Lounge Music

lunedì 1 giugno 2020

La Cantina, Cannaregio 3689, Campo San Felice

In un angolo della Strada Nuova, La Cantina forse non attirerà immediatamente la vostra attenzione. Una sola vetrina poco originale, un’insegna modesta...
Eppure, pur essendo già due anni che Francesco Zorzetto – Checco per gli amici – ha deciso di lasciarci per sempre dopo che aveva appena ceduto ai cinesi questa sua enoteca, la nuova gestione non tradisce per nulla le aspettative.


Atmosfera rustica e arredi tutti in legno con sgabelloni che si notano dalla strada Nova, bottiglie pregiate sulle mensole. l'osteria ricostruisce ancora con semplicità il buon tempo andato. Buona parte dello spazio è impegnato da un ampio bancone con una piastra e un forno per la preparazione delle specialità gastronomiche, mentre fa bella mostra in un angolo una fascinosa affettatrice Berkel.


Un tavolone dietro la colonna e quattro tavoli sparsi alle pareti sono sufficienti per perdersi in chiacchiere; il basso soffitto a travi induce alla meditazione… sui buoni vini e sulla scelta gastronomica di cicheti mai banali o ripetitivi come si vedono in tante osterie.



La cucina propone di volta in volta innovativi e creativi cicheti di pesce fresco e pregiato per soddisfare i frequentatori più esigenti che desiderano qualcosa di particolare.

La lavagnetta segnala anche i tradizionali piatti di insalata, assaggi di formaggi e salumi.






La calda atmosfera del legno e del soffitto a travi, le vetrinette d’un tempo, le chiacchiere in compagnia; il tempo sembra essersi fermato sui calici di buon vino e sui cicheti creativi all'enoteca La Cantina
Sicuramente uno dei migliori bacari del sestiere.

AGGIORNAMENTO 2022:
Purtroppo la gestione è cambiata e soprattutto è cambiata in peggio (vedi anche le recensioni pubblicate in Tripadvisor).

Da Cannaregio al Castello: parte seconda

Dopo aver gustato dei cicheti impareggiabili con il salmone, la triglia e il branzino, a malincuore lasciamo La Cantina per riprendere la via che ci condurrà verso le Fondamenta Nuove. Proseguendo per la Strada Nuova in pochi minuti raggiungiamo Campo Ss. Apostoli con la Chiesa ristrutturata nel 1575.
Una tappa di passaggio per permetterci di sconfinare di poco nel percorso per andare ad ammirare la piccola, isolata chiesa nel ristretto campo di Santa Maria dei Miracoli.
Qualche foto e poi ritorniamo sui nostri passi per lasciarci alle spalle il campo Ss. Apostoli, per imboccare il campo drio la chiesa che ci porterà ad attraversare la calle denominata Vincenzo Manzini fino ad incrociare il Rio Terà Barba Frutariol.


A Venezia ogni cosa è diversa dal resto delle città ed ha un nome particolare che ne individua le caratteristiche peculiari e storiche.
Se ad esempio a Venezia vogliamo cercare una strada, troveremo solo Strada Nova, situata nel sestiere di Cannaregio, vera e propria arteria cittadina.
Con Strada Nova viene comunemente indicato il lungo percorso formato da una lunga serie di calli che va dalla ferrovia a campo Ss. Apostoli. Le altre vie a Venezia sono chiamate “Calle”, dal latino callis, che significa strada.

Mentre le “Salizade” sono le calli più importanti, e che per questo un tempo erano le uniche pavimentate con i masegni, mentre le altre erano in terra battuta.
La Fondamenta è la calle che si affaccia sull’acqua di un canale o rio.
A volte era necessario creare nuove strade per facilitare il trasporto e lo spostamento delle merci, così si arrivava all’interramento di canali, facendoli diventare “Rio Terà” (canale interrato). 
Il Rio Terà Barba Frutariol venne realizzato nel 1776 mediante l’interramento del rio omonimo.
Dopo aver attraversato il Rio Terà proseguiamo per Salizada del Spezier e passando per il Campo dei Gesuiti arriviamo alle Fondamenta Nuove che si affacciano sulla laguna settentrionale, facendoci godere della vista sulle isole di San Michele e Murano.

Da Cannaregio al Castello: parte terza

.....percorriamo le Fondamenta Nuove da ovest ad est superando i ponti Donà e Panada fino ad arrivare al ponte dei Mendicanti.
Quì termina il sestiere di Cannaregio ed inizia quello del Castello. Superato anche questo ponte ci avviamo lungo la Fondamenta dei Mendicanti sulla sinistra del Rio omonimo.
Fatti un centinaio di passi osserviamo dalla parte opposta della fondamenta lo Squero Fassi ora Squero Vecio delle Generali.


