siamo soli anche se l'orario non è proprio da scialpinisti. E infatti non lo siamo per nulla. Neppure nel piccolo parcheggio di malga Fravort (vendono latticini ma non è una vera malga, a memoria direi che fino a qualche anno fa era una semplice una baita) non abbiamo visto auto parcheggiate.
Brutto segno, se gli sciatori hanno abbandonato in questo periodo di fine stagione queste cime, significa solo una cosa; la neve non è sciabile o non c'è più. Percorriamo la strada che porta a malga Trenca, la neve è compatta e permette una camminata tranquilla anche senza le ciaspe. Tracce più ampie dopo la Trenca: le seguiamo fino al ponte sul torrente Chiavona che è un punto di incrocio con il sentiero estivo CAI 323 che sale al lago delle Carezze (avendolo visto in estate sappiamo che ormai è quasi intorbato) e la strada forestale che con lungo traverso si porta al baito della Val d' Ilba.
Ci fermiamo un attimo, davanti a noi due scialpinisti stanno parlando tra di loro e sembrano indecisi sul da farsi. In effetti da dove siamo arrivati la dorsale sud-est del m. Cola è tappezzata a macchie di leopardo di zone dove la neve si è completamente dissolta lasciando emergere il marrone dell'erba vecchia, mentre altre zone sembrano bombate da accumuli di neve ventata. Difficile proseguire con gli sci in questa situazione.
Proviamo a proseguire seguendo la strada che in breve ci porta a malga Colo e poi con breve salita raggiungiamo il Lago Grande, scontrandoci qualche volta con gli accumuli di neve descritti prima. Quì la neve copre completamente il paesaggio. Con notevole sforzo potremmo raggiungere la dorsale, e poi la croce di vetta, ma la salita in questa situazione sarebbe molto impegnativa e per nulla appagante la discesa ...
Alla fine decidiamo di fare il giro del lago e riprendo le tracce di altri escursionisti ci portiamo al lago delle Carezze, un posto davvero splendido per fare una pausa pranzo, ma oggi il tempo non è dei migliori, anzi e le nuvole basse non permettono alcuno sguardo verso la Valsugana e le cime della dorsale nord dell'Altopiano di Asiago.
Per bosco rado fino a malga Trenca e poi su prati punteggiati da radi larici al Serot il percorso di ritorno è intuitivo con un fuoripista che ci porta a curiosare tra le baitine che si sporgono verso il rifugio.
Rifugio Serot
E' situato in una location che ne fa sicuramente un posto unico sia per le escursioni estive sia per quelle invernali (ciaspole, scialpinismo).
Incantevole per i paesaggi e i panorami, in primis quello sulla
prospicente Valsugana e sulle cime della dorsale nord dell'Altopiano di
Asiago, il rifugio viene gestito da Roberto e Katia con disponibilità e
gentilezza.Ci siamo stati molte volte in estate e avevamo sempre trovato tanta gente, forse anche troppa.
Ieri
invece, causa il meteo e il periodo di fine stagione con una neve
fradicia e non più sciabile, ci siamo trovati a mangiare in poche
persone. Abbiamo quindi apprezzato ancora di più l'atmosfera calda di un
tipico rifugio di montagna vissuto quando il tempo esterno è ancora
quello invernale, pur essendo il primo giorno di primavera.Abbiamo assaggiato ancora una volta l'antipasto della casa: una pallina di polentina di Storo con fonduta di formaggi, funghi trifolati, avvolta nello speck e spolverata con ricotta affumicata. Semplicemente delizioso.
Ed abbiamo terminato con la treccia mochena un dolce tipico della val dei Mocheni servito con una crema pasticcera e una salsa ai frutti di bosco in cui predominavano i lamponi. Adorabile.
Da tornarci sicuramente
mercoledì 11 marzo 2015
Marostica: Val d' Inverno - San Luca
È un itinerario che ci porta in una vallata a nord di Marostica per farci conoscere il paesaggio delle colline di Pianezze, Molvena, Mason e Breganze, particolarmente suggestivo in primavera con la fioritura dei ciliegi. Il percorso ci conduce fino a lambire la frazione di SanLuca per poi ridiscendere verso la Val d’Inverno, ricca di molti aspetti naturalistici come i noti terrazzamenti per la coltivazione del castagno e del ciliegio.
