Vi riporto quello che ha detto Agostino Da Polenza, esperto alpinista ed ora presidente del comitato EvK2Cnr, sulla tragedia accaduta in Val Lastie (laterale della Val di Fassa)il 26 dicembre scorso.
Ha ragione da vendere Bertolaso quando afferma che non vuole più perdere uomini per l’incoscienza e l’irresponsabilità altrui. Ha ragione anche chi del Soccorso dice che bisogna rispondere a tutte le chiamate, anche a quelle degli incoscienti che si sono messi nei guai. Ma ha in parte torto chi anche del “Soccorso” obbietta che comunque di fronte chiamata di pronto intervento si deve sempre intervenire, subito.
Certo è più che comprensibile sul piano umano questa presa di posizione, ma non è vero che bisogna sempre partire a qualunque costo e prezzo, anche se è difficilissimo dire no, aspettare condizioni e situazioni meno critiche. Ma deve prevalere la logica del soccorritore (ancorché volontario e straordinariamente generoso) che valuta con estrema professionalità, freddezza, determinazione e attenzione la situazione, il rischio e i pericoli. Che non si lascia condizionare da pressioni esterne dei famigliari delle vittime. Se il rischio era troppo elevato per due sprovveduti, colpevoli di aver ignorato ogni allerta e di essersi avventurati verso la Val Lasties, risalendo pendii instabili con il livello di rischio 4 su 5, ma lì, che con quelle caratteristiche del terreno era ancor più elevato, lo era di certo anche per i 7 soccorritori, per quanto esperti fossero.
Fare il pompiere, il soccorritore della protezione civile nelle pianure alluvionate o nelle città terremotate o del soccorso alpino è un mestiere duro e pericoloso, ma anche estremamente specializzato. Lo slancio umano generoso e irrefrenabile per portare aiuto e soccorso a persone in difficoltà, aumenta di sicuro il livello di accettazione del rischio da parte del soccorritore, ma mai e poi mai deve diventare accettabile l’infilarsi in situazioni di pericolo oggettivo dove la probabilità di cavarsela è veramente troppo sotto il livello di guardia. Anche se come dice il mio amico Gnaro Mondinelli: “Quando fai una salita non dai mai il 100 per cento, quando fai un soccorso sì”. Forse la misura sta nel non andare oltre. Simone Moro in queste ore si arrabbia molto con la legislazione italiana che impedisce il volo notturno con l’elicottero. E probabilmente ha ragione. Ma se tutto questo è vero, e se l’elicottero era l’unico mezzo abbastanza sicuro di fare una ricognizione, perché non si è aspettato il mattino?
Non so se questa tragedia sia ascrivile a questi ragionamenti indotti dalla sensazione che mi deriva dalla lettura delle cronache, ma so che questa casistica di incidenti e interventi va valutata, profondamente e studiata, deve diventare esperienza. Anche se , bisogna riconoscerlo, il sistema dell’emergenza in Italia, anche sulle montagne, è tra i migliori al mondo.
Da anni mi batto per far passare l’accettazione di un’etica della vita in montagna tra gli alpinisti più bravi e quelli meno, tra i neofiti , ma anche tra coloro che sono chiamati a lavorare e operare in quota. Esemplare ciò che il padre dell’alpinismo Riccardo Cassin , centenario proprio in questo 2009, ci diceva spesso : “il miglior alpinista è quello che torna a casa vivo”.
Altra questione riguarda i due giovani alpinisti che armati di “ciaspole” si sono avventurati verso il proprio suicidio. Assolutamente impossibile capire cosa sia loro passato per la testa. Un’azione colposa verso se stessi e verso i loro soccorritori quella che hanno messo in atto, scambiandola per una gioiosa ascensione in cerca di cascate di ghiaccio da salire.
