Un tempo chi abitava la montagna sviluppava negli anni caratteristiche fisiche e psicologiche particolari. Temperature basse, unite ad un basso tenore di ossigeno, ed altre caratteristiche ambientali creavano quelle particolari condizioni che richiedevano alle persone che abitavano le terre alte di mobilitare tutte le risorse utili e disponibili per favorire la sopravvivenza.
Al tempo stesso chi viveva in montagna doveva essere capace di fare praticamente di tutto e di vivere da solo (cioè di sopravvivere in isolamento almeno per alcuni mesi dell’anno). La capacità di abituarsi a reagire, secondo necessità, a condizioni ambientali sfavorevoli, di lavorare la pietra, il legno, di costruire ripari o trappole, di cacciare, come di trarre unicamente dalla terra le risorse fondamentali per il proprio sostentamento erano le caratteristiche peculiari di chi abitava la montagna.
Ciascuno doveva disporre di tutte queste abilità e capacità, rendendole in qualche misura disponibili anche agli altri, per poter abitare in villaggi e contrade isolate dalla città e dai paesi di pianura. Per capire meglio questo bisogna andare a pagina 183 del libro di U. Matino e lasciarci trasportare dal maresciallo Baldelli in contrada Molini di Sopra ... In quattordici righe l’autore ci racconta l’immobilità di quelle terre alte a confronto con il passaggio di civiltà che ha interessato i paesi e le città di pianura del Nord est nel dopoguerra.
Ed è proprio questa immobilità che ha preservato e mantenuto intatte tradizioni e cultura di una civiltà di montagna che ritroviamo, ancora oggi, anche nei piatti tipici della cucina positana. " … gnocchi di ricotta e porcini, capriolo con polenta, dopo aver preventivamente trangugiato un antipasto posenato a base di sopressa, asiago, pan biscoto e...una vera delizia, le gemme dei fiori di pisacan". E’ una cucina tipicamente del territorio.
Quella vera e reale, non quella sbandierata da riviste di lifestyle o da presidi slow food troppo interessati alle proprie icone ideologiche, ma quella ancora strettamente legata a prodotti della terra che da sempre hanno rappresentato questo territorio.
Questa sera abbiamo l'occasione di un incontro enogastronomico- letterario speciale:
a BREGANZE
Mercoledì 28 novembre 2012
ore 20.30
per la Rassegna Senza Orario Senza Bandiera
Cena dell'Anguana con Umberto Matino
Con Umberto Matino, autore del
libro, dialogheranno Mario Testolin e Andrea Nicolussi Golo.
Organizzazione e info:
Associazione
dei Comuni della Comunità Montana Astico Brenta e Lusiana, Sarcedo,
Montecchio P.no, Recoaro T., Zugliano con Cai Marostica, Gam Zugliano,
Cineforum G.Verdi, Esc. Bedont
tel. 0445/873607 - 0445/869300
cell. 349/3546031
neriobrian@tiscali.it
È sempre duro arrivare così vicino all'essenza della vita e poi, dopo,
sentirsi imprigionati nelle strettoie del linguaggio completamente inadeguato a tradurre in parole, in simboli la totalità dell'esperienza vissuta.”
Renato Casarotto
Mi sono fermato per un momento a pensare alle tantissime e concrete
possibilità di non essere qui oggi.
Per esempio a quando da bambino,
col naso sempre per aria, mi sporsi nel pozzo che stava nella corte davanti casa, misi il
piede dove non c’era più la copertura di ferro e fermai la caduta nel
vuoto allargando istintivamente le braccia.
O ancora a quando fresco di
patente mi improvvisai rellysta alla guida della cinquecento bianca sulla contorta strada che saliva in montagna, finendo dopo un ripetuto testacoda nell'unico prato pianeggiante a lato della strada.
Ma anche e soprattutto a tutti i casi che potevano ma non sono avvenuti.
Ora sono qui, fatico a riposare perché ho ancora male alla spalla e alla testa, ma soprattutto perché
non riesco ancora a capire cosa sia successo.. continuo a
pensare........a rivivere quell'istante.
