domenica 30 dicembre 2007

I Libri della memoria

Questo è il mio tempo preferito per le letture.
Da sempre.
Mi ricordo che nell’inverno del 1973 di neve non ne scese neppure un fiocco.Fu sicuramente uno strano Natale: soleggiato e freddo ma senza neve.
A scuola avevamo iniziato la lettura di un romanzo che dovevamo completare durante le vacanze: Il Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern.
Mano a mano che procedevo con la lettura nelle pagine venivo sempre più coinvolto nella storia a tal punto che mi immedesimavo nel soldato Rigoni in quella disperata ritirata tra la neve e il gelo della Russia…..
Portavo questo libro con me anche quando si andava a trovare gli zii per lo scambio di auguri delle feste.
Mi rifugiavo in qualche remoto angolo della stalla o del fienile tra le uova che le galline avevano appena deposto e avidamente leggevo quel libro.
E dopo poche righe l’angolo del fienile dove mi ero rifugiato diventava come per incanto la cuccia per dormire sotto la finestra che il sergente Rigoni si era preparato nell’isba dove era stato accolto, ed io mi ritrovavo all’improvviso proiettato in quel disperato gennaio del 1943 .
Passavo, come il protagonista del libro, sdraiato su di un po’ di paglia i pomeriggi per ore ed ore a guardare le grosse travi che reggevano il soffitto del fienile.
E allora sembrava anche a me di avere accanto la ragazza e il neonato.

La ragazza si sedeva vicino alla culla. La culla era appesa al soffitto con delle funi e dondolava come una barca ogni volta che il bambino si muoveva. La ragazza sedeva lì vicino, e per tutto il pomeriggio filava la canapa con il mulinello a pedale. Io guardavo il soffitto e il rumore del mulinello riempiva il mio essere come il rumore di una cascata gigantesca.
Ogni tanto il bambino piangeva e allora la ragazza spingeva dolcemente la culla e cantava. Io ascoltavo e non dicevo mai una parola………………………………..
Il bambino dormiva nella culla di legno, che dondolava leggermente sospesa al soffitto; il sole entrava dalla finestra e rendeva la canapa come oro; la ruota del mulinello mandava mille bagliori; il suo rumore sembrava quello di una cascata; e la voce della ragazza era piana e dolce in mezzo a quel rumore.
Questa è stata la terapia


La terapia che lo salvò dall’estraniamento e dalla dolorosa apatia e depressione (“Più niente mi faceva impressione; più niente mi commoveva. Ero arido come un sasso”) in cui era caduto dopo la durissima battaglia di Nikolaevka. Chissà forse questa è una terapia che andrebbe suggerita anche nel presente.




Risotto di zucca con bacalà alla vicentina

Ingredienti:
250 g di bacalà alla vicentina*
250 g di zucca violina
320 g di riso violone nano o carnaroli
8 dl di brodo vegetale
50 g di burro e grana padano
1 cipolla, prezzemolo
sale e pepe qb


Pulite la cipolla e tritatela finemente, aggiungete la zucca a pezzetti e un bicchiere di brodo vegetale.
Lasciate cuocere a fuoco moderato per una ventina di minuti e comunque fino a quando la zucca sarà tenera.
Aggiungete il riso e lasciatelo tostare nella zucca per qualche minuto. Incorporate il bacalà e continuate la cottura aggiustando con il brodo rimasto.
Aggiungete il burro e, dopo aver spento il fuoco, fate mantecare per due minuti e quindi servite.

* per la ricetta del bacalà alla vicentina vi rimando ad un prossimo post




domenica 23 dicembre 2007

Buon Natale

Il sogno di Maria
"Nel Grembo umido, scuro del tempio,

l'ombra era fredda, gonfia d'incenso;
l'angelo scese, come ogni sera,
ad insegnarmi una nuova preghiera:
poi, d'improvviso, mi sciolse le mani
e le mie braccia divennero ali,
quando mi chiese - Conosci l'estate
io, per un giorno, per un momento,
corsi a vedere il colore del vento.

Volammo davvero sopra le case,
oltre i cancelli, gli orti, le strade,
poi scivolammo tra valli fiorite
dove all'ulivo si abbraccia la vite.

Scendemmo là, dove il giorno si perde
a cercarsi da solo nascosto tra il verde,
e lui parlò come quando si prega,

ed alla fine d'ogni preghiera
contava una vertebra della mia schiena.



(... e l' angelo disse: "Non
temere, Maria, infatti hai
trovato grazia presso il
Signore e per opera Sua
concepirai un figlio...)

"...Voci di strada, rumori di gente,
mi rubarono al sogno per ridarmi al presente.
Sbiadì l'immagine, stinse il colore,
ma l'eco lontana di brevi parole
ripeteva d'un angelo la strana preghiera
dove forse era sogno ma sonno non era

- Lo chiameranno figlio di Dio -
Parole confuse nella mia mente,
svanite in un sogno, ma impresse nel ventre."

Il Ritorno di Giuseppe

"Stelle, già dal tramonto,
si contendono il cielo a frotte,
luci meticolose
nell'insegnarti la notte.

Un asino dai passi uguali,
compagno del tuo ritorno,
scandisce la distanza
lungo il morire del giorno......."

"Ai tuoi occhi, il deserto,
una distesa di segatura,
minuscoli frammenti
della fatica della natura.

Gli uomini della sabbia
hanno profili da bambini,
rinchiusi nei silenzi
d'una prigione senza confini.

Odore di Betlemme,
la tua mano accarezza il disegno
d'una bambola magra,
intagliata nel legno. ...."

"........E lo stupore nei tuoi occhi
salì dalle tue mani
che vuote intorno alle sue spalle,
si colmarono ai fianchi
della forma precisa
d'una vita recente,
di quel segreto che si svela
quando lievita il ventre.

E a te, che cercavi il motivo
d'un inganno inespresso dal volto,
lei propose l'inquieto ricordo
fra i resti d'un sogno raccolto. "


(testi liberamente tratti dalla "Buona Novella" di F. De Andrè)

giovedì 20 dicembre 2007

Tra mare e montagna ....aspettando il Natale


Ancora una settimana e poi finalmente potrò sospendere per qualche giorno la mia attività professionale e riprendere i ritmi naturali.