In passato Venezia era ricca di “squeri”, piccoli cantieri per la costruzione di barche e soprattutto gondole con tecnica artigianale tramandata per generazioni dei maestri d'ascia bellunesi.
Il più antico fra quelli ancora utilizzati è proprio lo Squero Vecio sul Rio dei Mendicanti, immortalato dal Canaletto nel Settecento e, in seguito, da altri celebri maestri. Nel 1978 la Compagnia delle Generali lo ha ristrutturato, destinandolo a sede del proprio Circolo Nautico.

Difronte allo Squero dalla parte della Fondamenta dove ci troviamo noi la Chiesa di S. Lazzaro dei Mendicanti. Essa appartiene a quel vasto complesso che unitamente ad altri tre grandi edifici storici va a comporre l'Ospedale civile di Venezia.
 In questo complesso, tre chiostri antichi con pozzi ed alberi, e dei giardini sono la chiave di separazione degli edifici storici da quelli moderni. Un complesso articolato in una delle più belle città del mondo, una struttura oggetto di numerosi interventi nel corso dei secoli, un unicum, che oggi è l'Ospedale civile di Venezia.

Esso si compone oltre che del seicentesco “Ospeal dei Mendigoli”,
del complesso monumentale di San Lazzaro dei Mendicanti, dell’ex Convento dei Frati Domenicani,
della Scuola Grande di San Marco,
della Chiesa e dell’ex Convento di Santa Maria del Pianto oltre che, tutta la parte più recente sul lato delle Fondamente Nuove, dove si concentra la maggior parte dell’attività sanitaria.


Al di là del nome stiamo parlando di un complesso che ha scritto alcune delle pagine più importanti della storia di Venezia, di una struttura articolata e fragile già originariamente concepita per la funzione che ancora oggi ricopre. Nel 1599 il Maggior Consiglio deliberò l’acquisto di un’ampia area libera che si trovava immeditamente dopo l’edificio della Scuola Grande di San Marco e del convento domenicano dei SS. Giovanni e Paolo per realizzare “l’ospeal de San Lazzaro dei mendingoli”.


Ideato e progettato a partire dal 1601 dal celebre architetto vicentino, ma veneziano d’adozione, Vincenzo Scamozzi che si ispirò alla soluzione palladiana dell’ospizio delle Zitelle alla Giudecca, è composto essenzialmente da due grandi chiostri interni, simmetricamente disposti rispetto alla Chiesa, che è posta al centro del sistema, rivelando il tipico schema distributivo ispirato alla tipologia conventuale.*


* foto e testo da AERtetto

venerdì 25 ottobre 2019

Recoaro mille: foliage alle montagnole basse

Si può partire da Recoaro Mille imboccando il sentiero 120 ..che si sviluppa per un buon tratto in mezzo al bosco e per strada asfaltata.
Oppure, come abbiamo scelto noi, si può abbreviare il percorso partendo dalla locanda La Gabiola, dopo aver fermato l'auto un po' più avanti nel parcheggio della casetta del Centro Fondo.

 
Lungo quasi tutto il percorso si possono ammirare alcuni grandi alberi secolari che danno il nome al sentiero, e dove sono presenti una ventina di pannelli didattici con interessanti descrizioni.
Così lungo la strada incontriamo "El Linte delle montagnole", un grande vecchio Tiglio plurisecolare che tende i rami verso il cielo da secoli immobile ed imperturbabile.

Il tiglio era albero sacro nella tradizione germanica e, a testimonianza delle origini cimbre degli antichi abitanti del territorio, vi è lo stesso nome dialettale "Linte" che riporta al corrispondente "Linde" tedesco.
Continuando nel nostro percorso incontriamo "El fagaro di malga Morando" una ceppaia di faggi con età presunta di 190 anni, e ancora i "fagari di malga Raute" o di malga Pace.

Mentre in lontananza fanno da sfondo le Piccole Dolomiti.
Arrivati a malga Podemo (vedi foto) una deviazione è d'obbligo per cercare il famoso Laghetto Xea del Risso (erroneamente chiamato laghetto Creme). Si tratta di scovare lungo la strada dal lato opposto alla malga un sentierino che scende nella sottostante valletta di faggi la cui vegetazione copre la vista del laghetto.