Chiudo gli occhi e nella mente dapprima il buio e il vuoto....... poi il nulla e infine l'impatto contro il muro.... il risveglio e l'immagine sfumata di una mano e di un volto al mio fianco.
Mentre l'auto saliva il termometro scendeva: sensazione sicuramente deliziosa in agosto, ma in questo periodo un pò meno.
Volendo goderci un po’ di tranquillità, assaporando colori e luci di questo inizio d'autunno, senza rinunciare ai piaceri della tavola, abbiamo scelto una località in un Sud Tirolo sicuramente meno glamour di quelle della val Venosta, della val Gardena o della val Badia.
Da Salorno, poco più di 10 kilometri dall'uscita autostradale di San Michele all'Adige, si sale per circa 1.000 metri di dislivello, e dopo molte curve e quattro tornanti si arriva a Cauria/Gfrill.
Il paese di Cauria è una frazione del comune di Salorno e conta insieme ai masi dei dintorni circa 50 abitanti.
Posto "da capre" da cui sembra che il paese abbia preso il nome, che però vanta un ristorante, il Gasthof Fichtenhof, che da 50 anni viene gestito in maniera convincente dalla famiglia Pardatscher.
Ingrid Pardatscher
ne è la protagonista, affiancata da un ottimo cast: la sorella Uli alla
cantina, il fratello Christian ai tavoli e i genitori a dare una mano
dove occorre. Ingrid, è seguace convinta del concetto di Chilometro Zero proponendo una cucina basata sui prodotti locali: dalle erbe spontanee dei prati ai prodotti del proprio orto che Ingrid coltiva personalmente, alla cacciagione e alle carni di un piccolo allevatore locale.
La gasthaus è la classica sala altoatesina con sedie e tavoli in legno massello, la stube al centro della sala e una serie di piccole finestre a ovest che permettono di osservare un panorama a dir poco eccezzionale e dove l'occhio può spaziare dal Bondone a tutte le cime del gruppo del Brenta fino ai ghiacciai dell'Adamello.
Ma veniamo ai piatti; quelli che mi ricordo meglio sono i suoi primi e dove i canederli meritano una menzione particolare, soprattutto quelli alle rape rosse, la crema di patate con erbette e fiori e i ravioli a mezzaluna (Schlutzkrapfen) con ricotta ed erbe del suo orto.
La bontà dei suoi canederli è così conosciuta anche all'estero che persino la televisione bavarese le ha dedicato un servizio.
Fra i secondi, un gustoso spezzatino di cervo o il cosciotto di capriolo, senza dimenticare la polenta giallo-grigia (mais e grano saraceno) con finferli e formaggio e per finire con i grostel di patate e finferli. Dolci: Strudel e Krapfen sopra tutti, ma sicuramente lo strudel rimane unico ed inimitabile, come lo fa lei, soprattutto in autunno quando lo accompagna ad una favolosa mouse di castagne.
Ciò che è andato via spesso sembra migliore di ciò che è rimasto, ogni incanto svanito sembra essere più bello ora che non c'è più di quando rappresentava il presente.
Ci sono giorni come questi in cui il mio sguardo è spesso rivolto al passato, alle cose che ora non ci sono più.
E provo come una vertigine inarrestabile nel tentativo illusorio di afferrarne i contorni che mi risultano, al contrario, sempre più sfumati.
Questi, come tutti i ricordi di te, non sono mai fermi e non conoscono, al di là della nostra illusione, la stabilità. Si muovono e si trasformano a seconda del momento che stiamo vivendo, a seconda di quello che siamo oggi e che non eravamo ieri.
Mi fermo.
Tra i rami del bosco soffia una fresca brezza autunnale che spoglia i rami delle foglie e, come anime leggere, le appoggia delicatamente al suolo.
Mi lascio travolgere da questo fall foliage rinunciando a quelle domande che non hanno avuto risposta allora, e forse mai l'avranno.
Cammino con passo leggero completamente rapito dai suoni e rumori del bosco e mi ritrovo sempre più a mio agio in questa nuova casa. E mentre mi rendo conto che spesso siamo incapaci di affrontare l'autunno, stagione della lentezza e dell'attenzione che ci costringe anche a confrontarci con noi stessi, mi ritornano alla mente le parole con cui il poeta surrealista francese J.J. Prevert ha composto "Le Fuilles Mortes"
Oh, je voudrais tant que tu te souviennes,
Des jours heureux quand nous étions amis,
Dans ce temps là, la vie était plus belle,
Et le soleil plus brûlant qu’aujourd’hui.