Così se mi sveglio con un’alba chiara che illumina con una luce ambrata le cime innevate del Pasubio e del Carega, ...questo diventa un invito a fare una escursione in montagna.
Al contrario se piove o nevica e non posso uscire,
mi metto ad ascoltare musica o a leggere (ho sempre una pila di libri in arretrato).
E quando sono nel silenzio dell’ascolto e guardo le colline e le valli attraverso i vetri della finestra non sono mai solo, sono con chi ha disegnato quella musica o con chi ha scritto quei racconti.
E se invece posso uscire di casa e andare in collina o su, fino alla montagna, tutte le cose intorno hanno da raccontarmi qualcosa.
E i rapporti con le persone, anche quelle che incontro lungo i sentieri,non sono dettati dalla solitudine o dall’isolamento, ma da leggi non scritte sulla carta ma nel cuore di chi vive e abita la montagna.
Forse il silenzio di città fa paura perché ti rende consapevole della precarietà che ti circonda, ma in montagna il silenzio ti dà la possibilità di osservare, di considerare e di sentire di essere parte di un tutto.
Credo che in modo particolare quando vado in montagna il pensare in solitudine mi aiuti molto a percepire quali sono le cose essenziali della vita.
E’ una serenità che mi riempie l’anima, anche se qualche volta è venata di leggera malinconia.

Ma lo stesso stato d’animo ho potuto trovarlo anche in altri luoghi che ho visitato.

In particolare ricordo ancora bene il sapore e i silenzi che permeavano alcuni paesi dell'Umbria come Collepino, Assisi, Spello. Ma mi rimangono sempre impresse nel cuore le vacanze passate tra S. Maria di Leuca e Otranto.

Castro Marina (LE) per gentile concessione di S.M.

Allora le cose che ho provato e vissuto le ritrovo oggi tra le righe di “ Stagioni” di M. Rigoni Stern:

“ ….sono uomo di montagna ma pure amo molto il mare;
quelle rive povere e solitarie dove non si sentono
altoparlanti e musiche ma dove unico rumore sono le onde che s’infrangono sulla riva e i richiami dei gabbiani.
Nei miei tanti anni solo pochissime volte ho fatto vacanze, tra queste qualcuna al mare.
Un’estate calda e asciutta in Puglia nel Basento, dove ascoltavo quasi ininterrotto
il canto delle cicale e sentivo l’odore buono della liquirizia….
Feci il viaggio di andata per la litoranea e quello di ritorno per le Murge.
Mi restano nella memoria immagini ancora nitide di campi mietuti, di uliveti e dei
lunghi muri di pietra grigia che delimitavano le masserie con intorno grandi spazi.
Non confusione di traffico, non spiagge con calche di bagnanti. Sarà ancora così?
Le torri di guardia lungo quel mare profondamente azzurro mi facevano sognare
che in qualcuna sarebbe stato bellissimo passare un’intera estate.
Ma anche tutta la vita, che non sarebbe stata dura con quel mare davanti,
con quel retroterra di frumenti e olivi.
Lì con un centinaio di libri, un bell’orto, un piccolo frutteto.
Senza telefono, senza televisione.
Come sarebbe stato l’inverno? Mi sarebbe mancata la neve?”



Chimera: Pasticcio di frutta
con crema di yogurt

e biscotto ai cereali


ingredienti:
½ base di pan di Spagna
7 nocciole
7 mandorle
7 fichi secchi
7 albicocche disidratate
7 g. di uvetta sultanina
7 g. di fragole e ribes disidratati

2 bicchieri di acqua
1/2 bicchiere di Torcolato
1 cucchiaio di miele di castagno

Per la crema di yogurt ( 500 g di yogurt naturale e 200 g di panna)

In una casseruola portate ad ebollizione l’acqua e il torcolato e la frutta candita tagliata a cubetti.
Abbassate la fiamma al minimo e lasciate addensare per almeno 15 minuti.
Dividete la frutta candita in quattro parti e ponetela in coppe di vetro da portata o in bicchieri trasparenti. Ricopritela con il pan di spagna tagliato a cubetti.
Versatevi sopra la crema di yogurt e…..

Lasciate riposare in frigo per almeno quattro ore prima di servire.
Accompagnate con il restante Torcolato di Breganze

domenica 16 dicembre 2007

L'odore della neve


Venerdì in tarda serata si sentiva nell’aria l’odore della prima neve: un odore pulito, leggero quasi il mondo fosse sospeso nel tempo e nello spazio.
Alzando lo sguardo verso l’Altopiano di Asiago si vedeva un tenue grigiore che dalle cime a sud raggiungeva i boschi e, seguendo la conformazione del terreno, si abbassava verso le nostre colline e il paese.
Dopo poco tempo già la punta del campanile e le campane erano dentro il grigiore lattiginoso e poi anche la chiesa, i tetti delle case più alte. Sulle strade rese polverose dalla siccità, sulle cataste di legna non ancora messa al riparo sotto la tettoia, sui cortili hanno iniziato a cadere le prime stille.
In breve la neve ha iniziato a coprire le strade, l’erba secca sui pascoli, la segatura di faggio nei cortili, le tombe del cimitero.

Le voci, i rumori del paese, i richiami dei passeri e dei pettirossi si facevano lievi, e a questo punto mi veniva alla mente le parole con cui M. Rigoni Stern descriveva la prima neve dell’inverno: la “brüskalan”, la neve d’autunno che diventa vera “sneea”; neve abbondante e leggera giù dal molino del cielo.
E questo odore particolare unito al profondo silenzio portato dalla neve iniziava a spargersi tra le case e i giardini.
Così il silenzio della notte mi ha subito riportato indietro ai ricordi della mia infanzia.

Allora, quando iniziava a nevicare, si correva subito in soffitta a prendere la slitta.
Una volta calzati gli stivali o gli scarponi ci si dava una voce per ritrovarsi tutti in cortile e da lì si partiva per raggiungere la piazza del paese.
Si slittava sulla strada che scendeva verso la piazza, sfidando la gente che camminava e le sgridate delle madri e delle nonne che andavano a messa, scivolando sulla neve indurita destinata a diventare ghiaccio vivo.
Questo più di trent’anni fa.



Ma poi l’inverno diventava lungo e le scorte di legna si assottigliavano perché la stufa in cucina mangiava velocemente la legna che io e il nonno con tanta pazienza avevamo accatastato nella legnaia sotto il portico in primavera.
La sedia del nonno era vicina alla stufa, era lì che amava raccontarmi le sue storie di guerra e di caccia, quando rientrato bagnato e infreddolito, mi mettevo tra la sua sedia e la stufa appoggiando la schiena al caldo della parete.
E allora lui, dopo avermi dolcemente “brontolato”, iniziava a raccontare.