Questi comportamenti vanno scoraggiati con la cultura e con campagne d’informazione e poi perseguiti con le leggi attuali e se necessario inasprendo specifiche norme. Nessuno può dire ormai “ non sapevo del pericolo”. Televisione, giornali, internet, enti locali e loro mezzi di comunicazione, ci informano ora per ora, con dovizia di particolari sullo stato di sicurezza della montagna. Chi trasgredisce colpevolmente spesso viene punito troppo duramente dalla montagna e da se stesso, ma se la fa franca, almeno una punizione dagli uomini dovrebbe assaggiarla.
Come fare per ovviare a tutto questo? Non lo so nello specifico dei singoli casi. So però che se è accettabile e nella vita anche auspicabile prendersi dei rischi perché serve a crescere , so anche che in alpinismo abbiamo superato il limite e dobbiamo fare un passo indietro. Troppi incidenti e morti anche tra gente molto brava. C’è una tendenza a mettersi in gioco e mettere in gioco la propria incolumità infilandosi in situazioni di pericolo incontrollabili. Non è chiaro se per rincorrere eroismi e riconoscimenti personali e privati o semplicemente per fare i “fenomeni” al bar, per gli sfigati, sulla grande stampa e in TV, per pochi altri. E mi vien persino il sospetto che qualcuno cerchi di fare il “fenomeno” perché gli incidenti danno notorietà. E’ questo in ogni caso un gioco mortale per se stessi, che abbassa in continuazione il livello di percezione e accettazione generale del pericolo.
Di questo dovremmo continuare a preoccuparci per tentare di invertire la rotta. Se non lo faremo, all’aumento degli incidenti, si sommerà un effetto allarme e allora, come per l’alcol, il rischio sarà quello di indurre il legislatore e le istituzioni ad adottare norme restrittive e punitive che forse metteranno un freno alle tragedie, ma di certo toglieranno il gusto della libertà a chi frequenta le montagne.
Agostino Da Polenza
tratto da Montagna TV
Lounge Music
venerdì 1 gennaio 2010
giovedì 24 dicembre 2009
Natale: il silenzio della montagna
Questa notte è una notte particolare, per molti motivi, ma anche perché regala il dono del silenzio.
Il misterioso, magico ed estatico silenzio.
E' una delle poche cose che ho compreso appieno in questa vita; e cioè che nel mondo moderno il silenzio ha una rilevanza notevole!
La nostra vita, il nostro tempo sta diventando fin troppo assordante e raramente ce ne accorgiamo così presi come siamo dal rincorrere le cose che dobbiamo fare.
E, spesso anche quando siamo soli e senza alcun "obbligo di fare" non riusciamo a creare uno spazio attorno a noi in cui vi sia il silenzio.
La cosa che ci sembra naturale è quella di accendere la TV o la Radio.
Siamo così abituati al "rumore" delle nostre giornate lavorative che quando siamo soli e restiamo per un attimo in silenzio ci prende quasi una crisi di panico.
Parlo spesso di silenzio e, se osserviamo bene, è piuttosto strano il fatto di dover sprecare tante parole per descrivere una dimensione priva di parole, una dimensione dove le parole non hanno ragione di esistere.
Tuttavia se ne parlo è solo perché mi piacerebbe che lo sperimentassero tutti; che ognuno di noi riuscisse a viverlo in modo pieno almeno una volta.
E l'angolo più bello per cercarlo ed assaporarlo è la vetta di una montagna.
Quando sei lassù nel silenzio tutto si acquieta, la nebbia si dissipa e inizia a sorgere la luce della consapevolezza.
Ed è allora che ti accorgi che non puoi più farne a meno.
Il misterioso, magico ed estatico silenzio.
E' una delle poche cose che ho compreso appieno in questa vita; e cioè che nel mondo moderno il silenzio ha una rilevanza notevole!
La nostra vita, il nostro tempo sta diventando fin troppo assordante e raramente ce ne accorgiamo così presi come siamo dal rincorrere le cose che dobbiamo fare.
E, spesso anche quando siamo soli e senza alcun "obbligo di fare" non riusciamo a creare uno spazio attorno a noi in cui vi sia il silenzio.
La cosa che ci sembra naturale è quella di accendere la TV o la Radio.