Les feuilles mortes se ramassent à la pelle,
Tu vois je n’ai pas oublié.
Les feuilles mortes se ramassent à la pelle,
Les souvenirs et les regrets aussi,
Et le vent du nord les emporte,
Dans la nuit froide de l’oubli.
Tu vois, je n’ai pas oublié,
La chanson que tu me chantais…
C’est une chanson, qui nous ressemble,
Toi qui m’aimais, moi qui t’aimais.
Nous vivions, tous les deux ensemble,
Toi qui m’aimais, moi qui t’aimais.
Et la vie sépare ceux qui s’aiment,
Tout doucement, sans faire de bruit.
Et la mer efface sur le sable,
Les pas des amants désunis.
Nous vivions, tous les deux ensemble,
Toi qui m’aimais, moi qui t’aimais.
Et la vie sépare ceux qui s’aiment,
Tout doucement, sans faire de bruit.
Et la mer efface sur le sable
Les pas des amants désunis…
Se poi aggiungiamo la musica e la voce stupenda di Yves Montand, credo che non si possa chiedere di più…
O forse si ?. Provate ad ascoltare allora la versione di Eric Clapton che è la seconda nella lista dell'ipod della musica di sottofondo. A voi la scelta.
L’autunno è la stagione della caduta, la stagione dei boschi spogli e dei “materassi” di foglie a coprire la terra umida e la nascita dei funghi. Boschi e foreste verdeggianti dalla primavera alla fine dell'estate ora si “infiammano” trasformandosi in una tavolozza luminosa di tonalità quasi infinite.
Si chiama foliage quel fenomeno spontaneo per cui alcune specie di alberi (soprattutto latifoglie) in autunno cambiano il colore delle loro foglie, passando dal verde al giallo, dall'arancione al rosso al mattone.
La diminuzione drastica di clorofilla, alla fine dell'estate, affievolisce il colore verde delle foglie e nello stesso tempo aumenta la produzione di altri pigmenti che sono presenti in misura minore anche nel periodo di crescita delle piante.
Tali pigmenti sono chiamati carotenoidi e creano le colorazioni pastello (giallo, marrone, rosso, arancione) delle foglie.
Altri pigmenti importanti sono gli antociani, che regalano tinte rosse e viola e che, a differenza dei carotenoidi, si sviluppano solo alla fine della stagione estiva.
Ottobre, quasi per definizione, è il mese che apre le porte a questa particolare stagione, dove invece di aspettare magiche fioriture, come in primavera, ci meravigliamo del cambiamento e della caduta delle foglie, di questo magico periodo che viene, per estensione, chiamato fall foliage, un momento in cui la natura si fa bella morendo.
Ora, camminare in montagna per i boschi diventa meraviglioso: i rossi, i gialli e i marroni si fondono, regalando regalando gradazioni color oro al paesaggio e calpestare le foglie diventa una delicata sinfonia di scrosci e sussurri.
Romantico, per dire poco.
Suggestivo, per avvicinarci al concetto.
La stella apina è il fiore associato alla montagna.
Pianta una volta diffusissima in tutte le dolomiti, ora si è rifugiata nei siti meno frequentati e inacessibili.
E' un fiore di steppa, tant'è vero che le sue origini si trovano nelle steppe dell'Asia Centrale, da dove risale sui monti dell'Himalaya fino a 5.400 metri.
Dalla sua particolare forma a cinque e più petali vellutati, ricoperti da una bianca-gessata peluria che le permette di trattenere l'umidità della notte, gli deriva il suo nomignolo di "stella alpina".
Ma la fantasia popolare ha costruito tante storie e leggende su questo fiore.
Leggende che parlano di solitudine e di lacrime, di condivisione e di solidarietà, di un cammino silenzioso con te al mio fianco.
Storie che hanno un sapore dei problemi che la vita ci pone davanti, delle scelte che siamo obbligati ogni giorno a compiere.