Gnocchi di zucca
al profumo di cannella
su fonduta di ricotta fresca e yogurt




un piatto particolare dove al bianco della fonduta di ricotta fresca e yogurt che ricorda molto la “sneea” (la prima neve dell'inverno) si contrappone il colore caldo dei gnocchi di zucca che rimanda all'autunno, stagione che la prima neve ha definitivamente chiuso.
Il profumo della cannella perché questa spezia ha il potere di evocare ricordi e memorie.

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giovedì 6 dicembre 2007

Passatofuturo


Dalla Ordinanza del sindaco di Cittadella al tabellone elettronico di quello di Montegrotto, ...... dal no al buono scuola per i figli
degli immigrati di Romano D'Ezzelino all'esame di italiano inventato dal sindaco di Teolo fino alle gravissime esternazioni del consigliere della Lega Nord Giorgio Bettio .....è tutto un susseguirsi di colpi di scena recitati da sindaci e consiglieri "bambocci" che ridicolizzano il Veneto e i Veneti.

Anatemi ed invettive che tentano di diffondere un pericoloso virus tra la popolazione di un territorio che storicamente presenta gli indici di accoglienza e integrazione più elevati a livello europeo.

Così sul problema dell'immigrazione, il Veneto rischia la sindrome della memoria smarrita.
Quelli dei sindaci del Veneto sono segni di una paura e di una insicurezza che rasentano il razzismo e la xenofobia.
Sono tutti sintomi che segnalano un vuoto di memoria storica, dimenticando che siamo stati un popolo di emigranti.

Come dicevo in altro post, nel nostro territorio per molto tempo, forse per secoli, si veniva al mondo soltanto per andare via; pastori, carbonai, contadini, mezzadri a migliaia se ne sono andati, emigranti nelle Americhe, in Australia e nel nord Europa
per cercare di sopravvivere.


Per fortuna non siamo stati tutti colpiti dalla sindrome di Alzheimer, e così leggo con piacere che alla Casa di Cultura Popolare di Vicenza è stata organizzata una rassegna di incontri che metterà a confronto studiosi, scrittori ed economisti sul tema del "Passatofuturo".
Nel presentare il primo ciclo di incontri gli organizzatori hanno dichiarato:
" Nell'era della globalizzazione e della ricerca ossessiva della visibilità mediatica, si rischia di perdere il filo della memoria e il legame con le proprie origini. La scommessa di questo progetto consiste nell'offrire al pubblico una serie di incontri che sono un passepartout privilegiato per cercare di comprendere meglio la difficile realtà in cui viviamo."

L'inaugurazione è affidata allo spettacolo teatrale di Marco Paolini, Il Sergente domani alle 21.00 al Teatro Astra di Vicenza.
Questo primo ciclo di incontri intitolato "Depositi della memoria: l'opera di mario Rigoni Stern" comprende altre quattro date:

17 gennaio 2008 - Eraldo Affinati introdurrà l'opera dello scrittore di Asiago.

24 gennaio - Linda Cottino, direttrice di "Alp" descriverà le montagne e i paesaggi descritti nelle opere di M. R. Stern

29 gennaio - Fernando Bandini si soffermerà sulla natura e sugli animali dei libri di Stern

4 febbraio - verrà proiettato il film-intervista Ritratti. Mario Rigoni Stern di Mazzacurati.

Tutti gli incontri si terranno presso la

Casa di Cultura Popolare
- Società Generale di Mutuo Soccorso, Corso Palladio, 176 – Vicenza











le foto di questo post sono di Enzo Rela e tratte dal libro "L'Altipiano - un posto per gli uomini", Priuli e Verlucca ed.

martedì 4 dicembre 2007

Filetto lardellato di maiale e pollo con polenta e radicchio

Ariel Auslender

Alberto mi scrive chiedendomi di postare anche un secondo piatto di stagione, riferendosi a quella del maiale.
La richiesta poteva anche essere semplice da esaudire se non fosse stato per alcune condizioni restrittive che lui ha aggiunto nella email che mi ha spedito.
Tra gli ingredienti non dovevano figurare gli insaccati sia freschi che stagionati, ma neppure costine o braciole.
Poi, essendo anche lui veneto come il sottoscritto, mi ha chiesto che fosse presente tra gli ingredienti anche la polenta.
Sinceramente, non volendo fare il solito arrosto, ho dovuto ricercare e congetturare un bel pò prima di riuscire a elaborare un piatto che mi fosse congeniale.
Alla fine è uscito un...............


Filetto lardellato di maiale e pollo con polenta e radicchio

Per il filetto la cosa più semplice è quella di farselo preparare dal macellaio di fiducia (nel mio caso macellaia..).
In una padella dove avete fato sciogliere una noce di burro, cuocete il filetto a fuoco basso per 18/20 minuti avendo cura di girarlo una sola volta a metà cottura.
Nel frattempo tagliate la polenta a disco con un bicchiere e ponetela in forno ad asciugare fino a quando farà una sottile crostina.
A questo punto potete, a piacere, insaporirla adagiandola nella padella dove state cuocendo il filetto.

Tagliate a metà, nel senso della lunghezza il radicchio precoce di Treviso, e, dopo avere avvolto ogni metà in una fettina di lardo, avvolgetelo nella carta da forno lasciando aperto un lato e chiudendo bene l'altro.
Cuocetelo in forno, a 120 gradi, per 12 minuti.
Aprite i cartocci e componete nel piatto con la polenta e il filetto lardellato.
Buon appetito.


domenica 2 dicembre 2007

I Sapori della memoria - 2° parte

L’economia di molte famiglie subito dopo la prima guerra mondiale aveva quattro punti cardinali: l’orto, il campo, la stalla e il porcile.
E nel tempo in cui i frigoriferi erano ancora un sogno di molti e la possibilità di pochi, i ritmi della cucina seguivano strettamente quelli delle stagioni.

Capitava spesso che per passare i duri e rigidi inverni ci si affidasse così alla generosità del maiale.
E la stagione del maiale iniziava proprio con il 25 di novembre (S. Caterina), giorno in cui la tradizione voleva iniziasse, dopo la morte, la resurrezione dell’animale sotto forma di salumi e insaccati, buoni per il lungo periodo invernale e carni, frattaglie e insaccati freschi per il breve periodo delle feste che si stavano avvicinando.


Non poteva di certo mancare la polenta che trovava in alcuni piatti tipici, preparati con le carni o gli insaccati freschi del maiale, il companatico ideale.

In ricordo di questo “cibo dei padri”, cibo che come giustamente sottolinea A. Di Lorenzo ci portiamo dentro l’anima e che risveglia in noi ricordi ed emozioni forti, ho voluto rielaborare una ricetta della tradizione: il risotto al tastasal.