Si parte da Contrà Nano/"Comando Tappa" (un edificio che ha mantenuto le scritte riferite alla Prima Guerra Mondiale e che si trova a mezzo chilometro ad est di Vallonara). Non è facile, per chi vi giunge e per un attimo sosta dinanzi al 'Comando tappa', in un'atmosfera così tranquilla e serena, immaginare tutto il fermento di vita e di attività in questo luogo negli anni della 1ª Guerra Mondiale. Allora, questo paesino era, come tutte le località della pedemontana vicentina, immediata retrovia del fronte dell'Altopiano.
In quel periodo il "Comando Tappa" vide un andirivieni incessante di reparti in grigioverde, di salmerie, automezzi e artiglierie. La presenza più significativa fu senza dubbio quella della leggendaria Brigata 'Sassari', accantonata nel maggio 1917 tra Vallonara e San Michele.
Di essa abbiamo preziose testimonianze in varie opere di ufficiali della 'Sassari', quali Leonardo Motzo, Alfredo Graziani ma soprattutto Emilio Lussu, tra tutti il più noto con il suo libro "Un anno sull'Altipiano".
Si prosegue in piano per la strada che costeggia sul lato sinistro il torrente Longhella. Dopo 1 km circa raggiungiamo un bivio con i cartelli che indicano a sinistra la direzione per l'Agriturimo "Ai Marosi" e il "country House Foraman", da cui arriveremo nel ritorno. Quindi noi proseguiamo dritti fino ad un secondo bivio, dopo 1 km e 500 metri dalla partenza. Proseguendo dritti si sale per la strada principale che porta in contrada Valeri, mentre noi svoltiamo a destra per la strada che inerpicandosi per i ripidi pendii del monte porta a contrada Costa.
Facendo un pò di attenzione, dal momento che in questo borgo manca completamente la segnaletica, riusciamo a trovare il sentiero, subito a destra di una casa cantierata, che sale, delimitato da due vecchi muri a secco, tra le piante di un uliveto.
Ci fermiamo a metà salita perché la nostra attenzione viene catturata da una piccola stele in pietra su cui è stata ricavata una nicchia dove è collocata una madonnina.
Sopra la stele una piccola lapide con incise queste parole: " Fermati o viandante ed ammira questi luoghi, ringrazia il creatore e medita sulle fatiche dei nostri avi, rispetta e proteggi questi colli per amore dei nostri figli ".
Ripensandoci ora, penso che non ci fossere parole più giuste di quelle scritte e lasciate in quel luogo.
Riprendiamo il cammino e la nostra carrareccia ci porta ad una casa abbandonata sulla nostra sinistra mentre dalla parte opposta troviamo, ancora una volta, alcuni vecchi castagni, sopravissuti ai numerosi che in queste colline allignavano prima che la malattia del cancro del castagno li decimasse. Un po' oltre, dopo aver girato a sinistra il sentiero si immette nella strada principale asfaltata che porta in breve alla contrada Valeri e poi a lambire San Luca.
Siamo nel punto più alto del nostro percorso dove lo sguardo percorre tutta la Val d' Inverno e oltre fino alle colline di Bassano. All´interno della Valle l´aspetto morfologico generale si presenta molto dolce, anche se la parte più profonda possiede alcune pareti in posizione sub-verticale, create nel tempo dalla lenta ma inesorabile erosione delle rocce, le arenarie e le marne calcareo-argillose. La notevole varietà del territorio favorisce lo sviluppo di una vegetazione quanto mai varia, una integrazione tra l´ambiente naturale e quello antropizzato.
Ora scendiamo, sempre seguendo la strada asfaltata verso contrada Perozzi-Filisedo fino ad arrivare alla contrada Marosi dove ci fermiamo ad ammirare un bel recupero architettonico (con le pietre tipiche della valle e di cui vi ho accennato sopra) di un vecchio borgo di case ristrutturato ad agriturimo: "Ai Marosi" appunto.
Scendiamo ancora di qualche centinaio di metri fino a quando la strada ci conduce quasi a ridosso del Country House Foraman; un locale che attira subito la nostra attenzione.
Facciamo una piccola deviazione per andare ad ammirare alcune ristrutturazioni-recuperi lungo la valle che sale al Roccolo Carli.
Riprendiamo il nostro cammino e con una ripida discesa ci riportiamo sulla strada della Val D'inverno che ripercorriamo a ritroso fino a dove abbiamo lasciato la nostra auto.
