Lounge Music

domenica 8 aprile 2012

Insalata di Tarassaco e fiori

Come ogni anno, in primavera, sento il bisogno di depurarmi un po' ma senza scordarmi di dare gusto al mio pranzo!
Infatti, generalmente, solo l'idea di consumare insalate scondite e quant'altro a basso tenere calorico mi rende un po' triste...


Proprio in questo periodo dell'anno, però, i nostri prati sono ricchi di erbe, fiori e piante che oltre a "depurarci" dai lunghi e pesanti (in cucina) mesi invernali, ci appagano anche grazie ai loro colori e al loro sapore.

 Sto parlando dell'ortica, dei germogli di luppolo, del silene ma soprattutto del Tarassaco soprannominato "dente di leone" a causa della forma molto affilata delle sue foglie.
E' una pianta vivace che cresce in tutte le regioni ed è apprezzata ovunque perchè permette di ripulire l'organismo eliminando le tossine accumulate nel corpo durante l'inverno.

In cucina se ne usa tutta la pianta, dalla radice alle foglie, dai bottoni ai gargianti fiori gialli prestandosi a più preparazioni, dalle zuppe ai risotti ma in particolare nella composizione della varie insalate di Pasqua.

Ingredienti per 4 persone:

500 gr. di foglie giovani di tarassaco
100 gr di germogli di silene
3 carciofi (castraure)
4 punte di asparagi bianchi
20/30 fiori di tarassaco, di primule, violette, margheritine (pratoline)
100 gr.di pane toscano tagliato a cubetti di 1 cm abbrustolito (opzionale)
8 cucchiai di olio extra vergine di oliva dop della Pedemontana Vicentina
1 cucchiaino di limone
sale rosa dell'Himalaya q.b.
2 alici

Preparazione:
Lavate il tarassaco, staccate le foglie e asciugatele con cura.
Pulite i carciofi e le punte di asparagi e tagliateli a listerelle.
Tagliate il pane a piccoli tocchetti uguali e tostateli in forno per qualche minuto.
(io ho preferito comunque senza)
Preparate una vinagrette con il limone, il sale e l'olio a filo.

Procedete con la preparazione del piatto: tagliate a pezzetti le foglie di tarassaco, unite i germogli di silene e le fettine sottili di asparagi e carciofi, i tocchetti di pane, e i filetti di alici a pezzi.
Condite con la vinagrette e un attimo prima di portare in tavola aggiungete i fiori.

BUONA PASQUA
a tutti

giovedì 5 aprile 2012

Le cose che contano e che sono invisibili agli occhi

Come sarebbe la nostra vita senza il superfluo?
E’ una domanda che, dopo le tragedie di questi ultimi anni che hanno colpito conoscenti e amici alpinisti, mi sono fatto più volte.
E mi sono reso conto che da anni viviamo con una scala invertita di valori: ci disperiamo per avere il superficiale e non ci rendiamo più conto di quanto sia importante dare la giusta considerazione alle cose che contano veramente.

In questa nostra società piena di vizi e di eccessi ci lamentiamo continuamente perché vogliamo sempre di più, e questo non credo sia sinonimo di benessere bensì di insofferenza e di infelicità. Corriamo ogni giorno, ci muoviamo senza riflettere, passiamo una vita a vedere sempre troppo avanti perdendoci quello che di bello possediamo o che abbiamo avuto la fortuna di incontrare.

Ci disperiamo se perdiamo il cellulare, se l'auto si rompe e ci lascia a piedi per un giorno, spendiamo molto di quello che guadagniamo per accessori, mentre perdiamo sempre di più il senso della proporzione tra quello di cui abbiamo davvero bisogno e quello che crediamo sia invece necessario.


E questo è triste, soprattutto se pensiamo che ci sono persone che dall’oggi al domani non ritrovano più neanche un letto dove riposare e calmare il dolore per la perdita delle persone più care.

Se ora ci mettessimo a tavolino e provassimo a scrivere su un foglio bianco quello che riteniamo veramente essenziale nella nostra vita e di cui non possiamo fare a meno e quelli che invece pensiamo siano i nostri lussi, cosa credete ne verrebbe fuori?
Evitando l'ipocrisia, ci troveremo a non sapere o ad avere molte incertezze in quale colonna collocare gli oggetti e le cose che ci appartengono.
Mentre molti dubbi e domande affollerebbero la nostra mente.