Siamo così abituati al "rumore" delle nostre giornate lavorative che quando siamo soli e restiamo per un attimo in silenzio ci prende quasi una crisi di panico.
Parlo spesso di silenzio e, se osserviamo bene, è piuttosto strano il fatto di dover sprecare tante parole per descrivere una dimensione priva di parole, una dimensione dove le parole non hanno ragione di esistere.
Tuttavia se ne parlo è solo perché mi piacerebbe che lo sperimentassero tutti; che ognuno di noi riuscisse a viverlo in modo pieno almeno una volta.
E l'angolo più bello per cercarlo ed assaporarlo è la vetta di una montagna.
Quando sei lassù nel silenzio tutto si acquieta, la nebbia si dissipa e inizia a sorgere la luce della consapevolezza.
Ed è allora che ti accorgi che non puoi più farne a meno.
Buon Natale
lunedì 21 dicembre 2009
Cornetto di Folgaria
Partenza: Pizzeria Keizel loc. costa di Folgaria 1.280 m. Arrivo: Cornetto di Folgaria 2.060 m.
Dislivello complessivo: 780 m.
Tempo di salita: 2 ore e 40 circa (anche meno, dipende dalle soste).
Difficoltà: nessuna.
In località Costa di Folgaria m 1280, nei pressi della pizzeria Keizel di Port Vincenzo con ampio parcheggio (che serviva agli impianti di risalita ormai in disuso) si mettono le ciaspole e si comincia a salire seguendo la vecchia pista da sci.
Dopo una curva a sinistra e il successivo tornante a destra si sale ripidamente fino a sbucare nelle vicinanze di un vecchio edificio un tempo adibito a ristorante.
Si sale con fatica e con frequenti soste brevi per riprendere fiato.
Raggiunta la stazione a monte si incrocia il segnavia cai che ci indica la nuova direzione. Il cartello dichiara 1h e 30' alla cima del Cornetto, ma realmente il tempo che si impiega è molto meno (1h circa anche con numerose soste).
In breve si raggiunge la spalla nei pressi dei ruderi della stazione di arrivo dello skilift dove la vista si apre sulla Valsugana e sul Lago di Caldonazzo.
Ora ci attende l’ultimo tratto.
A sinistra si risale la dorsale fra mughi coperti in parte dalla neve fino a raggiungere la vetta (dopo un breve passaggio in cresta) del Cornetto (m 2.060).
Sotto di noi uno strapiombo mozzafiato conduce lo sguardo nella Vallagarina ancora immersa nella nebbia.
L'unico spicchio di orizzonte che ci e' precluso e quello a nord dalle ripidi pareti del bellissimo Becco di Filadonna, proprio di fronte a me.
Infine ad ovest si riconoscono perfettamente tutte le cime del gruppo del Brenta e alla sua sinistra il ghiacciaio della Presanella.
L'assenza di vento e il tepore del sole inducono a restare ancora un pò.
Un Silenzio che lascia spazio solamente al battito del tuo cuore, al respiro affannoso, a te stesso.
Il mondo rumoroso è distante, il cielo è solo ad un passo."
Un po' di controvoglia prendo la via del ritorno. La discesa e' velocissima: in breve sono al sentiero Gentilini e poi alla pista che scende nel bosco.
Rientro con calma alla 'base' non senza una sosta alla pizzeria per la classica birra da Vincenzo.
lunedì 7 dicembre 2009
Monte Fior

Escursione mista, di un certo impegno, che nella parte iniziale prevede una dura, anche se breve, salita.
Dalla valle di Campomulo si sale dapprima alle Melette e poi, dopo la discesa alla malga Slapeur, si risale lungo le trincee del lato nord fino alla sommità del Monte Fior, teatro di sanguinose battaglie tra il giugno del 1916 e il novembre del 1917, e dove il panorama è semplicemente eccezionale.