Si rimane incantati dalla sua bellezza, dal colore delle sue acque verde-turchesi che in determinate condizioni riflettono le vette del gruppo del Zevola- Tre Croci che lo circondano e che fanno parte delle Piccole Dolomiti.
Le foto non bastano a far capire la bellezza di questi luoghi..
Panorami mozzafiato che per qualche ora ti fanno pensare di essere in un altro mondo.

Dopo poco meno di 2 ore di cammino, percorrendo sali scendi tra prati e roccia, siamo arrivati al rifugio Cesare Battisti. Quì sarebbe d'obbligo una sosta per rinfocillarci ma il rifugio in questo periodo dell'anno è aperto solamente nei fine settimana. Allora ci siamo incamminati a ritroso per lo stesso sentiero che abbiamo fatto all'andata fino alla Locanda La Gabiola dove ci siamo fermati per il pranzo.

domenica 14 luglio 2019

Asiago: sentiero dei Piccoli Maestri

Malga Fossetta, il punto di partenza di questa escursione, e Cima Isidoro, il punto di arrivo sul ciglio nord dell’Altipiano di Asiago che dà a precipizio sulla Valsugana, sono i luoghi dove il gruppo di studenti-partigiani, che vengono chiamati da L. Meneghello “i piccoli maestri”, furono sorpresi dal rastrellamento tedesco del 4 giugno 1944.


È il momento in cui, in forma drammatica, con cinque morti e una prima dispersione del gruppo, si chiude la loro esperienza altipianese.

Da qualche anno il “sentiero dei piccoli maestri” , recuperato e dotato di una segnaletica CAI precisa e puntuale, consente di visitare agevolmente quei luoghi.


"Fu in queste settimane, credo, che ci entrò così profondamente nell’animo il paesaggio dell’Altipiano.....Lassù, per la prima volta, ci siamo sentiti veramente liberi, e quel paesaggio s’è associato per sempre con la nostra idea della libertà. È lassù che ci siamo sentiti liberi, e non è meraviglia che questi circhi, questi boschi, queste rocce fiorite ci siano passati dentro come modi della coscienza, e ci sembrino ancora il paesaggio più incantevole che conosciamo.


Ci avviammo per andare a prendere gli altri; li avevamo lasciati a due o tre ore di strada, alla malga Fossetta. 
Era una bella parte dell’Altipiano, nuova per me: boschi di conifere,valloncelli, circhi, bastioncini di roccia.

 

Una volta parcheggiata l'auto nei pressi di malga Fossetta (in disuso di proprietà del comune di Enego) ci incamminiamo verso la Chiesetta eretta in ricordo dei caduti della Grande Guerra.
Il prato era quasi in piedi dietro di me, astratto, grandioso. In vita mia non ho mai veduto una cosa che somigliasse di più a un sogno. Stetti a guardarlo un pezzo, pensando: “è solo la spanna dell’Altopiano” ma non pareva un paesaggio di questo mondo."
(Luigi Meneghello, Piccoli maestri)

Superiamo la Chiesetta e continuiamo seguendo la segnaletica CAI lungo un'antica strada militare selciata, ancora ben riconoscibile, arricchita da suggestive opere in pietrame e lungo la quale si ritrovano alcune postazioni trincerate di difesa.
Con qualche piccolo strappo e dopo aver superato una selva di pino mugo, arriviamo alla dolina prativa della Porta Incudine (1.860 mt) sul bordo nord dell'Altopiano strapiombante nella Valsugana.



Il percorso è una traversata della parte alta, selvatica e aperta dell’Altipiano.
Sono luoghi deserti e poco conosciuti ma affascinanti e che non si ha solitamente occasione di traversare.
Danno la sensazione di camminare sul bordo alto di un mondo che Luigi Meneghello ben rappresenta nel suo libro.


Seguiamo le tabelle relative al sentiero I Piccoli Maestri, non numerato, che con una ripida e impegnativa salita ci porta alla lapide di Cima Incudine  e poi proseguendo in leggera discesa arriviamo alla Cima dell'Isidoro dove è stata posta la nuova lapide che ricorda il sacrificio di Rinaldo Rigoni detto il Moretto, a cui Mario Rigoni Stern ha dedicato il racconto “Un ragazzo delle nostre contrade"

Appena sopra c'è il crinale che si apre sul precipizio con una spettacolare veduta sulla valle del Brenta con i vari paesi perfettamente riconoscibili, mentre il nostro sguardo rivolto a nord-est è catturato da vette e cime in lontananza che non fatichiamo a riconoscere. Le guglie di cima D'Asta e del gruppo del Rava, le bastionate porfiriche del Lagorai e le rocce dolomitiche delle Pale di San Martino.