E così oggi ci rendiamo conto che, con il tempo, ci siamo dimenticati che le cose essenziali sono veramente poche e che di queste solamente alcune appartengono alla sfera delle cose materiali.
E mentre ci accorgiamo che ormai non possiamo più fare a meno della macchina, dei nostri modelli di abbigliamento, del cellulare e del computer, dall'altra parte .......


....... non abbiamo più tempo per commuoverci guardando un tramonto, e non riusciamo più a trovare una sera libera per uscire a camminare con la luna piena o a guardare le stelle per capire che non siamo soli.
Sempre più raramente dimostriamo l’affetto a chi ci sta vicino, mentre spesso ci arrabbiamo senza neppure sapere il perché.

  Non siamo più in grado di perdonare, perché non siamo più in grado di amare.
Diceva F. de la Rochefoucauld:
"Si perdona finchè si ama, proprio perchè si è consci di quanto valga essere amati ed amare." 
La comprensione dell'umanità e della debolezza dell'altro e quindi anche di noi stessi, non fanno più parte oramai delle categorie della nostra vita.

Così nella colonna delle cose essenziali dobbiamo reimparare a inserire nuovamente le cose che contano, quelle che sono invisibili agli occhi e che sono sentite solo dal cuore.

Se solo imparassimo a dare il giusto peso a quello che ci circonda avremmo una qualità di vita migliore, e forse...... potremmo essere anche felici.

Se avete voglia perdete un pò di tempo per vedere questi film: Un sogno per domani e Sweet November

* i dipinti sono di J. M. Folon

domenica 1 aprile 2012

La montagna con gli occhi di ...

La montagna, fatta - come nei miei sogni - di rocce e di vette, di bianchi nevai e di scure morene, di ascese faticose e di discese ardite, di ferite ma anche di piccole felicità impagabili, di sentieri e di panorami commoventi, e di tutte quelle sfumature e pieghe che appaiono evidenti solamente agli occhi di chi la comprende e la ama.

E fin dai primi "Campi Scuola" al Passo Pordoi, durante gli anni del liceo, ho scoperto che camminare in montagna è un'esperienza simile all'innamoramento.
Così nelle lunghe ed estenuanti escursioni compiute in quegli anni alla Marmolada o nelle pazze discese per i ghiaioni del Sass Pordoi o nelle ardite salite al Sasso Piatto, ho compreso come ogni cosa, anche la più piccola, lassù possa diventare magica e acquistare un valore immisurabile, proprio come in amore...

"...Ero circondato da alte vette, nel paesaggio quasi lunare dell'Altopiano delle Pale, lo zaino pesante sulle spalle non era niente a confronto della salita che mi aspettava; il sole di luglio mi aveva bruciato le spalle e gli scarponi ai piedi impolverati di bianco avrebbero potuto disegnare la carta geografica di tutti i sentieri che avevo già percorso; ma la montagna aveva il pregio di rassicurare il mio animo e il richiamo degli amici, qualche centinaio di metri più indietro che mi aspettavano, placava la fame e la fatica.


Poi la felicità di essere ormai prossimi alla meta mi caricava di adrenalina e mi faceva percorrere l'ultimo tratto quasi di corsa per poter assaporare per primo un panorama spettacolare, nuovo e sconosciuto. E mentre mi accasciavo stanco ma pieno di orgoglio per aver toccato una nuova meta, con una mano mi infilavo la giacca a vento e con l'altra addentavo il panino.
Con i muscoli finalmente rilassati e la mente vuota crollavo e chiudevo gli occhi per assaporarmi tutta la pienezza del momento, e avvertivo chiaramente che  l'ebbrezza di quell'ora passata lassù, nella gioia di quell'altezza ad un passo dal cielo sarebbe stata sufficiente a giustificare qualsiasi follia, qualsiasi ulteriore fatica e dolore..."

Nel riaprire gli occhi, ora, mi accorgo che in una mano non c'è più l' amata borraccia con impressa una stella alpina bensì un bicchiere di tisana speziata, mentre nell'altra non tengo più il bastone con le tacche che mi aveva comprato papà bensì stringo una nuova mano, tremante e timida, che mi accarezza il cuore.