Da Gallio si entra nella valle di Campomulo, e prima di raggiungere i nuovi impianti di risalita delle Melette, si parcheggia e si cerca sulla dx, poco prima della casetta di partenza dei vecchi e dismessi impianti di risalita del “Salto degli Alpini” a quota 1400 m, una carrareccia con divieto di transito per veicoli motorizzati).
Alcuni scorci sulla cresta contro il cielo delle Melette e gli evidenti impianti di risalita delle medesime alla nostra sinistra accompagnano questa lunga e faticosa salita che ci porta alla stazione a monte dei nuovi impianti.
Abbiamo raggiunto, dopo un'ora circa dalla partenza quota 1.735 e il nostro sguardo può iniziare a spaziare a nord e a est cercando di riconoscere le varie cime in un susseguirsi di splendidi panorami.
Questo darebbe adito all'ipotesi che cacciatori-raccoglitori possano aver raggiunto la Piana di Marcesina da Sud, seguendo la direttrice Vai Frenzela-Val Miela, per scopi di caccia.
Dopo questo tratto usciamo in prato aperto, tra trincee e avallamenti provocati dalle granate dei mortai, e con una seconda e più lunga salita lungo la dorsale nord in prossimità della selletta Stringa,che divide la dorsale nord del Monte Fior dal M. Castelgomberto, abbiamo la possibilità di vedere in tutto il loro splendore bianco le Pale di San Martino, e sotto di noi la piana di Marcesina.
E poi per la cresta sommitale arriviamo finalmente, a quota 1.824 m, al punto sommitale del Monte Fior.
Su queste balze infernali ha combattuto ed è morta la 'mejo' gioventù europea.
Testimone di quei tragici avvenimenti fu Emilio Lussu che nel suo libro 'Un anno sull'Altipiano', ci ha lasciato memoria di quei drammatici avvenimenti , e dal quale Francecso Rosi ha tratto ispirazione per il suo film “Uomini Contro “.
Il panorama è uno di quelli che non si dimentica tanto facilmente.
Lo sguardo spazia sulla pianura e, in giornate limpide, arriva a Venezia, la laguna fino alle coste istriane.
Il massiccio del Grappa sembra così vicino da poterlo toccare con mano, ancora ad est le prealpi Feltrine con la Schiara ed il Pavione in primo piano, più a nord il gruppo delle Pale di San Martino, Cima D’Asta, e il Lagorai.
Infine tutta la catena nord dell'Altopiano con l’Ortigara, cima Dodici, lo spallone est del Portule, e ad ovest il Pasubio, il gruppo del Carega e i Lessini.
Semplicemente stupendo!
venerdì 20 novembre 2009
Altopiano di Asiago.... e la prima neve
In montagna con l'alternarsi delle stagioni si incontrano diversi tipi di neve.
Mario Rigoni Stern fa un celebre elenco di nomi perduti, un tempo dati dalle sue parti.
"Brüskalan; la prima neve.
Nevicava, anche a ottobre e a novembre, ma la neve autunnale è una neve fiacca, flaccida, che si attacca agli scarponi. Ma quando brüskalanava era diverso. Il terreno dopo l’estate di San Martino era ben gelato e risuonava sotto le nostre scarpe chiodate con brocche e giazzini. Lo si sentiva nell’aria l’odore della prima neve: un odore pulito, leggero; più buono e grato di quello della nebbia."
Tratto da Sentieri sotto la neve di M. Rigono Stern
Come ogni stagione, anche ogni neve ha il suo nome.
Quella che abbiamo ora in Altopiano, non è la brüskalan, ma la neve d'autunno.
Ma poco importa.
Anche se la neve sembra tutto mortificare, nella nuova luce del bosco si riprende a vivere.
Oggi mentre camminavo immerso in quel bianco di luce propria, tra gli alti tronchi muschiati d'argento, pure il tempo mi sembrava irreale e mi sembrava di vivere in un mondo metafisico, come dentro un sogno.
Sentivo il mio corpo non aver più peso, e diventarmi leggero il passo.
Camminavo vagando di pensiero in pensiero, in un infinito tra gli alberi innevati anche le cose più "brutte" della vita mi sembravano più chiare.