Il tastasal è un impasto di carne di maiale macinata, salata, e insaporita con sale e pepe nero grosso frantumato; si tratta dello stesso impasto usato per fare il salame e le salsicce. Le massaie della Bassa Veronese usavano preparare il risotto col tastasal per assaggiare la pasta dei salumi prima di insaccarli. Da questa verifica deriva il nome del condimento: tastare la salatura della carne del maiale appena macinata e pronta per fare gli insaccati.



Risotto al tastasal in fonduta di broccoli e cialda di polenta

Ingredienti per la cialda di polenta

1 tazza circa di polenta morbida.

Stendete su carta da forno la polenta in una sfoglia molto sottile, tagliatela a losanghe,e fatela seccare per 4-5 ore in forno a 80° (oppure per 40/50 minuti sopra la stufa)


Ingredienti per il risotto:
320 g di riso violone nano;
200 g di tastasal;

6 dl di brodo vegetale

50 g di burro;

1/2 bicchiere di vino bianco
cipolla,
noce moscata.

Prendete il macinato di maiale e rosolatelo in una padella a fuoco lento con il burro e con la cipolla tagliata a strisce sottili. Salate e pepate, aggiungendo a piacere un bicchiere di vino bianco.
Nel frattempo nella pentola dove avete fatto tostare il riso versatevi una quantità
sufficiente di brodo in modo da coprire completamente il riso. Cuocete a fuoco medio per 15/18 minuti. A metà cottura unite il tastasal al riso e portate a termine la cottura. Alla fine spolverate con grana padano e una grattugiata di noce moscata.
Dividete il risotto in quattro stampini.


Ingredienti per la fonduta:
1/2 cipolla,
1 fetta di lardo
30 g di panna
300 g di broccoli fiolari di Creazzo


Fate leggermente soffriggere il lardo pestato con le verdure tritate.
Sbollentate le foglie dei broccoli in acqua salata per qualche minuto e poi unitele al soffritto e fate cuocere il tutto per 10 minuti.
Spegnete il fuoco, aggiungetevi la panna, e frullate fino a creare una crema morbida

Servite versando in ogni piatto la fonduta di broccoli, quindi capovolgetevi gli stampini con il risotto e decorate ogni timballo con una o due cialde di polenta.

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mercoledì 28 novembre 2007

I sapori della memoria - Parte 1°

Nel tempo in cui si faceva i chierichetti, dopo aver servito la “messa prima” alle sei del mattino, si ritornava a casa per la colazione fatta immancabilmente di una scodella di latte a cui qualche volta si poteva aggiungere un cucchiaio di orzo solubile oppure di cacao ed un altro di zucchero.
Poi la scelta stava tra due fette di polenta abbrustolita, oppure una “ciopa” di pane raffermo tagliata a piccoli pezzetti in modo tale che ai nostri occhi sembrava enorme.

Poi via,..... a scuola, sempre da soli qualunque fosse il tempo, sin dalla prima elementare, con la cartella in mano e, all’interno libri, quaderni, penne, pennini, il più delle volte spuntati, e l’immancabile panino con …..niente …..per la ricreazione.

Il pasto del mezzogiorno, tranne la domenica, era costituito da un piatto unico, un primo a base di pasta o riso alternati al “minestrone”, qualche volta gli gnocchi o la famosa pasta e fagioli.

La sera ci si arrangiava con un piatto di minestra e un pezzo di formaggio con una patata.
Fino all’età di 14 anni non ho mai conosciuto le patate fritte e le patatine chips ma solo “patate in tecia”, cotte cioè nella profonda padella nera di ferro con olio, forse un po’ di burro e pomodoro, oppure le patate lesse che alla sera erano accompagnate da qualche pera volpina.
Ma, spesso, era ancora una scodella di pane e latte che, dopo avere aperto la giornata, finiva anche con il chiuderla.

Così le nostre speranze di assaporare qualcosa di diverso erano tutte riposte nelle uscite estemporanee di caccia del nonno (o del papà il sabato e la domenica).
Anche se la fortuna, alcune volte, non li portava ad avvistare nessuna allodola, tordo o altro volatile edibile non si perdevano mai d’animo e con destrezza e esperienza consumata riuscivano a catturare una certa quantità di gamberi d’acqua dolce o di “marsoni” (pesci dalla grossa testa e caratteristici di alcuni torrenti della Pedemontana vicentina) che venivano pescati con il retino (o la forchetta) nel torrente che fluiva vicino a casa.


Così quel giorno, che poteva ben dirsi fortunato, alla pasta e fagioli si accompagnava una succulenta frittura di gamberi.
Più raramente poteva anche capitare che venisse portata in tavola della carne secca; tagliata sottile e servita, come i suoi cugini salumi, assieme ad un’insalata di fagioli con la salsa.
Ma questa è un’altra storia.

Zuppa di Fagioli con gamberi e speck affumicato
Un piatto complesso che ricostruisce i sapori della memoria:
i gamberoni sostituiscono i più prelibati e protetti gamberi di fiume, mentre lo speck affumicato la carne secca oramai divenuta molto rara.
Ingredienti
250 g di fagioli di lamon
1 carota
1 cipolla tritata
4 fette di speck affumicato o foresta nera
16 code di gambero sgusciate
olio extravergine di oliva
prezzemolo
due spicchi di aglio
4 fette di pane
Lasciate a bagno i fagioli (se secchi) per una notte.
In una pentola capiente mettete mezzo bicchiere d'olio extravergine di oliva e fate ammorbidire le cipolle e la carota. Aggiungeteci un litro d'acqua, un cucchiaio di sale grosso e i fagioli.
Coprite e lasciate cuocere per circa 2 ore.
Quando i fagioli risulteranno ben cotti toglietene un paio di cucchiai, che terrete da parte.
Con il minipimer frullate tutto bene, sino ad ottenere una crema. Se risultasse troppo densa, allungate con dell'acqua. Rimettete sul fuoco e versateci i fagioli interi che avete tenuto da parte.
Nel frattempo ritagliate le fette di speck a strisce larghe 3 o 4 cm appassitele in una padella antiaderente fino a renderle croccanti.
Fate rosolare in una padella con del burro e l’aglio schiacciato le code di gambero per 2/3 minuti. Spolverate con del prezzemolo tritato e tenete da parte.
Ora componente il piatto:
Dopo aver versato la crema di fagioli, disponete al centro di ogni piatto quattro code di gambero e alcune strisce di speck croccante e una fetta tagliata in due di pane che avrete precedentemente abbrustolito in forno.

venerdì 23 novembre 2007

Gnocchi di zucca


Non faccio il cuoco di professione, e neppure mi ritengo un cuoco per hobby, sono solamente una persona a cui piace cucinare.
Certo non sempre ho energie e voglia da dedicare a questa passione, tempo e pazienza per elaborare un nuovo piatto, per cercare ingredienti inusuali, forme e colori che rispecchino l'umore della mia anima.