Intorno a me l'immagine degli amici è svanita, come quella di mio padre.

E' rimasto solo il rumore familiare del vento di montagna, quello che ti arrossa il viso e ti brucia le spalle, è rimasta solo la grandezza delle vette che abbraccia lo sguardo da est ad ovest, e ancora quel tappeto di cielo color turchese dipinto di nuvole tra il bianco e il grigio che puoi toccare con un dito tra la maestosità di quelle cime.

E' rimasto quel "tum-tum" del cuore  per il fiato corto dalla salita ma anche per quella vista che ti lascia ogni volta senza respiro....
La montagna, che ha custodito per anni quei ricordi, ora me li sta restituendo a pezzi come i capitoli di un libro la cui lettura ti vela ogni volta gli occhi ma ti riempie anche il cuore regalandoti un nuovo pezzo del puzzle...

giovedì 29 marzo 2012

Valbrenta: sentiero "A. Dal Sasso" e lo strodo dei Grisoni

Interessantissima passeggiata dalle notevoli valenze antropologiche che ci aiutano a capire sia le manifestazioni della natura sia le modificazioni del territorio operate dalla presenza dell’uomo in Valbrenta a partire dai primi decenni dopo l'anno Mille.

Si percorrono tratti di antiche mulattiere tra imponenti masiere (terrazzamenti) per secoli adibite alla coltivazione del tabacco. Storie di contadini, contrabbandieri e finanzieri. Interessanti anche le vedute paesaggistiche sul primo tratto della Valbrenta, oltre alla presenza di notevoli formazioni boschive: dal carpino nero, al castagno, dalla quercia all'acero di monte, dal tiglio alla betulla e nocciolo.
(La foto a lato è di Ennio Poletti tratta da
http://montagnaamica.blogspot.com)

Partiamo dal Piazzale antistante la Chiesa di Campolongo (quota 140 mt), dove abbiamo parcheggiato l'auto, e saliamo per un vicoletto attraverso l'abitato del paese. Dopo qualche centinaio di metri lungo una rapida strada asfaltata troviamo il pannello didattico descrittivo del percorso.

Imbocchiamo la mulattiera sulla destra che sale, con tratti abbastanza ripidi.
Oltrepassata la Val Brutta incontriamo subito i caratteristici terrazzamenti (“banche” per quelli del posto), ricavati sui ripidi pendii del monte per la coltivazione del tabacco, purtroppo unica fonte di reddito della popolazione per almeno due secoli, dalla seconda metà ‘700 a metà ‘900.

Man mano che saliamo le coltivazioni lasciano il posto al terreno incolto, ma senza la sterpaglia che si può trovare da altre parti. I muri di sostegno dei terrazzamenti sono solidi e caratterizzati dalla presenza di interessanti scale di collegamento fra livelli diversi perfettamente integrate nelle massicciate.

Riprendiamo la nostra salita per un tratto che costeggia un ampio bosco dove si possono trovare alcune significative presenze: la roverella, il carpino nero, l'acero, il tiglio, per raggiungere, dopo aver superato una vecchia cisterna, un vecchio e ben conservato castagneto (i marroni di Campolongo erano rinomati anche nei mercati veneziani, in particolare quello di Rialto) dove la presenza di alcune piante di notevole dimensione meritano essere ammirate.

Queste zone, un tempo raggiungibili solo a piedi, sono ora raggiungibili con una strada interpoderale realizzata recentemente dal Comune. Ed è proprio seguendo questa strada di collegamento in quota, che raggiungiamo, dopo aver superato la Val Dritta e la Val dei Salti l’incrocio con il sentiero cai 765 che porta alla chiesetta della Madonna della Salute.

Il pianoro antistante la chiesetta è un superbo belvedere che, dal Col Moschin alla montagna di Solagna, ci fa vedere tutta la sequenza di valli e valloni che dal Grappa scendono al Brenta.
Dopo una breve pausa  proseguiamo e, subito a monte della chiesetta, oltrepassiamo l'imbocco del "Trodo dei Grisoni". Questo antico "sentierello" (trodoèo) serviva a rendere più breve il percorso di salita verso il Palazzon.