Il sole si avviava oramai al tramonto; il momento più freddo della giornata.
Poco prima uno sciatore solitario era passato lungo la stradina ed era sceso verso il parcheggio.
Certamente era uno che non amava le piste affollate e gli impianti di risalita.
Un solitario, come me, che amava il suo inverno con i ricordi e i pensieri chiari.
Camminare sulla neve non è uno sport ricco di emozioni come lo scialpinismo, ma è un'arte povera, un far niente pieno di cose.
Così pensavo mentre, salito sulla cresta, davanti a me sulla mia sinistra mi sono apparse le Pale di San Martino.
La luce del meriggio donava alle vette il colore dolomitico per cui sono famose.
Camminare sulla neve non è ecclattante come una scalata in parete, ma è semplicemente accarezzare un sentiero per uscirne dalla traccia senza impegno, per fermarsi prima,
per decidere di cambiare percorso,
per rincorrere un'altra idea,
..per inseguire un bosco o una montagna che ti sono cari.............
Camminare sulla neve non è esaltante come skyrunning, ma è un modo per rallentare il ritmo e per un istante fare posto ai ricordi, alla memoria di persone perse e da cui la vita ci ha separati.
Camminare sulla neve non è assordante come una pista da sci, ma ....................
E solo allora ci rendiamo conto che, spesso, i silenzi sono importanti quanto i suoni. Proprio come in una di quelle conversazioni che ci mettono in gioco, quando le pause contano come o addirittura più delle parole, perché ci danno il tempo di mettere meglio a fuoco i pensieri, riorganizzare le emozioni e suturare certe ferite.
Camminare sulla neve dove ogni passo diventa un respiro che muove il passo successivo e ogni respiro alimenta il nostro cuore.
E quando il cammino diventa sicuro e il passo delicato,allora mi piace pensare che sicuramente esiste quella invisibile via che unisce la terra al cielo.
Camminare non serve per tenersi in forma, ma a dare forma alla vita.
Mario Rigoni Stern fa un celebre elenco di nomi perduti, un tempo dati dalle sue parti.
"Brüskalan; la prima neve.
Nevicava, anche a ottobre e a novembre, ma la neve autunnale è una neve fiacca, flaccida, che si attacca agli scarponi. Ma quando brüskalanava era diverso. Il terreno dopo l’estate di San Martino era ben gelato e risuonava sotto le nostre scarpe chiodate con brocche e giazzini. Lo si sentiva nell’aria l’odore della prima neve: un odore pulito, leggero; più buono e grato di quello della nebbia."
Tratto da Sentieri sotto la neve di M. Rigono Stern
Come ogni stagione, anche ogni neve ha il suo nome.
Quella che abbiamo ora in Altopiano, non è la brüskalan, ma la neve d'autunno.
Ma poco importa.
Anche se la neve sembra tutto mortificare, nella nuova luce del bosco si riprende a vivere.
Oggi mentre camminavo immerso in quel bianco di luce propria, tra gli alti tronchi muschiati d'argento, pure il tempo mi sembrava irreale e mi sembrava di vivere in un mondo metafisico, come dentro un sogno.
Sentivo il mio corpo non aver più peso, e diventarmi leggero il passo.
Camminavo vagando di pensiero in pensiero, in un infinito tra gli alberi innevati anche le cose più "brutte" della vita mi sembravano più chiare.

Il sole si avviava oramai al tramonto; il momento più freddo della giornata.
Poco prima uno sciatore solitario era passato lungo la stradina ed era sceso verso il parcheggio.
Certamente era uno che non amava le piste affollate e gli impianti di risalita.
Un solitario, come me, che amava il suo inverno con i ricordi e i pensieri chiari.
Camminare sulla neve non è uno sport ricco di emozioni come lo scialpinismo, ma è un'arte povera, un far niente pieno di cose.
Così pensavo mentre, salito sulla cresta, davanti a me sulla mia sinistra mi sono apparse le Pale di San Martino.