Ma anche se le mie conoscenze in cucina sono molto insufficienti, ho sempre saputo, e non solo per averlo letto e riletto, che il colore viola non si presta molto nella composizione di un piatto.
Il blu e il viola, in effetti, non sono naturalmente molto rinvenibili nei nostri alimenti: compaiono come pigmenti nella buccia di alcuni frutti (mirtilli, uva, more, prugne) di cui però siamo sempre portati a valorizzare le componenti più calde, quelle, per intenderci, tendenti al rosso.

Oggi è anche una giornata tipicamente invernale con un tempo uggioso che mi intristisce anche l'anima e non mi permette di uscire a camminare in collina dove le foglie dei vigneti e degli alberi hanno, in questo periodo, preso il colore dell'ambra e la brezza del mattino le stacca dai rami adagiandole lentamente al suolo in una composizione cromatica che sembra un quadro di Claude Monet.

Allora ho pensato di fregarmene delle regole che sono alla base della seduzione visiva del cibo e di preparare un piatto sicuramente con ingredienti di stagione ma con mescolanze di colori che sono lo specchio delle sensazioni e delle emozioni contrastanti che agitano
oggi la mia anima.
Oggi va così, e il risultato è questo...........

Gnocchi di zucca con fonduta di Asiago stravecchio e uva fragola

ingredienti :
per i gnocchi di zucca
750 gr. di zucca
150 gr. di farina
50 gr di grana padano
2 uova
sale e pepe q.b.
1 pizzico di cannella

per la fonduta
200 gr. di asiago stravecchio
1 dl di latte
10 chicchi di uva fragola
sale e pepe




giovedì 22 novembre 2007

Passiti da meditazione: Torcolato - Breganze

Nel seicento tutto il territorio collinare a nord di Vicenza era un’oasi climatica dove gli aristocratici e i benestanti veneti avevano fatto edificare principesche dimore palladiane, naturalmente circondate dai vigneti.

Le uve erano Groppello, Pomello e Vespaiola.
Le prime due, a bacca rossa, presero piede quando la fillossera fece piazza pulita dei vigneti europei; l’ultima, a bacca bianca, è invece sopravvissuta ed è diventata la protagonista assoluta del “Torcolato”, un vino passito che si produce nel territorio della Comunità montana dall’Astico al Brenta.

La vespaiola, presente per 85% nella produzione del Torcolato, già dal nome rivela il segreto del suo successo: è così ricca di profumi e soprattutto zuccheri da essere considerata l’uva preferita dalle vespe. Il resto è costituito da Garganega, Pedevenda e Tocai

Il nome del vino deriva dalle “torcole”, che sono dei spaghi attorno ai quali i grappoli, una volta vendemmiati, vengono attorcigliati, ovvero, torcolati (vedi foto), e appesi, a travi di legno, ad asciugare in locali aerati o nei solai dei casali.
Quelli da ottobre a gennaio sono mesi cruciali: un cauto dosaggio dell’apertura delle finestre dei locali a seconda del clima della giornata, e l’eliminazione degli acini marciti sono due fondamentali azioni della cura quotidiana di cui i grappoli di vespaiola hanno bisogno in questi mesi.
Le uve appassendo lentamente rilasciano nell'aria la loro acqua sottoforma d'umidità che deve essere eliminata con una buona circolazione d'aria. In questa fase si sviluppa anche la Botrytis Cinerea nella forma larvata, la famosa muffa nobile, che favorisce la concentrazione degli zuccheri e contribuisce alla creazione di speciali profumi e aromi che si troveranno poi nel vino. Tra Natale e l’Epifania, arriva finalmente il momento della torchiatura: i grappoli interi, non pigiati, finiscono sotto il torchio, anche per un intero giorno, con una pressione limitata.

Il succo, non più del 30% del peso dell’uva, esce piano e ancora più lenta sarà la sua fermentazione. Dopo tre mesi il vino sarà ancora dolce, ma al punto giusto e con un piacevole equilibrio tra acidità, alcol e profumi. Infine il legno delle botti darà l’ultimo affinamento alle sensazioni olfattive e gustative complesse e uniche che questo vino sa regalare.
Odorando un calice di questo vino, si avvertono subito aromi di frutta, fico o di albicocca secca. Una piacevole sorpresa è il suo gusto. Dopo una prima impressione di gradevole dolcezza, il vino lascia la bocca asciutta e un gusto di non-dolce tipico e unico. Si risentono gradevoli note fruttate, e, non di rado lievi e piacevoli sentori di miele di castagno nel lungo finale aromatico. E' questo equilibrio di sentori che rendono questo vino così magico.
Assaggiati per voi:

* Az.Agr. Maculan Fausto (Annata 2004, uvaggio misto, affinamento barrique ): ottimo

* Az. Agr. Cà Biasi di Dalla Valle (Annata 2003, uvaggio misto, affinamento misto): ottimo

* Az. Agr. Miotti Firmino ( annata 1998, uvaggio misto, affinamento acciaio): il migliore

* Az. Agr. Bonollo Giuseppe (Annata 2002, Vespaiola in purezza): ottimo

E’ sicuramente un vino, nella sua migliore produzione, da meditazione.
Certo può accompagnarsi bene con formaggi erborinati, o saporiti ed invecchiati come il Vezzena. Di gusto più raffinato è il matrimonio con piatti a base di fegato, ancor meglio se di volatile, quale anitra od oca, come ama illustrare l’istrionico Fausto Maculan (forse il miglior produttore della zona), ma la storia e soprattutto le sensazioni che questo vino sa regalare gli conferiscono un posto di eccellenza tra i vini da meditazione.

E ora, dopo aver chiuso telefono e computer, inserisco un cd nel player.
Mi verso del Torcolato in un calice e mi lascio scivolare nella poltrona.
Spengo la luce per lasciarmi maggiormente coinvolgere dalla fiamma della legna che brucia nella stufa e dal suo potere ipnotico…..
......il tempo in questo momento si ferma
per tutto ciò che non è indispensabile.
Una scelta di andamento lento.
Perché il tempo che impone il Torcolato è un lusso che posso scegliere di godere o condividere.
Ascolto a fior di labbra sentori e profumi d’infinito che immediatamente raggiungono sensi e desideri , mentre le sue seducenti attese sono precedute di un passo, e leggere, restano ora nella mia memoria………. per sempre.