Al contrario noi preferiamo proseguire seguendo la mulattiera che, con ampi tornanti e dopo aver attraversato una pineta, raggiunge i ripiani sommitali dell’Altopiano e la casara Busa del Pozzo (1045 mt ore 3). Da qui saliamo ancora per mulattiera fino ad arrivare all'aperta dorsale sommitale del Campolongo.

Scendiamo lentamente verso il Palazzon ammirando il panorama sulla pianura veneta che si apre davanti a noi come un atlante geografico.
Ritorniamo sui nostri passi e scendiamo nuovamente la mulattiera che ci riporta alla chiesetta della Madonna della Salute. All’esterno una campana appesa alla parete ci induce a suonare alcuni rintocchi di ringraziamento.

Continuiamo la nostra discesa per il sentiero 765 fino ad incrociare la strada interpoderale all'altezza delle case Vialetto. Seguendo a destra la strada superiamo la val dei Salti e attraversiamo una zona caratterizzata da grandi e magnifici esemplari di castagni (maronari).
Dopo 30' siamo di nuovo nel piazzale antistante la chiesa di Campolongo.


quota partenza: 140 mt
quota max: 1.090 mt
dislivello complessivo: 950 mt
distanza percorsa: 14 km
tempo in movimento: 4 h e 30
energia spesa: 1.600 Kcal

*parte dei testi sono di Ennio Poletti tratti da

http://montagnaamica.blogspot.com

lunedì 26 marzo 2012

Costa - Loker - Godeluna - Valgoda

Spettacolare, emozionante e assolato itinerario ricamato sul bordo degli imponenti precipizi del  Canale del Brenta nella sua parte di confine, tra Valstagna e Cismon.

Tuttavia, il motivo più caratterizzante di questa escursione, è una certa aria "d'altri tempi" che si avverte quando, una volta raggiunto il margine sud dell'Altopiano, si arriva tra piccole e vecchie contrade collocate a sud di Enego e di Stoner (Godeluna, Corlo e Valgoda) affacciate sul cornicione delle imponenti pareti che strapiombano nel Brenta, dopo un salto di oltre 600 metri.
(foto di Ennio Poletti tratte da
http://montagnaamica.blogspot.com)
Sono tutti esempi significativi di come si viveva "una volta". Una vita grama di fatica per strappare alla montagna, con grandiose opere di terrazzamento delle più impervie balze rocciose, pochi metri quadri di terreno fertile. Le case, costruite sul bordo degli appezzamenti (per non sottrarre spazio alla cultura del tabacco) hanno caratteristiche strutturali tipiche  dell'età d'oro del tabacco (prima metà dell’Ottocento): innalzamento di uno o più piani per l’essiccazione, riduzione della parte rustica destinata agli animali, costruzione di ballatoi e stenditoi in legno per l’aerazione delle foglie di tabacco all’interno e sugli affacci degli edifici.

Con l'auto si prosegue dopo Bassano del Grappa lungo la statale della Valsugana con direzione Trento. Si attraversa il Brenta a Valstagna e ci si dirige a nord, lungo la vecchia statale, per circa 4 km. Subito dopo la frazione Giara Modon sulla sinistra si trova l'inizio del sentiero CAI n° 785. (quota 170 mt)
Qui si può parcheggiare l'auto.

Il percorso in salita segue il sentiero n° 785 che nella prima parte è comune col n° 784. Dopo una decina di minuti i due sentieri si separano: il n° 784 sale all'interno della Val Gadena; noi proseguiamo lungo il n° 785, che, con una deviazione sulla destra, attraversa il greto asciutto del torrente e si inerpica tra noccioli e carpini sul pendio opposto, sempre ben evidente e segnalato.

Dopo circa un'ora di salita, con qualche passaggio esposto che richiede piede fermo ed assenza di vertigini giungiamo ad una cresta panoramica, appena sotto le due cime dei Loke che si stagliano contro il cielo.
Quelle che da questa posizione sembrano due cime, in realtà sono solo due protuberanze delle pendici del Monte Spitz che l'effetto prospettico fa percepire come cime.

Il sentiero ora punta verso la sella che unisce le due strapiombanti pareti e supera un salto di roccia quasi verticale con un percorso a tornanti scavato nella roccia molto interessante e spettacolare. Pur essendo esposto, questo tratto non presenta alcun pericolo per la presenza di una protezione metallica verso valle.