La luce del meriggio donava alle vette il colore dolomitico per cui sono famose.
Camminare sulla neve non è ecclattante come una scalata in parete, ma è semplicemente accarezzare un sentiero per uscirne dalla traccia senza impegno, per fermarsi prima,
per decidere di cambiare percorso,
per rincorrere un'altra idea,
..per inseguire un bosco o una montagna che ti sono cari.............
Camminare sulla neve non è esaltante come skyrunning, ma è un modo per rallentare il ritmo e per un istante fare posto ai ricordi, alla memoria di persone perse e da cui la vita ci ha separati.
Camminare sulla neve non è assordante come una pista da sci, ma ....................
E solo allora ci rendiamo conto che, spesso, i silenzi sono importanti quanto i suoni. Proprio come in una di quelle conversazioni che ci mettono in gioco, quando le pause contano come o addirittura più delle parole, perché ci danno il tempo di mettere meglio a fuoco i pensieri, riorganizzare le emozioni e suturare certe ferite.
Camminare sulla neve dove ogni passo diventa un respiro che muove il passo successivo e ogni respiro alimenta il nostro cuore.
E quando il cammino diventa sicuro e il passo delicato,allora mi piace pensare che sicuramente esiste quella invisibile via che unisce la terra al cielo.
Camminare non serve per tenersi in forma, ma a dare forma alla vita.
martedì 10 novembre 2009
Ciocogioco in due mosse: pasta al cioccolato
Potrebbe sembrare una provocazione parlare di cacao in cucina, ma ormai la tendenza è quella di confondere, sino quasi a smarrire, i confini tra il mondo dolce e il mondo salato. In fondo non abbiamo inventato niente di nuovo. Cacao e cioccolato giungono sulle tavole europee in un periodo molto favorevole per la gastronomia "creativa". I nobili del diciassettesimo e diciottesimo secolo gareggiano anche per lo splendore dei loro pranzi, e i cuochi non disdegnano gli ingredienti più strani ed esotici per stupire i commensali. Ecco perché anche le ricette di primi piatti e di pietanze finiscono per essere spesso aromatizzate con zucchero, uvetta, canditi, spezie.... e ovviamente cioccolato. In Italia è la "pasta nera" a prendere subito un posto importante tra le ricette illustri, assieme ad altri primi ed innumerevoli piatti di carne e cacciagione.Il cioccolato, che da sempre ci ha nutrito culturalmente anche per le sue capacità di sublimare le nostre esigenze psicosensoriali, può talune volte regalare abbinamenti al limite della perfezione, altre volte variazioni sul tema in alcune delle più importanti ricette della tradizione gastronomica italiana o infine contrapposizioni di profumi, sapori e retrogusti piacevoli e provocanti. Cucinare il cioccolato consente di viverlo intensamente; è un ingrediente che, se dosato con parsimonia ed intelligenza, regala un
risultato di fine equilibrio.
Perché “Ciocogioco”?Perché l’autunno mi mette malinconia…., allora mi piace stare in cucina a giocare con i colori e i sapori. Che cosa c’è di più adatto del cioccolato, della zucca, delle noci per riprendere i colori dell’autunno?
Per i tagliolini e i ravioli di pasta al cioccolato, impastare sulla spianatoia 200gr di farina, 25 gr di cacao amaro naturale di buona qualità (io ho usato un cacao equador del mercato equo-solidale), 2 uova e un goccio di olio extravergine. Otterrete una pasta molto elastica e asciutta che lascerete a riposare una ventina di minuti.
Nel frattempo preparate il ripieno dei ravioli: in una ciotola amalgamare circa 100 gr di ricotta di malga molto asciutta con 50 gr di formaggio asiago stravecchio.
Stendere metà impasto in 2 sfoglie non troppo sottili, disporre il ripieno in 12 mucchietti sulla prima sfoglia, coprire con l’altra sfoglia e, con l’aiuto di un coppapasta del diametro di 5cm ritagliare i 12 ravioli. I ravioli andranno cotti in acqua bollente per 6/7 minuti e conditi con burro di malga fuso in un pentolino e aromatizzato con rametti di timo, salvia, un pizzico di cannella, un pizzico di chiodi di garofano macinati e una grattugiata di noce moscata. A lato del piatto aggiungere un filo di miele di castagno e una spolverata di noci.