Asiago, l'Altopiano, è un luogo che esercita un’attrazione speciale su di me e sui miei amici. Tornarci è stato a lungo, in parte è ancora, quasi una mania per noi: specialmente in certi periodi dell’anno che corrispondono a eventi accaduti lassù, si va in altopiano quasi per una legge di natura, sembriamo uccelli migratori, spontaneamente ci orientiamo verso quelle rocce quei boschi”.

 Luigi Meneghello ,Quanto Sale?, in Jura. Ricerche sulla natura delle forme scritte , Milano, BUR 2003, p.131.

venerdì 15 marzo 2019

Ho lasciato ...

Ho lasciato il mio cuore in cima ad una montagna troppo alta e distante per riuscire a scalarla ora.


.......ho lasciato la mia anima tra le acque calme della laguna nell'ora blu di un tramonto estivo, e tra le calli di una Venezia malinconica nella prima nebbia d'autunno.

Questo è il destino di chi prosegue a camminare senza fermarsi quando una vera destinazione non si rivela, e forse non esiste...


Questa è la vita dei pellegrini emozionali che sorridono alla propria condanna: soli e consapevoli  nel convertire i propri dolori in virtù...
Questa è la storia di coloro che sanno vedere il bello nelle persone che incrociano nel proprio cammino, ma per paura e sensibilità non vogliono fermarsi ad osservarlo....
Allora sono costretti dalla vita a trovare nei ricordi inestimabili tesori e nei sogni i loro unici eredi.

Ho smarrito il cuore lì...su quella montagna ed ora sono troppo stanco per andare a cercarlo, ora mi siedo qui e desidero solo aspettare......


lunedì 11 febbraio 2019

Tra le nevi con Giorgio e papà

Ve ne siete andati tutti e due in una fredda giornata d'inverno.
Nel cuore ancora il brusio delle ultime parole,
siete scivolati via in silenzio.
Quel silenzio che adoravate ricercare tra i boschi e i monti, 

e che la malattia vi aveva imposto, obbligato e costretto.
Quella malattia che non era però riuscita a rubarvi
l'anima e i ricordi.
Quei ricordi che ora custodisco nel mio cuore,
racchiusi nelle lacrime di ieri come di oggi,
......e nei sorrisi forse di domani.



Questa sera, nel tepore del letto vado con questi ricordi dentro un tempo sempre più lontano.
Ma, ascoltando, ancor prima del crepuscolo dell’alba cerco anche di capire quale sarà il tempo di domani.
Se il silenzio fosse limpido aprendo gli occhi vedrei nel cielo la luna, tondeggiare tra le stelle, affacciarsi alla finestra della mia camera.

Resto in ascolto tra i ricordi e le lacrime.

Il silenzio esterno perviene a me ovattato, e la mia camera resta come isolata dentro il cielo.
Non si sentono i rumori delle auto
ne si ode quello dell’autocorriera che trasporta i primi studenti a scuola,
non si vedono neppure le stelle.
Allora capisco che è così perché sta nevicando.
Il grande cerchio attorno alla luna lo aveva previsto.
Che silenzio! Che tepore!

E sotto questa neve,
nei sentieri delle terre alte dove il mio pensiero mi porta,
tra i boschi e gli abeti carichi di una bianca coltre,
nei tramonti invernali malinconici e pieni delle ombre della sera,
non c'è momento in cui non senta con malinconica tenerezza
il respiro della vostra anima e la dolcezza dei ricordi che ancora vivono in me.

domenica 20 gennaio 2019

Riappropriarsi del tempo


Riappropriarsi del tempo. 
Camminare salendo piano e fermarsi, 
solo qualche secondo ad ascoltare il silenzio del nulla. 


E poi, piano, ricominciare a muoversi. 
Fermarsi di nuovo a pensare. 
Parlarsi e rispondersi, ritrovandosi. 
 Stendersi poi sulla neve e 
restando in questa posizione cambiare la prospettiva 
Guardare tutto da un altro luogo. 


 E poi ricominciare a camminare 
riscaldati dagli scarponi intrisi di memorie e di emozioni. 
Tutto senza fretta, 
assolutamente senza uno scopo, 
nemmeno quello di arrivare. 
Lentamente e dolcemente.


Camminare fino a quando le luci appaiono ormai lontane, 
il tramonto riparato, 
ed i passi riecheggiano nel silenzio e nell'oscurità 
Un’oscurità che non minaccia.  


Ma perché e cosa vai a fare lassù? 
Cammino dentro di me, 
nel mio paesaggio interiore. 
Ed è bellissimo.