Da soli.
Come soli siamo quando saliamo in montagna, anche se il percorso per arrivarci possiamo condividerlo con altri.
Da soli.
Ma come le stelle alpine condividiamo questo cammino con.....
Punto di partenza di questo interessante e lungo itinerario è il parcheggio di Weisslahnbad (Bagni di Lavina Bianca)a Tires. Subito dopo il paese imbocchiamo a sinistra la strada seguendo le indicazioni di "Lavina Bianca" e parcheggiamo all’imbocco della Valletta Ciamin (Tschamintal) a 1200 m. Siamo ad un centinaio di metri dal nuovo centro visite del Parco Naturale Sciliar-Catinaccio.
Era già da qualche anno che preparavo questa insolita escursione che attraversa da ovest ad est alcuni tra i gruppi dolomitici più belli e variegati di tutto l'arco alpino: dallo Sciliar ai Denti di Terrarossa, dall'Alpe di Tires alle verticali pareti delle vette nord del Catinaccio. Queste zone, ancora poco o nulla antropizzate come la Valle del Ciamin, sono poco frequentate anche nel periodo estivo per la lunghezza degli itinerari e per il notevole dislivello.
Dal parcheggio, dove abbiamo lasciato l'auto, saliamo per un sentiero (segnavia n. 2) che porta per un bosco di abete rosso e pino silvestre alla Gola dell’Orsara(Bärenfalle). Prima di salire per questa gola scoscesa alla Sella Tschafatsch passiamo accanto a una grotta (Tschetterloch) che ricorda un sito di culto preistorico.
Ora il sentiero sale molto ripido con brevi tornanti mentre la vista si apre tra uno squarcio delle scoscese pareti sui prati e gli alpeggi sopra San Cipriano e in lontananza verso le guglie del Latemar.
Nel 2002 molti punti critici del sentiero che sale per la Bärenfalle sono stati sistemati ed attrezzati con diverse passerelle concatenate che attraversano ghiaioni e tratti decisamente esposti.
Questo ci permette di procedere in sicurezza e nel contempo di ammirare la selvaggia bellezza della gola ed anche la perfezione della tecnica costruttiva con cui è stato attrezzato questo tratto del sentiero.
E'così che ci accorgiamo di una scultura lignea che disegna con tratto altamente particolareggiato la testa di un lupo e che abbellisce una piccola panchina di sosta quasi nascosta tra la vegetazione di un rigoglioso pino mugo.
Lungo i vari sentieri che salgono allo Sciliar abbiamo trovato spesso delle sculture lignee di autori sconosciuti ma che rimandano a leggende e racconti ancora vivi e che appartengono principalmente alle popolazioni e alla cultura ladina.
Saliamo ancora per gradoni ritagliati tra le pareti di roccia viva fino ad uscire nei prati d'alta quota che precedono la Sella Tschafatsch (2069 mt) dove ci fermiamo per una piccola sosta.
La Sella Cavaccio è situata all'intersezione di una serie di sentieri che percorrono le creste e i monti che dividono la valle del Rio Sciliar (Schlernbach) e la valle del Ciamin. Un posto ideale per una pausa che permette anche degli scorci su valli ancora molto selvagge.
Riprendiamo il nostro sentiero (segnavia n. 2) che svolta verso est in un bosco rado di pino cirmolo, tralasciando il sentiero n. 9 che scende alla malga Seggiola e che conduce più in basso al sentiero Prügelwegg (dei tronchi)
Lungo questa lunga traversata in quota che ci conduce verso le sorgenti del Rio Sciliar siamo accompagnati dal suono ovattato dei capanacci delle mucche che scendono dagli alpeggi per ritornare a valle. Un suono rotto solamente dai fischi acuti delle marmotte che, impaurite, fuggono nelle loro tane.
Il sentiero ora risale gli ultimi contrafforti orientali dello Sciliar portandosi nei pascoli d'alta quota che circondano il Rifugio Bolzano. Con una piccola deviazione verso sud raggiungiamo una piccola cappella votiva dedicata a San Cassiano (2329 mt).