Con i ritagli dei ravioli e la restante pasta si otterranno i tagliolini.
In questo piatto è fondamentale la scelta e la cottura della zucca, che deve essere ben matura e dolce per contrastare piacevolmente con il gusto leggermente amaro della pasta. La zucca va pulita , sbucciata, tagliata a fettine sottili. In una teglia da forno preparare uno strato di cipolla rossa di Tropea, alcune foglie di alloro, alcuni rametti di timo, le fettine di zucca, sale pepe e una spolverata di zenzero. Condire con olio extravergine e procedere con un altro strato sino a terminare gli ingredienti. Per 6 persone sono sufficienti una cipolla e 300gr di zucca.
Cuocere in forno a 180° per una mezz’ora sino a che la zucca prenda una leggera doratura; Con la zucca così preparata si andranno a condire i tagliolini, senza utilizzare altro condimento, se non una generosa spolverata di formaggio Asiago stravecchio o Vezzena fatto cadere a lamella sulla pasta.
Amaranto (Elena R.)
lunedì 9 novembre 2009
I funghi autunnali in tavola
Domenica 8 novembre si è concluso con il secondo appuntamento che abbiamo intitolato "Dei boscaioli e dei cacciatori", il ciclo di incontri sui funghi in tavola.
Sembra strano ma dal Rinascimento all’Unità d’Italia a farla da padroni sulle mense regali e pontificie furono sempre i funghi di primavera, più che gli autunnali:spugnole, prugnoli, marzuoli erano i grandi funghi da cucina.Ma è l’autunno la vera stagione dei funghi.
Così, questo squisito complemento a menu importanti, pregiato piatto di mezzo, ricercato contorno si presenta in tavola nel mentre l’autunno mostra i suoi colori, fra il giallo ed il rosso delle vigne e dei boschi.
Ed ecco, fra i tanti miracoli della natura, proprio quando ci si sta preparando all’inverno, l’abbondanza dei funghi, questa “carne del bosco”, ricchissima di proteine, dieteticamente eccezionale per le pochissime calorie, che ignora completamente i grassi.
Funghi preziosi ed umili, che tendono ad occultarsi, a vivere nel silenzio magico del bosco, che quasi impaurisce con le sue ombre ed i suoi fruscii, o sui verdi prati al confine del verde, a mostrarsi solo all’ultimo istante, a dare il senso di una conquista che è insostituibile.
Prezioso ed umile si presta ad una gamma sconfinata di usi e consumi.
Profuma le salse ed i condimenti, gli intingoli di tutte le preparazioni, si unisce ai piatti di alta aristocrazia o a quelli popolari come zuppe e minestre o selvaggi spezzatini.
Con quest'ultimo appuntamento abbiamo cercato di proporre alcune specie di preziosi funghi autunnali in un incontro di gusto, cultura e piacere della tavola.
Sono stati presentati alcuni piatti con finferli (Cantharellus cibarius), ovuli (amanita caesarea), punicea (hygrocybe punicea), porcini (Boletus edulis, aestivalis ed aereus), e infine chiodini (Armillaria mellea).