Questo vino partecipa a il Vino dei Blogger #12 Passiti da Meditazione
(Primo Anniversario) di Marco Cenci Loste di Una colica d'acqua.

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mercoledì 21 novembre 2007

Stagioni




Il racconto di una vita parte dall'inverno e chiude il cerchio con l'attesa della neve che verrà.
Mentre il narrare procede da una stagione all'altra camminando, passo e pensiero fianco a fianco.

 



" Al mattino gli stagni degli abbeveratoi sono velati dal ghiaccio e nelle zone in ombra la brina,
giorno dopo giorno, aumenta la sua consistenza.
Uno sparo lontano ti farà ricordare che il tempo della caccia sta per finire.
...... Così una dolce malinconia ti prende, la melanconia dell'autunno e ,
sotto un larice, all'asciutto cerchi anche tu un luogo dove accucciarti
per meditare sulle stagioni della tua vita e sull'esistenza che corre via con i ricordi
che diventano preghiera di ringraziamento per la vita che hai avuto
e per i doni che la natura ti elargisce.
Una mattina vedrai il cielo uniformemente grigio, le montagne dentro le nuvole,
i boschi più scuri e, da una catasta di legna, schizzar via lo scricciolo.
Il suo campanellino d'argento ti dirà prossima la prima neve."

M. Rigoni Stern. Stagioni, ed. Einaudi


Risotto di castagne con speck affumicato
di Sauris croccante

riso carnaroli 320g
castagne lessate 150g
speck di Sauris 50g
cipolla bianca 1
grana padano 50g
burro 30g
brodo vegetale 8 dl
rosmarino, sale e pepe q.b.


Dopo aver intagliato le castagne, lessatele per circa 30' in acqua con qualche foglia di alloro.
Scolatele e sbucciatele.
Tritate finemente la cipolla, e fatela soffriggere con un pò di olio e qualche foglia di rosmarino.
Aggiungetevi le castagne e continuate la cottura per 3 minuti.
Aggiungete il riso e fatelo tostare prima di iniziare a versare il brodo.
Continuate la cottura, incorporate il grana padano e il burro. Spegnete il fuoco e fate mantecare il riso per 2 minuti.
Nel frattempo avrete tagliato a striscioline molto sottili le fette di speck e rosolate in una padella antiaderente finché non saranno croccanti.
Servite come da foto.

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martedì 20 novembre 2007

Altipiano di Asiago: un mondo per gli uomini

Asiago visto dall'Ongara

" Dal Margine del bosco, guardingo come un animale selvatico che aspetta l’imbrunire per uscire allo scoperto, guardava la sua contrada, e il paese laggiù, dentro lo slargo dei prati. Il fumo odoroso della legna si scioglieva nel cielo rosa e violetto.”

Si apre così la storia di Tönle Bintarn, uno dei capolavori di Mario Rigoni Stern, premiato con il Campiello nel 1979. Il romanzo fa parte di una ideale trilogia ( Storia di Tönle, L’anno della vittoria e Le stagioni di Giacomo) che Mario R. Stern utilizza per raccontare luoghi, contrade, paesi delle terre alte, ma soprattutto Asiago e la sua gente; pastori e carbonai emigranti nell’Europa dell’Est o nelle Americhe, oppure di soldati prestati ad uso altrui, come ebbe a dire in una celebre intervista televisiva lo stesso Rigoni Stern.

Ma cos’è e soprattutto casa avrà mai di speciale Asiago e il suo altipiano per avere l’attenzione di ben 12 titoli delle sue opere.

L’altipiano, come lo definisce Giovanni Kezich, è soprattutto “un posto per gli uomini”, un territorio dove, per qualche imperscrutabile motivo, si è mantenuto più o meno integro, dopo più di mille anni di storia travagliata, quel sentimento da terra promessa che sta nel senso originario e un po’ magico del primo insediamento, della prima presa di possesso, intorno all’anno mille, dei gruppi provenienti dall'area linguistica bavaro-tirolese, e forse in parte anche dalla Danimarca, che raggiunsero l'Altopiano e qui si stabilirono colonizzandone il territorio, portando i loro costumi e la loro lingua, ma soprattutto il sogno di una terra promessa.

Le vicende storico-etnografiche di questo altipiano sembrano aver ricalcato le sua caratteristia geomorfologica. Infatti pur essendo un evento geologico alpino di prima grandezza l’altipiano è però confinato da sempre alla periferia meridionale della cultura del turismo dolomitico e dei suoi centri di attrazione principali. Allo stesso modo, nel suo passato storico più remoto, l’altipiano restò sempre estraneo alle vicende del Tirolo asburgico prima, della Repubblica di Venezia e della Francia napoleonica poi. Infatti, se da un lato, per fatale attrazione, l’altipiano si allineò con le armi di San Marco e della Serenissima, dall’altro lato ebbe sempre conservata la sua più profonda autonomia; una specie di repubblica montanara, senza castelli, senza conventi, ma soprattutto senza “paròni”.

Questo fino alla Grande Guerra…………cioè fino alla Storia di Tönle

Casoni di Marcesina
A volte turisti disattenti la scambiano con Malcesina che è sul Garda.
Ma quanti giovani asiaghesi ricordano che il toponimo Marcesina deriva da Mark (confine) e da Weisen (prato)?
Da quì, per secoli, sono passati i confini con il Tirolo e l'Impero Asburgico e ci sono ancora ben visibili i cippi. (vedi foto in alto)
In questi casoni salivano i montanari di Foza e Gallio, appena la neve si scioglieva, per pascolare le greggi, per fare carbone e legna e per cacciare. Poi venne la Grande Guerra a sconvolgere confini ed usanze.


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mercoledì 14 novembre 2007

Cena di seduzione ?

Una cena per sedurre un uomo o una donna?
Stefania direbbe che dipende molto dalle aspettative del dopo…….
Forse il nostro obiettivo è quello di sentirci chiedere da Lui/Lei, alla fine della cena, a quando la prossima ?
O forse quello che desideriamo è di vederlo/a in un lettino del Pronto Soccorso piegato/a in due da una colica per un’orgia enogastronomica ?
Ma no................. forse, molto più semplicemente, vogliamo prepararlo/a per la seconda parte della serata.
In questo caso non ci sono ricette preconfezionate ma forse sono da tener presente alcune regole.

La prima regola, ed è bene ricordarla sempre, riguarda il mito di alcuni alimenti afrodisiaci che appunto è e resta un mito. In realtà lo è tutto il buon cibo, e l’unico vero afrodisiaco non possiamo che essere noi stessi, il resto è solo un aiuto.