Nel mese di agosto di ogni anno, molti abitanti di Tires e dei paesi vicini, salgono in pellegrinaggio fino a questa chiesetta dove ha luogo, in uno scenario incantevole, la Sacra Messa.
Con un’ampia curva aggiriamo la chiesetta di San Cassiano e raggiungiamo, dopo circa 4 ore dalla partenza, per prati e torbiere il rifugio Bolzano (Schlernhäuser) a 2457 mt.
Dopo aver lasciato gli zaini nelle camerette che avevamo prenotato, saliamo sul retrostante colle detritico di Monte Pez (2563 mt).
Il Monte è formato da uno strato di dolomia principale, che si presenta quasi bianca e con banchi a giacitura orizzontale, tipica di tutte le dolomiti occidentali.
Ed è quì che fioriscono a decine le stelle alpine.
Un fiore che, anche se originario delle steppe, è divenuto, nel tempo e nelle leggende, simbolo delle montagne e soprattutto delle dolomiti.
Scendiamo e ci prepariamo per la cena.
Nei rifugi di montagna si cena presto e questo ci permette di avere il tempo per una passeggiata serale in attesa della enrosadira.
Quel fenomeno per cui alcune cime delle Dolomiti assumono un colore rossastro, che passa gradatamente al viola, soprattutto all'alba e al tramonto.
Fenomeno dovuto principalmente alla composizione delle pareti rocciose delle Dolomiti (formate dalla dolomia un composto di carbonato doppio di calcio e magnesio).
Siamo fortunati perché questà è una di quelle sere di fine estate in cui questo fenomeno è particolarmente visibile grazie ad un cielo limpido e all'aria rarefatta.
Il termine enrosadira, che letteralmente significa "diventare di color rosa", deriva da una parola ladina ed è legato alla leggenda e saga ladina di Re Laurino.
La luce del crepuscolo lentamente si affievolisce e, passo dopo passo, si lascia coprire dal buio.
Piano piano si fa sera e poi notte. Solo le deboli luci del rifugio illuminano i nostri profili mentre consumiamo le ultime chiacchere prima di coricarci tra il calore del piumino e delle coperte di lana in attesa dell'abbraccio di Morfeo.
Alla fine la notte copre ogni pensiero imponendo il silenzio in attesa di una nuova alba.
Sono le 6 e 30 e la luce dell'aurora rischiara la piccola cameretta in legno del rifugio svegliandomi dal sonno, mentre i sogni mi seguono ancora, aiutati dal tepore del letto appena abbandonato.
Ma l'acqua fredda con cui le mani e poi il viso entrano in contatto mi riporta immediatamente alla realtà.
Mi vesto ed esco mentre i primi raggi del sole creano dei giochi di luci ed ombre tra le guglie del latemar e del Catinaccio.
Dal lato opposto, ad ovest, l'enrosadira colora le cime più elevate del gruppo del Brenta e i ghiacciai dell'Adamello e del Mandrone.
Rientro per la colazione e per riscaldarmi dall'aria pungente e fredda del mattino.
Alle 8.00 siamo di nuovo pronti per partire.
Ridiscendiamo dal rifugio verso est seguendo per un tratto iniziale il "sentiero dei turisti" che sale dall'Alpe di Siusi e perdendo un centinaio di metri di quota.
Ad un bivio la segnaletica ci induce a proseguire poi lungo il segnavia n. 4 che, con una lunga traversata in leggera salita, ci porta ad un bivio a 2.550 mt. Il sentiero a nord-est punta verso la Cima di Terrarossa dove ha inizio la ferrata "Maximilian", mentre il nostro sentiero punta a sud e con una serie di ripide serpentine si cala a quota 2.330 mt dove incrocia il sentiero che sale dalla Val Ciamin per i dirupi scoscesi del Barenloch (Buco dell'Orso).
Alle 9 e 50 siamo al rifugio Alpe di Tires (2440 mt) dove, considerata la lunghezza del percorso che ci aspetta, decidiamo di regalarci una seconda colazione.
Il rifugio, posto poco al di sotto dell'omonima larga insellatura che immette alla testata della Val Duron, permette di spaziare dal gruppo del Sassolungo alle cime gardenesi delle Odle.