Ed ecco il menù proposto:
I° SERVIZIO
II° SERVIZIO
Crema di finferli, ovuli e punicea
con crostini al lardo
con crostini al lardo
III° SERVIZIO: di cucina
IV° SERVIZIO: dal focolare
Bocconcini di cervo al mirto con guazzetto di chiodini
su letto di crema di mais
su letto di crema di mais
PRIMA Di LASCIARE LA TAVOLA
Aziende e prodotti del territorio negli ingredienti del menù:• Il Riso Vialone Nano IGP dell’Az. Agricola Melotti Giuseppe - Isola della Scala (VR)
• Fagioli di Lamon IGP di Maccagnon Riccardo – Lamon (BL)
• Az. Agricola “Aidi” – Marano Vicentino (VI) con il caprino
• Az. Vitivinicola Bonollo Giuseppe – Fara Vicentino con
Rosato di Alteo, Marzemino e"Torcolato 2007"
premiati e segnalati dalla guida Espresso 2010
• Pellizzari Felice olivicoltore - Pove (VI)
con l’olio extravergine pluripremiato
• Malga Biscotto in Vezzena – Levico
con il formaggio Vezzena (18 mesi)
domenica 1 novembre 2009
Novembre: ... come le foglie d' autunno i ricordi
Avevo solo dieci anni quando ci siamo trasferiti nella nuova casa ai piedi delle colline ad est del paese, ma due cose le avevo già comprese nel mio cuore: che mio padre adorava la caccia e che io adoravo mio padre. Ci vedevamo troppo poco, per i miei gusti. Avrei dato qualunque cosa per stare più tempo con lui.
Non ci ho messo molto tempo a capire che la soluzione a questo problema passava attraverso le sue uscite di caccia.
Sono passati oramai tanti anni eppure ripensando alla mia infanzia e più precisamente a quel determinato periodo della mia vita niente mi è più nitido, seppure ora velato di malinconia, di quei momenti in cui la caccia è rimasta viva nella mia mente ed ancor più nel mio cuore.
Una caccia fatta di sensazioni straordinarie che ancora oggi a distanza di tanto tempo mi danno la consapevolezza di aver vissuto con mio padre momenti indimenticabili.
Questo era il tempo in cui quasi tutte le sere dopo cena in un silenzio quasi religioso si preparavano le cartucce per i giorni a seguire. Ricordo i bossoli in cartone che a furia di sparare e calibrare diventavano sempre più corti, i pallini ed infine il cartoncino con il numero che identificava la dimensione dei pallini, e che era mio compito inserire prima che la cartuccia venisse ribattuta per l'orlatura finale con la macchinetta.
Inutile nascondere che nella mia mente di bambino erano tutti gesti che assumevano per me un significato iniziatico e che riempivano il mio cuore di un'infinita gioia.
E non c’era fine settimana ( scuola permettendo) in cui non seguivo mio padre a caccia.
Si partiva prima dell’alba per raggiungere a piedi i posti migliori per aspettare tordi,allodole o qualche beccaccia alla posta (allora era consentito); un’emozione straordinaria con un adrenalina che cresceva insieme alla speranza che l’arcera spuntasse da levante e con la sua inimitabile sagoma raggiungesse la nostra postazione lassù in Val Masiera *.
Poi sono arrivati i primi segni della malattia e con essa qualche imprevisto e piccolo incidente. E allora mia madre lo convinse a farlo per tante ragioni, anche valide, anche necessarie; la famiglia, gli anni che passavano, la paura di eventi imprevedibili, il timore di conseguenze negative per la salute...
Fatto sta che alla fine, a malincuore, aveva deciso di appendere al chiodo il fucile. E così si era trasformato in un cercatore di funghi, perché l’ansia della ricerca non si era affatto sopita in lui. Il profumo dei boschi ancor umidi di rugiada o intrisi di pioggia autunnale lo richiamavano, ne aveva bisogno, gli colmavano il vuoto che si sentiva dentro quando giungeva la stagione, quella vera, quella di un tempo.
E allora andava a funghi, col suo cestino sottobraccio, il suo bastone, la sua vecchia cacciatora, usata ed ancora odorosa di selvaggina e cartucce sparate benché lavata e rilavata.
Forse sentiva quell’odore penetrante di un tempo quando il colpo partiva dalla prima canna, o forse solo perché era ancora nella sua immaginazione.
Forse!
* così chiamata perché gran parte delle pendici della valle era coltivata a terrazze con muri costruiti a secco. Masiera infatti deriva dal latino "maceries" che significa "mucchi di pietra", muri a secco, come appunto sono molti dei manufatti che si trovano sulle nostre montagne.
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