Chiediamoci innanzitutto quale situazione abbiamo davanti a noi?
Sesso espresso, oppure sogniamo una relazione?
Nel primo caso la seconda regola prevede qualcosa di disimpegnato ma d’effetto, e sarà bene curare la scenografia.
Nel secondo possiamo puntare più opportunamente su pietanze elaborate.

La terza regola ci ricorda che se vogliamo che le attività si spostino dalla tavola al letto non dobbiamo assolutamente abbuffarci ed ubriacarci altrimenti passeremo la serata a bere, mangiare e a parlare. Non è poco, ma finirà lì, e non è detto che non possa andare meglio.

La quarta regola riguarda il vino ed è una regola fondamentale perché alla fine è il vino, che allenta i freni inibitori e favorisce molto. E sicuramente non solo la conversazione.
Con l’abbinamento si valorizza il cibo, e in caso di scarse capacità culinarie possiamo recuperare bene.
Nel piatto mettiamoci pure una bruschetta, ma il vino dobbiamo sceglierlo con attenzione e senza parsimonia.

La quinta regola ci avverte che, se in cucina siamo della frane, possiamo, per una volta, ordinare tutto al nostro ristorante preferito e dire che l’abbiamo cucinato noi.
Ma il giorno dopo dobbiamo immediatamente iscriverci ad un corso di cucina.

La sesta ed ultima regola consiglia che se l’uomo in questione è uno di quelli che “mia madre lo fa meglio”, oppure la donna è una di quelle che “ buono,…..l’ho provato la settimana scorsa al ristorante…… ed era favoloso”, rispediamolo/a al mittente e cerchiamone un altro/a.

Testo rielaborato e liberamente tratto da una colica d'acqua


Crostini di pane dolce lardo e marroni

Fate lessare i marroni, dopo averli incisi, in acqua salata con qualche foglia di alloro per 30' circa.
Spellateli e spadellateli per pochi minuti in un tegame con un cucchiaio di olio extravergine, una foglia di salvia, una punta di rosmarino e due bacche di ginepro.

Fate abbrustolire alcune fette di pane dolce e, quando sono ancora calde, tagliatele e adagiatevi sopra del lardo o anche della pancetta steccata e alcuni pezzi di marroni.
Decorate con gocce di miele di castagno.




Coda di Rospo spadellata con succo di uva fragola

In una padella riscaldate un cucchiaio di olio extravergine e una noce di burro con una decina di grani di uva fragola.
Salate e aggiungetevi una buona macinata di pepe rosso (ev. mezza punta di un cucchiaino di paprika).
Filtrate la salsa in un colino per trattenere i semi degli acini d'uva. Rimettete sul fuoco e aggiungetevi la coda di rospo.
Cuocete a fuoco medio per 10'.
Servite con sformatini di patate di Rotzo

Per il vino fatevi consigliare.
Da parte mia una bottiglia di Terre Alte di Felluga

domenica 11 novembre 2007

Frutti Dimenticati: i ricordi della memoria - 2° parte

Spesso anche a novembre le burrasche fredde tardavano ad arrivare e con loro gli uccelli di passo. E così spesso si decideva di andare ugualmente a fare un giro in collina con l’obiettivo di recuperare quello che restava di alcune delizie di stagione per un piatto davvero speciale; uva fragola, nespole, pere volpine, mele della rosa, giuggiole, castagne e marroni erano i frutti spontanei o coltivati nei poggi o nei prativi annessi a qualche vecchia casa ristrutturata e utilizzata solamente nel periodo estivo.
Frutti di una stagione, l’autunno, ricca di suggestioni e sorprese.
Ci si alzava sempre molto presto anche se sapevamo che il cielo sereno e le temperature in rialzo non ci avrebbe portato ad avvistare nessuna allodola ne tordi o tantomeno le beccacce, ferme tutte ancora in montagna ad assaporare l’ultimo caldo sole autunnale dell’estate di San Martino.
Non appena aprivo la porta d'ingresso per andare verso mio padre, che mi aspettava in cortile con la mia bicicletta per mano, l'aria della notte fredda e pungente mi ricordava che comunque eravamo in novembre ed oramai prossimi all’inverno.
Una breve occhiata verso il cielo, dove le stelle illuminavano una notte senza luna, e poi via, pedalando a ruota di mio padre, ci portavamo nelle contrade alte ai piedi dell’Altopiano di Asiago da dove partiva il nostro itinerario.

Parcheggiavamo le biciclette nel cortile di una casa il cui proprietario conosceva molto bene mio padre, avendo condiviso quel brutto periodo che era stata la guerra.
La casa non era isolata ma all’inte
rno di una contrada e quando arrivavamo c’era sempre qualche contadino sull’uscio che ci salutava con un cenno della mano e del capo per non rompere quel magico silenzio che precedeva il sorgere del sole.
Il sentiero era una vecchia mulattiera acciottolata che saliva verso l’Altopiano e che serviva per portare i rifornimenti e le sussistenze alla prima linea del fronte durante la Guerra del 1915-18.

Fatti pochi passi le colline, che fino a qualche minuto prima apparivano deserte e silenziose, lentamente si risvegliavano. Il canto di un merlo salutava il nuovo giorno, uno scoiattolo poco lontano ci guardava stupito dall'alto di un ramo, mentre un pettirosso a spasso fra i pruni e il biancospino, saltellava tra i rami e si fermava incuriosito a pochi metri da noi.
Sembrava quasi volerci salutare con il buffo movimento della sua coda, e girando la testolina da un lato il suo petto colorato veniva illuminato dalla prima luce del mattino. Allora scrollava le piume e frettoloso come era arrivato se ne ritornava a caccia di insetti tra il fitto.
A volte tutto questo mi appariva come qualcosa di normale, il solo fatto che era lì da sempre lo faceva sembrare usuale e invisibile ai miei occhi.

A volte invece, come in quelle particolari mattine di novembre, dove veramente mi sentivo parte di quella realtà, tutto mi si presentava come un grande regalo che mi era stato riservato.
Allora mi ricordo che istintivamente guardavo il sentiero appena percorso, le pallide nuvole stirate dal vento, il passo sicuro di mio padre davanti a me e capivo che in quel momento la vita mi apparteneva.