Attraversiamo l'ampia sella erbosa per imboccare l'evidente sentiero (segnavia 3A) che risale per alcune placche la bastionata rocciosa che la domina (corde fisse facili), fino ad uscire sui dossi arrotondati che, con faticoso percorso a saliscendi, ci portano al valico nord del Passo del Molignon (2598 mt).
Trascuriamo la diramazione a sinistra per il Molignon di Fuori e la Via Ferrata Laurenzi e ci dirigiamo in piano per una conca detritica fino al vicino valico sud del Passo del Molignon (2610 mt). Quì il nostro sguardo è calamitato dalla imponente veduta sul fronteggiante Passo Principe e sul Catinaccio d'Antermoia (3004 mt) a sinistra e sulle Cime di Valbon (2800 mt) a destra strapiombanti per centinaia di metri sul circolo glaciale sottostante.
Si scende ora nel lungo, ripido ed interminabile canale, per traccia di sentiero, che consente di raggiungere il fondo detritico della selvaggia ed opprimente Conca del Principe, dominata da altissime pareti fra cui si insinuano impressionanti canali.
Trascurata la traccia che risale i contrapposti ghiaioni verso il Passo Principe e l'omonimo rifugio, proseguiamo ad ovest in discesa nel selvaggio vallone, che si fa sempre più angusto fino a precipitare a guisa di forra.
Tagliando i pendii prativi sospesi sul lato destro del vallone, in ambiente veramente particolare e suggestivo, scendiamo ai magri prati dove sorge il Rifugio Bergamo al Principe (2.134 mt).
Costruito nel 1887 ebbe subito un grandissimo successo e venne frequentato da molti escursionisti, ma soprattutto da alpinisti che divennero famosi come Paul Preuss. Fu il primo rifugio edificato nel gruppo del Catinaccio, e, pur ammodernato, conserva ancora oggi un arredamento caratteristico del primo dopoguerra.
La cucina è tradizionale ma con piatti ben curati e con qualche tocco di creatività.
Sono le 12.00 e così, seduti sulle panche della terrazza del rifugio, ordiniamo dei semplici spaghetti "aglio e olio e peperoncino". Il risultato alla vista e al palato è ottimo con ingredienti (pomodorini spadellati) che danno valore aggiunto ad un piatto molto saporito ed equilibrato negli ingrdienti. Non facile da trovare in Alto Adige e ancor meno in un rifugio di alta montagna.
Dal rifugio proseguiamo per coste erbose restando alti sul fondo aspro del Vallone del Principe , fino a risalire ad un poggio oltre il quale scendiamo in maniera più decisa per erba e rado bosco alla base del versante occidentale della Torre del Principe per poi continuare questa lunga discesa che ci porterà fino ai Bagni di Lavina Bianca.
Superata una rientranza della valle incrociamo il sentiero (segnavia 3) che scende dal Rifugio Alpe di Tires per il Buco dell'Orso, e in circa 45 minuti dal rifugio giungiamo sulla strada forestale di fondovalle.
Dopo circa 15 minuti una radura erbosa con una piccola baita che invita ad una breve pausa e al relax.
Proseguiamo ancora nel bosco in leggera discesa avvicinandoci sempre più al greto del torrente.
La pendenza è sempre costante e la strada prosegue ancora per circa un'ora.
Giunti quasi alla fine della Val Ciamin imbocchiamo un sentiero sulla destra che scende rapidamente nel bosco con una serie di tornanti fino a raggiungere in circa 15 minuti la Malga Ciamin (Tschamin Schwaige).
Accanto alla malga, nell'antica Segheria Steger è stato creato il centro visite del Parco Naturale Sciliar-Catinaccio. Ancora qualche centinaio di metri e siamo di nuovo al parcheggio di Lavina Bianca.
La Val Ciamin costituisce il lembo meno antropizzato e piu selvaggio dell'intero gruppo del Catinaccio; i pascoli sfalciati e i boschi rigogliosi, i paesi integrati nel verde e le complesse cattedrali di roccia che incidono l'orizzonte sono i tratti inconfondibili di questa straordinaria escursione in terra ladina che nella Val di Tires sembrano trovare una perfetta sintesi.