Sbuchiamo su un conoide ghiaioso e in breve, salendo a zig-zag per un bel bosco di faggi, intercettiamo il sentiero cai n° 800 (quota 945 mt, 2 ore circa). Prima di incamminarci verso Godeluna decidiamo però di salire al monte Spitz (20' circa) da dove si gode un bel panorama verso Stoner e il M. Lisser.

" Potrei restare fermo quassù un tempo infinito ad ascoltare questo silenzio mentre il mio pensiero corre a te..."
Ma l'ennesimo richiamo degli amici mi riporta alla realtà, e in breve li raggiungo.  Tornati sui nostri passi riprendiamo il sentiero, precedentemente abbandonato, con indicazione per Godeluna dove arriviamo, in leggera discesa, dopo 45'.

Godeluna, un piccolo borgo con poche case disabitate per gran parte dell'anno e una chiesetta sul colle che le sovrasta, si trova in una conca prativa circondata da boschi di abete ad una quota di 850 m. Decidiamo, vista l'ora, di fare una pausa ristoratrice e di goderci il tepore del primo sole primaverile nel giardino momentaneamente abbandonato di una casa.

Dopo 20' circa riprendiamo il nostro itinerario e in corrispondenza di un capitello e di una fontana troviamo le indicazioni per Valgoda, che raggiungiamo in 40' seguendo una strada forestale in leggera discesa, non prima di essere saliti a Corlo con un'ultimo strappo ( quota 960 mt).

Valgoda è ora un paese quasi disabitato affacciato sulla Valsugana a 840 m di quota.      Qui, l'opera dell'uomo volta a sottrarre all'ambiente impervio modesti appezzamenti di terreno coltivabile è particolarmente evidente nella presenza di numerose "masiere", un tempo adibite alla coltivazione del tabacco.    Dopo aver oltrepassato la chiesa, ci dirigiamo verso le ultime case del paese, e seguiamo in discesa sulla destra il sentiero cai 787 tra stretti vicoli e muri primetrali che ci danno l'idea di un abitare quotidiano oramai perduto.

La prima parte di questo bellissimo sentiero transita tra muri a secco e terrazzamenti oramai abbandonati facendoci percepire l'enorme lavoro manuale messo in opera, agli inizi dell'Ottocento, dagli abitanti dei questa contrada, oltre alla loro capacità ingegneristica nel progettare e costruire una mulattiera che ancor oggi ci appare stupefacente.

Il sentiero, superate le balze di roccia strapiombanti in valle, attraverso una bellissima traversata in costa ci permette poi di passare in rassegna alcuni capitelli votivi molto pregevoli risalenti ai secoli scorsi, quando gli abitanti del posto per sopravvivere erano costretti a contrabbandare il tabacco percorrendo queste vie seminascoste.

La mulattiera, sempre bellissima e agevole, conduce a Costa in circa 1h e 20' da Valgoda. Da qui, possiamo recuperare l'auto con circa 20' di cammino su strada asfaltata, oppure seguendo la segnaletica AVT (Alta Via del Tabacco) che ci porta direttamente al parcheggio dove abbiamo lasciato l'auto.


quota partenza: 170 mt
quota max: 1.093 mt
dislivello complessivo: 1.100 mt
distanza percorsa: 17 km
tempo in movimento: 6 h e 30
energia spesa: 2.000 Kcal

mercoledì 14 marzo 2012

Il Palazzon sul monte Caina

Si parte, dopo aver parcheggiato l'auto nel parcheggio dell'antica Osteria Mirasole a Caluga, per gentile concessione dei proprietari (molto cordiali e gentili), seguendo verso nord la stradina asfaltata che in pochi minuti ci porta sopra al paese, dove, nei pressi dell'acquedotto incrociamo la strada dell'Alta Via del Tabacco (AVT) e il segnavia CAI n. 760 che percorreremo per qualche centinaio di metri fino ad incrociare sulla nostra sinistra una strada privata.