Tortino di cioccolata su salsa di cachi e nespole ricoperte

martedì 6 novembre 2007

Il Vento fa il suo giro

Era veramente da un po’ di tempo che una curiosità e un’aspettativa non mi portavano dentro ad un cinema. Sinceramente sono stati pochi i film che in questi ultimi anni hanno attirato la mia attenzione. Ma questa sera, sollecitato da alcune recensioni che avevo letto, mi sono infilato in sala a vedere "E il vento fa il suo giro"*, piccolo film indipendente italiano, premiato a vari festival locali e internazionali.

Devo dire subito che le aspettative, che mi era fatto, non sono andate deluse, ma anzi ritengo questo film un piccolo capolavoro.

Regista esordiente, Giorgio Diritti, e la storia che lui racconta nel film è ricca di poesia, e di riflessioni.
Ambientata nelle viscere aspre delle montagne della Val Maira, e nel susseguirsi delle stagioni.
Il film, infatti, si apre in inverno, stagione che si accompagna alla calda accoglienza che il pastore (protagonista del film)riceve all’arrivo in paese, e termina in piena estate quando il fuoco delle pulsioni negative della popolazione valligiana cresce sorda fino a prorompere in un’aperta intolleranza che determina il suo allontanamento.

Il risultato è un’opera per nulla accomodante, dura, che mette il dito nella piaga dell’intolleranza, nella difficoltà di relazionarsi con l’altro. E non sono certo le logiche della ragione a vincere, ma quelle della chiusura, della diffidenza e della negazione dell’altro. Tuttavia grazie ad un montaggio ellittico del film, il suo parlare per simboli e per immagini mute, a noi spettatori rimane all’uscita del cinema l'impressione che qualcosa possa iniziare a cambiare forse anche solo nella volontà di riaccendere quel focolare abbandonato. E così si esce un po' tristi ma un po' più consapevoli e liberi.

Il film ha un bellissimo sito internet, cercatelo, e guardate quando verrà proiettato nelle vostre città. Prendete una persona a cui volete bene e andate a vederlo. La vostra anima vi ringrazierà.

* Il Vento fa il suo giro si riferisce al detto popolare che vuole il vento una metafora di tutte le cose, un movimento circolare in cui tutto torna.






Risotto di zucca e porcini su cestino croccante di Vezzena

lunedì 5 novembre 2007

Lo Spiedo


Nei grandi camini veneti, con la polenta nel paiolo appeso alla cigolante catena, si cucinava e ancora in molte parti si cucina la cacciagione. Allo spiedo girano starne, fagiani e uccelli su cui vengono fatte cadere infuocate gocce di precotto”.
Così scriveva Giuseppe Mazzotti nel lontano 1963. Tradizione antica quella dello spiedo, che attraversa i secoli, che cambia nelle carni poste a rosolare al fuoco lento, ma che spande ancora profumi e sapori condivisi in un rito che rimane segno distintivo di una civiltà del “mangiare bene” legata ad una parte importante del nostro territorio.

Lo spiedo è universale e già nel VII secolo gli Arabi avevano predisposto un ricettario, che ne conteneva l’indicazione, anche se è solo nel XIII secolo che apparve in Italia nel primo ricettario (stampato a Venezia).
E nel 1490 Leonardo progettò lo spiedo automatico, mosso dal calore grazie ad un’elica.


Nel veneto è la terra vicentina e trevigiana, quella per intenderci delle Colline e delle Prealpi, che possiede storia e tradizione dello spiedo. Tra i vari paesi un posto di rilievo merita sicuramente Breganze, località situata ai piedi dell’altopiano di Asiago. Il paese deve la sua fama, prima ancora che ai suoi eccellenti vini Doc, ai piccioni terraioli, localmente chiamati Torresani che vengono cotti esclusivamente allo spiedo. Tra tutti i ristoranti del paese uno eccelleva per fama: l’Albergo Ristorante al Ponte, purtroppo oggi chiuso e ancora in fase di restauro. Fra i clienti più noti del ristorante: Alida Valli, Luchino Visconti, Enzo Tortora, Barbara Hutton , personaggi che avevano indotto un turismo gastronomico di notevole portata. In questi paesi la tradizione dello spiedo sopravvive ancora e in molte famiglie della zona per la sera dei morti (tra il 1 e il 2 di novembre) è uso preparare lo spiedo di uccelli accompagnato con la polenta. Una operazione rituale che si ripete, da sempre, per commemorare gli antenati.  
La nebbia agli irti colli
piovviginando sale
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mare,
ma per le vie del borgo
tra il ribollir dei tini
va' l'aspro odor dei vini
l'anime a rallegrar.
Gira su ceppi accesi lo spiedo
scoppiettando,
sta il cacciator fischiando
sull'uscio a rimirar
tra le rossastre nubi
stormi d'uccelli neri
com'esuli pensieri
nel vespero migrar.
G. Carducci

domenica 4 novembre 2007

La Madonna della Neve


In tutti i territori montani ci sono piccole e graziose chiesette che sono state costruite in luoghi distanti dai paesi e non comode da raggiungere, ma che rispondevano all'esigenza delle comunità di marcare il territorio con un particolare segno del sacro.
In alcuni casi le ragioni per cui sono sorte si perdono nella memoria orale che spesso ha fatto nascere leggende, oppure semplicemente dalla volontà di partecipare alla messa domenicale di chi era al lavoro nei prati o sugli alpeggi lontani dai paesi.
Sicuramente una di queste, tra le più note della comunità del Primiero, è la chiesetta che si trova sull’alpe di monte Vederna e intitolata alla “Madonna della neve”.
Sull’Alpe Vederna, che si trova sopra al paese di Imer, nel 1941 si cominciò a progettare la costruzione di un piccolo luogo di culto, a beneficio delle famiglie che trascorrevano sull'Alpe tutta l'estate, per la fienagione e la cura dei campi di segale e lino. Nel mese di maggio del 1942 erano pronte 4222 lire, ma gli eventi della guerra fecero sospendere i lavori, che ripresero, con un nuovo progetto, finito il conflitto mondiale.
Così, dopo due anni di tanto lavoro prestato gratuitamente da parte di tutta la comunità, nel 1947 la costruzione della chiesa fu conclusa, e il 5 settembre del 1948 la cappella, dotata anche di campana, fu inaugurata con solenne celebrazione e intitolata alla Madonna della Neve.
Per raggiungerla si può utilizzare un sentiero storico, percorribile solo a piedi in due ore, che parte in prossimità del paese di Imèr, in località Cappucetto rosso, e sale con decisione ai bordi della forra vertiginosa della Val Noana, si inerpica per boschi di faggio e supera la cascata del Saltón fino a portarsi ai pascoli del Piano Grande dove è situata la chiesetta.

Alpe di Vederna - Album fotografico dell'escursione