Partenza: Contrà Nano-Comando Tappa - 140 mt
Arrivo: San Luca - 460 mt
Ascens acc.: 350 m
Distanza : 6 km e 800 mt
Tempo: 2 ore
Si parte da Contrà Nano/"Comando Tappa" (un edificio che ha mantenuto le scritte riferite alla Prima Guerra Mondiale e che si trova a mezzo chilometro ad est di Vallonara). Non è facile, per chi vi giunge e per un attimo sosta dinanzi al 'Comando tappa', in un'atmosfera così tranquilla e serena, immaginare tutto il fermento di vita e di attività in questo luogo negli anni della 1ª Guerra Mondiale. Allora, questo paesino era, come tutte le località della pedemontana vicentina, immediata retrovia del fronte dell'Altopiano.
In quel periodo il "Comando Tappa" vide un andirivieni incessante di reparti in grigioverde, di salmerie, automezzi e artiglierie. La presenza più significativa fu senza dubbio quella della leggendaria Brigata 'Sassari', accantonata nel maggio 1917 tra Vallonara e San Michele.
Di essa abbiamo preziose testimonianze in varie opere di ufficiali della 'Sassari', quali Leonardo Motzo, Alfredo Graziani ma soprattutto Emilio Lussu, tra tutti il più noto con il suo libro "Un anno sull'Altipiano".
Si prosegue in piano per la strada che costeggia sul lato sinistro il torrente Longhella. Dopo 1 km circa raggiungiamo un bivio con i cartelli che indicano a sinistra la direzione per l'Agriturimo "Ai Marosi" e il "country House Foraman", da cui arriveremo nel ritorno. Quindi noi proseguiamo dritti fino ad un secondo bivio, dopo 1 km e 500 metri dalla partenza. Proseguendo dritti si sale per la strada principale che porta in contrada Valeri, mentre noi svoltiamo a destra per la strada che inerpicandosi per i ripidi pendii del monte porta a contrada Costa.
Facendo un pò di attenzione, dal momento che in questo borgo manca completamente la segnaletica, riusciamo a trovare il sentiero, subito a destra di una casa cantierata, che sale, delimitato da due vecchi muri a secco, tra le piante di un uliveto.
Ci fermiamo a metà salita perché la nostra attenzione viene catturata da una piccola stele in pietra su cui è stata ricavata una nicchia dove è collocata una madonnina.
Sopra la stele una piccola lapide con incise queste parole: " Fermati o viandante ed ammira questi luoghi, ringrazia il creatore e medita sulle fatiche dei nostri avi, rispetta e proteggi questi colli per amore dei nostri figli ".
Ripensandoci ora, penso che non ci fossere parole più giuste di quelle scritte e lasciate in quel luogo.
Riprendiamo il cammino e la nostra carrareccia ci porta ad una casa abbandonata sulla nostra sinistra mentre dalla parte opposta troviamo, ancora una volta, alcuni vecchi castagni, sopravissuti ai numerosi che in queste colline allignavano prima che la malattia del cancro del castagno li decimasse. Un po' oltre, dopo aver girato a sinistra il sentiero si immette nella strada principale asfaltata che porta in breve alla contrada Valeri e poi a lambire San Luca.
Siamo nel punto più alto del nostro percorso dove lo sguardo percorre tutta la Val d' Inverno e oltre fino alle colline di Bassano. All´interno della Valle l´aspetto morfologico generale si presenta molto dolce, anche se la parte più profonda possiede alcune pareti in posizione sub-verticale, create nel tempo dalla lenta ma inesorabile erosione delle rocce, le arenarie e le marne calcareo-argillose. La notevole varietà del territorio favorisce lo sviluppo di una vegetazione quanto mai varia, una integrazione tra l´ambiente naturale e quello antropizzato.
Ora scendiamo, sempre seguendo la strada asfaltata verso contrada Perozzi-Filisedo fino ad arrivare alla contrada Marosi dove ci fermiamo ad ammirare un bel recupero architettonico (con le pietre tipiche della valle e di cui vi ho accennato sopra) di un vecchio borgo di case ristrutturato ad agriturimo: "Ai Marosi" appunto.
Scendiamo ancora di qualche centinaio di metri fino a quando la strada ci conduce quasi a ridosso del Country House Foraman; un locale che attira subito la nostra attenzione.
Facciamo una piccola deviazione per andare ad ammirare alcune ristrutturazioni-recuperi lungo la valle che sale al Roccolo Carli.
Riprendiamo il nostro cammino e con una ripida discesa ci riportiamo sulla strada della Val D'inverno che ripercorriamo a ritroso fino a dove abbiamo lasciato la nostra auto.
Partenza: Contrà Nano-Comando Tappa - 140 mt
Arrivo: San Luca - 460 mt
Ascens acc.: 350 m
Distanza : 6 km e 800 mt
Tempo: 2 ore
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