Abbandoniamo il 760 “Strada della Fossa” e saliamo la ripida stradina che, dopo un tornante, porta ad una casa. Sulla destra, tra due siepi, si materializza all'improvviso il sentiero sassoso che una volta imboccato si porta rapidamente in quota e poi con lungo traverso in un bel bosco di castagno e carpino ci conduce alla Bocchetta Campesana (quota 750 m - ore 1) dove ritroviamo il sentiero 760 che ci condurrà fino alla cima del M. Caina. ( quota 1.002 m - ore 1 e 40).

Arrivati a questo punto continuiamo la nostra escursione costeggiando in direzione ovest; e poi nord i lastroni verticali di pietra infissi nel terreno per segnare le linee di confine tra i comuni e le proprietà private. Questo luogo, posto tra Angarano e i territori di Campese, presenta la caratterisica di essere stato interessato attraverso i secoli da una confinazione tra comuni di cui restano i termini in pietra.

Questi cippi di termine sono numerosi sul Caina-Palazzon per le caratteristiche del confine che in quel posto è particolarmente tortuoso: sono caratterizzati dalla croce gromatica sulla parte superiore e dalle sigle dei comuni e da eventuali date sulle facce verticali.    (il termine gromatico deriva dal latino gromaticus, che vuol dire pertinente alla misurazione topografica dei campi e fa riferimento ad uno strumento di misura romano chiamato groma).
(foto di Ennio Poletti tratte da
http://montagnaamica.blogspot.com)

Seguendo le lastre in pietra e i cippi di confine arriviamo ad uno dei luoghi più noti di questa zona montana: il Palazzon (quota 998 m - ore 2).
Si tratta di una architettura singolare " a casa fortificata", diversa per dimensioni e collocazione da tutte le altre costruzioni della zona.

L’edificio attuale, che è un evidente adattamento di quello più antico, presenta al piano terra un vano d’entrata cui si accede da due grandi portoni ad arco, a destra e a sinistra si trovano due stalle; il piano superiore, cui si accede dall’esterno, è una grande tezza per il fieno.

Il solaio tra i due piani è costituito da una grande volta a botte, costruita con pietra del luogo, ad arco ribassato.
Se gli elementi architettonici attuali rimandano ad una costruzione attorno al 1500-1600, per alcuni studiosi l’impianto potrebbe essere così antico da risalire fino ai tempi di Roma.


Ad Ovest troviamo due grandi pozzi con serbatoio a cupola e vera in pietra, e dove distinguiamo ancora chiaramente le canalizzazioni per la raccolta dell'acqua piovana dal tetto della casa al pozzo principale.

Dopo aver girovagato per mezz'ora intorno a questo splendido, anche se completamente abbandonato e oramai cadente, monumento architettonico in alta quota, ci avviamo, seguendo ancora le lastre confinarie di pietra, verso le casare di Campolongo fino ad incontrare il sentiero cai 765 che sale da Campolongo sul Brenta.

Lo seguiamo poi a destra, con direzione nord verso i "Trinceroni di Campolongo",  lungo una strada sterrata che lentamente ci apre alla vista di Cima d'Asta, del Lagorai e più a destra ci permette uno scorcio delle Pale di San Martino.
L'aria fredda che ci ha accompagnato fin qui dalla cima del Caina smette e ci concede il tepore di un sole che annuncia ormai l'imminente arrivo della primavera.

Poco prima della parte terminale del Campolongo, subito dopo la casara Cimo (ex Lova), e in vista di un'amena area attrezzata con caminetto, incrociamo sulla nostra sinistra il segnavia cai 769 che scende verso ovest lungo la ripida la Val Veccia (quota 1.140 m - ore 3).

Durante la discesa e non senza qualche difficoltà riusciamo ad individuare, alla nostra sinistra, la recente strada forestale che, a mezza costa, corre parallela alla Val Vallerana e sbuca nella strada asfaltata che proviene da Rubbio.
Seguendo la strada asfaltata con direzione est arriviamo alla sbarra con divieto di accesso per le auto. (quota 1.060 m - ore 4)

 A questo punto decidiamo, per evitare le auto e la gente lungo la strada, di scendere per il bosco, costeggiando il greto del Silan fino a recuperare il sentiero cai 760 "strada delle fosse" che ci riporta a Caluga ( totale ore 5 e 30).
quota partenza: 370 mt
quota arrivo: 1.140 mt
distanza percorsa: 17 km
tempo in movimento: 4 h e 30
energia spesa: 1.700 Kcal